Riflessioni su un tabù: l’infanticidio/quinta e ultima puntata

Réflexions autour d’un tabou : l’infanticide

(traduzione della Coordinamenta / quinta e ultima puntata pp. 24-27)

qui la prima puntata pp.7-8

qui la seconda puntata pp.9-12

qui la terza puntata pp.13-17

qui la quarta puntata pp. 18-23

Ouvrage collectif paru en juillet 2009.

https://infokiosques.net/spip.php?article860

Perché ci sono ancora degli infanticidi oggi che abbiamo a nostra disposizione la contraccezione e l’aborto per prevenire o interrompere le gravidanze non desiderate? Questa è la domanda che viene sistematicamente posta quando si affronta questo tema. ci è parso importante rivisitare questi mezzi e la loro attuabilità.

In vitro, in vivo…e la libido?

Il successo delle lotte delle donne per l’accesso alla contraccezione ha fatto sì che questo sia diventato il solo modo accettabile socialmente di non avere bambini. Di conseguenza il ricorso ad altre forme di regolazione delle nascite è analizzato nella migliore delle ipotesi come un fallimento, nella peggiore come un errore o un crimine.

La contraccezione è oggi descritta dal mondo medico come infallibile, efficace e adattabile ad ogni donna.

Quando una donna deve scegliere un mezzo di contraccezione è raro che il/la medico/a  che farà la prescrizione si interessi a lei. E’ una questione di utilità in se stessa senza tener conto dell’adeguatezza alla vita delle donne coinvolte. Un esempio: se hai meno di vent’anni ti parleranno di pillola: se hai dei figli, di sterilizzazione; se hai avuto numerose interruzioni volontarie di gravidanza, ti proporranno l’impianto o l’iniezione trimestrale; se hai un rapporto fisso di lunga durata, ti spiegheranno che il preservativo non conviene più. Soluzioni stereotipate che pretendono di essere delle risposte adattate dal momento che le vere domande non sono state poste. In effetti quand’è che si parla di pratiche sessuali o di stili di vita?

Siamo ritenute tali da saperne abbastanza sulla contraccezione per non avere diritto all’errore, per evitare gravidanze indesiderate. Eppure si sa raramente abbastanza per decidere sul sistema di contraccezione che ci verrà adattato, per fare delle vere scelte.

Se, socialmente, la contraccezione è un affare di donne, in realtà è un affare di medici.

Il progresso tecnico si accompagna ad un controllo sempre più forte degli specialisti sulle nostre vite.

In altri termini, più la tecnologia è sofisticata, più richiede competenze tecniche, meno è possibile l’autonomia per quelle che vi fanno ricorso. Ci si ritrova disarmate davanti ai medici, senza padronanza reale di quello che ci capita, lontano dalle rivendicazioni e dalle pratiche femministe dell’epoca delle lotte per la liberalizzazione della contraccezione di cui noi siamo tuttavia ritenute essere le beneficiarie…

I mezzi di contraccezione sono classificati in funzione del loro livello di efficacia, misurato prescindendo dalle nostre vite. Se, in laboratorio, la pillola è efficace al 99%, è senza tener conto dell’alea della vita vera che comprende delle dimenticanze e degli errori di assunzione. Il discorso scientifico sulla contraccezione idealizzando i mezzi esistenti implica la colpevolizzazione delle donne che saranno le sole chiamate in causa in caso di fallimento della contraccezione.

Non esiste un mezzo di contraccezione efficace al 100% e nessuna vita che somigli ad un laboratorio. E’ un enorme abbaglio pensare che, in questo mondo in cui la contraccezione si vuole efficace, gli aborti, gli abbandoni e gli infanticidi non ci saranno più. 

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Ça ira Ça ira Ça ira, Les aristocrates à la lanterne

Nella stagione neoliberista che vede la nascita e l’affermarsi dell’ iperborghesia transnazionale con caratteristiche di nuova aristocrazia c’è bisogno di una nuova rivoluzione francese con lo spirito del “ça ira”

Il brano risale al 1790  d’autore anonimo.
Dopo la Marsigliese la più celebre canzone della Rivoluzione Francese soggetta ad un’infinità di varianti e la prediletta dalle donne parigine che la cantavano in coro nelle piazze della rivolta.

Versione della Fête de la Fédération (14 luglio 1790)

” Ah ça ira ça ira ça ira
Les aristocrates à la lanterne
Ah ça ira ça ira ça ira
Les aristocrates on les pendra
Et quand on les aura tous pendus,
On leur fichera la pelle au cul!

V’la trois cents ans qu’ils nous promettent
Qu’on va nous accorder du pain
V’la trois cents ans qu’ils donnent des fêtes
Et qu’ils entretiennent des catins
V’la trois cents ans qu’on nous écrase
Assez de mensonges et de phrases
On ne veut plus mourir de faim Continue reading

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Tanita Tikaram-Twist In My Sobriety

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Buona estate!!!!

Buona estate!!!

S-VERGOGNAMOCI!!!la“campagna” estiva della coordinamenta

La vergogna è un sentimento che si prova quando si pensa di aver commesso qualcosa di sbagliato…e la domanda è: sbagliato rispetto a cosa, rispetto a chi?

Le scale di valori che si assumono a riferimento non sono neutrali, rispondono a scelte precise e, nella nostra società, a scelte di potere che vogliono far rispettare lo stato di cose presente, mantenere lo sfruttamento, la divisione in classi, la divisione in ruoli sessuati, l’autorità, la legalità, la “moralità”….

La sottomissione non si conquista solo con la coercizione e le punizioni, con il monopolio della violenza, con divieti, sanzioni e obblighi, ma passa anche attraverso l’interiorizzazione di questi divieti e di questi obblighi.
Indurre all’obbedienza con l’autocolpevolizzazione è più efficace.
Si spaccia per “normale” e per “naturale” l’esistente.
Veniamo spinte/i fin dalla nascita ad accettare e fare nostra una scala di valori che serve invece soltanto a perpetuare il dominio, in questo momento, inscindibilmente patriarcale e capitalista-neoliberista .

Il sentimento di vergogna si esprime nei più svariati ambiti….

…ci si vergogna di non avere un lavoro, di averlo perso, ci si vergogna di essere povere/i, di non avere una casa, di non poter pagare le bollette, l’affitto….ci si vergogna perché non si può pagare la retta della mensa scolastica e i bambini vengono additati addirittura dagli altri bambini…. Quante volte abbiamo pensato vorrei, ma meglio tenermi i soldi da parte; vorrei ma devo pagare l’affitto… e scatta in noi la difficoltà, la vergogna del non poter fare. Proviamo vergogna perché la povertà, nella società capitalista, non è solo una condizione economica, ma assume anche un valore morale: povertà è sinonimo di pigrizia, incapacità o perdizione. È segno che non sei stata in grado di farti strada, di venderti bene, significa che non hai “messo a valore” tutto il tempo che avevi a disposizione.

La vergogna è un mezzo di controllo sociale. Continue reading

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Lucca – La Croce Rossa costringe al TSO una ragazza che voleva lasciare la tendopoli

Lucca – La Croce Rossa costringe al TSO una ragazza che voleva lasciare la tendopoli

 hurriya

Le informazioni disponibili in rete sono poche ma sufficienti per mettere insieme gli elementi di una vicenda emblematica della serie stratificata di oppressioni che schiacciano i vissuti delle donne che decidono di migrare.

Stiamo parlando della storia di una ragazza diciannovenne proveniente dalla Nigeria, arrivata in Italia con la figlia di 18 mesi. Com’è evidente in un regime di frontiere serrate e sempre più fatte arretrare verso il Mediterraneo, prima, e verso i Paesi di origine e transito, poi, chi riesce ad arrivare in Europa presenta subito richiesta di asilo, anche solo per ottenere un pezzo di carta e organizzarsi la vita o la fuga altrove.
Non sappiamo e non ci interessa la motivazione dietro questa scelta, sta di fatto che questa ragazza decide di fare domanda di asilo e scattano subito le maglie del paternalismo di stato: viene trasferita in una struttura protetta per donne con figl* minori gestita dalla croce rossa italiana.

Anche qui si potrebbe scrivere un trattato sul ruolo infame della CRI nella gestione dei flussi migratori, limitiamoci a ricordare che sempre a gestione CRI è il campo per transitanti localizzato a Ventimiglia, vicino alla frontiera francese, più volte segnalato da chi lotta contro le frontiere e da ONG e associazioni che hanno recentemente indirizzato una lettera ai governi francese e italiano per segnalare la violazione dei diritti fondamentali delle persone in transito, anche dei minori.
Ma che importa, alla croce rossa viene data la gestione di una casa protetta per donne e minori nonostante la retorica buonista sulla “buona accoglienza”, in italia – come altrove – funziona che se fai domanda di asilo, vieni messo in un centro di accoglienza e devi attenerti al regolamento interno del centro.
Ti allontani? Diventi irrintracciabile e quindi per le autorità di polizia stai rinunciando di fatto alla domanda di asilo.
Vuoi andare a vivere da un’altra parte? Impossibile perché le questure sempre più (in particolar modo quelle di Milano, Roma e Bologna) non accettano la dichiarazione di domicilio, ma pretendono la residenza, una vera e non quella fittizia. Quindi se non puoi permetterti un regolare contratto di affitto o se nessuno dichiara di ospitarti, o ti compri una residenza finta oppure anche lì bye bye, irrintracciabile e niente procedura di asilo.
Ti lamenti di come ti viene imposto di vivere nel centro? Anche qui la repressione arriva fulminea: sono sempre più frequenti i casi di revoca dell’accoglienza, di procedimenti penali aperti per danneggiamento, violenza privata e lesioni, di trasferimenti forzati da un centro all’altro.

Così si articola un sistema infantilizzante e paternalista che impone alle persone in viaggio di vivere alle condizioni decise da chi detiene il potere, nell’attesa che sempre chi questo potere lo detiene si riunisca per valutare la veridicità delle storie che impone alle persone di raccontare di fronte a perfetti sconosciuti (i membri delle commissioni territoriali per il diritto d’asilo), persone bianche e privilegiate che sedute a un tavolo si passano le carte da cui dipenderà poi il rilascio di uno status di protezione. Continue reading

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La Parentesi di Elisabetta dell’11/7/2018

“Fiches”

 “Con quanta maggior potenza il capitale, grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati non-capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali […] Il capitalismo è la prima forma economica dotata di una forza di propagazione; una forma che reca in sé la tendenza immanente ad espandersi in tutto il mondo e ad espellere tutte le altre forme economiche; una forma che non ne tollera altre accanto a sé[…]

Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale

 

L’argomento del giorno è l’immigrazione. Non c’è ambito politico, economico, giudiziario, legislativo, sociale, sociologico e culturale che non debba fare i conti con questo.

Il fenomeno dell’emigrazione appartiene a tanti periodi storici. Senza andare troppo lontano nel tempo e nello spazio ricordiamoci le migrazioni italiane negli Stati Uniti, in Canada, in Sudamerica e in Australia. Si tratta di cifre notevoli. Dal 1876 agli anni ’70 del novecento circa 24 milioni di emigranti hanno lasciato l’Italia, con punte di 870.000 partenze nel solo 1913. Migrazioni in cui una parte della popolazione povera andava, anzi veniva spinta altrove in cerca di fortuna per sopperire ad una grave situazione di povertà e di indigenza nel paese di origine.

Nel 1973 l’Italia ha per la prima volta un saldo migratorio positivo. Questo fenomeno da allora in poi diviene costante anche se prende una certa consistenza solo verso la fine degli anni settanta. E’ un’immigrazione che è avanguardia della trasformazione del mercato del lavoro italiano e della segmentazione tra lavoro qualificato e lavoro rifiutato. Sono lavoratrici e lavoratori domestici provenienti dal sud est asiatico o dal Sudamerica ma anche da Somalia, Eritrea, Etiopia e sono anche lavoratori stagionali, come ad esempio i Tunisini che approdano in Sicilia per lavorare nella pesca e nell’agricoltura.

Un cambiamento fondamentale nel tipo e nelle modalità dell’immigrazione verso il nostro paese avviene dopo la caduta del muro di Berlino e la guerra di aggressione alla Jugoslavia. Il flusso di immigrazione dai così detti paesi dell’Est, Romania, Albania, Polonia, Ucraina, ex Jugoslavia…è di proporzioni tali da essere chiaramente visibile a tutti.

Con gli anni novanta cambia anche il tipo di immigrato che viene in Italia, in riferimento al lavoro non è più catalogabile come colui/colei che fa un “lavoro rifiutato” dagli italiani. Sono manovali a giornata, badanti in nero, e poi lavavetri, venditori ambulanti, persone che non hanno una collocazione lavorativa precisa ma fanno quello che trovano e quello che possono. Aumenta a dismisura la così detta irregolarità e clandestinità. E tutto questo si accompagna all’aumento della disoccupazione italiana all’interno della trasformazione neoliberista del mondo del lavoro.

Le migrazioni che avvengono ora sono ancora diverse, hanno la caratteristica di un esodo biblico e i flussi provengono soprattutto dai paesi africani.

Il neocolonialismo ha distrutto le economie di sussistenza, le guerre “umanitarie” hanno destabilizzato e fatto terra bruciata di immensi territori, la predazione delle multinazionali ha inquinato il suolo, l’acqua, l’aria.

Tutto questo ha provocato da una parte il fenomeno dell’inurbamento in immense megalopoli in cui si ammassano persone che hanno abbandonato la terra in cui non riescono più a portare avanti neppure la mera sussistenza e sono ora costrette a vivere di stenti nelle bidonvilles, dall’altra una migrazione senza precedenti, un vero e proprio esodo verso l’occidente, per disperazione e perché l’occidente presenta se stesso con una propaganda mediatica e un immaginario non corrispondente alla realtà.

L’aggressione e la distruzione della Libia hanno aggravato questa tendenza in maniera esponenziale. La devastazione dell’economia di quel paese è avvenuta ad opera di Francia e Stati Uniti con la collaborazione fattiva dell’Italia che ha affossato il rapporto economico privilegiato derivante dal passato coloniale per piegarsi alle politiche neoliberiste. E’ stata così eliminata in Libia un’economia rentier che fungeva da cuscinetto rispetto alle migrazioni sub-sahariane. Guerra voluta e sponsorizzata dal PD e da Giorgio Napolitano.

L’esodo che si sta dispiegando è impossibile da arginare, frenare, mutare. Continue reading

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“Sole”

Maria Soledad Rosas “Sole”

23 maggio 1974/11 luglio 1998

[…]la rabbia mi domina in questo momento. Io ho sempre pensato che ognuno è responsabile di quello che fa, però questa volta ci sono dei colpevoli e voglio dire a voce molto alta chi sono stati quelli che hanno ucciso Edo: lo Stato, i giudici, i magistrati, il giornalismo, il T.A.V., la Polizia, il carcere, tutte le leggi, le regole e tutta quella società  serva che accetta questo sistema.

Noi abbiamo lottato sempre contro queste imposizioni e’ per questo che siamo finiti in galera[…]

Sole  

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19° campeggio No Tav dal 19 al 23 luglio!

Anche quest’anno vi diamo appuntamento a Venaus dal 19 al 23 luglio per il 19° campeggio No Tav!

http://www.notav.info/post/19-campeggio-no-tav-dal-19-al-23-luglio/

Un’occasione per fare un punto della situazione sulla nostra e molte altre lotte, ritrovarci ed elaborare nuove idee.

Dopo la grande marcia del mese di Maggio da Rosta ad Avigliana in cui decine di migliaia di No Tav sono scesi nelle strade per ribadire un No irriducibile alle grandi opere inutili, qui come altrove, a Giugno abbiamo preso nuovamente parola tirati in mezzo dalla formazione del nuovo governo.
Come abbiamo detto chiaramente già allora, il Movimento No Tav non ha governi amici, non delega a nessuno la propria lotta ed è consapevole che solo continuando a mobilitarsi potrà essere spina nel fianco di tutti i governi, da destra a sinistra passando dal centro o chissà dove, in attesa di scrivere noi il capitolo finale di questa  lunga storia. Continue reading

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In ricordo di Annamaria Mantini

8 luglio 1975/ In ricordo di Annamaria Mantini

“Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.”

Emily Dickinson

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Sul presidio al CPR di Ponte Galeria del 29 giugno

Roma – Sul presidio al CPR di Ponte Galeria del 29 giugno

Venerdì 29 giugno, una ventina di compagnx si è ritrovata ancora una volta davanti le mura di Ponte Galeria per supportare le resistenze quotidiane delle donne immigrate recluse nel lager romano. 

In una fase storica in cui il fascismo, il razzismo e la xenofobia la fanno da padroni, che sia in parlamento o nel bar del quartiere; in un periodo in cui quasi quotidianamente muoiono migranti inghiottitx dal Mediterraneo a causa del regime delle frontiere o vengono ammazzatx biecamente sui luoghi di lavoro o nelle strade; in un momento in cui ogni giorno si assiste quasi inermi e indifferenti alla violenza delle retate e alla persecuzione, marginalizzazione, criminalizzazione e invisibilizzazione di migliaia di individui solo perché nati “nel paese sbagliato”, ancora una volta sappiamo da che parte stare. 

Ancora una volta abbiamo scelto, a dispetto dell’isolamento e della partecipazione esigua, di tornare di fronte al CPR per urlare il nostro odio contro un sistema che esclude, reprime, ingabbia e deporta migliaia di persone; contro uno Stato – e ogni stato – che porta avanti senza tregua la sua guerra colonialista, e quella sì non conosce frontiera alcuna. Nessun confine né limite quando si tratta di depredare, sfruttare, distruggere territori, stuprare e uccidere persone.

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Gulizar Taşdemir

Gulizar Taşdemir

La “democratica” Norvegia, mercoledì 4 luglio  ha estradato in Turchia la militante curda Gulizar Taşdemir, nonostante questa avesse chiesto asilo politico e fossero eclatanti le motivazioni della sua richiesta e nonostante sia noto a tutte e a tutti il trattamento che i prigionieri e le prigioniere politiche subiscono nelle carceri turche. Ma la “democrazia” norvegese è tale, come tutte le socialdemocrazie, solo quando si tratta di qualche servizio sociale in più o di qualche “diritto”sessuale da concedere,  abbondantemente accompagnati da un altrettanto controllo sociale serrato. Ma non quando si tratta di scelte fondanti come l’alleanza atlantica. La Turchia è un membro importantissimo della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg è  segretario generale della Nato dal 2014. E’ in questi casi che si svela la sostanza e la profonda violenza della natura politica delle “democrazie nordiche”.

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La malattia cronica e mentale e la nostra immagine

Carina/Malata: come la malattia cronica e mentale si ripercuotono sulla nostra immagine corporea e rendono la bellezza complicata

https://animaliena.wordpress.com/

di Ariane.

Articolo originale  qui.

N.d.T.: il titolo è un gioco di parole intraducibile tra pretty (carina)/sick (malata) e “pretty sick” (piuttosto malata).

La salute non è binaria. Le persone che soffrono di malattie croniche e/o mentali possono effettivamente essere “malate” (termine di enorme complessità di per sé), ma non siamo in un dato giorno A) malati o B) non malati. Questi disturbi possono durare per tutta la vita o per molti anni, passando attraverso riacutizzazioni e remissioni. Ma non siamo solo “malati”, siamo persone con hobby, partner, amic* e, quando possibile, professioni. Le nostre patologie possono a momenti essere annichilenti, ma non sono noi. Sono solo una parte di ciò che siamo – persone complesse e sfaccettate, come lo sono tutte. Eppure, a volte sembrano esistere norme, percezioni e aspettative assurde sull’aspetto di una persona “malata”. Questo esacerba ulteriormente le già complicate relazioni che viviamo con i nostri corpi.

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Sono stata più o meno malata per la maggior parte della mia vita. Non ricordo davvero un periodo in cui mi sentissi bene per più di una giornata fugace qui o là, e nel corso del tempo la situazione è peggiorata. La maggior parte delle persone che mi conoscono ne sono in qualche modo consapevoli – ho smesso di cercare di nasconderlo molti anni fa. Eppure, sperimento costantemente in che modo il mio aspetto influenzi il modo in cui le persone percepiscono non solo me, ma anche l’esistenza e la gravità della mia malattia. Questo intrecciarsi di percezioni erronee complica le mie interazioni sociali, il senso incerto del sé che ho coltivato e il rapporto che ho con il mio corpo.

Se mi vesto bene in casa, o *gasp* trovo il coraggio di uscire di casa curata, allora sicuramente sono in ripresa e mi sento meglio! O no? Se mi vesto male, mi sto lasciando andare e mi sto “arrendendo”. Certo. Dovrei vestirmi in maniera più sciatta per abbinare i vestiti a quanto mi sento male? I miei pantaloni dovrebbero intonarsi al livello di dolore che provo? Così tanti pensieri mi passano per la testa quando qualcun* dice: “Hai proprio un bell’aspetto!” con un tono sorpreso e rassicurante. Dovrei sorridere e annuire? O dovrei correggerli e rispondere, “Grazie, ma non è il riflesso di come mi sento. In realtà mi sento davvero di merda.” Sarebbe quantomeno imbarazzante… i complimenti sono insidiosi, e contraddirli non è socialmente accettabile.

Tutto questo ha delle conseguenze sugli aspetti pratici della vita quotidiana. Qualcun* mi passa davanti quando sono in coda, senza rendersi conto di quanto mi devo impegnare per restare in piedi senza avere nulla a cui appoggiarmi quando ho le vertigini o sono esausta. Quando sono costretta ad estremi climatici di caldo o freddo per un lungo periodo di tempo, la gente pensa che io esageri o sia una frignona se mi sento svenire o se le mie estremità diventano molto dolorose. Come posso stabilire dei limiti e farmi valere quando non ci sono “prove” di ciò che sta accadendo dentro di me, il che porta alcune persone a credere che non dovrei avere un “trattamento speciale”? Dovrei lasciare bruscamente a metà una commissione? Dovrei evitare escursioni o viaggi? Non dovrei andare a fare la spesa da sola? Posso chiedere di cedermi un posto a sedere sui mezzi pubblici? Posso farlo senza subire sguardi interrogativi,  veri interrogatori o essere giudicata? Verrei trattata allo stesso modo se fossi su una sedia a rotelle o se avessi un bastone? Le mie scarpe graziose mi trasformano in un’imbrogliona? Posso indossare un bel vestito quando mi sento uno schifo? Senza essere perennemente messa in discussione?

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Le stazioni sono frontiere

Le stazioni sono frontiere

https://hurriya.noblogs.org/

Nel 2015 con il “Progetto gate” è iniziata la militarizzazione di alcune grandi stazioni italiane: prima Milano Centrale in occasione di Expo, poi Roma Termini e Firenze Santa Maria Novella. Il Gruppo Ferrovie dello Stato ha schierato gli agenti della “protezione aziendale” (struttura che si occupa di antifrode e collabora strettamente con le fdo) lungo l’ennesima frontiera interna: i varchi di accesso ai binari da cui partono i treni. Nelle stazioni suddette è ormai invalsa la prassi di controllare i biglietti in una zona presidiata da militari e fdo e situata tra il centro commerciale della stazione e i binari. Il pretesto è quello di rendere più sicure le stazioni dal rischio di furti e attacchi terroristici, ma gli obiettivi effettivamente raggiunti sono altri: da un lato ripulire la stazione (e i treni) da quell’umanità in eccesso e non produttiva che sperimentava le più varie forme di sopravvivenza ai margini del viavai quotidiano (una bancarella ambulante, una panchina dove riposare, un luogo di passaggio dove elemosinare); dall’altro lato aumentare i profitti delle aziende di trasporto attraverso un controllo sempre più serrato nelle stazioni e sui treni. D’altronde il nesso tra i varchi e l’antiterrorismo è evidentemente sfuggente, considerando il fatto che con un biglietto in mano l’accesso ai binari è consentito a chiunque. Pur mancando ancora i gates di accesso, anche a Torino, Bologna, Venezia e Napoli i controlli in stazione da parte di protezione aziendale e militari sono sempre più frequenti.

Da circa un mese una novità esalta la polizia ferroviaria, una nuova tecnologia che si aggiunge alle centinaia di videocamere disseminate nelle stazioni e sui treni: il palmare CAT S60. Ha l’aspetto di un classico smartphone, al momento pare ce ne siano in giro 800 e la sua sperimentazione è stata affidata alla polfer in servizio nelle stazioni di Milano e Roma, proprio a ribadire la trasformazione delle stazioni in zone di confine alla stregua degli aeroporti e delle varie frontiere interne. Con questo dispositivo di controllo high-tech i controlli si susseguono più rapidi che mai: il poliziotto inserisce le generalità o passa la banda magnetica del documento elettronico sullo schermo del palmare. Questo è collegato alla banca dati delle forze dell’ordine: in caso di precedenti penali o pendenza di provvedimenti di polizia, un segnale acustico risuona istantaneamente nella sala operativa della polfer che si mette in contatto con la pattuglia per dare ordini sul da farsi ed eventualmente inviare rinforzi, ulteriormente facilitata in questo dal GPS attivo sul palmare. Continue reading

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Riflessioni su un tabù:l’infanticidio/quarta puntata

Réflexions autour d’un tabou : l’infanticide

(traduzione della Coordinamenta / quarta puntata)

qui la prima puntata

qui la seconda puntata

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Ouvrage collectif paru en juillet 2009.

https://infokiosques.net/spip.php?article860

C’era una volta una storia di leggi

 Ci è sembrato importante rilevare come la società ha legiferato nel corso dei secoli sul ventre delle donne a seconda del contesto sociale, economico, politico, morale e religioso. E’ utile quindi raccontare lo sviluppo delle diverse regolamentazioni che riguardano la gravidanza. Sembrerebbe palese, ma ci sembra buono ricordarlo, che la legge è una fotografia dei rapporti di forza presenti nella società. Quindi quando si tratta di legiferare sulla procreazione, la costante è la dominazione patriarcale. A seconda delle epoche le legislazioni sono state un po’ più o un po’ meno repressive nei confronti delle donne sospettate d’infanticidio.

Definizione giuridica dell’infanticidio

Il primo testo di legge scritto su questo argomento nel moderno Stato francese è l’Editto del 1556 promulgato da Enrico II. Questo rende obbligatoria la dichiarazione di gravidanza e infligge la pena di morte alla madre in caso di decesso di un neonato non battezzato. Nel 1791 nel contesto rivoluzionario viene votato il codice penale. Questo sopprime qualsiasi riferimento alla morale religiosa e fa sparire la nozione di infanticidio.

Il crimine di infanticidio riappare nel 1810 nel codice napoleonico (articoli 300 e 302). La colpevole, allo stesso modo dell’assassino, dell’avvelenatore o del parricida, incorre nella condanna a morte. Per essere infanticidio il crimine deve essere commesso su un nuovo nato senza che sia specificata la differenza tra un neonato e un bambino. E’ nel 1835  che questo punto è precisato dalla Corte di Cassazione riguardo ad un arresto: c’è infanticidio quando il neonato non è stato dichiarato all’ufficio dello Stato civile, vale a dire entro tre giorni dalla nascita (articolo 55 del codice civile). Dopo questo lasso di tempo non si tratta più di <infanticidio> ma di <assassinio>. Un secolo e mezzo più tardi, il primo marzo del 1994, una modifica del codice penale abroga gli articoli relativi all’infanticidio. Questo atto è da allora in poi qualificato come <assassinio di un minore di meno di quindici anni>. Viene aggiunta una circostanza aggravante  se l'<autore> è un ascendente diretto. La pena conseguente è l’ergastolo (dopo il 1994 nessuna donna è stata condannata a questa pena). L’infanticida perde la sua specificità e le donne accusate di questo delitto sono giudicate come chiunque altro, uomo o donna, accusato del crimine su un minore. Tuttavia persiste in questa legge, all’interno di un articolo relativo alle circostanze dell’atto delittuoso, l’espressione <madre infanticida>.

Morale, giustizia, giurie popolari.

In qualunque epoca, le giurie popolari delle corti d’assise saranno nella maggior parte dei casi restie a mandare le donne al patibolo. Per contrastare questa <clemenza>, nel corso dei secoli il legislatore si è adoperato per cambiare le pene previste per ottenere malgrado tutto la condanna. Così nel 1824 questi prevede, nel caso in cui non sussistano le circostanze attenuanti, non più la pena di morte ma quella dei lavori forzati a vita. Questa pena sembrava ancora troppo pesante ai giurati popolari che erano restii a pronunciarla. Nel 1832 il codice penale viene nuovamente modificato, non sono previsti più i lavori forzati a vita ma per una determinata durata. A partire dal 1863, il giudizio è spostato dalla corte d’assise ai tribunali correzionali se non ci sono prove che il neonato sia nato vivo. La donna allora non è più accusata di assassinio ma di <occultamento di bambino>. Sarà quindi giudicata unicamente dai magistrati e non più da una giuria popolare. Come addetti ai lavori questi devono solamente applicare la pena prevista che va fino a cinque anni di prigione. Se, fino al 1900, le donne sono raramente giudicate colpevoli, quindi il più delle volte assolte, è perché l’infanticidio non era all’epoca pensabile come crimine premeditato. Sono delle <circostanze fuori dall’ordinario> che spingono queste <donne vittime> a questo atto inimmaginabile. Per riconoscere questa circostanza particolare, la legge del 21 novembre 1901 impone che la distinzione sia fatta nelle questioni di assassinio di bambini tra i casi di <ladri> perseguiti per omicidio e assassinio e quelli perseguiti per <infanticidio>. L’infanticidio può comportare una pena ai lavori forzati, modulata a seconda che sia riconosciuta o no la premeditazione. Continue reading

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Jessica Harper/Phantom of the Paradise

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