14 dicembre a Napoli/ Assemblea contro la guerra e il militarismo

Riceviamo da una compagna della Rete contro la guerra e il militarismo-Napoli

Mostra fotografica «Nome in Codice: Caesar»

PROPAGANDA DI GUERRA

Dopo poco meno di sei anni, quasi sei milioni di rifugiati e più di 250 mila morti, la Siria continua ad essere devastata da una guerra terribile: una guerra che, all’inizio, veniva fatta passare per una guerra civile tra opposte fazioni, ma che sempre più si è dimostrata essere, prima, una guerra per procura e, da almeno due anni a questa parte, una guerra a tutto campo, combattuta dalle maggiori potenze, tutte, direttamente o indirettamente, presenti e attive nello scacchiere siriano.

Strumentalmente “giustificata”, al suo esordio, con il sostegno alle forze della società siriana che rivendicavano più democrazia, sulla scorta di una presunta “primavera siriana”, la guerra ha finito, mano a mano che si aggravava lo scontro, con il mostrare il suo volto più autentico: una vera aggressione di natura imperialistica, volta al rovesciamento di un governo inviso alle potenze occidentali, quello di Bashar al-Assad, e allo smembramento del Paese, per impossessarsi delle risorse strategiche, impadronirsi dei canali di approvvigionamento e ridisegnare la mappa del Vicino Oriente.

I cosiddetti ribelli e le formazioni terroriste e separatiste, dei diversi fronti riconducibili prima ad Al Qaeda poi allo “Stato Islamico”, ampiamente armati, addestrati e finanziati in primo luogo da Stati Uniti, Europa, Turchia e petro-monarchie, sono stati la longa manus che ha consentito alle grandi potenze di condurre, per il loro tramite, questa aggressione. Ma i risultati sul terreno e l’intervento della Russia al fianco del governo siriano (e, ovviamente, a difesa dei propri interessi e delle proprie aree di influenza), facendo saltare i piani predisposti, hanno imposto alle potenze occidentali un’ingerenza sempre più forte.

Non solo quindi le operazioni di supporto ai “ribelli”, l’imposizione di sanzioni crudeli contro il popolo siriano e il provocatorio condizionamento dei tavoli negoziali, nel tentativo di piegare ai propri interessi un controverso e condizionato processo di pace, ma l’intervento militare diretto in concorrenza e scontro sempre più aperto con la Russia.

Il risultato è una “catastrofe umanitaria” di dimensioni gigantesche, morti e devastazioni, che la macchina della propaganda continua a motivare con la necessità di eliminare il “dittatore” Assad e con la lotta al terrorismo dell’ISIS, diventato un alleato troppo autonomo e scomodo per chi ne aveva favorito l’ascesa in funzione anti-Assad.

In questo contesto, è stata lanciata nei circuiti mainstream, ed è ora giunta anche in Italia, una mostra fotografica, «Nome in Codice: Caesar» che, mostrando immagini di vittime di abusi o di torture nelle carceri siriane, è stata recentemente presentata al Museo MAXXI di Roma, alla presenza, tra gli altri, di un ex ambasciatore degli Stati Uniti e di personalità politiche e istituzionali, già note per le posizioni e le iniziative da loro assunte a sostegno delle sanzioni, della rottura delle relazioni e dell’aperta ostilità al governo siriano.

Una mostra, l’autenticità delle cui foto è stata messa in dubbio da più parti e persino da Human Rights Watch, che non aggiunge nulla a ciò che già si può sapere o ritenere verosimile (abusi e violazioni gravi o gravissime nelle carceri siriane), che non offre alcun contenuto conoscitivo e che serve solo, per il modo stesso come è fatta, a “mobilitare le emozioni”, scatenando reazioni utili ai propositi di guerra, di destabilizzazione e di divisione della Siria.

Tornano alla memoria, fin troppo facilmente, le immagini posticce dei “neonati strappati dalle incubatrici” in Iraq e le falsissime fosse comuni della “strage di Račak” in Kosovo. Espedienti e manipolazioni, già serviti e sempre utili ad orchestrare campagne mediatiche, a mobilitare le coscienze per “compattare” il fronte interno, a determinare un emotivo “consenso” di guerra, ad alimentare lo sciovinismo militare e la riduzione al silenzio delle voci critiche, del dissenso anti-militarista e dell’opposizione alla guerra; costruite e lanciate ad orologeria per far fallire tavoli negoziali o far scattare il conto alla rovescia per imporre no fly zone e corridoi pseudo-umanitari, bombardamenti e sanzioni che, come ieri in Iraq, oggi stanno massacrando i siriani.

Una mostra promossa in Italia da Amnesty International Sezione Italia, Articolo 21, FOCSIV, FNSI, Unimed e Un ponte per… Tutte organizzazioni che dichiarano di impegnarsi per la pace, per i diritti e l’unione tra i popoli, da cui, proprio per questo, ci aspetteremmo uno sguardo obiettivo sullo scenario siriano e la denuncia dei crimini che il popolo siriano, in questo caso, ma i popoli in tutti i fronti di guerra subiscono da tutte le parti coinvolte. Eppure, in questa come in altre occasioni, si prestano alla propaganda degli aggressori mettendo la sordina alle efferatezze, alle responsabilità dell’Occidente e dei suoi alleati.

Ma è altrettanto grave che a patrocinare questa mostra sia il Comune di Napoli che ha autorizzato “l’utilizzo gratuito per fini istituzionali” di Castel dell’Ovo con l’obiettivo di promuovere “la costruzione di una consapevolezza sempre più diffusa della sistematica violazione dei diritti umani in Siria”. Ancora una volta il Sindaco De Magistris (e la sua giunta), che, occhieggiando a pezzi di movimento, non perde occasione per fare proclami demagogici contro i poteri forti e questo sistema che opprime i deboli e produce le guerre, che più di una volta ha dichiarato di voler fare della città di Napoli “la città di pace” e ponte tra i popoli, smentisce se stesso e si presta ad operazioni che quelle guerre e quel sistema rafforzano.

Dopo il Kosovo del 1999, l’Iraq del 2003 e la Libia del 2011, la Siria, grazie anche alla connivenza di costoro, è diventata un altro, tragico, capitolo della guerra umanitaria del nostro tempo: laddove i principi di non-ingerenza e non-aggressione, riconosciuti in teoria e solo quando fa comodo, hanno lasciato il posto all’interventismo dei “diritti umani” e all’esportazione di democrazia dietro cui si nasconde la volontà di dominio e di sfruttamento.

Chi intende veramente combattere contro la guerra in corso ha il dovere di protestare innanzitutto contro i propri governanti e le proprie istituzioni che sono, insieme con le altre potenze occidentali e la NATO,  i principali responsabili e fomentatori dello scontro in atto. Ha il compito di denunciare e non di sostenere la propaganda bellicista che si serve anche della promozione di operazioni come quella della mostra Caesar per le sue sporche mire imperialiste.

L’opposizione all’aggressione alla Siria non ha nulla a che fare con l’appoggio o con il sostegno, dichiarato o implicito, al governo  (peraltro, e fino a prova contraria, legittimo) di Assad, così come non lo fu nel caso di Saddam o di Gheddafi. I nostri alleati non sono i governi ma solo le masse sfruttate e oppresse che sono le prime vittime del militarismo e delle guerre. Proprio per questo bisogna contrastare chiunque, in nome di un sostegno alla “ribellione contro il dittatore”, si rende complice della manomissione e dell’intervento militare portati avanti in Siria dalle grandi potenze, che certo non hanno a cuore le sorti e le libertà di quel popolo.

Invitiamo pertanto tutti coloro che si sentono impegnati a contrastare la guerra ed il crescente militarismo ad isolare l’ignobile operazione propagandistica rappresentata dalla mostra “Nome in Codice: Caesar”.

Invitiamo quanti, in buona fede e nella convinzione di dare il proprio contributo alla lotta per la pace, fanno riferimento alle organizzazioni che promuovono questa mostra, a far sentire il proprio dissenso verso questa scelta ingiustificabile.

Dobbiamo batterci contro tutti gli interventi militari in atto denunciando le responsabilità dei nostri governanti e delle classi dominanti che affamano, distruggono e uccidono al solo scopo di sostenere i loro privilegi ed i loro profitti.

Diciamo No all’aggressione militare in Siria e chiediamo la fine delle sanzioni al popolo siriano.

Diciamo NO all’intervento militare italiano in Libia, Iraq e Afghanistan e chiediamo il ritiro delle truppe italiane impegnate in tutte le missioni all’estero.

Diciamo NO alle spese militari che continuano a crescere mentre si continuano a tagliare le spese sociali.

Per riprendere la discussione e l’iniziativa sulle tematiche dell’opposizione alla guerra e al militarismo

ASSEMBLEA

Mercoledì, 14 Dicembre, ore 17,00 c/o Aula Lo Russo in  via Mezzocannone, 16 – Napoli

Rete contro la guerra e il militarismo

Napoli, 08/12/16

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