28 marzo 1980/in ricordo di Annamaria Ludmann

  Annamaria Ludmann

In ricordo di Annamaria Ludmann, militante BR, uccisa dai carabinieri il 28 marzo 1980, insieme ad altri tre compagni, nella base di via Fracchia a Genova. La sua colpa era di essersi schierata dalla parte degli oppressi e questo per lo Stato è un crimine. Renderemo giustizia a Annamaria e a tutte le compagne e i compagni in carcere e uccisi costruendo un’altra società.

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#RICORDAIRESPONSABILI

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Chi fa la spia non è figlio di Maria…

“Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù!!

In proposito vi invitiamo a rileggere questo

“Whistleblowing”

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#RICORDAIRESPONSABILI

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Il 24 marzo 1999

Noi non dimentichiamo/ ci dobbiamo ricordare sempre che cos’è il neoliberismo, la società in cui siamo infilate. 

Il 24 marzo 1999 è una data da non dimenticare. E’ la data in cui  l ‘Alleanza Atlantica, guidata dagli Stati Uniti, Bill Clinton presidente e Madeleine Albright Segretario di Stato, senza alcun mandato delle Nazioni Unite, avviava la campagna militare “Allied Force”, che, avrebbe determinato in breve tempo il completo collasso della Repubblica Federale della Jugoslavia. La lunga strada verso Damasco è cominciata da Belgrado. Questo è stato possibile perché in Europa erano al governo i socialdemocratici, comunque si chiamassero, in Germania era Cancelliere Gerhard Schroder dell’SPD, in Francia  primo ministro Lionel Jospin del Partito Socialista ,in Inghilterra  primo ministro Tony Blair del Partito Laburista e in Italia primo ministro D’Alema, con il PdCI che faceva parte dell’esecutivo, e segretario generale della Nato era un alto dirigente del PSOE ,Javier Solana.

Il neoliberismo, per potersi realizzare, ha potuto utilizzare e ha potuto contare sulla socialdemocrazia che, diventata destra moderna, ha trasformato i partiti locali in agenzie territoriali delle multinazionali e i suoi dirigenti in funzionari delle stesse.

Ed abbiamo assistito al ritorno della guerra in Europa, sia pure in forma di aggressione unidirezionale. Continue reading

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Poliziavirus…

Da compagne anarchiche spagnole

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Con calma

“Con calma” 

Ero calmo il primo giorno e lo fui
anche il secondo e il terzo
fui calmo
con una scarpa sullo stomaco
con la testa riversa nel cesso
con un odiatissimo soprannome
con le palpebre-dighe
in cedimento sul cuscino

Ero calmo quando mi dissero lascia stare
ma nessuno lasciava stare me
ero calmo quando erano tutte ragazzate
e meditavo d’uscite di scena dal teatrino,
ragazzate incluse

Ero calmo e la mia calma mi ha fatto uno e più regali
un filo per cucirmi la bocca
un taglierino per scucirmi dalla testa
ciò che non potevo pronunciare.

Un giorno fui più calmo del solito
ma un soprusò causò problemi tecnici:
applicai la mia capacità di problem solving
e scoprii rabbioso e potente
con tutta la mia forza di femminuccia
che una stoccata di compasso
nel collo del proprio aguzzino
val bene un’estate di tunnel carpale
passata a voler morire.

Ero calmo e la mia calma ha tentato di uccidermi
ho chiamato il centro assistenza e non l’hanno voluta.
Ho deciso di tenermela.

Ora il filo tesse idee e ponti
e la lama recide
dalla punta della mia lingua
dalla punta della mia penna.
Sono ancora calmo:
con calma miro e colpisco
meglio.

Denys

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La Parentesi di Elisabetta del 18/3/2020

LA RABBIA NON HA PIU’ RADICI?

[…] il legame che intercorre tra ideologia e ordine sociale, produzione e riproduzione risulta tutt’altro che stabile, consentendo la possibilità di rifiutare il consenso, romperlo e annullarlo, impedendo il respingimento o il riassorbimento della resistenza nel sistema […]Federica Paradiso, Le radici della rabbia, Red Star Press, Roma 2014

La città è blindata, la società è blindata, dobbiamo stare tutti/e a casa per paura del contagio da coronavirus. Gli appelli si susseguono, i decreti si rincorrono, uno più vincolante dell’altro, uno più autoritario dell’altro. Non possiamo uscire nemmeno a piedi se non per necessità dimostrabili, non possiamo dare la mano a nessuno e tanto meno abbracciare nessuno, non possiamo uscire dalle nostre case, dobbiamo mantenere la distanza di sicurezza di almeno di un metro da ogni altro essere umano, non possiamo neppure andare a trovare i nostri cari, non parliamo poi di spostarci fuori città o di circolare per il territorio. I messaggi arrivano tamburellanti attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La sera poi non circola assolutamente nessuno solo le volanti della polizia o le pantere dei carabinieri o le macchine della municipale che fermano chi è sorpreso fuori casa e deve perciò giustificarsi pena una denuncia penale e una multa salata. Gli elicotteri ronzano sulle nostre teste. Ma siamo per caso in guerra? C’è il coprifuoco? Cosa giustifica provvedimenti tanto forti di controllo militare?

Un virus, il coronavirus per l’appunto che, dati del 18 marzo 2020 alle ore 18 pubblicati sul portale governativo, ha provocato finora in tutta Italia 28.710 casi di positività accertati, di cui 14.363 ricoverati e di questi 2257 in terapia intensiva, 2978 decessi e 4025 guariti. L’epicentro è in Lombardia e in particolare a Bergamo. La stragrande maggioranza delle morti riguarda pazienti in età molto avanzata e/o con altre patologie in atto, con le eccezioni che ci sono sempre.

Prima di andare avanti vi pongo una domanda a bruciapelo. Ma a questo Stato è mai importato niente delle persone anziane? E’ chiaro che no, perché altrimenti in tutti questi anni avrebbe fatto ben altre politiche sociali e sanitarie.La maggior parte delle pensioni sono bassissime, quelle sociali sono da fame, molti/e non riescono ad arrivare alla quarta settimana e spesso chiedono l’elemosina o vanno a mangiare alla Caritas, molti la pensione non l’hanno affatto anche se hanno lavorato perché se non si raggiungono venti anni di contributi lavorativi questi vanno persi del tutto, non parliamo poi dei lavoratori immigrati a cui i contributi versati non torneranno mai indietro perché pochi, saltuari, insufficienti e, quindi, incamerati tout court dallo Stato, l’assistenza alle persone anziane  è un grosso problema di costi e di tempo, la guerra che viene fatta ai permessi familiari con la Legge 104 è solo un piccolo esempio, l’assistenza sanitaria è troppo dispendiosa… la guerra ai pensionati e alle pensioni è stato uno dei leitmotiv delle campagne politiche di questi anni che hanno fatto delle persone anziane un bersaglio sociale etichettandoli praticamente come mangiapane a tradimento. La pensione andrebbe invece data a tutti/e indistintamente e dignitosa! Allora perché tutto questo interesse peloso adesso?

E un’altra domanda mi sorge spontanea. Ma la civilissima Lombardia non è in grado di avere nei suoi ospedali in terapia intensiva 2257 persone con relativo supporto medico e sanitario?

Se è così, perché in effetti è così visti gli appelli drammatici che stanno arrivando, vuol dire che bisogna fare come minimo alcune riflessioni. Continue reading

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Lo Hexenmeister e il Covid-19

Lo Hexenmeister e il Covid-19

http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1455 

Due semplici domande, tra loro collegate:
che c’entra l’inquinamento con il Covid-19?
(di conseguenza) che c’entra il capitalismo con la diffusione dei virus?

La risposta alla prima domanda è ben spiegata da due ricercatrici in un’intervista <https://www.byoblu.com/2020/03/17/inquinamento-atmosferico-il-convitato-di-pietra-di-cui-nessuno-parla-loretta-bolgan-byoblu24/> che vi invito ad ascoltare e diffondere.

Per quanto riguarda la seconda domanda consiglio la lettura dell’Introduzione <http://www.nicolettapoidimani.it/wp-content/uploads/2020/03/utopia_intro_parinetto.pdf> che Luciano Parinetto scrisse, nel 1997, al mio L’utopia nel corpo. Le immagini marxiane del capitale come Hexenmeister e del suo mondo «in balia degli stessi malefizi che ha provocato» non solo danno spiegazione degli effetti della devastazione e del saccheggio planetari, ma rendono chiaro come le soluzioni che il capitale e i suoi servi prospettano per questa ‘emergenza sanitaria’ portino verso un ulteriore assoggettamento alle logiche mortifere del profitto.

Logiche fondate sul breve, brevissimo termine – i maggiori profitti nel minor tempo possibile – e che volutamente prescindono dagli effetti devastanti che veicolano su tempi lunghi.

Quante volte di fronte ai disastri ambientali e umani abbiamo sentito dire che gli effetti reali si sarebbero visti a distanza di decenni?

Non dimentichiamoci mai che questo mondo lo abbiamo preso in prestito dalle generazioni future!

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La città appestata

La città appestata

La città appestata

Michel Foucault apre il famoso capitolo di Sorvegliare e punire dedicato al Panottico con una descrizione bellissima e minuziosa delle misure amministrative e di polizia da adottare nel caso di un’epidemia di peste. Nell’economia del libro questa descrizione della quarantena, tratta dagli archivi militari di Vincennes alla fine del XVII secolo, sembra avere un ruolo analogo a quello della descrizione delle torture e dell’impiccagione di Damiens, con cui si apre la trattazione del potere disciplinare. La scena violenta e pubblica del patibolo – l’éclat des supplices – si contrappone al freddo rigore con cui il dressage dei corpi viene organizzato negli spazi sottratti allo sguardo.

Il rapporto fra la quarantena e il panottico segue una logica simile. Se la prima è finalizzata al controllo dichiarato e capillare di una popolazione intrappolata in un territorio chiuso, il panottico di Bentham segue inosservato i gesti e i movimenti dei detenuti. Sono due modi e due pratiche diverse dell’esercizio del potere disciplinare: la quarantena è il controllo pubblico, eventualmente militare, dello spazio di una moltitudine anonima, la prigione è il controllo nascosto e continuo dei comportamenti singolari di un ristretto e ben preciso gruppo di individui.

In questo quadro il panottico anticiperebbe piuttosto l’inventario delle tecniche contemporanee di controllo, coadiuvate da dispositivi elettronici e telematici silenti, mentre il controllo violento ed esplicito dei movimenti e del contatto fra individui sembrerebbe una misura arcaica che appartiene alla preistoria del contemporaneo. Il ricorso attuale alla quarantena non può che falsificare questa opposizione, facendo apparire la fragilità dei paradigmi, delle pretese e perfino dell’efficacia della biopolitica, se è vero che la biopolitica è inseparabile dal presupposto che un sistema sanitario degno di questo nome sia capace di dominare perfino l’irruzione di impreviste epidemie senza ledere diritti fondamentali come la libertà di movimento e l’inviolabilità dei corpi. Ma vita e politica non sono coestensive, e lo spazio e il tempo della prima sono infinitamente più estesi di quelli della seconda.

Clemens-Carl Härle


Ecco, secondo un regolamento della fine del secolo XVII, le precauzioni da prendere quando la peste si manifestava in una città. Prima di tutto una rigorosa divisione spaziale in settori: chiusura, beninteso, della città e del «territorio agricolo» circostante, interdizione di uscirne sotto pena della vita, uccisione di tutti gli animali randagi; suddivisione della città in quartieri separati, dove viene istituito il potere di un intendente. Ogni strada è posta sotto l’autorità di un sindaco, che ne ha la sorveglianza; se la lasciasse, sarebbe punito con la morte. Il giorno designato, si ordina che ciascuno si chiuda nella propria casa: proibizione di uscirne sotto pena della vita. Il sindaco va di persona a chiudere, dall’esterno, la porta di ogni casa; porta con sé la chiave, che rimette all’intendente di quartiere; questi la conserva fino alla fine della quarantena. Ogni famiglia avrà fatto le sue provviste, ma per il vino e il pane saranno state preparate, tra la strada e l’interno delle case, delle piccole condutture in legno, che permetteranno di fornire a ciascuno la sua razione, senza che vi sia comunicazione tra fornitori e abitanti; per la carne, il pesce, le verdure, saranno utilizzate delle carrucole e delle ceste. Se sarà assolutamente necessario uscire di casa, lo si farà uno alla volta, ed evitando ogni incontro. Non circolano che gli intendenti, i sindaci, i soldati della guardia e, anche tra le cose infette, da un cadavere all’altro, i “corvi” che è indifferente abbandonare alla morte: sono «persone da poco che trasportano i malati, interrano i morti, puliscono e fanno molti servizi vili e abbietti». Spazio tagliato con esattezza, immobile, coagulato. Ciascuno è stivato al suo posto. E se si muove, ne va della vita, contagio o punizione.

L’ispezione funziona senza posa. Il controllo è ovunque all’erta: «Un considerevole corpo di milizia, comandato da buoni ufficiali e gente per bene», corpi di guardia alle porte, al palazzo comunale ed in ogni quartiere, per rendere l’obbedienza della popolazione più pronta e l’autorità dei magistrati più assoluta, «come anche per sorvegliare tutti i disordini, ruberie, saccheggi». Alle porte, posti di sorveglianza; a capo delle strade, sentinelle. Ogni giorno, l’intendente visita il quartiere di cui è responsabile, si informa se i sindaci adempiono ai loro compiti, se gli abitanti hanno da lamentarsene; sorvegliano «le loro azioni». Ogni giorno, anche il sindaco passa per la strada di cui è responsabile; si ferma davanti ad ogni casa; fa mettere tutti gli abitanti alle finestre (quelli che abitassero nella corte si vedranno assegnare una finestra sulla strada dove nessun altro all’infuori di loro potrà mostrarsi); chiama ciascuno per nome; si informa dello stato di tutti, uno per uno – «nel caso che gli abitanti saranno obbligati a dire la verità, sotto pena della vita»; se qualcuno non si presenterà alla finestra, il sindaco ne chiederà le ragioni: «In questo modo scoprirà facilmente se si dia ricetto a morti o ad ammalati».

Ciascuno chiuso nella sua gabbia, ciascuno alla sua finestra, rispondendo al proprio nome, mostrandosi quando glielo si chiede: è la grande rivista dei vivi e dei morti. Continue reading

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L’unica corona solidaleword

L’UNICA CORONA SOLIDALEWORD

di Noemi Fuscà

Dobbiamo tutte rimanere a casa. Ce lo chiede lo Stato, il nostro Stato, lo chiede per i deboli, lo chiede per il nostro futuro.

Sinceramente non ho voglia di stare a discutere se sia giusto passeggiare o no, lascerei proprio da parte i dibattiti sempre più digitali su cosa si può fare e cosa no. Perché la risposta è facile, non possiamo fare nulla. Tanto, anche nella “normalità”, abbiamo sempre e solo l’impressione di poter fare quello che vogliamo. Per fare un piccolo esempio mi sembra di impazzire meno di mio padre, perché la mia generazione è abituata a vivere nella precarietà e nell’idea di stare in un recinto in cui siamo controllati/e h24, lui, invece, figlio degli anni ’80 ha un tarlo dentro di sé che gli continua a dire che si potrebbe fare tutto e che è colpa di chi non capisce e non vuol capire se le cose vanno male. In effetti non è così, nemmeno lui poteva tutto, anzi non poteva niente, ma nell’aria c’era l’idea di questa possibilità e si poteva quasi toccare con mano. Il rapporto tra guadagni (anche se precari) e tenore di vita erano migliori di oggi, una casa di 70 mq a Testaccio costava 35 milioni di vecchie lire ora costa sui 400 mila euro (credo). Poi, noi ci hanno cresciuto tutti/e con la favoletta che se ti comporti bene alla fine andrà tutto bene (per usare gli slogan in voga sui social). Ma con chi dovremmo comportarci bene? Con la società costruita su un impianto neoliberista che ci mette l’una contro l’altra spacciando la concorrenzialità spietata per merito? Io questa società avrei voluto sabotarla e mi sono resa conto di non riuscirci, però il desiderio in me non muore anzi mi tiene viva, all’erta.

Allora, che cos’è la solidarietà? Andiamo a vedere la definizione della Treccani:

1.In diritto, modo di essere di un rapporto obbligatorio con più debitori (s. passiva) o con più creditori (s. attiva), caratterizzato dal fatto che la prestazione può essere richiesta a uno solo o adempiuta nei confronti di uno solo, avendo effetto anche per gli altri. 2. a. L’essere solidario o solidale con altri, il condividerne le idee, i propositi e le responsabilità…

Nel diritto addirittura riguarda qualcosa di obbligato, nel suo significato più comune invece  notiamo che dovrebbe riguardare la condivisione. Ora, io, con la maggior parte della popolazione non condivido nulla, anzi, peggio, siamo proprio su fronti differenti. Dovrei dare la mia solidarietà a tutti quelli che lavorano negli ospedali? A molti sicuramente sì, a tutti quelli/e che hanno lottato contro il modello che ci ha portato fino a qui e magari hanno pagato un prezzo alto, ma la dovrei dare anche a quelli che lì dentro sono stati e sono responsabili dei tagli alla sanità pubblica? a quelli/e che votano Pd e che quindi contribuiscono a sostenere questo stato di cose? a quelli/e che inneggiano al fascismo? a quelli/e che stigmatizzano o addirittura contrastano le donne che vogliono abortire perché tutelano la vita e poi sarebbero pronti a torturare chi non la pensa come loro? A questi soggetti io dovrei dare solidarietà?

Però la definizione della Treccani parla anche di responsabilità e, allora, noi, verso questa società, che responsabilità abbiamo? Tutti si riempiono la bocca parlando di diritti ma in realtà noi di diritti non ne abbiamo, viviamo appesi/e ad un filo che lo Stato, proprio quello che adesso fa appelli alla solidarietà può recidere in qualsiasi momento come fosse una Moira.

Abbiamo solo obblighi, il patto sociale è rotto, e non lo abbiamo rotto noi, perché parliamo di diritti? I diritti sono diventati leggeri come carta velina e gli obblighi pesanti come macigni. Viviamo in un continuo stato di eccezione, emergenza è la parola che sentiamo più spesso e gli appelli alla solidarietà sono tanti e continui. Continue reading

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Gilets Jaunes/Malgré l’épidémie!!!!

Gilets Jaunes Acte 70!

Malgrado l’appello di alcune figure del movimento a non manifestare per la pandemia da coronavirus, un imponente corteo di Gilets Jaunes ha manifestato ieri sabato 14 marzo a Parigi per dichiarare l’Atto  70!!!!!

per saperne di più https://francais.rt.com/international/72417-acte-70-gilets-jaunes-manifestent-malgre-coronavirus

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Per immunizzarci dal gregge…

Per immunizzarci dal gregge…

http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1447

Alcuni giorni fa in una m-list di donne, qualcuna ha mandato una poesia invitando a leggerla in quanto parlerebbe delle “conseguenze anche positive” del momento attuale.

Trovo pericolosissimo che si parli di “conseguenze positive” perché significa che non si sa più distinguere tra l’autodeterminazione del nostro spazio/tempo e l’imposizione di misure reclusorie emergenziali.

E lo dico consapevole del mio privilegio di donna che da oltre un decennio ha deciso di lasciare la città per andarsene a stare in mezzo alla natura, a costo di ripartire da zero pur di vivere la vita che voleva.
Quindi oggi non devo starmene reclusa tra le 4 mura di un monolocale milanese ma posso stare all’aperto a piantare ortaggi e fiori e a godermi il profumo della primavera incipiente, avendo per dirimpettaia la montagna e non qualche infoiato che canta a squarciagola l’inno nazionale per dire che, in fondo, ‘va tutto ben, madama la marchesa’ .

Sono ben felice di avere, finalmente, il tempo di dedicarmi all’orto, visto che un sovraccarico di impegni me lo impediva dalla scorsa primavera. E caso vuole che sia pure tempo di piantagione secondo il calendario biodinamico, che seguo da anni.
Quindi tutto dovrebbe quadrare. O no?

No. Proprio no. Non sono così stolida né ingenua da pensare che questo “mio” tempo ritrovato sia veramente mio.
Sono consapevole che tutti i tromboni e le trombone che ora invitano gli italioti a riscoprire il calore del focolare domestico, i giochi dell’infanzia e un’infinità di altre cazzate da venditori di pentole bucate, non appena il governo dichiarerà terminata questa ennesima ‘emergenza’ ci inviteranno a tornare a lavorare con gioia e possibilmente a lavorare il doppio per recuperare il tempo perso, a rinunciare alle ferie perché, di fondo, ce le stiamo facendo ora (alla faccia delle ferie!!!) e quindi saremo belle riposate e pronte da spremere in nome del profitto.

Chi oggi ne approfitta per fare quelle mille cose rinviate sine die perché non c’è mai tempo da dedicare a noi stesse e al luogo in cui viviamo, tornerà a lamentarsi di non aver tempo o, invece, se lo prenderà?
E se decidesse di riprendersi il proprio tempo, cosa succederebbe?
Sono forse anche questi i “disordini” paventati da chi si sta organizzando in anticipo per reprimerli?
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Tal’at/femminismo

Tal’at: un movimento femminista che reimmagina la Palestina

http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1443 <http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1443>

La frase “Non esiste una patria libera senza donne libere” ha riecheggiato nelle comunità palestinesi lo scorso settembre quando migliaia di donne sono scese in strada in dodici villaggi, paesi e città del mondo in quello che è stato il lancio di Tal’at, un movimento femminista palestinese. Tal’at significa uscire fuori in arabo.

Con la scelta delle strade come luogo di lotta, le marciatrici hanno alzato la voce contro la violenza di genere in tutte le sue manifestazioni: femminicidio, violenza domestica, sessismo incorporato e sfruttamento, affermando che il sentiero verso la vera liberazione deve includere l’emancipazione di ogni palestinese, incluse le donne.

È stata la prima volta che nella storia recente le palestinesi hanno agito sotto una bandiera apertamente politica e femminista. Continue reading

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12 marzo 1977/ 12 marzo 2020

Non ci avrete mai come volete voi!

Che differenza tra il 12 marzo 1977 e il 12 marzo di questo 2020 e non solo perché quella volta pioveva a dirotto e adesso c’è un bel sole! 

Quale differenza di chiarezza politica, di voglia di lottare, di riconoscimento del nemico, di desiderio di una società diversa, di una vita diversa, di un mondo diverso! Anche a costo della propria vita, anche a costo di anni di carcere..costi quel che costi perché la libertà, la consapevolezza, la dignità, il coraggio non si barattano con nient’altro.Il sole di oggi è un sole finto che illumina autoritarismo, totalitarismo,  imposizione, mancanza di consapevolezza, paura, assuefazione, sottomissione… ma ve lo possiamo assicurare…non ci avrete mai come volete voi!

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