Domenica 28 luglio a Ponte Galeria

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Ora e sempre NO TAV!!!!!

La legalità è lo strumento di chi detiene il potere, la legittimità è di chi con le proprie forze, con le proprie lotte difende la propria vita e il proprio territorio dalla devastazione e dal saccheggio. Chi lotta in Val di Susa lotta anche per noi, per la nostra possibilità di autodeterminazione, per la possibilità di decidere delle nostre vite e noi donne sappiamo che cosa significhi tutto questo. 

Solidarietà, condivisione, partecipazione! 

Ora e sempre NO TAV!!!!!

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Piccolo passo/2

Le riflessioni dell’estate

  Piccolo passo/2

[…] La maschera bianca è un percorso su un tema che riteniamo fondamentale nella fase attuale della lotta femminista. Abbiamo deciso di affrontare un nodo centrale dell’oppressione patriarcale di questo momento storico proprio perché siamo convinte che ogni momento che noi attraversiamo ha i suoi modi specifici di mettere in atto l’oppressione nei nostri confronti e il neoliberismo, infatti, ha una modalità precisa e specifica. Se non si affrontano gli snodi, cioè quei passaggi che caratterizzano il momento storico, si rischia di usare categorie di analisi e strumenti di lotta che appartengono a un periodo che non esiste più, a una società a cui continuiamo a fare riferimento ma che nei fatti è superata: stiamo attraversando un cambiamento epocale, una trasformazione socio-economica profondissima e se usiamo strumenti inadeguati, le lotte, paradossalmente,  non solo non sono incisive ma addirittura possono supportare il sistema di potere.

Di fatto è necessario ripartire dal “che cos’è il patriarcato” perché il patriarcato è un modello economico, tanto più nella strutturazione che ne ha dato il capitale. Esso prevede un nucleo produttivo gerarchizzato in cui vengono definiti in maniera precisa i ruoli sessuati, e ciò in vista di una produttività ottimale: perché questo di fatto è lo scopo (non è che il patriarcato si diverte a distribuire oppressione a destra e a manca così per gioco). Il ruolo maschile è dominante, quello femminile subordinato.

A questa configurazione fondante che si è strutturata nel capitalismo, il capitalismo neoliberista ha apportato delle varianti, perché anche il capitale si modifica e anche il capitale si pone nel suo percorso di autoespansione in modi diversi.

Le lotte di classe e quelle femministe degli anni ’60 e ’70 da un lato e la ridefinizione degli assetti capitalistici dall’altro hanno portato dei cambiamenti nello specifico dell’oppressione di genere attraverso l’emancipazionismo. Le donne hanno conquistato la possibilità del lavoro all’esterno e sono state quindi investite anche del lavoro produttivo, ma non per questo sono state sgravate da quello riproduttivo e di cura; anzi, la scelta neoliberista dello smantellamento dello stato sociale provoca uno sfruttamento doppio in quella che Silvia Federici definisce una «nuova accumulazione primaria».

Il neoliberismo ha la caratteristica di porsi, con l’ipocrisia senza confini che lo definisce, come una società che tutela i diritti umani, quelli delle donne, quelli delle diversità sessuali, come una società “antirazzista, antisessista, antifascista”, tollerante, includente, democratica. Attraverso il politicamente corretto, poi, porta avanti tutta una serie di modalità di approccio al sociale che dovrebbero garantire la migliore società possibile.

Questo percorso di analisi lo abbiamo intitolato «la maschera bianca» perché tra le costruzioni che riguardano la razza e il sesso c’è un rimando continuo, e molto simili sono i meccanismi che a queste due matrici di oppressione fanno capo. Ci sono delle connessioni strettissime tra l’integrazionismo che caratterizza la relazione con le immigrate e gli immigrati e l’emancipazionismo, meccanismo fondante del rapporto che la struttura neoliberista instaura con le donne.

In questo parallelo tra la modalità di porsi del neoliberismo nei confronti delle immigrate e degli immigrati e la modalità di porsi nei confronti delle donne abbiamo trovato un supporto molto utile nelle analisi di Colette Guillaumin, femminista materialista francese che ha portato avanti dagli anni ’70 degli studi estremamente importanti sul razzismo e il sessismo e sugli stretti legami tra le modalità proprie di queste oppressioni.

Le razze non esistono: sono fatti sociali, non realtà.

Di fatto, è il razzismo come ideologia che produce la nozione di razza e non la razza che produce il razzismo; e le razze come i sessi, essendo costruzioni sociali, sono una forma di ideologia ancorata ad una naturalizzazione dei fenomeni sociali.  

Prima di tutto vengono individuate delle caratteristiche di alcuni gruppi e queste caratteristiche vengono definite come naturali e definendole come naturali si nascondono, chiaramente, quelli che sono invece i percorsi socio-economici che le hanno definite.

Guillaumin parla di «marchi»: il marchio è la base della classificazione dei gruppi umani e li pone in un ordine gerarchico che a sua volta è basilare per la formazione dell’ideologia razzista. La prima forma di marchiatura serviva a rendere visibili le forme di relazione tra i gruppi sociali. Per esempio possono avere questa funzione determinati vestiti, ma anche marchi indelebili fatti direttamente sul corpo, come i marchi che venivano messi agli schiavi e alle schiave e ai deportati e deportate. Nell’Ottocento, invece, si passa ad un marchio così detto naturale, cioè che qualifica come naturali le caratteristiche dei gruppi sociali, volendo quindi occultare le vere relazioni sociali, e offuscando il legame di subordinazione.

Il legame tra il razzismo e il sessismo è molto stretto perché è l’individuazione di caratteristiche che provoca il concetto di differenza.

Le donne diventano un gruppo per differenza.

Il maschio non viene nominato mai. Il maschio occidentale non viene nominato mai perché lui è, esiste, è già, è di per sé; le donne vengono nominate in quanto donne perché non sono quello che esiste in virtù di un assunto dato. E così anche per la razza: il bianco è, non viene nominato, gli altri appartengono alla gente di colore.

Poi entra in ballo la legge e il conseguente concetto di legalità, che tanto si è radicato nel comune sentire di questa fase neoliberista, codifica tutto quello che abbiamo detto finora. Così, come dice Colette nella citazione che abbiamo riportato in apertura, «il carattere “naturale” (la razza, il sesso) essendo divenuto una categoria legale, interviene nei rapporti sociali come tratto costrittivo e imperativo».

Ancora, a proposito dei legami tra sessismo e razzismo, un passo di Etienne Balibar del 1988: «in altri termini ciò che accade non è che camminano in parallelo un razzismo etnico e un razzismo sessuale o sessismo, ma piuttosto razzismo e sessismo funzionano insieme, in particolare un razzismo presuppone sempre un sessismo».

In effetti, tra uomini e donne si è sviluppata storicamente un’asimmetria. Senza entrare nei modi e nei termini di questa, vogliamo ora solo notare che è un’asimmetria per cui le donne sono “differenti” dagli uomini, mentre gli uomini non sono “differenti”, gli uomini sono. La differenza sessuale è stigma di un antico rapporto di dominio e di sopraffazione, è l’emblema dell’ideologia naturalizzante dei rapporti sociali tra i sessi.

A questo punto è importante introdurre una nota.

Il razzismo, come il sessismo, non si presentano sempre sotto le stesse vesti, cambiano a seconda di come lo ritiene opportuno la società in cui siamo infilate, in questo caso cambiano a seconda di come ritiene utile il neoliberismo.

Sempre da Colette Guillaumin: «mentre l’idea di una barriera somatica rappresenta un tipico, non ambiguo, credo razzista» cioè quello è nero, è fatto così, è fatto colà, «c’è una certa ambiguità nel parlare astrattamente di differenze culturali noncuranti delle relazioni attraverso le quali i gruppi coinvolti vengono costituiti. Sotto certi aspetti questo trend antirazzista moderno rappresenta soltanto una continuazione dell’atteggiamento razzista tradizionale»[…]

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Cardini da smontare

Questa nostra lotta è la lotta di chi
non vuole più servir
di chi è ormai cosciente della forza che ha
e non ha più paura del padrone
di chi vuol trasformare il mondo in cui
viviamo
nel mondo che vogliamo
di chi ha ormai capito che è ora di lottare
che non c’è tempo di aspettare

Canzoniere pisano,1971

“Cardini da smontare”

Note a partire dallo sgombero di stamattina a Primavalle, qui a Roma.

Siamo convinte che in qualsiasi tipo di lotta sia necessaria una visione strategica, sia necessario porsi il problema di smontare i momenti fondanti del neoliberismo e questo significa impostare lotte politiche. Questa mattina c’è stato lo sgombero di un fabbricato occupato a Primavalle, l’ex scuola in via Cardinal Capranica. Non è una novità, gli sgomberi di stabili occupati, abitativi e/o sociali, sono stati la norma per anni in questa città sotto la gestione del PD e collaterali. Quindi niente di nuovo sotto il sole. E’ una problematica che non può essere affrontata da un punto di vista umanitario, né questa né quella sull’immigrazione, né quella sulla precarietà delle esistenze…né tutte le altre ancora.  E’ necessario smontare i cardini su cui è ancorata l’impossibilità di diffondere e difendere le occupazioni vale a dire la legalità, la non violenza, la delega. Perché diffondere e difendere le occupazioni è frutto di un rapporto di forza che non può essere basato  su un posizionamento pietistico ma sulla consapevolezza della differenza tra sfruttatore e sfruttato, dominante e dominato, oppressore e oppresso. Il paradigma del diritto va completamente ribaltato, non è una questione di diritti, è una questione di riprendersi quello che ci appartiene, che è già nostro e ci è stato sottratto. La legalità non è altro che la mistificazione dei rapporti di forza e la loro traduzione in norme che i subalterni sono costretti ad osservare pena la condanna sociale e penale. Smontare quindi il paradigma della legalità a cui è strettamente legato quello della non violenza è un passaggio necessario, fondante e imprescindibile di qualsiasi lotta si voglia portare avanti. Ma smontare il feticcio della legalità comporta diffondere disubbidienza civile in tutti gli ambiti, dal non pagare i biglietti dell’autobus al non pagare le multe, dal rifiutarsi di pagare tasse e gabelle alla rifiuto del controllo attraverso i tornelli, le impronte digitali…l’elenco è talmente lungo che non si sa da dove cominciare e dove finire, ma una cosa è certa: su tutto questo non c’è neppure una parvenza di inizio di lotta. 

Questo è uno stralcio della prima pagina di Lotta Continua dell’11 dicembre del 1970 perché la storia e la memoria sono uno strumento potente per il presente e per ricordare sempre che solamente noi stesse/i possiamo e dobbiamo farci carico della nostra liberazione. 

  […]

  • in questa società schifosa che distrugge la voglia di vivere, l’intelligenza delle masse, la natura
  • in questa società schifosa che vive dello sfruttamento di milioni e milioni di uomini, donne, bambini e vecchi da parte di un pugno di padroni bastardi
  • in queste città trasformate in galere dove tutto: la fabbrica, il quartiere , la caserma, la scuola, l’asilo è contro i proletari, contro la loro volontà di crescere, sviluppare la propria forza, conoscere, imparare collettivamente
  • in queste città razziste dove tutto divide gli sfruttati, gli uomini dalle donne, i genitori dai figli, i proletari emigrati dai locali, gli operai dagli studenti

in queste città

SIAMO TUTTI STRANIERI, SIAMO TUTTI EMIGRATI

Tutto ciò che esiste, l’intera società, la ricchezza delle nazioni, l’abbiamo costruito noi, è il prodotto del nostro lavoro sfruttato, della nostra miseria. E’ TUTTO NOSTRO!

PRENDIAMO TUTTO, PRENDIAMO LA SOCIETA’, PRENDIAMOCI LA CITTA

Prendiamoci le case, le scuole, i trasporti, gli asili. Le piazze, le strade devono diventare i luoghi in cui riconoscerci, unirci, discutere, decidere e lottare. Impariamo a vivere in un modo nuovo: impariamo ad odiare i nostri nemici e ad essere solidali con i nostri compagni. […]

Perché noi Vogliamo la luna!

Le coordinamente

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Da S’IdeaLibera/Tutta la nostra solidarietà

Tutta la nostra solidarietà e vicinanza alle compagne e ai compagni di Nuoro, Sassari e a S’IdeaLibera con cui abbiamo condiviso riflessioni, pensieri e idee. 

Le compagne della coordinamenta

Riflessioni a freddo (nonostante il caldo) sulle ultime perquisizioni in Sardegna.

A distanza di qualche giorno dalle perquisizioni che hanno coinvolto alcuni compagni di Nuoro, Sassari e il nostro spazio, vorremmo condividere alcune brevi riflessioni su quanto è accaduto, riflessioni nate dalle discussioni interne al Collettivo, che rappresentano quindi il nostro piccolo punto di vista. Innanzitutto pensiamo che tutto ciò che accade, a noi e intorno a noi, possa essere usato come spunto per la discussione e il confronto politico, un modo per mantenere vivo il dibattito e per affrontare in modo consapevole la realtà che ci attornia. Quindi speriamo che queste righe rappresentino un’occasione per riflettere su repressione e solidarietà.

Per prima cosa vogliamo esprimere la nostra vicinanza alle altre compagne e compagni che con noi hanno ricevuto la perquisizione. In secondo luogo vogliamo ringraziare le tante persone e realtà che hanno prontamente espresso la loro solidarietà e che abbiamo sentite vicine a noi.

Chi ci conosce sa bene che da sempre il nostro Collettivo si è occupato di lotta al carcere e alla repressione, in tante occasioni abbiamo manifestato la nostra solidarietà a chi veniva inquisito e rinchiuso. Di recente abbiamo cercato nel nostro piccolo di portare oltre le mura delle sezioni di alta sicurezza le voci delle compagne e dei compagni in sciopero della fame, perché sentivamo la loro lotta come la nostra, le loro pratiche come le nostre.

La composizione del Collettivo è da sempre eterogenea, riunendo e facendo dialogare visioni e pratiche diverse ma accomunate dal desiderio di rovesciare l’esistente. Quindi la logica dei colpevoli/innocenti e delle pratiche buone/pratiche cattive non è mai stata la nostra, anzi la abbiamo sempre osteggiata, non solo perché espressione della visione statale contro cui lottiamo, non solo perché manipolabile dallo Stato nelle famigerate pratiche di divisione dei movimenti, ma soprattutto perché riconosciamo l’importanza di fare nostre pratiche diverse tra loro. Sentiamo ugualmente importanti le iniziative di controinformazione, i cortei, i volantinaggi, le azioni dirette ecc. Insomma, penna o sasso sono per noi entrambi validi strumenti di lotta contro le varie forme di saccheggio dei territori, di annichilimento delle persone e di oppressione dei popoli. Riconosciamo le nostre diversità politiche, la diversità delle pratiche che proponiamo, ma ci sentiamo parte di un’unica comunità in lotta. Ecco perché pensiamo che nei momenti in cui lo Stato bussa alla nostra porta, a quella dei nostri compagni e compagne nell’isola così come di quelli oltre mare, sia importante manifestare la nostra solidarietà rivendicando pari dignità e pari forza alle diverse pratiche con cui lottiamo.

Questi ultimi anni ci stanno offrendo tante occasioni per capire come per lo Stato non vi sia differenza se appendi uno striscione, se interrompi un’esercitazione, se attacchi un manifesto o se metti dei granelli di sabbia negli ingranaggi di questa assurda macchina che ci controlla e ci sfrutta. Per lo Stato sono tutte espressioni di “insubordinazione” di chi non accetta i confini in cui ci vorrebbero relegare. Ebbene, non fa differenza neanche per noi e queste pratiche le rivendichiamo tutte nostre. La repressione, quindi, ci offre una grande opportunità: urlare a gran voce ciò che rivendichiamo, tracciare un solco profondo tra la logica del dividi et impera e la logica della solidarietà. Non ci sentiamo vittime di questo sistema: siamo semplicemente dall’altra parte della barricata e questo comporta necessariamente diventare bersaglio della repressione. E’ parte del gioco che abbiamo accettato di intraprendere. Riteniamo quindi importante, anche in occasioni come questa, rilanciare la posta in gioco, non solo mettendo in luce i meccanismi con cui lo Stato persegue i “fuori dal margine”, ma anche rivendicando la nostra differenza, il nostro cercare, pur con tante contraddizioni, di non accettare l’inaccettabile, di non smettere di immaginare e lottare per una terra libera.

Tante pratiche, un’unica lotta.

Collettivo S’IdeaLibera

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La Parentesi di Elisabetta del 10/7/2019

“I CPR non sono un problema umanitario, sono una questione politica”

[…] 7. Il questore, avvalendosi della forza pubblica, adotta efficaci misure di vigilanza affinche’ lo straniero non si allontani indebitamente dal centro e provvede a ripristinare senza ritardo la misura nel caso questa venga violata.

8. Ai fini dell’accompagnamento anche collettivo alla frontiera, possono essere stipulate convenzioni con soggetti che esercitano trasporti di linea o con organismi anche internazionali che svolgono attivita’ di assistenza per stranieri.

9. Oltre a quanto previsto dal regolamento di attuazione e dalle norme in materia di giurisdizione, il ministro dell’Interno adotta i provvedimenti occorrenti per l’esecuzione di quanto disposto dal presente articolo, anche mediante convenzioni con altre amministrazioni dello Stato, con gli enti locali, con i proprietari o concessionari di aree, strutture e altre installazioni, nonche’ per la fornitura di beni e servizi. Eventuali deroghe alle disposizioni vigenti in materia finanziaria e di contabilita’ sono adottate di concerto con il ministro del Tesoro. Il ministro dell’Interno promuove inoltre le intese occorrenti per gli interventi di competenza di altri ministri.

Legge N.40/1998 Turco-Napolitano/ Art.12 commi 7,8,9

 

Di CPR si muore! lo sappiamo ormai da tanti anni. Di detenzione amministrativa si muore.  L’ultima vittima di una lunga serie è un ragazzo morto qualche giorno fa nel CPR di Torino. Al di là delle prese di posizione partecipative e dei cori umanitari ci sono due elementi di riflessione che dovrebbero essere fondanti nell’analisi. Da una parte la gente, ma anche gran parte della sinistra antagonista, sembra non rendersi conto che la detenzione amministrativa non è un problema di migranti, è un problema che riguarda tutti e tutte. Lo Stato si è arrogato il diritto di rinchiudere dentro dei campi di internamento delle soggettività che non sono gradite perché “irregolari”. Ma l’irregolarità può essere decretata per qualsiasi cosa, chiunque potrà essere internato per una condizione e non per qualche cosa che ha commesso, non per un reato. Non sarà quindi giudicato da un tribunale, non potrà difendersi da un’accusa, la decisione è amministrativa e riguarda solo quello che sei in quel momento. E’ un principio che chiarisce e inquadra il rapporto tra potere e sudditi, che definisce la società neoliberista per quello che è nella sostanza, una società improntata su principi nazisti. Lo strappo rispetto al diritto borghese così come noi lo conoscevamo è stato attuato con la Legge Turco -Napolitano n. 40 del 1998 e questo dovrebbe essere più che sufficiente per sotterrare sotto una valanga di risate le esternazioni che adesso va facendo  la socialdemocrazia riformista. Si. una valanga di risate, perché un abisso di indecenza non può ottenere altra risposta. 

Dall’altra parte c’è un coinvolgimento molto  forte di molte strutture sociali e ambienti lavorativi, oltre alle varie polizie, nella gestione dei CPR e del corollario che prima e dopo li accompagna. C’è chi cura la parte documentaria e amministrativa, chi rastrella, chi controlla, chi pulisce, chi fornisce, chi gestisce, chi supervisiona, chi stende statistiche e progetti, chi dovrebbe curare, chi dar da mangiare, chi cambiare le lenzuola. Continue reading

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La pienezza/Note a partire dall’Operazione Scintilla/Parte sesta

La pienezza/ Note a partire dall’operazione Scintilla/Parte sesta

Macerie

Dopo mesi concitati, nel tentativo di dare una degna risposta allo sgombero dell’Asilo e all’arresto di sei compagni e compagne, nel tentativo di mantenere viva la voglia di lottare in questa città, ci prendiamo ora il tempo di fare alcuni ragionamenti su questo teorema inquisitorio partorito dalla Questura, fatto proprio dalla Procura e avvallato da una GIP. Un teorema che per il momento non ha retto il primo impatto con il Tribunale del Riesame, dopo tre mesi sono infatti usciti dal carcere cinque compagni, ma che costringe ancora Silvia tra quelle mura e in condizioni di detenzione particolarmente afflittive.

A indagini ancora aperte vale la pena spendere sopra queste carte qualche parola, tra le altre cose perché contiene alcune indicazioni che sono il segno dei tempi su come costringere certi anarchici al silenzio, seppur non del tutto nuove. Già quindici anni fa infatti si poteva leggere in un libretto, dal titolo ‘L’anarchismo al bando’, di come le strategie repressive mirassero a “togliere agli anarchici ogni possibilità di agire in gruppi di più persone articolando anche alla luce del sole il loro intervento, proprio in quanto finalizzato all’insurrezione generalizzata”.

Questo lavoro di analisi uscirà a puntate, una alla settimana, che si concentreranno su alcune specificità dell’operazione Scintilla e della lotta contro i Centri di detenzione per immigrati. A scriverle sono alcuni compagni, alcuni imputati e indagati in quest’inchiesta, altri no, che nel corso degli anni si sono battuti contro la detenzione amministrativa.

La pienezza 

Le lotte reali sono un fatto sociale, e quindi anche la lotta contro la reclusione amministrativa dei senza-documenti non è una sfida a singolar tenzone contro lo Stato lanciata da un manipolo di sovversivi. Come tutte le lotte reali procede per alti e bassi, è fatta di iniziative individuali e collettive, dentro e fuori i Centri, ed è per questo che il tentativo di ricondurre il tutto al disegno criminoso di un’associazione sovversiva non può che risultare una forzatura. Le raffinate e alquanto noiose menti della Questura non hanno saputo fare di meglio che descrivere un fantomatico “progetto criminoso” composto di ancora più improbabili fasi: dall’epoca dei proclami incendiari di cui I Cieli bruciano sarebbe la punta di diamante nonché il vero “documento programmatico” si è passati alle azioni violente e infine si è ripiegati sull’istigazione alle rivolte dei reclusi. Il linguaggio farraginoso della Procura non può minimamente sfiorare la realtà di una lotta complessa e variegata, tutt’altro che consequenziale, sia nelle persone che vi hanno partecipato sia nelle azioni e iniziative messe in campo negli anni. Una lotta che ha avuto il suo picco distruttivo a cavallo tra 2011 e 2012, quando la capienza dei centri in tutta la penisola era ai minimi storici e si iniziava a ipotizzare la loro reale scomparsa, cosa che la controparte non ha minimamente considerato, a riprova dei reali intenti che persegue e della narrazione che le fa comodo utilizzare. Il linguaggio della Procura, come in tante altre inchieste anche molto recenti, non solo piega la descrizione di una lotta ai propri scopi ma anche quella del gruppo stesso di compagni che l’hanno portata avanti: “l’azione degli associati, rimasta celata dietro la mera attività contestativa e appunto sociale della matrice di appartenenza, si è di fatto sviluppata ed evoluta ponendosi a metà strada tra l’insurrezionalismo sociale e quello più propriamente lottarmatista” – “azione celata dietro attività pubbliche e cosiddette sociali”.

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Piccolo passo/1

Le riflessioni dell’estate

A settembre presenteremo la nostra nuova autoproduzione “QUATTRO PASSI/Note sul femminismo nella fase neoliberista del capitale”, ma intanto per questa estate pubblichiamo dei piccoli passi , un pezzetto un po’ qua e un po’ là di quello che poi ci troverete dentro e di cui vorremmo discutere con voi!

Piccolo passo/1

[…La peculiarità della nostra stagione, che coincide con il neoliberismo, è caratterizzata dal dato che il capitale è reale, cioè totale, e pertanto è un rapporto sociale globale che occupa tutto il territorio del vivere. Il movimento femminista è movimento di decolonizzazione del quotidiano patriarcale ed è un processo sociale che non può essere ristretto negli steccati dell’emancipazione. E’ un processo che non può essere arrestato né in punto né in una fase storica determinata: è per questo che è stato conferito alle patriarche e alla socialdemocrazia il compito di deviarlo e rimandarlo.

Il patriarcato assunto nella forma Stato organizzata dal neoliberismo frammenta e parcellizza nell’ambito di interessi parziali e corporativi l’esigenza di libertà che è di noi tutte e, con noi, di tutti i segmenti della società oppressi.

La sfida per il movimento femminista è di realizzare un progetto antagonista che si misuri con la globalità dell’oppressione di genere e con la critica al vivere quotidiano: il patriarcato di oggi, infatti, assunto dal neoliberismo in una reciprocità di azioni e di intenti, si è costituito a tutto campo come metabolismo sociale.

E’ necessario, quindi, recuperare la critica al quotidiano, al quotidiano patriarcale, nella sua attuale forma specifica in un mondo nel quale tutto è diventato merce. Ciò che nel dominio formale occupava la sfera della produzione ora occupa tutta la sfera del vivere. In questo contesto le subalternità e le differenze devono confrontarsi con un codice, unico totale e totalitario, in cui si stabiliscono ruoli, figure e funzioni, mortificando e reificando le relazioni sociali, sentimentali e affettive.

È pertanto nodale, in questa stagione, scontrarsi con il patriarcato inteso come rapporto sociale, socializzare lo scontro e riannodare la solidarietà rivoluzionaria di noi tutte, solidarietà che passa, mai come ora, attraverso lo smascheramento delle pratiche di svendita e del loro ruolo, ma anche attraverso la comprensione dei meccanismi di collocazione delle soggettività colluse. Il patriarcato è diventato più forte perché il movimento femminista non è stato in grado di rivelare e di opporsi a queste pratiche e alle sue derive. E però, il fatto che il movimento femminista debba confrontarsi con le letture false e manipolate che se ne danno, e con la correità di chi tramite esso ha ottenuto una promozione sociale, non significa che il femminismo non abbia più un progetto sociale implicito.

Il femminismo è sempre sintesi della critica alla quotidianità imposta dal patriarcato ed anche di quella al capitale inteso come dominio globale; è rottura con il neoliberismo patriarcale che si è fatto metabolismo sociale. È movimento di liberazione teso alla libertà di spazi, di tempi, di ricchezza, è un programma sociale di liberazione da questa società, dal mondo delle merci, dai ruoli assegnati, dai compiti assolti per autopromozione personale. È movimento contro i processi di naturalizzazione della società patriarcale che coinvolgono progressivamente interi settori del genere oppresso e ne sfruttano la partecipazione con l’obiettivo di mantenere nell’oppressione la stragrande maggioranza degli oppressi/e tutti/e: nell’ambito del genere è stata infatti veicolata la narrazione che vuole spacciare un miglioramento personale come un miglioramento generale. Una declinazione, questa, in salsa squisitamente femminile, del teorema secondo cui quella in cui siamo immersi è la società migliore o, in fine dei conti, il male minore, una società alla quale in ogni caso non esistono alternative.

Occorre da subito dare espressione sistematica, organizzata e soggettivamente motivata ai principi e agli ideali elaborati in modo diffuso, spontaneo, magari anche disorganico, dal movimento femminista, avendo chiaro che per conquistare la liberta è necessario innescare processi di liberazione la cui prospettiva è la distruzione, la rimozione di tutti i “ruoli sociali”, l’abolizione di tutte le classi.

Per il femminismo è oggi nodale riconoscere ed organizzare le proprie ragioni.

Mai come oggi è importante che il femminismo si riconosca come pratica storica, cosciente e organizzata della liberazione delle donne: come conquista di una vita mai vissuta. Il movimento femminista è stato ed è un’allusione potente ad un’altra vita.

Oggi è necessario aprire il dibattito per definire i percorsi di liberazione e le modalità in cui si possono esplicitare, magari attraverso una rete soggettiva, coordinata e coerente, che sappia anche rifiutare una sorellanza fittizia, falsa, formale e fuorviante che sempre più spesso inibisce la comprensione dei ruoli che ognuna sceglie di assolvere e dello spazio in cui ognuna, individualmente e/o collettivamente, sceglie di collocarsi.

Se in questi anni passati non avessimo lottato, collettivamente e singolarmente, non saremmo in grado di leggere questo percorso e di affermare queste esigenze.

Il femminismo in questo senso si misura con le contraddizioni prodotte dalla sua storia ma perché questa non diventi, ora e qui, la storia del patriarcato, perché non si perpetui la situazione in atto – quella di un femminismo senza femminismo dove l’apparente bontà delle ragioni nasconde la sostanza dell’operazione sottesa, cioè la riconsegna delle donne tutte alla subalternità infantilizzata della tutela dello Stato, facendole annegare nel patriarcato e nel neoliberismo – si deve riannodare al suo portato antagonista e alla sua aspettativa e al suo anelito di libertà…]

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Venerdì 5 luglio a L’Aquila

Qui potete trovare ogni notizia utile, ogni chiarimento e informazione

https://ciriguardatuttenoblogs.org/

Venerdì 5 luglio ci saranno le arringhe e la sentenza del processo per diffamazione intentato dall’avv. Antonio Valentini (difensore, in un altro conosciutissimo processo per stupro, del militare Francesco Tuccia) contro tre donne.

Per prenotare un posto in pullman, scrivere a ciriguardatutte@inventati.org

Assemblea romana Ci riguarda tutte

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Un coup de dés/da Silvia, Natascia, Anna

Un coup de dés – Comunicato fine sciopero della fame

Un coup de dés

Che la vita sia una partita a dadi contro il destino lo scrisse un poeta, che agli anarchici piaccia giocare lo sappiamo. Una prima partita l’abbiamo conclusa. Un mese per tastare il terreno ed annusare i confini della gabbia, un mese di sciopero della fame per far capire che siamo materiale difficile da inscatolare.
Al trentesimo giorno sospendiamo con il proposito di tornare con maggior forza. Un primo bilancio positivo è nella solidarietà viva, spontanea, immediata dentro e fuori le carceri, che ha sollevato chiaro e forte il problema.
Da dentro: un mese in sciopero anche Marco e Alfredo in AS2 ad Alessandria e Ferrara, a cui si è aggiunta Natascia al suo arrivo a Rebibbia e con cui abbiamo proseguito una volta arrivata qui, poi altri compagni, Stecco, Ghespe, Giovanni, Madda, Paska e Leo.
Da vicino: abbiamo sentito le battiture dal 41bis femminile e maschile aquilani, musica che rompe il silenzio di questa fortezza montana e a cui abbiamo risposto e continueremo a rispondere finché dureranno, solidali con quante e quanti subiscono da anni sulla propria pelle questo regime infame.
Da fuori: azioni dirette, incursioni informative, azioni di disturbo in giro per l’Italia e nel mondo hanno fatto da megafono a qualcosa che non è un gioco: differenziazione carceraria, circuiti punitivi, affinamento delle strategie repressive, in chiave anti-anarchica e non solo. Non è nulla che non conoscessimo e manteniamo la consapevolezza che dentro come fuori le scintille pronte a propagarsi sono ovunque, questo ci dà forza e determinazione.
È solo un inizio che speriamo sia stato un’iniezione di fiducia nelle potenzialità e nella forza che portiamo, dentro e fuori, con noi.

L’Aquila, 28 Giugno 2019
Silvia, Natascia, Anna

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La Parentesi di Elisabetta del 3/7/2019

Il <giallo >del 5G

La tecnologia non è neutrale, la scienza nemmeno. Non solo l’uso che viene fatto delle innovazioni e delle scoperte tecnologiche risponde alle esigenze e ai desiderata di chi detiene il potere, ma anche gli input alla ricerca e il tipo di ricerca e le sue modalità sono il frutto dei voleri e dell’impostazione del modello socio economico. Allo stesso tempo è impossibile fermare questo tipo di percorso. E’ sempre stato impossibile. Dall’aratro al cavallo di ferro, come chiamavano il treno i nativi d’America, dall’arco con le frecce alla polvere da sparo. Certo da un po’ di decenni a questa parte lo sviluppo tecnologico si sta dimostrando così vertiginoso che lo stesso essere umano che lo produce ha difficoltà a tenerne il passo. Il modello economico capitalista incentrato sul profitto ha fatto sì che il binomio ricerca/profitto desse degli esiti disastrosamente superiori ad ogni aspettativa.

E adesso è la volta del 5G, il nuovo sistema di comunicazione ultra veloce, di quinta generazione appunto.

Che cos’è il 5G?

Il 5G non è solo una rete per la telefonia mobile, dove transitano voce e dati. Il 5G sarà fino a 20 volte più veloce della attuale rete 4G. Tutta questa potenza, permetterà di trasformare l’infrastruttura in un «hub», ossia un «centro», tramite il quale si potranno comandare moltissimi oggetti «smart».

L’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e quella aumentata, la robotica, l’Internet of Things e la sensoristica sono quindi solo alcuni dei settori interessati dall’avvento del 5G. Il 5G, per esempio, fornirà la tecnologia necessaria per permettere a bus, taxi e automobili in genere di arrivare alla destinazione prefissata senza avere nessuno alla guida, L’attività di chirurghi e medici potrà essere supportata da robot. Sarà possibile comandare una intera catena di montaggio robotizzata.

Lo sviluppo di sensori, telecamere e dispositivi connessi tra loro (in gergo «Iot») sta cambiando anche impianti di produzione, porti e magazzini, comunicando in modo integrato su un’unica infrastruttura di rete <intelligente>. Gli ambiti di applicazione della tecnologia 5G sono dunque i più disparati, ma c’è un denominatore comune: far viaggiare e scambiare in tempi velocissimi enormi quantità di informazioni in formato digitale a distanza. Continue reading

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Patriarche: Cristine Lagarde e Ursula von der Leyen

Patriarche

Cristine Lagarde e Ursula von der Leyen sono state nominate rispettivamente alla guida della Banca Centrale e della Commissione Europea.

La prima è l’attuale direttrice del Fmi, la seconda è il ministro della Difesa della Germania.

   

Cristine Lagarde                                                Ursula von der Leyden

Una nuova griglia, oggi, ricostruisce la dimensione simbolica, politica, sociale del patriarcato, nascosta dietro l’attenzione alle donne. E’ in questo contesto che nascono le Patriarche, nuova classe dirigente, che condanna all’odio e al silenzio chi non si intruppa, mentre si estende sempre di più la fascia delle donne intimidite,impoverite, disoccupate, emarginate.

Le Patriarche, volutamente prive di qualsiasi legame con la realtà, adepte della cultura neoliberista, ne hanno abbracciato i principi e i valori e hanno i loro punti di riferimento esclusivamente nel presente così come si è imposto, hanno interiorizzato i valori di questa società e scelgono con gran cura i propri maestri e professori. Se una è fuori dal serraglio e dal clan sarà sistematicamente negata, mentre verrà elevato al rango di guida chiunque appartenga a quel mondo di manipolazione e di occultamento che si può definire il trionfo dell’ideologia neoliberista nella società in tutte le sue articolazioni.

La loro forza è di fornire un paravento dietro il quale la società patriarcale e neoliberista può nascondere i propri obiettivi reali quali l’inasprimento della disoccupazione, la precarizzazione della vita, le crescenti diseguaglianze, le guerre umanitarie, il ruolo di cura da cui dicono di essere affrancate e in cui viene prepotentemente confermata la stragrande maggioranza delle altre donne. Poiché questi obiettivi sono inconfessabili, si veicolano come emancipazione, come transizione, che dovrebbe condurre alla nostra liberazione così come nella società il neoliberismo viene presentato come “moderno”.

E’ necessario, proprio per questo, tracciare una linea imprescindibile di rottura tra le donne che si sono messe al servizio del potere e che supportano e propagandano la scala di valori e le scelte neoliberiste e la restante stragrande maggioranza delle donne che queste scelte le subisce.

I motivi della lotta femminista sono ancora validi ed ancora più urgenti ed oggi abbiamo la consapevolezza che non dobbiamo fare i conti solo con i maschi, ma anche con le Patriarche.

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Gli strumenti di lotta al vaglio/Note a partire dall’operazione Scintilla/parte quinta

Gli strumenti di lotta al vaglio/Note a partire dall’operazione Scintilla/Parte quinta

Macerie

NOTE A PARTIRE DALL’OPERAZIONE SCINTILLA

Dopo mesi concitati, nel tentativo di dare una degna risposta allo sgombero dell’Asilo e all’arresto di sei compagni e compagne, nel tentativo di mantenere viva la voglia di lottare in questa città, ci prendiamo ora il tempo di fare alcuni ragionamenti su questo teorema inquisitorio partorito dalla Questura, fatto proprio dalla Procura e avvallato da una GIP. Un teorema che per il momento non ha retto il primo impatto con il Tribunale del Riesame, dopo tre mesi sono infatti usciti dal carcere cinque compagni, ma che costringe ancora Silvia tra quelle mura e in condizioni di detenzione particolarmente afflittive.

A indagini ancora aperte vale la pena spendere sopra queste carte qualche parola, tra le altre cose perché contiene alcune indicazioni che sono il segno dei tempi su come costringere certi anarchici al silenzio, seppur non del tutto nuove. Già quindici anni fa infatti si poteva leggere in un libretto, dal titolo ‘L’anarchismo al bando’, di come le strategie repressive mirassero a “togliere agli anarchici ogni possibilità di agire in gruppi di più persone articolando anche alla luce del sole il loro intervento, proprio in quanto finalizzato all’insurrezione generalizzata”.

Questo lavoro di analisi uscirà a puntate, una alla settimana, che si concentreranno su alcune specificità dell’operazione Scintilla e della lotta contro i Centri di detenzione per immigrati. A scriverle sono alcuni compagni, alcuni imputati e indagati in quest’inchiesta, altri no, che nel corso degli anni si sono battuti contro la detenzione amministrativa.


Gli strumenti di lotta al vaglio

Si dirà forse una sacra banalità al cospetto dell’occhio avvezzo alle dinamiche repressive: le carte tribunalizie che reggono l’operazione Scintilla si basano su tesi che dicono tanto sulla visione del mondo degli inquirenti, nulla di decifrabile invece delle tensioni individuali, dei ragionameni discussi e degli strumenti utilizzati da tanti compagni e compagne che negli anni hanno ruotato intorno all’Asilo occupato.
Si correrà allora qui il rischio dell’ovvietà, valutandolo poco in confronto ad alcune considerazioni e pratiche che nelle lotte si sono impreziosite e che, arcane a qualunque sbirro di divisa o di toga, possano essere carpite solo da coloro i quali desiderano vedere distrutti gli assetti sociali che stanno alla base dell’oppressione.


Come scritto in precedenza, l’argomentazione accusatoria che dovrebbe reggere la tesi dell’associazione sovversiva (Articolo 270 Codice penale ottobre 1930) è basata sul monitoraggio della lotta contro i Cpr (furono Cie) dal 2015, ammettendo che la detenzione amministrativa è un dispositivo strategico dell’ordine democratico dello Stato, e che di conseguenza lottare contro questa significa sovvertire sostanzialmente una delle colonne che reggono la baracca. Parole di carta che nel loro essere esplicite, pane al pane e vino al vino, smontano senza rima le orpellose teorie sull’essenza della democrazia postulate dai cavalieri della costituzione italiana e dagli accademici internazionali della simbiosi sociale. E sebbene questo intercettare telefonate e chiacchiere da caffè da parte di solerti poliziotti politici avesse lo scopo principale di catturare quanto più possibile riguardo ai Cpr, giocoforza al vaglio delle indagini è passata una mole gigante di conversazioni, a volte amicali, a volte più strutturate, sul funzionamento della politica, sugli aneliti di rivolta, su teorie e analisi patrimonio del pensiero rivoluzionario degli ultimi due secoli, quest’ultimo interpretato (o per meglio dire, presentato) dai fini inquirenti come interamente farina del sacco di alcuni compagni, e non come un’eredità, certo vivificata nelle vite di tanti e tante, ma di certo non un’invenzione di sana pianta.
Ci sarebbe da ringraziarli del complimento, ma ci si limita qui alla constatazione di una mistura di ignoranza abissale e strategia per portare tutti in galera. Nei vari taglia e cuci di conversazioni riportate nel faldone, infatti, alcune sono discussioni che sfiorano la teoria astratta, altre invece sono parole di compagni sottolineate per attribuire all’uno o all’altro gli strumenti della presunta associazione. Tra i principali vi sono Macerie – e storie di Torino -, Macerie su Macerie, i social, “il telefono delle espulsioni”.

Il blog è particolare oggetto di attenzione con una ridicola genealogia del dominio “autistici”, con la ricerca pedante degli autori degli articoli, con collegamenti automatici tra notizie pubblicate e attribuzione dei fatti in queste riportate; la trasmissione di Radio Blackout raccontata come mezzo oscuro di finalità di propaganda del gruppo, i social con i presunti possessori delle credenziali di accesso, e poi ancora il telefono per mantenersi in contatto con i detenuti del Cpr, con i suoi vari gigabyte di chiamate in cui da entrambi i capi dell’apparecchio emerge l’odio per quella schifosa prigione e per le condizioni becere al suo interno, poste dagli agenti come questioni che non è lecito emergano alla luce del sole. Continue reading

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Tutto il laboratorio postvittimista!

Visto l’interesse che ha suscitato e di cui siamo molto contente, pubblichiamo integralmente il laboratorio postvittimista di Nicoletta Poidimani

http://www.nicolettapoidimani.it/?page_id=337

Da vittime a soggetti. Laboratorio (pubblicato l’8 novembre 2013,  aggiornato il 25 novembre 2013 e il 23 marzo 2014)

Quella che segue è la sintesi di un laboratorio che da oltre un anno sto portando in luoghi molto differenti tra loro, dalle università a situazioni di movimento. L’obiettivo è quello di fornire strumenti critici che permettano di individuare alcuni dispositivi vittimizzanti per decostruirli in prospettiva postvittimista.

Nella prima parte del laboratorio si analizzano i dispositivi di costruzione sociale dei due generi, femminile e maschile, per poi porre una particolare attenzione al ruolo svolto dalle immagini vittimizzanti nel “naturalizzare” la contrapposizione uomo>forte/donna>debole (aspetto, questo, su cui qui non mi soffermo, rimandando al mio Oltre le monocolture del genere). Viene poi proposta una galleria delle immagini più ricorrenti che accompagnano gli articoli dei giornali on-line su casi di violenza contro le donne o che sono state utilizzate in campagne antiviolenza anche internazionali, rilevando il processo di indebolimento delle donne veicolato e rafforzato da queste rappresentazioni. Si mostrano, successivamente, alcuni esempi di immagini e campagne non vittimizzanti, rilevando come la stragrande maggioranza delle immagini utilizzate corrisponda al primo gruppo, mentre è assai raro trovarne del secondo.

La seconda parte del laboratorio si svolge in gruppi; ciascun gruppo deve individuare una tematica riguardante una delle innumerevoli forme di violenza maschile contro le donne e costruire una campagna di taglio postvittimista elaborandone slogan ed immagini. Dopo di che ciascun gruppo presenta la propria campagna e se ne discute collettivamente.

Ovviamente questo laboratorio è copyleft e auspicabilmente riproducibile; chiedo solo che se ne nomini, per correttezza, l’ideatrice…

Dopo anni di paziente lavoro da parte delle donne, il termine femminicidio è entrato a far parte del linguaggio mediatico. Ma, d’altra parte, non è cambiata la rappresentazione delle bambine, delle ragazze e delle donne di tutte le età contro le quali cui è indirizzata la violenza. I giornali on line, ad esempio, quando scrivono di casi di abusi/violenze domestiche/violenze sessuali, spesso accompagnano il testo con immagini oggettificanti e vittimizzanti.

Tali immagini, esattamente come quelle utilizzate nelle pubblicità, nella stragrande maggioranza dei casi rappresentano parti del corpo e solo di rado il corpo intero, per altro con il volto nascosto – dalle mani o da altro.

Queste rappresentazioni, così come i contenuti degli articoli stessi, intrisi di morboso voyeurismo, sortiscono come effetto l’indebolimento delle donne stesse. 
Il medesimo dispositivo viene spesso riproposto anche nelle campagne antiviolenza.

Se il modo in cui le donne vengono rappresentate è lo specchio della società in cui si vive, occorre distruggere queste rappresentazioni per liberare l’immaginario e mettere in atto un mutamento radicale nella relazione con noi stesse e tra generi. Anche cominciando a rappresentare la nostra forza di reagire possiamo sviluppare la fiducia in noi. Proviamo, allora, ad avventurarci in un percorso che ci fornisca strumenti critici per analizzare i processi socio-culturali di indebolimento delle donne ed affrontare la violenza contro le donne da una prospettiva post-vittimista, con una particolare attenzione alle strategie di empowerment – inteso come processo continuo di sviluppo di competenze e capacità e di recupero dei nostri saperi e desideri.

Mostrerò, ora, alcune tra le più frequenti immagini vittimizzanti utilizzate dai media on line e dalle campagne antiviolenza. L’uso ricorrente di queste immagini rischia di rendercele, in qualche modo, quasi familiari, ma vederle tutte in una volta ne rovescia l’effetto, rompendo la consuetudine, e le rende ancor più eloquenti, smascherandone la strategia sottesa. Continue reading

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Con Anna e Silvia!!!

Chi lotta non sarà mai sol*!

Anna e Silvia, dopo 31 giorni, hanno ufficialmente terminato lo sciopero della Fame! Silvia è stata trasferita a Torino, al carcere delle Vallette perché martedì 2 luglio ci sarà l’udienza di un processo in merito ad uno sfratto. 

Tutte le notizie  qui Macerie

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