I Nomi delle Cose del 22/03/2017

I Nomi delle Cose, lo spazio di riflessione della Coordinamenta femminista e lesbica/Anno 2016/2017-Nuova Stagione 

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Puntata del 22/03/2017

 “Aborto libero! ” “Io abortisco perché lo voglio e basta!”

 

“Aveva assunto un farmaco contro gli spasmi addominali che in grande quantità provoca l’interruzione di gravidanza. Secondo Il Giornale di Vicenza, il tribunale ha emesso una sentenza per 15 giorni di reclusione, con pena sospesa” Questa la notizia di questo 8 marzo che riguarda una ragazza di Vicenza

NON CI SIAMO STUFATE DOPO QUARANT’ANNI DI ESSERE ANCORA A QUESTO PUNTO? NON CI SIAMO STUFATE DI PIETIRE DALLO STATO QUELLO CHE APPARTIENE SOLO E SOLTANTO A NOI? BASTA! E’ NECESSARIO ORGANIZZARSI E DIFENDERSI IN MANIERA AUTONOMA

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Caramelle Tuttifrutti

DA QUANTI SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE E CARAMELLE TUTTIFRUTTI CONTINUEREMO AD ESSERE PLAGIATE?

https://www.facebook.com/daniela.pellegrini.98499?ref=br_rs

Sono stanca di parlare con donne che accusano e contestano il patriarcato……e ne osannano i vecchi e nuovi rappresentanti e le loro opere e narcistici vari pensieri, immemori di generazioni secolari di usurpatori, cancellatori, inquisitori,impositori, sfruttatori.
Sono scandalizzata da tutti gli sbandieramenti ipocriti di libertà e giustizia in funzione autistica al loro incensamento e al loro accapparrarsene in esclusiva, abbastanza astuti da non ammettere di saperlo: Perché se ti chiedono la mano é per impedirti di agire e di difenderti, se ti abbracciano é perché tu debba dichiarare e riconfermare la resa, se ti danno valore é perché tu ti genufletta solo al loro.
Sono stufa di vedere la rappresentazione e ammirazione che le donne fanno di tutto ciò ed esprimono ad ogni pié sospinto.
Sono desolata della cancellazione che esse così si fanno, insieme a tutte quelle donne cancellate e schiave grazie e contro
le quali essi hanno potuto, voluto e goduto della propria libertà di esistere e darsi e farsi valore dentro e grazie alla loro indefessa violenza. A tuttoggi….
Verrà anche per loro il giorno della memoria?

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24 marzo NO TAV!

24/03 assemblea popolare no tav a Bussoleno

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“Il fare è diventare”

“Il fare è diventare”

Le donne ricordano con il loro corpo. Invito ad un viaggio di movimenti e suoni per attivare, evocare, riconoscere gli archetipi che hanno determinato la nostra storia.

prenotazione obbligatoria entro mercoledì 29  marzo 
Indossare abiti comodi

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Torino e Firenze stasera contro i Cie/Cpr

https://hurriya.noblogs.org/

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Dolores Price

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Mairéad Farrell

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Gravi-danza/terzo Incontro di Uteroghiamoci!

Questa sera, martedì 21 marzo, dalle 20,30 alle 22,30 alla Consultoria Autogestita di Milano

Gravi-danza. Uteri in movimento! Terzo incontro di Uteroghiamoci all’interno di “COSE NOSTRE”!

 “Prendersi cura di noi e farlo insieme, elaborando strumenti di resistenza e cambiamento, è di per sé un atto politico: rompe l’isolamento che è la base su cui si costruisce il controllo patriarcale.”

https://consultoriautogestita.wordpress.com/

https://www.facebook.com/consultoria.autogestita.7/

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Euskadi Ta Askatasuna

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Materialità negata, materialità normata

Materialità negata, materialità normata

https://consultoriautogestita.wordpress.com/

Col secondo incontro di Uteroghiamoci, abbiamo approfondito delle tematiche emerse la volta precedente, in particolare: la percezione che abbiamo (o non abbiamo) del nostro utero; come esperiamo (o non esperiamo) la materialità del nostro corpo, e in particolare del nostro utero; le pratiche di cura versus quelle di medicalizzazione, e come queste vengono vissute.

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La percezione dell’utero

Già durante il primo incontro era emerso il tema della “percezione” del nostro utero: com’è il nostro utero? Forte o debole, grande o piccolo, duro o molle? Prestiamo attenzione a come cambia a seconda del momento del ciclo mestruale, o delle fasi della vita?
In generale, molte, provando a pensarci, immaginano l’utero molto più grande di quello che è realmente, soprattutto durante le mestruazioni e i giorni ad esse precedenti.

L’utero, comunque, viene percepito in maniera differente da ognuna di noi. C’è chi se lo immagina gigantesco, e chi piccolissimo. La percezione cambia anche in base al periodo del mese: l’utero arriva a “espandersi” a tutto il basso ventre, e in alcuni casi è difficile visualizzarlo come una parte del corpo, diventa un sentire di tutta “la pancia”.

A volte le informazioni e la conoscenza scientifica che abbiamo sull’utero sono abbastanza approfondite e corrette, ma è difficile ridefinirle seguendo un vissuto personale.

Utero e materialità: quali pratiche, saperi ed esperienze stiamo perdendo?

In passato la pratica dell’autovisita collettiva portava molte donne ad una maggiore consapevolezza dell’utero, e in generale del corpo. Oggigiorno abbiamo perso – o quantomeno accantonato – non solo la pratica dell’autovisita, ma anche pratiche e saperi che non coinvolgevano necessariamente la vista. Ad esempio il tatto, “esterno” (ad esempio, come si tende la pancia quando si avvicina un nuovo ciclo) e “interno” (come la vagina e il collo dell’utero cambiano a seconda del momento del ciclo, o della fase di vita), ma un discorso analogo può essere fatto anche per l’olfatto (il nostro odore cambia durante il ciclo, col passare degli anni, in caso di infiammazioni o infezioni, e così via).

Negli ultimi anni, persino l’approccio femminista ha spesso riportato l’utero più come un concetto astratto che come un organo dotato di materialità. In generale, la percezione del nostro corpo risulta a volte difficile, perché la sua materialità spaventa. Ma perché siamo così spaventate dalla materialità?

Una delle possibili risposte risiede nella reificazione compiuta dalla “cultura biomedica”, che si basa sulla vista, su un’osservazione che per essere oggettiva deve essere compiuta dall’alto o dall’esterno. Questo non esclude automaticamente gli altri sensi, ma di certo li relega a un’importanza minore nella scoperta del corpo. In questo contesto, la materialità diviene qualcosa da sentire con diffidenza, anche perché si basa su un esperire corporeo e non su un sapere oggettivato. La materialità spaventa anche perché la “viviamo” sempre meno, nel senso che finisce per uscire dal nostro immaginario, la riconosciamo sempre meno come una nostra esperienza.

L’incontro con la biomedicina: trattamento del dolore e possibilità di scelta

Data l’estrema medicalizzazione e oggettivazione dell’utero, le pratiche mediche sono spesso coatte e lasciano pochissima possibilità di scelta alle donne. La scarsa informazione peggiora la situazione e a questo si somma il valore simbolico rivestito dall’utero come organo produttivo e performante per eccellenza.

L’epidurale è un esempio calzante. Spesso le donne arrivano al parto senza sapere a cosa vanno incontro, e l’epidurale a volte viene praticata con leggerezza e a volte negata nonostante sia richiesta esplicitamente dalle donne; inoltre, c’è pochissima informazione sui possibili rischi e sugli effetti collaterali che può avere sull’andamento del parto. Allo stesso tempo, il dolore associato al parto non viene valutato come qualcosa che si possa evitare per motivi ideologici: il dolore del parto è “naturale”. Al contrario, in altri frangenti si tende a risolvere il minimo fastidio con pesanti antidolorifici. C’è sempre un rapporto ambivalente con il dolore.

La possibilità di scelta sull’utero è molto limitata. Non si comunica e non si lascia spazio di discussione alle donne su quali siano i pro e i contro dei vari metodi, negando così il diritto a scegliere il metodo, o la cura, che ritengono più opportuno. Questo avviene anche perché la ricerca scientifica è orientata sempre in modo da favorire lo sguardo medico capitalista e produttivista tradizionale, e non quello della cura e di una visione più “olistica” dell’organismo.

La scarsa attenzione alla patologia dell’endometriosi è una dimostrazione di questo approccio. Il dolore non viene mai trattato univocamente: viene normalizzato, o completamente patologizzato.

Possiamo chiederci: quando al nostro utero viene richiesto di essere “performante”? E quando viene silenziato, nella pretesa che risponda a una norma definita?

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La Parentesi di Elisabetta del 15/03/2017

“Il crimine”

 Nella loro illusione legalitaria, socialdemocratiche e socialdemocratici, riformiste e riformisti, istituzionali e paraistituzionali, credono che le regole legislative abbiano in sé una forza impositiva, ma il potere capitalista-patriarcale è sempre assoluto.

La limitazione del potere non è esercitata dalle regole, ma dalla forza capace di imporre le regole o di trasformarle.

Il legalismo attribuisce alle regole una forza che le regole non hanno perché non viene dalle regole stesse ma dai rapporti di forza e dai ruoli.

E le Istituzioni, in tutte le loro articolazioni, lo sanno.

L’autonomia femminista ha riconosciuto la brutalità del rapporto di forza tra generi, classi, etnie…. partendo da una denuncia dell’arbitrarietà delle regole esistenti. Il buonismo disonesto della “convivenza civile”, delle” bacheche rosa”, degli “appelli allo Stato”, ha portato un attacco mortifero alle lotte del movimento femminista nel loro impegno a leggere, delle regole, la  vera sostanza.

Si è, così, aperta la strada per la costituzione di una legalità liberticida e femminicida.

Un’operazione, questa sì, violenta, in cui il linguaggio esiste essenzialmente per mentire.

La menzogna, l’inganno, la simulazione, dietro i linguaggi politicamente corretti non sono che forme aberranti di comportamento sociale.

La socialdemocrazia, destra moderna, è un’economia criminale, non tanto perché si fonda sulla violazione delle regole faticosamente contrattate nel passato dal  lavoro nei riguardi del capitale, quanto perché tale violazione sistematica non è più considerata un crimine, se non nella visione autolesionista, chissà quanto in buona fede, dei legalisti.

Il crimine sta nell’esercizio illimitato della forza, istituzionale e familiare, anche perché, a questa forza, non si contrappone alcuna altra forza.

Il crimine è nella violenza che si esplica e si perpetua nei commissariati, nei Cie/Cpr, nelle guerre neocoloniali, nelle carceri, nelle caserme, in famiglia…nelle piazze …contro ogni forma di protesta, di alterità, di asimmetria.

Il crimine è nella “normalità” di questa società disumana.

La violenza non è un elemento particolare ed occasionale della relazione istituzioni- cittadine/i e delle relazioni sociali, ma ne è l’elemento fondante e riproduttivo.

Nessuna ne è al riparo.

Se esiste una legittimità, concetto ben diverso dalla legalità, questa appartiene a chi tenta  di sottrarsi al ricatto economico e consumista di questa società  patriarcale, di cui l’Istituzione è la protesi identitaria, a chi cerca  con sforzo caparbio, capacità, impegno, pagando un alto prezzo, di sovvertire i circuiti dello schiavismo neoliberista.

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Riflessioni femministe sulla scuola

“Riflessioni femministe sulla scuola”

“[…] La vostra “apertura al territorio e al mondo del lavoro” è in realtà educazione allo sfruttamento, sempre con le stesse logiche classiste. Nella scuola dei sogni di cui lei parla tanto fieramente impariamo ad abbassare la testa e a produrre mano d’opera gratis.
L’inserimento nella società che millantate è l’introduzione a una società classista, competitiva e finalizzata al profitto, portata all’esasperazione dalla crisi economica permanente che stiamo attraversando. Allora no, cara ministra, non è lei a dover difendere la scuola, sono gli studenti che devono prendere coscienza di sé, rifiutare un modello imposto e riprendersi una scuola che sia davvero a misura di studente.

Una studentessa leggete tutta la lettera qui  e qui

clicca 1 “Business schools”

clicca 2 “La scuola dell’infanzia”

clicca 3 “La buona scuola”

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18 marzo 1871/ Le donne della Comune di Parigi!

Élisabeth Dmitrieff, Noémie Colleville, Aimée e Céline Delvainquier, Sophie Graix, Joséphine Prat, Adélaïde Valentin, Marquant, Aline Jacquier, Aglaé Janny, Blanche Lefebvre, Nathalie Lemel, Marie Leloup, Louise Michel…

Le donne della Comune non consultarono nessuno, presero iniziative autonome. Già durante l’assedio di Parigi, l’anno precedente, i giornali avevano parlato delle “Amazzoni della Senna”, ma è durante la Comune che fiorirono innumerevoli comitati, club, società di donne che sostenevano la causa della rivoluzione.

La più importante fu probabilmente l’Union des femmes pour la défence de Paris et les soins aux blessés, costituitasi l’11 aprile 1871, con ramificazioni in ogni quartiere e con innumerevoli campi d’azione (organizzazione del lavoro femminile, costituzione di associazioni operaie dipendenti dai Comitati di arrondissement, insegnamento, soccorso dei feriti, protezione civile). Altre esperienze furono il Comité des femmes della rue d’Arras, che fondò a Parigi numerosi comitati di quartiere occupandosi degli ateliers cooperativi “per insegnare alle donne a organizzare da sé il proprio lavoro”, e il Comité de vigilance di Montmartre che avrebbero combattuto anche sulle barricate.

Operaie, maestre, casalinghe, prostitute… si scoprirono soggetti attivi della loro liberazione.

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In memoria di Dax

 “Scrivere storia, raccogliere memorie, fare militanza”

Elena/ Scateniamotempeste

Nella primavera del 2003, proprio qualche tempo dopo l’uccisione di Dax a Milano, mi ritrovavo a prendere una scelta sull’argomento della mia tesi di laurea in storia. Da militante antifascista, mi aveva sfiorato più volte l’idea di scrivere qualcosa sui movimenti antagonisti a Milano ma la consapevolezza di sentirmi troppo all’interno di quel meccanismo, non tanto per una questione di imparzialità rispetto all’argomento, quanto per l’eccessivo carico emotivo che una tale scelta comportava, mi fece abbandonare l’idea sul nascere. L’aggressione a Dax è stato uno degli episodi che più mi hanno colpito in tutto il mio percorso politico e personale di militante, anche perché si percepiva in quel periodo che i fascisti stavano rialzando la testa e le loro idee, assieme a quelle dei razzisti della Lega e del peggior capitalismo colonialista, si erano rafforzate, mentre il movimento, da Genova in poi, per molteplici cause, aveva sempre più perso il suo smalto. A conferma di ciò, proprio in quei giorni, a due passi da casa mia, la giunta di un comune dell’hinterland milanese, che aveva ospitato la salma di Mussolini prima che fosse trasportato a Predappio, si impegnava nella beatificazione del duce e in una serie di incontri revisionisti, motivo per cui alcuni compagni del mio collettivo avevano frequenti contatti con gli antifascisti e le antifasciste dell’Orso, il collettivo di Dax, che era il collettivo milanese più vicino all’antifascismo militante. Io, nel frattempo, ero affaccendata a trovare un relatore per la mia tesi di laurea in storia e impegnatissima con gli ultimi esami e, se da un lato, cercavo di seguire la questione della salma del duce come potevo, dall’altra tentavo anche di concludere il mio faticoso percorso universitario, pieno di dubbi.

L’uccisione di Dax a pochi passi dai luoghi che frequentavo abitualmente mi lasciò senza parole, rappresentò una doccia gelata allo spirito guerriero e idealista che avevamo, fu un duro colpo per tutti gli antifascisti milanesi, senza parlare poi di chi lo conosceva: per giorni, fra noi non si parlò di altro. La rabbia e il senso di impotenza erano i sentimenti prevalenti, soprattutto dopo il pestaggio da parte della polizia dei compagni e delle compagne accorsi in ospedale appena saputa la notizia e in seguito accusati del tentato trafugamento della salma di Dax. Continue reading

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Coscienza illusoria di sé/ Introduzione

  Pubblichiamo l’introduzione di“Coscienza illusoria di sé” Elisabetta Teghil,  Bordeaux 2013

La fase dell’attuale modo sociale di produzione, il neoliberismo, è lo stadio del capitale nella sua dinamica auto espansiva, caratterizzato dalla guerra fra le Nazioni e fra le multinazionali per la ridefinizione dei rapporti di forza, che vede all’offensiva le multinazionali anglo-americane e i loro rispettivi Stati. Questi, usati come braccio esecutivo, in attesa che gli USA diventino lo Stato del capitale. Lo aveva già previsto Stokely Carmichael , nel luglio del ’67, nel Convegno di Londra “Dialectics of liberation”, per il quale l’occidente avrebbe teso in futuro a identificarsi e/o a subire  lo strapotere egemonico degli Stati Uniti e la contrapposizione non sarebbe stata tanto tra l’occidente e il terzo mondo, quanto fra gli USA e il resto del globo.

I popoli del terzo mondo, in questo processo, sono destinati ad essere schiacciati e a rivivere le pagine più nere del colonialismo.

La borghesia transnazionale acquisterà i tratti e i connotati di una nuova aristocrazia.

La restante parte della borghesia sarà ricondotta al ruolo di servizio che aveva prima della rivoluzione francese.

I paesi europei non sono in grado di resistere e/o di ostacolare questo processo. Ma, siccome c’è spazio solo per una super potenza e una multinazionale per settore, lo scontro finale avrà i caratteri di una resa dei conti particolarmente cruenta. Per noi materialiste/i questo è l’ “Armageddon” che ci aspetta.

Le condizioni del capitalismo, al massimo livello di sviluppo, vengono assunte a modello ideale di ogni altra forma passata e contemporanea, europea e non europea, borghese e non borghese, di sfruttamento e di alienazione dei lavoratori/trici.

L’individuo non esiste più, la stessa personalità è rappresentata solo come adeguamento ad un modello uguale per tutte/i. La stessa borghesia, così come l’abbiamo conosciuta, tende a scomparire, dove non è già scomparsa. Grazie alla proprietà dei mezzi di produzione e alla relativa autonomia economica, aveva conquistato le connesse libertà politiche, intellettuali e culturali. La condizione di non libertà che era la condizione dei proletari, degli oppressi/e, è oggi la condizione della quasi totalità degli esseri umani, è la sostanza e l’essenza dell’odierno vivere. Essere borghesi, nella stragrande maggioranza dei casi, esclusa l’iper borghesia, non è più una zona di privilegio. Oggi una minoranza della borghesia stessa, quella che abbiamo definito iper-borghesia, tiene soggetta la maggioranza dei cittadini/e grazie al controllo della produzione e al connesso potere politico, scientifico, ideologico.

Ciò che era nato come occasione di libera iniziativa e autonomia dell’individuo, sia pure riservato alla sola borghesia, si sta concludendo nella programmazione omologante sempre più generale, nella predeterminazione del comportamento di ciascuno, nella più radicale esclusione della libertà che si sia mai verificata, giacché il condizionamento avviene all’interno della stessa coscienza individuale.

Da tutto questo ne consegue un rovesciamento nello sviluppo del capitalismo rispetto all’approccio e all’approdo.

Oggi ci troviamo in una situazione reale che appare radicalmente nuova rispetto alle formulazioni “ideali” della borghesia. Pertanto gli oppressi/e, compresa la piccola e media borghesia, si trovano a combattere il nemico, declinato in parole semplici, l’iper-borghesia, e lo Stato del capitale, gli USA, a mani nude sul piano della scienza e dei valori teorici così come lo sono sul piano del potere e della proprietà.

La fase attuale è quella del dominio reale del capitale, e la tendenza è ad esserlo sempre di più. Il capitale non solo è metabolismo sociale, ma in questa fase sostituisce tutte le forme di organizzazione sociale proprie ed altre, in un processo di sottomissione di tutta la vita ai propri bisogni di auto valorizzazione.

Il capitale sussume tutto il corpo sociale ai suoi meccanismi, tendendo sempre più a farsi società e presentando quest’ultima, la società del capitale, come l’unica società possibile imponendosi in ogni piega dell’esistente individuale e collettivo.

Questo meccanismo di sussunzione coinvolge anche il femminismo che viene presentato come ormai superato. Le donne avrebbero la possibilità di accedere a qualsiasi carica politica/sociale/economica/istituzionale/ lavorativa e non lavorativa e godrebbero di una libertà che non hanno mai avuto.

Le situazioni di dipendenza economica, psicologica, fisica sarebbero dovute alla scarsa consapevolezza personale. Il neoliberismo addossa sempre alla singola o al singolo la ragione della propria inadeguatezza e illibertà, definita nell’incapacità di realizzarsi e di proporsi in questa società che sarebbe aperta, invece, a qualsiasi realizzazione personale. E’ la teoria della colpevolizzazione. La società viene scaricata da qualsiasi responsabilità e, anzi, viene danneggiata da individui che rappresentano una zavorra sociale.

Da qui la presunta positività, propagandata ad ogni piè sospinto, dell’accesso delle donne alle cariche di potere, donne che potrebbero portare un contributo proprio del genere, un’attenzione ed una sensibilità di cui il genere maschile sarebbe carente.

Viene completamente e volutamente ignorato l’aspetto strutturale dell’oppressione di genere, in una visione interclassista che tutte ci dovrebbe abbracciare.

Noi siamo consapevoli, invece, che il nostro essere donne è una costruzione socio-economico-politico-culturale, in questo momento definita dal patriarcato e dal capitalismo nella sua versione neoliberista e che il nostro riconoscimento di gruppo oppresso non ha niente a che vedere con definizioni sessuali, né tanto meno naturali, ma viene dall’oppressione che subiamo, a tutti i livelli sociali, inscindibilmente di genere e di classe.

Tutte quelle e tutti quelli che osano mettere in discussione questi valori vengono immediatamente etichettate/i come estremiste/i, violente/i, settarie/i.

L’autonomia nei riguardi del pensiero unico è un crimine e come tale viene perseguita.

Ma, essere femministe, oggi, significa rompere con questi valori mortiferi, sottraendoci tutti i giorni e in tutti i momenti della nostra quotidianità.

Significa rompere l’assuefazione al controllo, ribaltare la colpevolizzazione in cui ci vogliono invischiare, recuperare la capacità di indignarci, promuovere la criticità verso la meritocrazia, la gerarchia, l’autorità, smascherare l’uso improprio di parole come democrazia, riforme, partecipazione…spezzare l’ipocrisia in cui ci vogliono imbrigliare.

Significa cercare di innescare meccanismi di uscita da questa società. Continue reading

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