La trama di un percorso di uscita

La Coordinamenta verso il 25 novembre/Materiali

“Tramare percorsi di uscita da questa società”

25 novembre 2011 DONNE NON SI NASCE, SI DIVENTA

25 novembre 2012 IL PERSONALE E’ POLITICO, IL SOCIALE E’ IL PRIVATO

25 novembre 2013 ILFEMMINISMO E’ ROMPERE LA LEGALITA’ IN CUI CI VOGLIONO IMBRIGLIARE!

25 novembre 2014 Normalità/Immaginario/ Sabotaggio/ Ritualità e Controritualità/ Egemonia culturale/ Pratiche di lotta

25 novembre 2015 SPEZZARE LA NORMALITA’ DELL’ESISTENTE

25 novembre 2016 NESSUNA DELEGA!

 25 novembre 2017 RICONOSCERE IL NEMICO/ RIFIUTARE IL COLLABORAZIONISMO

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24 novembre/Presidio contro il CPR di Ponte Galeria!

Roma – Sabato 24 novembre presidio al CPR di Ponte Galeria

riceviamo e con molto piacere pubblichiamo e diffondiamo

Da molti anni la propaganda mediatica dei governi dei paesi occidentali proclama che “le nostre donne” sono libere perché hanno gli stessi diritti degli uomini. Tale rivendicazione viene portata avanti in contrapposizione alla presunta condizione delle donne nei paesi colonizzati, che vivono, nell’immaginario occidentale, una situazione di passività e sottomissione.

Si riafferma ancora una volta il discorso razzista che assegna a noi brave europee il compito di salvare queste “vittime” dalla  barbarie, specialmente se donne, ancor più migranti e/o sex workers.

Di fatto, a braccetto con questa vocazione salvifica della narrazione imperialista, ci passeggia un sistema eteropatriarcale che dalla vittimizzazione della donna accresce il proprio potere e le proprie forme di dominio e controllo sui corpi, dipingendoli come non in grado di autodeterminarsi e incapaci di assumere il controllo della propria esistenza, e pertanto giustificandone la privazione di libertà in nome della “loro” sicurezza.

Come se un’emancipazione dalla condizione di vittime non fosse neppure immaginabile. Come se non esistessero esperienze di autodifesa collettive e individuali, e ci si potesse soltanto rassegnare alla propria condizione assoggettata.

La riduzione delle donne a vittime, deboli, incoscienti e irrazionali è uno dei presupposti che legittima il patriarcato e funge da spiegazione oggettiva alla sua esistenza. Fondamenta la teoria che le donne siano biologicamente inferiori e dunque le rende soggetti facilmente controllabili e strumentalizzabili.

Se gli stupri e i femminicidi quotidiani sono entrati a far parte della cronaca nera giornalistica senza destare particolare attenzione, diverso è ciò che accade quando a commettere violenza è un uomo non europeo: qui scatta il caso mediatico e il corpo della donna diventa mero strumento per portare avanti i decreti anti-immigrazione e le strette securitarie che si susseguono anno dopo anno, governo dopo governo, nascondendo da un lato la strutturalità dell’oppressione maschile sulle donne e dall’altro gli interessi economici delle guerre imperialiste.

Personalizzare le esperienze di violenza è una strategia che divide le donne e fa percepire loro le esperienze come atipiche e slegate da quelle delle loro simili. Quindi mina una visione complessiva del fenomeno e di conseguenza una possibile soluzione.

La narrazione delle esistenze individuali delle donne migranti da parte dei media rientra in questa stessa ottica: leggiamo spesso storie di donne recuperate in mare, liberate dalla schiavitù della tratta, integrate nella società, dipinte come povere vittime da compatire, da salvare dalla vita crudele dalla quale sono scappate, e da accogliere pietisticamente.

Esiste però un’enorme contraddizione insita in queste parole, che rivela due realtà che sembrano opposte, ma che in fondo sono simmetriche e rappresentano le due facce di una stessa medaglia. Queste donne, infatti, una volta arrivate in Italia, vengono istantaneamente oppresse da un meccanismo perverso che le categorizza, le classifica e le rende più facilmente controllabili. Chi decide in quale categoria inserirle e muoverle come pedine da una all’altra è sempre lo stesso potere centrale che le compatisce e che vuole salvarle.

Qualcuna viene inclusa in quella che viene chiamata “accoglienza”: un sistema infantilizzante che le rende dipendenti da tutto e per tutto. Le donne che entrano in questo circuito e in questo limbo, in attesa di un asilo politico o una sorta di protezione legale, nel “migliore” dei casi sono sottoposte a rigide regole che limitano la loro libertà e la loro iniziativa personale.

Se si decide di infrangere queste regole o se chi comanda il “gioco” decide di cambiarle, allora si passa dalla categoria “inclusa” o “includibile” a quella di indesiderabile, ed ecco che la medaglia si gira ed appaiono i lager di stato chiamati Centri Per il Rimpatrio, prigioni per persone senza documenti, e chi diceva di voler salvare quelle donne ne diventa l’aguzzino.

Lì dentro sovraffollamento, cibo avariato, assenza di cure mediche, tranquillanti e pestaggi rappresentano la quotidianità. Ma sono quotidiane anche le proteste e le resistenze che ognuna di loro mette in atto per non farsi schiacciare da questo sistema repressivo.

Le donne che finiscono nel Cpr spesso provengono dalle questure, alle quali si rivolgono per denunciare un partner violento, o semplicemente per rinnovare il permesso di soggiorno.

Le mura dei Cpr, come le frontiere tra gli Stati, sono strumenti costruiti per ostacolare quell’unione e quella solidarietà necessarie a una vera e forte lotta contro la cultura della sopraffazione e del controllo patriarcale.

All’isolamento e al silenzio ai quali lo Stato condanna le migranti recluse a Ponte Galeria, è necessario continuare a contrapporre con forza la solidarietà e la voce di chi vi si oppone, tornando ancora sotto quelle mura.

Non deleghiamo allo stato la soluzione a un problema di cui è artefice.

Contrastiamo la logica dell’accoglienza e dei centri di detenzione, non rendiamoci complici della violenza e del razzismo di stato.

Solidarizziamo con chi sabota e lotta contro le frontiere e le galere.

SABATO 24 NOVEMBRE PRESIDIO AL CPR DI PONTE GALERIA

APPUNTAMENTO DAVANTI AL CPR ALLE ORE 11 (FERMATA FIERA DI ROMA)

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Serata Immakolata!!!!

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Ora e sempre NOTAV!

Manifestazione sitav: è andata come previsto, ma sappiate che state giocando in difesa

http://www.notav.info/

La manifestazione sitav è andata come doveva andare: numeri alti come annunciato, cronache giornalistiche cotonate, un’ora di discorsi mirabolanti e tutto nei tempi prestabiliti, dalle 11 alle 12 e poi tutti a casa belli soddisfatti.

Dal Pd a Forza Italia, passando dai sindacati a Forza Nuova, con lo sponsor esplicito di tutti i quotidiani (Repubblica menzione speciale) e di associazioni di imprenditori della torino bene hanno riempito la piazza dei tanti capelli bianchi, dei giubbotti firmati, dei tanti che non possono accettare che le cose vadano in maniera diversa di come sono sempre andate.

Trovarsi di colpo a veder sottratto quel gioco, composto da politica/affari/favori/conoscenze, che ha foraggiato la crescita del “Sistema Torino” in tutti questi anni meritava una difesa bella compatta, veloce ed esplicita.

A questo, si somma il livore verso i 5 stelle ed ecco il capolavoro odierno: SITAV per non far affondare la città, SITAV per far andare Torino avanti.

Un racconto di parte, in una posizione di difesa che poche volte avevamo visto. Si perché di difesa stiamo parlando, di rimessa come si direbbe in gergo calcistico, perchè questa volta, cari e care, siamo noi a giocare in attacco!

Penserete mica che ci spaventiamo o ci deprimiamo per piazza Castello piena? L’abbiamo riempita così tante volte che non ci stupisce nemmeno un pò, anche perchè lo abbiamo fatto sempre con tutti contro, con cronache giornalistiche tese solo a disincentivare la partecipazione e poi a ridimensionarla appena terminata.

E c’è una cosa in più diversa dal solito: questa è la manifestazione di una piccola parte di persone che difende un suo interesse particolare, parziale ed esplicito. Sì perchè il nostro NOTAV parla un linguaggio comune, non difende interessi di categoria, non cerca nuove garanzie.

Il NOTAV parla di futuro per tutti e tutte, di denaro pubblico da ri-distribuire, di possibilità di lavoro diffuse, di sicurezza quotidiana per tutti, da Torino a Palermo.

Per questo non siamo preoccupati, anzi siamo ancora più positivi perchè ci piace il fermento che avvertiamo e avremo più occasioni per dire la nostra, e da qui all’8 dicembre, anche senza il favore dei nostri giornali, state tranquilli, lo faremo con un sorriso.

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Per una genealogia del razzismo italiano

Per una genealogia del razzismo italiano

http://www.nicolettapoidimani.it/

Punto 7 del "Manifesto del Razzismo Italiano" (1938)

Punto 7 del “Manifesto del Razzismo Italiano” (1938)

In seguito alla recentissima ripubblicazione di Difendere la “razza”, ho ricevuto svariati inviti a presentare il libro in giro per l’Italia.
Sicuramente una presentazione con commento dal vivo delle immagini d’epoca – come uso fare –  è molto efficace, ma siccome non sarà possibile andare ovunque, ho pensato che fosse il momento giusto per pubblicare in video questo percorso iconografico sulla costruzione della “razza italiana” nell’epoca coloniale – liberale e fascista – e sulle intersezioni tra genere e “razza” nella storia del razzismo italiano, nonché dei loro effetti sul presente.

Da tempo avevo in cantiere questo progetto e mi fa piacere poter dare l’opportunità di approfondire tali tematiche a tutte/i coloro che hanno letto  e apprezzato il mio lavoro di ricerca – dato che nel libro manca questa parte iconografica –  così come a chi non l’ha ancora letto.

Ringrazio la Libreria Calusca, l’Archivio Primo Moroni e il Centro sociale Cox18 di Milano per averne organizzata (e registrata!) la presentazione il 21 ottobre scorso.
Un ringraziamento particolare va, poi, a Miriam Canzi, che è intervenuta all’iniziativa presentando il percorso curato da Alessandra Ferrini Archive as Method (Resistant Archives) (2018), di cui ha fatto parte come studente, relativo ai materiali del disperso Centro di Documentazione Frantz Fanon, e il più ampio progetto AMNISTIA. Colonialità italiana tra cinema, critica e arte contemporanea.
Gli audio del contributo di Miriam e del dibattito seguito alla presentazione si possono trovare nel sito web di Cox18.

Mi scuso per eventuali imperfezioni nel montaggio, ma era prima volta che usavo questo tipo di programmi. Sono comunque certa che tali imperfezioni non penalizzeranno l’originalità della mia lettura  e l’attualità dei contenuti.

Buona visione!

Parte I

Parte II

Parte III

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La Parentesi di Elisabetta del 7/11/2017

 La Coordinamenta verso il 25 novembre/Materiali

“Nodi irrisolti”

2007-2017/ dieci anni di femminismo ovvero come il femminismo si è consegnato nelle mani del nemico.

Il femminismo è di gran moda. Se ne fa un gran parlare, non c’è canale televisivo, quotidiano, rivista, sede istituzionale o paraistituzionale che non parli di femminicidio, che non nomini la violenza sulle donne, da quella sessuale agli abusi sul lavoro, dalla necessità delle quote di rappresentanza femminili, di qua o di là, alla disparità di trattamento economico e via discorrendo. Si vendono le cuffie con le orecchie rosa, le borse con il simbolo di genere perfino nei mercatini rionali. Detto così sembrerebbe un gran bene. Invece il “femminismo” che va per la maggiore, svuotato di ogni valenza antagonista e liberatoria, diventato merce e strumento delle logiche di dominio, sta portando ai resti il femminismo tutto.

E’ stato un lungo percorso che si è dipanato dalla fine degli anni’70 fino ad oggi e nella deriva a cui siamo giunte ha una parte importantissima la scelta politica di non affrontare e risolvere alcuni nodi fondanti: la sorellanza, l’emancipazione, la trasversalità, l’interclassismo, il conflitto.

Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 le donne hanno scoperto di essere tutte sorelle nella consapevolezza della comune oppressione. Non più un problema femminile, dunque, di cui tutti quelli che avevano a cuore una società migliore avrebbero dovuto e voluto occuparsi, non più una carenza di attenzione e di diritti a cui la società avrebbe dovuto porre rimedio, bensì una questione strettamente legata ad un modello socio-economico, il patriarcato, assunto e affinato dalla società del capitale, che prevedeva ruoli sessuati precisi, gerarchicamente impostati, in cui il maschile veniva costruito come dominante e il femminile dominato per una resa ottimale degli individui messi al lavoro in una divisione precisa dei compiti e con uno sfruttamento differenziato e gerarchico. Tutte le donne, quindi, avevano un nemico comune, gli uomini, perché erano quelli a cui era stato affidato il compito di pretendere e far assolvere alle donne il compito sociale per loro costruito. L’asservimento del genere femminile era ed è trasversale alle classi sociali, seppure declinato in maniera diversa per ogni classe o frazione di classe.

La consapevolezza politica di cosa fosse il patriarcato e la presa di coscienza della sua natura strutturale aveva portato anche al separatismo. E qui dobbiamo aprire una piccola parentesi su cosa si intenda per strutturale, una parola di cui il femminismo riformista continua a riempirsi la bocca dicendo che l’oppressione sulle donne è strutturale perché si riconosce e si ritrova in ogni ambito della società. Invece è proprio il contrario. L’oppressione sulle donne si ritrova in ogni ambito della società perché è strutturale. E, quindi, la risposta a cosa significhi strutturale viene mistificata e non viene data. Dovrebbero svelare che il patriarcato è un modello economico che il capitalismo ha assunto e di cui l’aspetto culturale è solo la conseguenza, che il patriarcato è un modello organizzato per un ottimale sfruttamento e che per questo i ruoli sessuati maschili e femminili sono estremamente specializzati, che è un modello impostato sulla gerarchia, sul possesso, sul dominio e che quindi è impensabile destrutturare il concetto di proprietà fisica, affettiva, economica nello specifico del nostro sfruttamento senza porsi il problema di destrutturarlo nella società tutta. E questo vale, naturalmente, anche per la gerarchia e per il dominio che si basano sulla filiera meritocratica tanto cara al neoliberismo.

Ma l’assunzione del principio di sorellanza avulsa dall’analisi di come si muove questa società ha condotto a risultati perversi e ha perpetuato equivoci. Continue reading

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La chiamano sicurezza ma è violenza quotidiana

Giovedì 15 novembre alle ore 18.00 in piazza della Marranella

https://hurriya.noblogs.org/

A Torpignattara la costante intensità di retate e controlli delle forze dell’ordine sta suscitando l’interesse a discuterne tra chi abita il quartiere.
Se da una parte le vicende repressive spingono nei guai chi viene colpito, il fatto che siano molto diffuse produce, inevitabilmente, l’interesse a parlarsi, raccontando i molteplici episodi, immaginando qualcosa che vada oltre la lamentela individuale, poco utile a uscire dalle difficoltà.

Nel corso degli anni, una parte delle persone che abitano il quartiere ha già organizzato delle giornate di protesta contro la criminalizzazione della popolazione immigrata che media e politici associano al terrorismo, contro la conseguente chiusura di luoghi di preghiera con pretesti burocratici e contro il muro di gomma che le amministrazioni locali oppongono alla richiesta di certificati di residenza per chi vive in quel quadrante.

Al giorno d’oggi prosegue una vera e propria caccia all’uomo nelle strade di Torpignattara.
La polizia municipale scende in campo con le sue squadrette contro i venditori ambulanti e un capillare controllo del territorio viene esercitato da uomini di qualsiasi divisa: identificazioni continue a chi cammina in strada, ripetute “visite” a piccole attività commerciali con l’intento di trovare qualsiasi pretesto per impartire pesanti multe.
Anche i numerosi bar presenti nel quartiere vengono considerati come delle tonnare dove prelevare la gente, dei luoghi di ritrovo dove le forze dell’ordine eseguono continui rastrellamenti tra la clientela.

Purtroppo, come accade sempre più spesso, lo Stato trova anche i suoi complici e, come accaduto al Pigneto, gruppi facebook e comitati di quartiere sono strumenti utilissimi per spingere le persone alla delazione.
Alcune pagine sui social network e alcuni gruppi della cosiddetta società civile hanno scelto di “intervenire” nel quartiere, segnalando semplicemente alle istituzioni ciò che non va.
Dal segnalare l’immondizia che straripa ovunque sono passati a fotografare la vicina di casa che getta il sacchetto della spazzatura accanto il secchione colmo, da questa tendenza ossessiva, quotidiana, si è arrivati a dirette video su qualsiasi episodio nel quartiere e esposti collettivi alle forze dell’ordine contro gli schiamazzi in strada, associati a bar e piccoli alimentari.
Persone che si battono il petto e piangono per le vicende legate alla morte di Stefano Cucchi, oggi sono disposte a creare lo stesso inferno al proprio vicino di casa. Esposti, denunce e segnalazioni, piuttosto che scendere da casa e parlare, anche in maniera accesa, per risolvere i problemi legati alla vita quotidiana.

In questo clima pesante, mentre qualcuno gioca al computer con la vita altrui, le ripercussioni sui singoli sono reali.
Qualcuno passa nottate intere in questura per semplici identificazioni, qualcuno viene raggiunto da decreti di espulsione e denunce, chi lavora per strada deve correre via con le bancarelle per evitare il sequestro della merce, qualche piccola attività commerciale viene costretta a chiudere in ripetute occasioni, qualche bar viene costretto alla chiusura perché “fonte di pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica” date le frequentazioni.
Sotto attacco ci sono le esistenze di tanti e tante.

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Le donne che non difende nessuno

Le donne che non difende nessuno

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Sgomberato il Liceo Virgilio occupato!

La scuola del neoliberismo

Sgomberato il Liceo Virgilio occupato!

Con un ingente dispiegamento di forze di polizia è stato sgomberato il Liceo Virgilio occupato. La guerra e la demonizzazione delle occupazioni e dell’agire politico nelle scuole viene da lontano. A novembre 2017 lo stesso Liceo è stato oggetto di una campagna denigratoria riguardante presunti festini, uso di droghe , spaccio e gruppi di potere all’interno dell’occupazione, il tutto sbandierato sui media mainstream in funzione di ordine pubblico e recupero della serietà delle scuole contro le occupazioni. Al governo c’era il Pd e Gentiloni. Anni fa lo stesso Liceo è stato oggetto di monitoraggio al suo interno da parte di agenti in borghese travestiti da operai. Quello che è successo dunque non è che l’ultimo episodio di una lunga serie rispondente ad una strategia di normalizzazione e di adeguamento alla nuova scala di valori meritocratica e gerarchica messa in atto dal neoliberismo nei confronti del mondo dell’istruzione. Dimenticare questo anche in previsione delle mobilitazioni studentesche che sono previste per il 13 ottobre significa proprio fare il gioco del neoliberismo e riproporre la socialdemocrazia come depositaria di democraticità. Ci viene in mente a questo proposito il recente comunicato del Liceo Mamiani, anch’esso occupato che così recita < Ci teniamo infine a precisare che non abbiamo nulla contro la Preside e il corpo docenti e il nostro impegno sarà per lo sviluppo di una protesta “pulita” nell’interesse di tutti e per questo chiediamo a tutti noi studenti il rispetto verso la nostra scuola. > talmente e pericolosamente politicamente corretto da essere incensato da Repubblica.

A proposito del percorso neoliberista nel mondo della scuola vi linkiamo le riflessioni femministe che abbiamo fatto in questi anni.

1-Scuole sicure, controllo assicurato

2-Al liceo Virgilio è arrivato anche il SAP(sindacato autonomo di polizia)

3-I carabinieri al Liceo Virgilio!

4-DOSSIER/DALL’UNIVERSITA’ AI CONTESTI CIVILI: LA MILITARIZZAZIONE DEL SOCIALE“La paura determinerà la politica europea e internazionale dei prossimi anni” Marco Minniti, Ministro dell’Interno.

5-Riflessioni femministe sulla scuola

6-Delle prassi infami dell’alternanza scuola-lavoro

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Si parte e si torna insieme!Solidarietà a chi Resiste, comunicato

L’autunno del Governo giallo-verde si presenta sulla scena politica con una serie di decisioni, rispetto alla Grandi Opere, in sorprendente continuità a quelli precedenti: fare la TAP, il via libera alla Pedemontana, al passaggio delle navi nella laguna veneta e le numerose indiscrezioni rispetto all’irrinunciabilità del Terzo Valico.
 
Tutto ciò ben prima dell’esito della oramai messianica analisi costi benefici, che dovrebbe analizzare in maniera oggettiva il rapporto tra utilità delle opere e i costi relativi ai danni ambientali e l’impegno di denaro pubblico che queste portano inevitabilmente con sé.
 
Se rispetto al Tap questa decisione contraddice gli impegni internazionali dell’Italia rispetto agli accordi sottoscritti che impongono la progressiva limitazione del commercio e dell’uso di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas), dall’altro palesa la storica supremazia degli interessi economico-politici su ciò che dovrebbe essere la priorità di ogni governo: l’investimento in opere utili e necessarie, la tutela ambientale e la sicurezza dei territori.
 
Il bollettino delle persone che continuano a perdere la vita in questo paese continua ad aumentare, solo pochi giorni fa a causa del maltempo, ma continuativamente negli ultimi anni tra ponti che crollano, aree che si allagano, interi centri abitati spazzati via dai terremoti ecc…
 
Poco tempo fa siamo stati nelle zone terremotate delle Marche ed abbiamo visto coi nostri occhi come la ricostruzione, a seguito della devastazione portata dai terremoti più recenti, non sia nella priorità di questo governo, come in quelle dei precedenti.
 
Con tutti i territori che lottano per la loro sopravvivenza e tutela, con tutti coloro che negli anni hanno deciso di non abbassare la tasta, noi in questi anni abbiamo compiuto un lungo percorso di lotta e condivisione e di questo siamo estremamente orgogliosi.
 
Continuiamo a lottare fianco a fianco, perché per noi “Si Parte e Si Torna insieme” non è solo uno slogan, ma stella polare del nostro agire quotidiano.
 
Solidarietà a tutte le popolazioni Resistenti, ci vediamo in Valsusa il 17 Novembre per continuare a costruire insieme il futuro che ci meritiamo.
 
Movimento No Tav
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No Pentagono!!!

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Podcast degli Incontri in Sardegna 18/22 Ottobre 2018

“Le militanti del Black Panther Party”

Abbiamo incontrato insieme a Silvia Baraldini le compagne e i compagni di Sassari, Nuoro, Siniscola e Cagliari. Un ringraziamento a tutte e a tutti per la condivisione, gli scambi, l’ospitalità e un abbraccio alla terra sarda che ci ha accolte. 

Sassari giovedì 18 ottobre 2018/S’idea libera e Banduleras Atòbia Feminista

 clicca qui

Nuoro venerdì 19 ottobre 2018/ Nugoro Antifascista

 clicca qui

qui l’introduzione all’iniziativa Introduzione Nuoro

Siniscola sabato 20 ottobre 2018/ Tramas de Libertade e Gana e Gortoe

 clicca qui

qui l’introduzione all’iniziativa   Siniscola Incontro 2010 BP (1)

qui la traduzione di Mauro Piredda in sardo di un testo di George L. Jackson da “Con il sangue agli occhi” Traduzione di Mauro Piredda docx

Cagliari domenica 21 ottobre 2018/ B.A.Z. Biblioteca Autogestita Zarmu

 clicca qui

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Camminate di donne a Milano

Riceviamo dalle compagne di Milano 

Camminate di donne a Milano

Da qualche mese ad oggi qualcosa a Milano ha iniziato a muoversi: donne diverse si sono incontrate ed hanno iniziato a camminare insieme per le strade dei quartieri popolari/periferici di questa città.

Portando un messaggio chiaro: le strade sicure le fanno le donne che le attraversano unite, l’autodifesa è delle donne, pratichiamola insieme!

E’ stata portata l’attenzione su problemi che riguardano tutti: il degrado e l’abbandono in cui sono intenzionalmente stati lasciati i quartieri e la minaccia degli sgomberi; la dilagante gentrificazione che spinge i poveri, sempre più numerosi, sempre più lontano dagli occhi di chi accumula ricchezza grazie al sistematico sfruttamento dei lavoratori; la crescente militarizzazione della città con la scusa della necessità di maggiore “sicurezza”; parallelamente, i sempre più frequenti episodi di violenza nei confronti delle donne, soprattutto le donne migranti che si trovano in una condizione di maggior vulnerabilità.

E’ evidente la necessità di organizzarsi insieme per resistere e creare comunità forti, reali alternative a questo sistema. Le donne sono il cuore della comunità, per questo è importante incontrarsi, conoscersi, organizzarsi localmente nei territori, e creare reti in tutto il mondo.

La pratica di incontrarsi e portare insieme i nostri contenuti nelle strade, in mezzo alla gente, rimane valida anche oggi ed è per questo che abbiamo deciso di produrre e diffondere questi brevi video: perché possano essere utili spunti per tutte le donne che decidono di organizzarsi insieme.

Vi sentite abbandonate? Le donne, in tutto il mondo, si stanno organizzando!

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Avremmo dovuto riprenderci la notte e invece ci siamo ritrovate sole con le telecamere

“Avremmo dovuto riprenderci la notte e invece ci siamo ritrovate sole con le telecamere”

di Nella

Quello che è successo a Desirée è l’ennesima violenza subita da una ragazza, e purtroppo non sarà l’ultima. Per scardinare la violenza, lo abbiamo già scritto in mille salse, è necessario il femminismo, non quello istituzionale, né quello emancipazionista né quello donnista. È necessaria l’autodifesa femminista, è necessaria una lettura di classe, è necessario riconoscere il proprio nemico per evitare di essere strumentalizzate dall’ennesimo pacchetto sicurezza o dalle ordinanze anti alcol, come sta succedendo di nuovo. Queste soluzioni servono solo per poterci controllare meglio, perché in questi casi succede spesso che con la scusa del degrado o dello spaccio si limiti la nostra agibilità, il nostro movimento, proprio con la scusa di tutelare i cittadini ma soprattutto le cittadine. Forse dovremmo chiederci cos’è il degrado? Come mai se ne parla così tanto negli ultimi anni? L’infantilizzazione funziona sempre. Una responsabilità diffusa e condivisa ci ha stretto in una morsa asfissiante, siamo colpevoli ma non tutte, e quindi una cartaccia per terra è come un rifiuto nucleare; aver bevuto o essersi drogata equivale a essersela cercata e via dicendo. Mentre noi siamo sempre più costrette a chiedere “per favore”, il neoliberismo espropria tutto, pure le vite.
Avremmo dovuto riprenderci la notte e invece ci siamo ritrovate sole con le telecamere. La questione delle violenze sulle donne ora va di moda in politica, perché è uno strumento di assoggettamento, perché il modello di oppressione ha funzionato così tanto bene su di noi che dopo secoli di prova hanno deciso di allargarlo a tutti, questa è la globalizzazione baby.
Vorrei poter difendere la memoria di Desirée, evitare che un’altra volta una ragazza sia strumentalizzata, che il suo corpo venga dilaniato dai media, dai tribunali, dalla politica ma non potrò farlo. Spero solo che ci svegliamo da questo intorpidimento, guardiamo in faccia il nostro vero nemico, e a quel punto lo distruggiamo.

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La Parentesi di Elisabetta del 24/10/2018

“Universo incantato”

Lo sport è raccontato come un universo incantato che non avrebbe nulla a che spartire con orientamenti politici, conflitti sociali, convinzioni religiose. Lo sport sarebbe neutro, apolitico, al di fuori della lotta di classe, né di destra né di sinistra, al di sopra delle dispute di parte e delle tensioni sociali. E l’impudenza di questa narrazione arriva ad affermare che lo sport, animato dallo spirito decoubertiano, contribuirebbe a combattere il razzismo.

I principi propagandati del credo sportivo sarebbero fair play, rispetto dell’avversario, tregua olimpica, amicizia tra i popoli, festa dei giovani cosicché tutto questo culmina in false equazioni: sport e pace, sport e democrazia, sport ed emancipazione dei popoli, sport e rispetto dell’ambiente, sport e solidarietà.

La realtà ci racconta dell’affarismo, del doping, degli esiti truccati, della corruzione che vi  alligna, ma ci racconta anche di aspirazioni sociali, di collocazione di parte, di metabolismo sociale. Ci racconta quindi della parabola dello sport moderno che si accompagna ed è parte integrante della parabola della società borghese.  Continue reading

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