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Femminismo: paradigma della Violenza/Non Violenza
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Il Patto Cazzaroni
Il Patto Cazzaroni
di Alessandra Daniele
Il Cazzaro ha passato la campagna referendaria a promettere che in caso di sconfitta si sarebbe ritirato dalla politica.
Naturalmente non l’ha fatto.
Indovinate perché.
Vi do un aiutino.
Perché è un cazzaro.
È rimasto qualcuno che creda ancora alle parole di Matteo Renzi?
A questo punto c’è persino da chiedersi se si chiami davvero Matteo Renzi.
Invece di rendere conto della disfatta, mercoledì scorso ha liquidato la direzione del suo partito con un surreale comizietto trionfalistico pieno delle sue solite millanterie miste a spiritosaggini da cena aziendale, lasciando basiti i convocati, a cui è stato impedito di controbattere.
Dopodiché ha ricominciato immediatamente a intrigare per restare al potere, personalmente come segretario del PD, e al governo attraverso un suo fedelissimo, Paolo Gentiloni Silveri, rampollo dei Conti Gentiloni Silveri di Filottrano, Cingoli e Macerata, sessantottino pentito, ed ex delfino di Rutelli come Renzi.
Quale migliore risposta all’incazzatura popolare che affidare la presidenza del Consiglio a un conte?
Esecutore degli stessi mandanti, come pattuito il governo del conte Gentiloni è programmato per essere la fotocopia in bianco e nero di quello del Cazzaro, e durare almeno sei mesi.
La scusa ufficiale è che occorrano soprattutto per rifare la legge elettorale.
Indovinate un po’.
Vi do un altro aiutino.
È una cazzata.
L’Italicum è una legge ordinaria, per abrogarla basta un voto parlamentare a maggioranza semplice, non c’è bisogno d’aspettare il parere della Consulta, volendo non ci vogliono sei mesi e nemmeno sei giorni. Abrogando l’Italicum, e ripristinando anche alla Camera il cosiddetto Consultellum, il proporzionale risultato dalle modifiche della Consulta al Porcellum, si potrebbe votare subito.
Per quanto il Consultellum sia racchio, l’Italicum fa schifo al cazzo, come tutte le cose prodotte dal governo Renzi.
È l’ultimo rimasuglio di quella controriforma fascistoide e golpista che abbiamo giustamente appena respinto a calci in culo.
L’unico motivo per cui Grillo adesso sembra gradirlo, seppure corretto, è perché pensa di poterci vincere le elezioni. Originariamente confezionato dai renziani apposta per garantire il potere assoluto al loro spocchioso ducetto, l’Italicum s’è invece rivelato di fatto della taglia del M5S di Grillo.
E i renziani danno degli incapaci ai grillini.
Nei prossimi mesi, con l’aiuto dei berlusconiani più esperti di loro in riformaialate, i renziani cercheranno di scucire l’Italicum e ricucirlo di nuovo su misura del Cazzaro, che nel frattempo dovrà però faticare per non finire divorato dalle formiche carnivore della minoranza PD che ha cercato di schiacciare per anni, e che ovviamente non vedono l’ora di vendicarsi.
Se “Bastonare il Cazzaro che affoga” sarà il loro motto, per una volta avranno qualcosa da insegnarci. Infatti, benché la nostra del No al referendum sia stata una grande, epocale vittoria, finora è soltanto una mezza misura.
No alla Cazzariforma, e anche alla sua continuazione con altri mezzi.
No half measures.
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14 dicembre a Napoli/ Assemblea contro la guerra e il militarismo
Riceviamo da una compagna della Rete contro la guerra e il militarismo-Napoli
Mostra fotografica «Nome in Codice: Caesar»
PROPAGANDA DI GUERRA
Dopo poco meno di sei anni, quasi sei milioni di rifugiati e più di 250 mila morti, la Siria continua ad essere devastata da una guerra terribile: una guerra che, all’inizio, veniva fatta passare per una guerra civile tra opposte fazioni, ma che sempre più si è dimostrata essere, prima, una guerra per procura e, da almeno due anni a questa parte, una guerra a tutto campo, combattuta dalle maggiori potenze, tutte, direttamente o indirettamente, presenti e attive nello scacchiere siriano.
Strumentalmente “giustificata”, al suo esordio, con il sostegno alle forze della società siriana che rivendicavano più democrazia, sulla scorta di una presunta “primavera siriana”, la guerra ha finito, mano a mano che si aggravava lo scontro, con il mostrare il suo volto più autentico: una vera aggressione di natura imperialistica, volta al rovesciamento di un governo inviso alle potenze occidentali, quello di Bashar al-Assad, e allo smembramento del Paese, per impossessarsi delle risorse strategiche, impadronirsi dei canali di approvvigionamento e ridisegnare la mappa del Vicino Oriente.
I cosiddetti ribelli e le formazioni terroriste e separatiste, dei diversi fronti riconducibili prima ad Al Qaeda poi allo “Stato Islamico”, ampiamente armati, addestrati e finanziati in primo luogo da Stati Uniti, Europa, Turchia e petro-monarchie, sono stati la longa manus che ha consentito alle grandi potenze di condurre, per il loro tramite, questa aggressione. Ma i risultati sul terreno e l’intervento della Russia al fianco del governo siriano (e, ovviamente, a difesa dei propri interessi e delle proprie aree di influenza), facendo saltare i piani predisposti, hanno imposto alle potenze occidentali un’ingerenza sempre più forte.
Non solo quindi le operazioni di supporto ai “ribelli”, l’imposizione di sanzioni crudeli contro il popolo siriano e il provocatorio condizionamento dei tavoli negoziali, nel tentativo di piegare ai propri interessi un controverso e condizionato processo di pace, ma l’intervento militare diretto in concorrenza e scontro sempre più aperto con la Russia.
Il risultato è una “catastrofe umanitaria” di dimensioni gigantesche, morti e devastazioni, che la macchina della propaganda continua a motivare con la necessità di eliminare il “dittatore” Assad e con la lotta al terrorismo dell’ISIS, diventato un alleato troppo autonomo e scomodo per chi ne aveva favorito l’ascesa in funzione anti-Assad.
In questo contesto, è stata lanciata nei circuiti mainstream, ed è ora giunta anche in Italia, una mostra fotografica, «Nome in Codice: Caesar» che, mostrando immagini di vittime di abusi o di torture nelle carceri siriane, è stata recentemente presentata al Museo MAXXI di Roma, alla presenza, tra gli altri, di un ex ambasciatore degli Stati Uniti e di personalità politiche e istituzionali, già note per le posizioni e le iniziative da loro assunte a sostegno delle sanzioni, della rottura delle relazioni e dell’aperta ostilità al governo siriano. Continua a leggere
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19 dicembre/Trasformiamo la paura in rabbia, la rabbia in forza, la forza in lotta!
Solidarietà alla donna offesa e condanna dell’omertà dei “compagni”
Amazora, autodifesa femminista e lesbica a Bologna
Come gruppo di autodifesa femminista e lesbica partiamo dal presupposto che in questo momento storico non ci sono differenze tra una discoteca a Rimini o a L’Aquila, una strada di Porto Salvo in Calabria e il Raf di Parma. Perché in una società organizzata sul dominio del sistema patriarcale sulle donne, nessuno spazio può essere considerato alternativo anche se si dichiara “antisessista” , “antifascista”, “antirazzista”.
Non servono le etichette, non bastano i cartelli all’ingresso degli spazi, anzi, questi sono illusioni pericolose che inducono le donne che li frequentano ad abbassare la guardia, credendo di stare in un luogo sicuro tra “compagni”. Sappiamo bene che non è interesse di tutti combattere il sessismo perché vorrebbe dire rinunciare al privilegio e al vantaggio sociale di essere “uomini”.
Come dovremmo quindi chiamare queste merde che la violenza l’hanno agita, filmata, condivisa, chi ha riso usando dei nomignoli e ha minacciato e cacciato da alcuni spazi di movimento lei che è sopravvissuta a tutto quest’orrore dandole dell’infame? Che nome hanno queste azioni?
Per noi gli infami sono loro: gli stupratori Francesco Cavalca, Francesco Concari, e Valerio Pucci insieme ai/alle loro complici che hanno denigrato e continuano a giudicare lei. Riconosciamo in questo stupro la stessa brutalità e tortura di quello del militare Francesco Tuccia all’Aquila e di tutti gli altri, in divisa e non, legittimati da questa società patriarcale a violare il corpo delle donne. Identifichiamo, con modalità diverse, il loro stesso privilegio di essere creduti, difesi e presenti nello spazio pubblico come se nulla fosse successo!
Pare che non siano bastati i 6 anni di silenzio, ora si condanna pure la mancanza di fermezza ideologica da parte di lei, quando il movimento nei suoi confronti ha reagito nel peggior modo, lasciando che fossero gli sbirri a scoprire lo stupro attraverso il video che si divertivano a girare gli stupratori e i/le loro complici!
Perché si dubita sempre di quelle che la violenza l’hanno subita? Come mai non si è fermi/e e compatti/e contro gli stupratori? Gli uomini non subiscono la stessa violenza che subiamo noi donne e questo episodio, come tutti gli altri, è la radiografia di un corpo sociale organizzato sulla prevaricazione maschile come forma di potere.
La solidarietà alle donne sopravvissute a uno stupro noi la diamo a priori, senza sé e senza ma. Continuiamo a costruire reti di solidarietà tra donne che spezzino l’omertà che si crea intorno ai maschilisti, continuiamo ad autodifenderci senza alcuna delega, contro ogni ideologia, senza maschi, né sbirri, né “compagni”. Auto-organizziamoci per cacciarli: invece di far girare i loro video di merda, scambiamoci le foto e i nomi degli stupratori, molestatori e sessisti che attraversano e respirano la nostra stessa aria negli spazi, facciamoli vergognare di quello che sono e quello che fanno! Ribadiamo che sono loro che devono essere isolati e non noi donne.
Noi pensiamo che i veri posti sicuri siano solo quelli di donne, organizziamoci per crearne di nuovi, per rafforzarci contro la violenza maschile e per continuare a costruire reti di solidarietà tra donne. Unite siamo più forti. Organizziamoci per andare sotto il tribunale; e non perché siamo d’accordo con un processo, piuttosto perché siamo consapevoli che le donne vengono attaccate anche dal sistema giudiziario e non solo dagli amici degli stupratori, che le minacciano fuori dai tribunali.
Invitiamo tutte a dare solidarietà alla ragazza alla prossima udienza che si terrà il 19 dicembre mattina al Tribunale di Parma.
Trasformiamo la paura in rabbia, la rabbia in forza, la forza in lotta!
Amazora, autodifesa femminista e lesbica a Bologna
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I Nomi delle Cose / Numero Speciale del 3 dicembre
I Nomi delle Cose, lo spazio di riflessione della Coordinamenta femminista e lesbica/Anno 2016/2017-Nuova Stagione

Numero Speciale del 03/12/2016
Presentazione a Viareggio dalle “Donne in Cantiere” degli Atti “I ruoli, le donne, la lotta armata/Questioni di genere nella sinistra di classe”

Nicoletta, Margherita, Elisabetta /dalla presentazione uno spunto per parlare di violenza agita, violenza subita, vittimizzazione, rapporto con le Istituzioni, egemonia culturale, Patriarcato, ritualità, controritualità, individuazione del nemico, sciopero delle donne, rapporti di genere, rapporti di classe, prospettive…
qui potete ascoltare una sintesi dell’Incontro
clicca qui
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A proposito di femminismo. Una risposta ad Antiper
A proposito di femminismo. Una risposta ad Antiper
Il vostro articolo è pieno di citazioni e grandi affreschi.
http://www.sinistrainrete.info/societa/8594-i-movimenti-delle-donne-nel-mondo-contemporaneo.html Forse, se una critica si può fare, si potrebbe notare che pretendendo di mettere tanta diversa carne al fuoco l’articolo finisce per bruciare tutto e lasciare ben poco da mettere sotto i denti.
La critica rivolta al nostro gruppo femminista “coordinamenta femminista e lesbica” sembra un buon esempio di questi errori “di cottura”. La critica che ci rivolgete è di poco conto, ma la scelta di esercitarla in un paragrafo in cui si prende di mira (a ragione!) il femminismo della differenza finisce per farle assumere ben altra rilevanza.
Perché fare il nome di un gruppo politico femminista che si oppone, da ben prima di voi, al pensiero innatista che accomuna ormai il femminismo di regime e molte femministe compagne? Perché utilizzare la coordinamenta come esempio di cattiva declinazione del femminismo (addirittura come esempio di articolazione prettamente formale della lotta) quando siamo uno dei pochi collettivi di compagne (l’unico romano) che ha preso pubblicamente parola contro la giornata del 26, opponendosi con forza a questa meschina manovra che sta minando da dentro le fondamenta del femminismo rivoluzionario per consegnarlo, attraverso la sua riduzione a lotte categoriali perfettamente compatibili con il capitalismo, nelle mani, non della borghesia tout court, ma della borghesia neoliberista? Perché citare proprio noi che siamo tra le poche, da ormai troppo tempo, a scendere in piazza contro le guerre imperialiste e la strumentalizzazione dei diritti e delle rivendicazioni delle donne e della violenza da cui esse sono oppresse?
Altra critica che rispediamo al mittente è quella di definirci “attiviste”. Tale termine è per noi il più infimo di quelli utilizzabili per riferirsi alle militanti di un gruppo politico. Un termine tutto neoliberista che sancisce la morte del fare politico a vantaggio di una visione depoliticizzata del conflitto e della critica, e perciò tutta interna all’attuale sistema e al pilastro del volontariato/lavoro gratuito autovalorizzante .
Dal momento che tale problema di linguaggio, cioè di ordine simbolico, non vi è sicuramente estraneo, non possiamo recepire l’uso di tale termine che come critica nei nostri confronti. L’unica altra ipotesi sarebbe la totale ignoranza del nostro lavoro e discorso politico, ipotesi che non prendiamo neanche in considerazione, confidando nella serietà del vostro articolo e delle critiche che contiene.
Arriviamo dunque al punto: le ragioni che vi hanno spinto a citare proprio noi come cattivo esempio. Considerate forse il nostro lavoro politico più pericoloso della deriva culturalista portata avanti dal femminismo della differenza?
Leggendo i vostri contributi al dibattito politico ci rendiamo conto che la vostra posizione è sostanzialmente inconciliabile con la lotta femminista. Al di là delle belle parole e delle dichiarazioni di principio, del tipo “la lotta di genere non può essere subordinata alla lotta di classe ma deve svolgersi contemporaneamente ad essa”, non è assolutamente chiaro come esse possano concretizzarsi nella misura in cui la lotta femminista si articola necessariamente anche all’interno della classe.
Sono anni che sosteniamo con forza l’urgenza di combattere la deriva neoliberista che stanno assumendo i movimenti “femminili”, proprio a partire dalla consapevolezza che l’insieme donne è oggi pesantemente attraversato dalla classe. I continui appelli all’unità delle donne che ci propinano quotidianamente sono nient’altro che il contro-altare degli appelli all’unità nazionale a guida PD. “Se non ora quando” e “Non una di meno” (salvo isolate eccezioni troppo deboli per fare la differenza) come articolazione femminilista del PD partito della nazione.
Ciò non significa tuttavia, come voi invece provate a far credere, che la lotta di classe sia in grado di dispiegare il c.d. effetto trascinamento e risolvere da sola le contraddizioni di genere, cioè destrutturare e superare i ruoli sessuati.
Dal vostro articolo emerge l’adesione a ciò che è definito come “questione femminile” e l’estraneità a ciò che invece ha fatto irruzione nel secondo novecento come “oppressione di genere”. Proponete di assorbire la liberazione della donna nella liberazione della classe. Non siete assolutamente in grado di differenziare le giuste critiche al pensiero borghese e differenzialista, dall’analisi del femminismo rivoluzionario del secondo novecento. Non a caso non viene citata neanche una compagna del femminismo materialista europeo. Sarà nostro piacere fornirvi alcuni testi base.
Non c’è neanche un paragrafo, tra i tanti che avete con cura redatto, che spieghi il vostro modo di intendere la contraddizione di genere e il femminismo. Non una parola su cosa sia per voi il patriarcato e sul suo modo di costruire il maschile e il femminile in funzione del sistema socio-economico. Non una parola sul significato del lavoro riproduttivo nella teoria anticapitalistica.
Il vostro modo di intendere il femminismo si dovrebbe desumere dagli esempi storici ottocenteschi che portate, comprese le suffragette (che per vostra informazione finirono in molte a sostenere le campagne imperialiste)? Dovremmo desumerlo, a contrario, dalle critiche all’emancipazionismo e a quello che definite neofemminismo? E come mai esercitate la memoria storica così selettivamente identificando il fondamento del femminismo degli anni ’60 nella sola rivoluzione sessuale?
I (falsi) movimenti come quelli del 26 costituiscono per voi un’ottima occasione per relegare di nuovo in secondo piano la liberazione delle donne. Nell’opposizione al femminismo neoliberista voi trovate un’ottima scusa per riproporre la teoria dei due tempi.
Coordinamenta femminista e lesbica
Cazzargeddon
di Alessandra Daniele
Con una schiacciante maggioranza di No, 19 milioni di voti, oggi l’Italia ha finalmente rottamato la grottesca Cazzariforma di Renzi, insieme alle sue altrettanto grottesche velleità napoleoniche.
Una controriforma fascistoide scritta col culo, sulla quale Renzi aveva (infatti) messo la faccia, e che in faccia gli è scoppiata, punendo la petulante arroganza padronale sua e dei suoi pupazzi animati con una sconfitta devastante quanto meritata.
L’Apocalisse del Cazzaro è cominciata.
Non gli sono bastati ricatti, minacce, propaganda asfissiante, media collusi e servili, losche ingerenze straniere, clientele para-mafiose, abusi, manipolazioni e menzogne di ogni genere, per far digerire a un paese già stufo e schifato l’ennesima porcata di regime. La Sostituzione della Repubblica con una rozza monarchia padronale.
Nonostante il patetico tentativo di spacciare questa ripugnante restaurazione golpista per un Rinnovamento, è rimasto sempre ben chiaro cosa votasse davvero la Casta, quale fosse il vero voto di Castità.
E così, ancora una volta, i disegni delle tecnocrazie finanziarie nazionali e internazionali, e i loro esecutori, sono stati spazzati via dall’onda crescente dell’incazzatura popolare.
Questa vittoria non appartiene a nessuno dei cacicchi vecchi e nuovi che cercheranno di intestarsela, né alle loro bandiere, appartiene a quel popolo che s’è rotto i coglioni d’essere trattato come merce.
Questa vittoria è nostra, e non dobbiamo farcela portare via.
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8 dicembre 2016/Mujeres libres

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Autocoscienza e Separatismo/Intervista a Daniela Pellegrni
Le interviste della Coordinamenta
“Autocoscienza e Separatismo” Intervista a Daniela Pellegrini

22/6/2016
Nella preparazione dell’iniziativa per la presentazione del nuovo libro di Daniela Pellegrini “Liberiamoci della Bestia ovvero di una cultura del cazzo”, che abbiamo fatto come Coordinamenta insieme alle compagne del “Nido di Vespe”, è venuta fuori con prepotenza l’esigenza di parlare e di confrontarci sul separatismo e sull’autocoscienza. Quindi, abbiamo deciso di intervistare sullo specifico proprio Daniela ponendole una serie di domande che sono scaturite dai nostri confronti…
1) Hai organizzato e stai portando avanti un gruppo di autocoscienza. Che cos’è per te/per voi, la pratica dell’autocoscienza?
Prima di tutto devo dire che il progetto di riattualizzare nel movimento delle donne e ricominciare la pratica dell’autocoscienza è un desiderio e una proposta, ( che ho fatto anche con due precedenti convegni a Bologna, ( nota 0 ) che mi accompagna da molto tempo e questo desiderio non è riferito ad un gruppo specifico, ma a tutte le donne…diciamo che quando penso alle donne penso sempre in grande!
L’Autocoscienza è una pratica politica inventata dalle donne ed è soprattutto una DISCIPLINA
DEL SAPERE DI Sé DENTRO IL PROPRIO PERCORSO PERSONALE E DENTRO E in stretta correlazione con LA REALTA’ CULTURALE SOCIALE che l’ha determinato, imposto.
E’ necessario mettere a fuoco i nessi tra privato e pubblico, tra personale e politico a tutt’oggi.
Soprattutto oggi! e al contesto in continua mutazione ma soprattutto io sospetto in regressione!
Da tempo dunque peroro la riattualizzazione di questa pratica per rifare chiarezza:
“- della soppressione e deviazione della propria libertà individuale, anche e soprattutto nella sua parzialità:
-per lo svelamento delle reali e plurime diversità, scoperta e affermazione della piena alterità dei e nei relativi femminili;
-per un’educazione riparatrice degli scompensi imposti, il reintegro delle proprie capacità e desideri, la sottrazione alla complementarità, la parte/cipazione alla ricchezza dell’insieme;
-per una rilettura critica radicale dei fatti e delle azioni culturali e una riscrittura critica dei testi “storici” e degli insegnamenti famigliari e scolastici;
-per uno sradicamento intellettuale e contestazione puntuale e capillare a valori e metodologie patriarcali (compreso il sottrarsi a tutti i suoi contesti istituzionali);
-per l’elaborazione e costruzione di valori sapiens e degli strumenti della loro messa in atto.” (1)
Sapere di sé a partire da sé dalle ragioni emotive ricattatorie, coattive e, reattive, alle imposizioni e ruolizzazioni che hanno determinato i propri modi di essere e il conseguente coatto modo di relazionarsi al contesto sociale e simbolico: Nella illibertà e nella cancellazione di sé e delle proprie potenzialità soggettive
La messa in discussione di tutto ciò nasce dalla messa il luce delle diversità di percorso delle altre donne presenti, che oltre a incarnare ed evidenziare le illibertà a cui hanno dovuto sottoporsi, aprono al riconoscimento ed accettazione reciproci grazie al confronto, che apre alla relatività dei vissuti e dei modi di essere e tutti utili perciò a ciascuna per costruire una propria identità e riconoscersi fuori dalla competizione e nella sospensione di ogni tipo di giudizio, Il confronto ti libera dal conflitto con le diversità da te perché proprio grazie a queste prendi consapevolezza della relatività e causalità dell’essere così come tutte sono state costrette ad essere…le diversità diventano motivo e valore di crescita e consapevolezza di sé.
Perfino le aggressività, le antipatie, il fastidio servono a riconoscere parti di sé e paure da cui ci si difende…. Continua a leggere
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La Parentesi di Elisabetta del 30/11/2016 e Podcast
Il lavoro e il tempo della vita
“Ho pensato a quanto spiacevole sia essere chiusi fuori e ho pensato a quanto peggio sia essere chiuse dentro” Virginia Woolf
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Il lavoro diventa sempre più precario, fragile, volatile. E’ in atto una crescente precarizzazione e questo è un aspetto di una crisi più vasta e duratura che non è casuale, ma voluta dal capitale nella stagione neoliberista. La fantasia del capitale è sfrenata e senza limiti. Le varianti che ha saputo immaginare e mettere in atto sono tantissime: quelle a progetto, a termine e, l’ultima invenzione, il lavoratore/trice che si fissa la remunerazione da solo/a, strumento attivo della propria svendita. Il paradosso è che si parla sempre più di lavoro proprio nel momento in cui viene sempre più stravolto. Lo stesso paradosso che avviene per l’ambiente, per la natura, per gli aiuti al terzo mondo, per la povertà.
Nei lavoratori predomina la paura e la depressione e questo si risolve in una lotta per la sopravvivenza. Al contratto sociale si sostituisce sempre più il contratto commerciale fondato sul rapporto esterno e sul subappalto. Il lavoro è sempre meno un posto di riferimento, è sempre più un fattore di disorientamento e incertezza. La scarsa attenzione per gli esclusi è l’altra faccia della moneta, e la filigrana è il disinteresse per le generazioni future, ma paradossalmente si risolve anche nel rimuovere ogni speranza di sicurezza nei confronti della propria vecchiaia. Ed è tutto accompagnato da un’amnesia nei confronti del passato, anche prossimo.
Alle normali vittime si sono aggiunti i ceti medi, gli operai qualificati/e, i tecnici/che e i liberi/e professionisti/e. In definitiva la borghesia imperialista o sovranazionale, comunque la si voglia chiamare, ha rotto unilateralmente il patto sociale. Mentre la precarietà e l’instabilità del lavoro rendono drammatico il nostro presente, le multinazionali impongono l’alienazione gioiosa nelle imprese. Per queste il lavoro è diventata una nuova religione, chi lavora deve lavorare di più e guadagnare di meno. Superlavoro che lascia poco spazio agli affetti, al tempo libero, alla comunità, all’impegno civile e politico. Si vive sul luogo di lavoro e quest’ultimo è esasperato nei tempi, negli orari, nel ritmo da chi interessatamente presenta il lavoro come una grande e bella avventura attraverso un clima di crociata contro i concorrenti, contro la burocrazia e i colleghi. Come nelle religioni c’è l’indottrinamento permanente, seminari di formazione, stage per fare punteggio, corsi di aggiornamento sono il credo dell’impresa. La sua missione, gli obiettivi, vengono declinati come un catechismo. Allo stesso modo si diffonde il concetto di responsabilizzazione. Il lavoro è femminilizzato nel senso che non c’è più differenza tra il momento privato e quello lavorativo e quest’ultimo si incardina in ogni momento della giornata. Non c’è più l’ufficio del personale e il capo del personale, tutto si traduce nella gestione delle risorse umane. La precarietà del posto, l’aumento del carico di lavoro sono accompagnate dalla mistica della realizzazione personale.
Il lavoratore/trice deve dare se stesso/a completamente all’impresa ma quest’ultima non si fa nessun problema quando deve licenziare, indifferente alle conseguenze. I dipendenti, al lavoro e spesso anche fuori, devono essere raggiungibili e reperibili in qualsiasi momento e si utilizzano le nuove tecnologie, badges magnetizzati, video di sorveglianza, cellulari di servizio, posta elettronica… tutta una serie di protesi tecnologiche.
Ma tutto questo a noi non è nuovo. A noi donne è sempre stata chiesta la dedizione assoluta al nostro lavoro-non lavoro, il lavoro riproduttivo e di cura. Nel lavoro di cura e riproduttivo non esiste la differenziazione tra il tempo del lavoro e il tempo libero, non esistono ferie e vacanze. Il coinvolgimento nelle sorti dell’impresa, vale a dire della famiglia, intesa anche nella sua accezione più varia ed allargata o ristretta, moderna o post moderna, è totale. Il tempo della vita è assimilato al tempo del lavoro e il tempo del lavoro a quello della vita in una perenne sovrapposizione e coincidenza. Il capitale, in particolare, è stato così bravo, poi, da ammantare il tutto di connotati romantici. L’amore romantico è quello che permette il nostro asservimento volontario al lavoro di cura e riproduttivo, quell’alienazione gioiosa che il neoliberismo vuole oggi dai lavoratori e dalle lavoratrici per cui ci si realizza solamente in una dedizione assoluta e senza rimpianti perché questo è il nostro unico orizzonte possibile. E per chi non ci sta, come per le streghe, stigma, condanna ed esclusione sociale. La nostra esperienza di genere oppresso può essere più che mai utile in questo passaggio storico per suggerire, escogitare, trovare e mettere in atto vie di fuga e percorsi di ribellione. Più che mai genere e classe e meno che mai quote rosa e recinti protetti.
Un fenomeno che caratterizza l’attuale momento e sfugge ad ogni censimento è quello dei sottoccupati/e. Per i disoccupati/e, i dati sono taroccati perché basta lavorare un giorno in un mese per essere arruolati tra gli occupati. La sottoccupazione invece sfugge ad ogni tipo di censimento ed è spesso inglobata nella definizione “impieghi atipici”, termine generico che indica tutti quei lavori che in un modo o in un altro derogano dalla normativa prevista dai contratti di lavoro a tempo indeterminato, per modo di dire perché il tempo indeterminato non esiste più, o a tempo determinato. Al suo interno ricade anche il lavoro a tempo parziale. E’ in questa categoria che si trova la maggior parte dei sottoccupati e, in maniera particolare le donne, con l’equivoco non tanto innocente di farla passare per una libera scelta. Il lavoro a tempo parziale si è sviluppato in alcuni settori: commercio, alberghi, ristorazione, servizi a privati e pertanto i “working poors” non sono più un’esclusiva americana. Non poteva essere altrimenti stante il ruolo degli Usa come Stato del capitale e come culla del neoliberismo e quindi il fenomeno non poteva che irradiarsi anche nell’Europa occidentale.
L’ultima trovata, i lavoratori/trici diventano associati, termine neutrale, magari anche accattivante, che maschera il ruolo subalterno e la dimensione di super sfruttamento e che poi fa coppia con il ruolo del lavoratore manager di se stesso. Tutto questo porta con sé il ritiro nel privato, la rassegnazione, l’indifferenza alla politica e il tempo libero poco e rarefatto diventa tempo morto. Come nelle bidonvilles e nelle favelas del terzo mondo le classi subalterne tentano sempre di più la fortuna al gioco che promette vincite facili e una svolta nella vita.
Tutto ciò è violenza, violenza strutturale, e il neoliberismo si incarna in una sorta di macchina infernale che si impone agli stessi ceti borghesi. Gli effetti del neoliberismo realizzato sono la miseria di una parte sempre più grande delle società economicamente più avanzate, lo straordinario aumento del divario tra i redditi, la progressiva scomparsa degli universi autonomi.
Questo si realizza con una fondamentale rimessa in discussione delle forme attuali e costituzionali della democrazia rappresentativa e di una vera privatizzazione della decisione pubblica. E’ l’affermazione del “governo d’impresa”. In questo quadro le democrazie parlamentari sono subordinate all’impresa e si trasformano pertanto in un regime. Così come da decenni la politica statunitense è pervasa dalla cancrena degli interessi delle multinazionali che tramite le lobby al Congresso hanno trasformato quel paese in una loro dittatura senza alcuna mediazione politica. Questo è il destino che la socialdemocrazia sta attuando nei paesi europei e in Italia questo avviene attraverso il PD, destra moderna che naturalizza il neoliberismo da noi.
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NO,NO,NO! e poi NO!

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Il Paradigma di Gaza
Il Paradigma di Gaza
MERCOLEDI’ 30 NOVEMBRE PRESENTAZIONE DEL LIBRO: ” GAZA E L’INDUSTRIA ISRAELIANA DELLA VIOLENZA” – S.GIORGIO DI NOGARO – H.20,30 Sala Conferenze Villa Dora – con la partecipazione del coautore Alfredo Tradardi
La Striscia di Gaza, da quasi un secolo, è un luogo di sofferenza e di resistenza. Non è l’unico in questo mondo sconvolto da conflitti, ma costituisce il paradigma di riferimento dell’industria della violenza contemporanea.
La violenza contro i palestinesi è un continuum che oscilla tra un minimo quotidiano, a bassa intensità, con i suoi morti, i suoi feriti e le sue distruzioni, completamente trascurata dai media, alle punte delle operazioni militari con il loro risvolto voyeuristico di fronte allo spettacolo del dolore. Né va dimenticata la violenza che si esercita contro i palestinesi cittadini di Israele e quella contro i profughi che vivono nei campi allestiti a partire dal 1947-1948 nei paesi arabi del Medio Oriente. Per questo possiamo parlare di un vero e proprio paradigma dell’industria della violenza. Un paradigma certo intrecciato a un colonialismo di insediamento sul quale si basa il sionismo come identità dello Stato israeliano, ma che si sta rivelando un modello concentrazionario specifico, nel quale ha un ruolo sempre più determinante l’industria militare.
Gaza diventa allora una campo di concentramento a cielo aperto, utile come laboratorio di sperimentazione delle nuove armi, testate in corpore vili, e un esempio concentrazionario per la repressione dei mondi offesi.
https://dumbles.noblogs.org/2016/11/29/il-paradigma-di-gaza/
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