Il corpo: innatismo e materialismo

Il corpo: innatismo e materialismo

Elisabetta Teghil

“E’ maschio o femmina? lo deciderà lo Stato!”
( dal film Louise Michel- Francia 2009)

Che la lettura di classe, da sola, non sia sufficiente a leggere la società e, in particolare, la specificità delle questioni di genere, la cui caratteristica precipua è la trasversalità, non solo è condivisibile, ma è patrimonio del movimento femminista.
Ma è importante partire da questo dato perché, intorno al tema, c’è molta confusione e sottovalutandolo, non solo ci neghiamo una chiave di lettura, ma, anche e soprattutto è imprescindibile nell’odierna agenda politica delle nostre lotte.

L’uso dell’emancipazione come fine e non come mezzo, nella visione femminista socialdemocratica, ha annullato l’orizzonte della libertà, la strumentalizzazione delle diversità è stata uno dei veicoli attraverso i quali  sono state promosse le guerre umanitarie, la tutela delle differenze sessuali, con una lettura asimmetrica, viene “scoperta” solo in paesi non allineati all’occidente, per cui si è arrivati al paradosso tragico, che se circola in rete il blog di una lesbica di un certo paese che denuncia persecuzione, siamo sicure che quel paese è nell’elenco dei paesi da invadere.
La generalizzazione del principio della cooptazione di persone provenienti da ceti, etnie, ambienti oppressi che, in cambio della loro personale promozione sociale, contribuiscono all’oppressione dei gruppi di provenienza e degli oppressi/e tutti/e, ha avuto la sua manifestazione più eclatante nella nomina di un presidente nero negli Stati Uniti, tra l’altro già decisa a tavolino nel 2002, mentre i neri/e d’America che sono il 12% degli americani tutti, in carcere rappresentano il 50% dei detenuti/e.
In questo quadro il pinkwashing è l’emblema delle democrazie sessuali occidentali.

Ma l’assunto delle democrazie sessuali e delle guerre “umanitarie”, partendo dal presupposto di una nostra presunta civiltà, veicola il razzismo in maniera prepotente, per cui ci sono i corpi che vengono percepiti come” non bianchi”, comprendendo in questo non solo i corpi “non bianchi” in senso stretto ma , in una lettura allargata, i corpi che manifestamente sono percepiti come inferiori e schiavizzabili dai vincitori e, per un naturale trascinamento, anche i corpi che nelle nostre democrazie occidentali  vengono, comunque, percepiti come più deboli e/o diversi.

Da qui il passaggio dalla detenzione per condizione dei corpi migranti alla detenzione per condizione dei corpi “altri” in senso lato è breve e da qui la diffusione della violenza come regolatrice dei rapporti tra oppressi.
Il razzismo, sotto mentite e negate spoglie, attraversa e intride le nostre società occidentali in profondità.

Da qui la necessità di rigettare, con forza, ogni forma di definizione e catalogazione dei corpi, delle menti e dei comportamenti attraverso gli esperti perché chiedere  l’annullamento di questa o quella patologia comportamentale, che, magari, ci è più vicina, non fa altro che accettare e rafforzare il principio della catalogazione degli esseri umani.
La definizione dell’essere umano e del suo stesso corpo passa,  prima ancora, attraverso l’impostazione delle menti, volta a tradurre tutto in merce, anche i sentimenti, i costumi, la cultura. Continue reading

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Bus Per Roma: dacci una mano!

Sabato 23 partiremo in tanti per andare a Roma alla marcia per il Clima e contro le grandi opere inutili.Abbiamo già organizzato alcuni bus ma vorremmo dare la possibilità a tutti e tutte di partecipare alla manifestazione, senza che il prezzo del viaggio sia un ostacolo insormontabile per gli studenti e per chi non lavora.

Abbiamo fatto già diverse iniziative per raccogliere fondi e il movimento non ha fatto mancare il suo appoggio dalla nostra cassa di resistenza.

In Valle sopratutto i notav che non posso partecipare hanno comprato un biglietto simbolico.

Visto l’entusiasmo crescente, abbiamo prenotato altri bus, ma abbiamo bisogno di una mano per far fronte alle spese, non lasciando nessuno indietro, neanche questa volta!

Per questo chiediamo di fare lo stesso e prendere un biglietto simbolico tramite una donazione con il pulsante qui sotto.

http://www.notav.info/post/bus-per-roma-dacci-una-mano/

Grazie! Avanti notav!

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L’autodeterminazione di una Valle/ verso il 23 marzo

“L’autodeterminazione di una Valle e la nostra autodeterminazione”

(gilets jaunes XVIII)

Un contributo di una compagna NoTav  ai tempi del decreto femminicidio assolutamente da risentire

clicca qui

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Femministe contro il TAV/ verso il 23 marzo

Femministe contro il Tav/ L‘autodeterminazione unisce

La Val di Susa si oppone da più di 20 anni all’ennesima insensata devastazione ambientale, il Tav è un’opera inutile, dannosa e costosissima e la popolazione rivendica il diritto di decidere del proprio destino.

Ma è proprio questo  che il sistema non intende permettere, nessuna/o può osare decidere di sé e della propria vita.

La repressione della lotta No Tav è un monito per tutte e tutti: chi rifiuta lo stato presente con tutte le sue iniquità e ingiustizie, chi organizza il proprio rifiuto e propone un immaginario diverso, chi oppone la solidarietà all’individualismo, la lotta alla passiva rassegnazione viene demonizzata/o, perseguitata/o, criminalizzata/o, tacciata/o di terrorismo parola magica che etichetta qualsiasi dissenso sociale.

Ma noi non ci facciamo paralizzare dalla paura, perché è molto più pauroso sopportare le costanti barbarie quotidiane che combattere per una vita che valga la pena di essere vissuta!

Proprio perché siamo femministe

-rifiutiamo il concetto di legalità: le leggi non sono asettiche e tanto meno neutrali.Sono fatte dai più forti e destinate ai più deboli. Sono la sanzione formale di un rapporto di forza: garantiscono il diritto di proprietà sopra ogni cosa e permettono al ricco e al potente di sfruttare  in modo efficiente e sicuro tutte e tutti gli altre/i.

Oggi assistiamo ad un proliferare  di leggi, leggine, ordinanze varie-anche comunali- che hanno la pretesa di normare ogni aspetto della nostra vita fino alle sfere più intime: dallo Stato di diritto siamo trascinate in uno Stato etico;

-abbiamo la memoria lunga, sappiamo quanto dolore il feticcio della legalità e della norma ha portato nelle nostre vite, quando una donna finiva in galera per aver abortito, per adulterio o per il rifiuto di rimanere nel ruolo di cura che le è assegnato. E tuttora siamo in libertà vigilata, niente di quel poco che abbiamo conquistato con le nostre lotte è sicuro, niente è definitivo e quel che sta succedendo ne è una nefanda prova.

-denunciamo l’uso strumentale della nostra oppressione: negli ultimi anni sono state emanate una serie di leggi razziste, securitarie, di controllo sociale in nome della presunta lotta alla violenza di genere, compreso tempo fa il decreto contro il femminicidio fatto apposta per introdurre norme repressive contro la lotta No Tav.

-rivendichiamo autonomia e autodeterminazione: il femminismo lotta per costruire una società diversa e diversi rapporti economici: combatte contro la divisione sessuata del lavoro e della società tutta, contro i rapporti di subordinazione e la mercificazione della vita e delle relazioni. La lotta delle donne è inscindibile da una critica radicale al capitalismo e alla sua attuale versione neoliberista.

ROMPERE LE REGOLE DEL PENSIERO UNICO E DOMINANTE

RIFIUTARE IL CONTROLLO

NON CHIEDERE MAI NULLA MA PRENDERE QUELLO CHE CI SPETTA

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Verso il 23 marzo!

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Sottovalutazione

Sottovalutazione

[Per ricordare sempre che il decreto legge Salvini su immigrazione e sicurezza non è altro che l’ultimo atto]

Tutti i giorni ci sono cariche e fermi contro chi lotta per la casa, contro chi si oppone ai licenziamenti, contro chi lotta in difesa dei territori…

Chi si espone e si batte per una vita che valga la pena di essere vissuta paga un prezzo molto alto anche per espressioni di dissenso che possono essere catalogate di minima come entrare con i cartelli in un ufficio pubblico, sedersi per terra in mezzo alla strada e fermare il traffico, salire a dare i volantini sull’autobus, scrivere slogan sui muri o attacchinare fuori dagli “spazi consentiti”, interrompere un comizio o tentare di parlare ad un convegno…

Se fino a pochi anni fa chi manifestava poteva succedere che pagasse con il fermo, con le denunce, con l’arresto fino a farsi anni di carcere, ora tutta questa impalcatura è rimasta ma si è rafforzata nelle modalità, ha istituito dei meccanismi repressivi di nuovo conio e ha allargato a macchia d’olio la platea dei destinatari/e. Tra i nuovi e svariati meccanismi di controllo del dissenso, il sistema neoliberista ha messo in atto una modalità molto subdola e pericolosa di repressione e di contrasto che i recenti decreti Minniti hanno ulteriormente accentuato Sono le così dette “sanzioni economiche”.

Le sanzioni economiche possono consistere nella condanna ad un pagamento in denaro comminato in via amministrativa, senza il passaggio per un iter processuale e quindi velocissimo e/o possono essere inflitte come risultato di un procedimento giudiziario. E sono destinate sempre più, con un’accelerazione esponenziale nei confronti del dissenso politico. Possono essere inflitte per svariatissimi motivi: dall’ interruzione di pubblico servizio ai “danni” alla cittadinanza, dall’ addebito di spese per ripulire muri o manufatti distrutti durante le manifestazioni al risarcimento di danni d’immagine… fino al così detto “mancato ricavo” tanto che le ditte o le istituzioni che si ritengono “danneggiate” si possono costituire parte civile in eventuali procedimenti giudiziari. Continue reading

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Sabato 16 marzo a Ponte Galeria!

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12 marzo 1977/Il filo rosso

Riallacciare il filo perché chi dimentica ha già perso.

12 marzo 1977: Il femminismo che c’era

Il 12 marzo 1977 sotto una pioggia battente, centomila militanti, non centomila manifestanti, che è una cosa ben diversa, hanno attraversato Roma per dichiarare la loro alterità ai progetti repressivi e mortiferi scaturiti dal compromesso storico. Il giorno prima a Bologna era stato ucciso Francesco Lorusso. Ma la manifestazione nazionale era già stata chiamata da tempo. Erano compagne e compagni. E c’erano anche le femministe dell’AED Femminismo Roma, che pensavano che lo Stato fosse il nemico e non un interlocutore, che pensavano che il patriarcato fosse intrecciato in maniera inscindibile con il capitalismo, che ritenevano il separatismo strumento indispensabile della lotta femminista, che non credevano affatto nella fine delle ideologie perché l’ideologia non è altro che l’insieme delle idee con cui e per cui lottiamo, che portavano avanti autorganizzazione, autofinanziamento, autonomia con le donne e per le donne, che denunciavano la svendita delle lotte femministe al sistema del capitale…e che nel volantino distribuito pochi giorni prima , l’8 marzo, così scrivevano:

“[…]E’ in atto nel paese un vasto programma di riforme che tende a rilanciare il ruolo egemonico della borghesia come classe dirigente e a minare la lotta di liberazione della donna, la presa di coscienza delle classi subalterne, le conquiste operaie. Questo progetto riformistico avanza su due piani: 1) il rilancio della strategia del consenso, cioè la partecipazione delle classi subalterne ai progetti politici della classe dirigente 2) la repressione nei confronti degli strati politicizzati che non si fanno irretire da questa politica[…] Psichiatri, psicologi, psicanalisti, sessuologi, tiratori scelti, “squadre speciali” sono i nuovi interpreti del progetto politico[…] pertanto il potere ci ha regalato i consultori che si propongono come strutture tentacolari organizzate per intervenire nella crisi odierna che, con l’alibi dell’impreparazione dei singoli, demandano la soluzione delle tensioni individuali e sociali allo “specialista del comportamento” che le risolverà nell’ambito del sistema e non contro di esso, nonostante di quelle tensioni proprio il sistema sia responsabile[…] I CONSULTORI DELLO STATO NON DEVONO TROVARE LA COLLABORAZIONE DELLE DONNE CHE HANNO INVECE IL DOVERE DI SMASCHERARE IL RUOLO DEI CONSULTORI E DEI POLIZIOTTI IN CAMICE BIANCO[…]

dal manifesto dell’AED Femminismo  di quell’8 marzo

“I consultori programmati e finanziati dallo Stato sono: organismi al servizio del potere/ finalizzati al controllo del numero della popolazione/ canale di trasmissione dei valori dominanti/ strumento di manipolazione delle coscienze/ baluardo contro le soluzioni alternative e le prassi diverse.

ORGANIZZIAMO CONSULTORI ALTERNATIVI AUTOFINANZIATI!

 

Vi riportiamo uno stralcio  dal “Manuale Femminista”delle compagne dell’AED Femminsmo, stampato da Savelli nell’ottobre di quel 1977

“[…]l’educazione sessuale trasmette le norme su come, dove, quando e perché realizzare una attività sessuale “educata” e ovviamente le norme si imparano per attenervisi e sono trasmesse come “scientifiche” dagli “specialisti del comportamento” al servizio della classe al potere.

Progetti di legge per l’educazione sessuale nelle scuole sono già impostati. L’educazione sessuale degli adulti, nei consultori di Stato è già avviata.

Evidentemente ci sono lotte interne per arrivare alla gestione del settore. L’adulto si costruisce attraverso il condizionamento sin da bambino. Solo che l’appannaggio di questo condizionamento una volta era dei preti, oggi è dello Stato. E qui nasce lo scontro tra le forze clericali improntate alla repressione sessuale e le forze laiche psico-consumistiche ispirate alla logica della sessualità come mito e dovere sociale.

Educare significa scegliere per gli altri, finalizzare, utilizzando le strutture di cui lo Stato dispone: scuole, consultori, la stampa, la televisione, la radio, i film…

Quale indirizzo vincerà nelle scuole? Quello tradizionale o il “nuovo indirizzo”! delle false avanguardie?[…]

Sono passati tanti anni, ma quel filo rosso non si è mai spezzato.

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La Parentesi di Elisabetta del 13/03/2019

“Siamo all’offensiva?”

Siamo tante, siamo all’offensiva, il movimento delle donne salverà il mondo. Questo è il refrain che circola in lungo e in largo. E non sarà questo lo specchio dei tempi? Cioè che un movimento senza nessuna possibilità di incidere e di cambiare alcunché sembri vincente?

Quello che viene propagandato come “movimento delle donne” è dichiaratamente interclassista, le sue rivendicazioni sono di richiesta di riconoscimento e di tutela allo Stato e ha un’impostazione esplicitamente corporativa.

Lo sciopero è un’arma di lotta che dovrebbe mirare a cambiare un rapporto di forza attraverso il danneggiamento della controparte e a ottenere un risultato preciso. Si può fare sciopero bloccando tutto il servizio del pubblico trasporto perché non si vuole la privatizzazione del servizio, tanto per fare un esempio, o si può fare sciopero generale bloccando tutti i servizi della città perché non si vuole l’approvazione di una legge che sta passando in parlamento come il finanziamento delle missioni militari all’estero, tanto per farne un altro, ma è impensabile fare sciopero per la pace nel mondo. C’è forse qualcuno/a che non è d’accordo sulla pace nel mondo? Farebbero sciopero anche quelli che le guerre le fanno e le fomentano. Quindi ciò che salta agli occhi di primo acchito è che non può essere impostato uno sciopero contro la violenza sulle donne o sulle ingiustizie di questa società perché tanto sono d’accordo tutti e tutte, compresi tutti gli uomini e tutte le donne che sono direttamente responsabili della costruzione della società neoliberista e della perpetuazione del patriarcato.

Però, con una lettura più attenta ma neanche chissà quanto approfondita, il motivo vero balza fuori evidente. Le donne della socialdemocrazia riformista che hanno impostato qui in Italia questo movimento vogliono soldi, vogliono finanziamenti, vogliono carriere, vogliono che sia riconosciuto il ruolo delle donne che in questa società in effetti fanno parte della struttura di dominio ai livelli e nelle modalità più disparate. E, infatti, i fondi li avranno. Verranno dati  alle strutture dell’associazionismo femminile che come tutte le altre strutture dell’associazionismo vivono per se stesse e sono dei coaguli di interessi, verranno dati alle fondazioni, ai progetti…verranno effettivamente gratificate le donne che fanno parte dei gangli del potere e delle strutture di controllo e di diffusione del credo neoliberista: donne varie in divisa, magistrate, giudici, professore, giornaliste, docenti universitarie, intellettuali varie, ministre, donne in carriera ai vertici dello Stato e dei gangli istituzionali… le altre, le donne qualunque, verranno rigettate brutalmente nel calderone delle sfruttate, nel lavoro di cura, a fare le cameriere in casa delle emancipate, rimarranno precarie, sfruttate, sottopagate, ma verrà loro propagandato il credo, vero e proprio specchietto per le allodole, della possibilità della promozione individuale. Potrebbero arrivare anche loro e fare carriera, il paradiso è a portata di mano, basta volerlo, basta che lo Stato riconosca la validità e la funzione del loro apporto.

La struttura patriarcale così rimane immutata e non si illudano le donne che pensano di essere entrate nell’organizzazione del sistema, sono in libertà vigilata, quando e se non serviranno più verranno rigettate da dove sono venute. Il dominio patriarcale è assoluto, gerarchico, verticistico e piramidale e non si cambia dall’interno. Continue reading

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Il politicamente corretto

Il politicamente corretto/ “un’arma di distruzione di massa”

politicamente corretto 2

o politically correct?

ascolta qui

(giugno 2016)

[…] la storia è sempre la stessa e anche il copione. Come in ogni film c’è chi scrive la sceneggiatura, chi fa la regia e ci sono gli attori principali ed i comprimari.

C’è spazio, quindi, anche per gli aiuti umanitari, maniera elegante con cui le potenze occidentali forniscono dei prestiti che dovranno essere utilizzati dai paesi “aiutati” per acquistare armi, sempre dalle potenze occidentali.

Ma le buone ed i buoni , Ong e Onlus, vanno e andranno in quei paesi a fare del bene. Proprio brave/i!

E, con l’inizio dell’anno scolastico, ci saranno sicuramente associazioni della così detta sinistra che nelle scuole porteranno i banchetti per raccogliere soldi per i poveri bambini libici, per fare scuole, ospedali e pozzi ( bè, cent’anni fa facevamo le strade, ora siamo migliori) e insegneranno così agli studenti ad essere razzisti proprio perché noi siamo  democratici/che, superiori e altruisti/e. L’ipocrisia è il miglior insegnamento, dicevano i gesuiti.

E qualcuna/o adotterà qualche orfanello/a la cui famiglia è stata distrutta nel conflitto. Si sa, noi bianche/i siamo buonissimi, generosi e politicamente corretti. Naturalmente, come prima cosa, lo/a porteranno dallo psicologo per fargli superare il trauma della guerra!

Il papa predicherà contro la fame e la violenza nel mondo ( ma il cardinal Bagnasco non è quello che ha detto che i punti cardine da cui la finanziaria non deve prescindere sono la tutela della famiglia e le missioni all’estero?) e i cattolici contenti potranno raccogliere vestiti e giocattoli usati.

E nei supermercati, alla cassa, ti diranno di lasciare un centesimo per gli aiuti all’ Africa e, nei centri commerciali, gli sfruttati/e del nostro mondo, in cerca di un’impossibile gratificazione con l’acquisto di un capo scontato, si sentiranno dire nel banchetto di turno, da questa o quella associazione, che possono contribuire a salvare, vaccinare, scolarizzare bambini di paesi poveri e sottosviluppati e si sentiranno buoni/e, ricchi/e, bianchi/e e occidentali.

Mazziati/e e contenti/e.

E i docenti faranno tavole rotonde e i comuni e le province mostre di solidarietà, e le donne “impegnate” dibattiti sui diritti negati, nei paesi non allineati all’occidente, alle donne, alle lesbiche, ai gay.

Ma la vogliamo piantare, guardarci in faccia e dire le cose come stanno? […]

(settembre 2011)

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“Crepare è eticamente inaccettabile”

“Crepare è eticamente inaccettabile”

Denys

Niente pallottole/finanzio l’industria delle armi/Niente lamette/non ho fiducia nella cosmetica

Non me ne andrò a nuotare al largo/affogando inquino il mare/ci sono già plastica e liquami/a strozzare le meduse

Niente droga/abbasso i prezzi e non va bene,/anche chi spaccia/ha bocche da sfamare

Non mi farò schiacciare sulle rotaie/c’è chi si lamenta del ritardo/(che l’egoismo si sa è dei poveracci/mica di chi piange un signor qualcuno./Presto, portate i minuti di silenzio./Scarica trecento!)

Chi mi vuole morto/non ha intenzione di finirmi./Presumo che crepare/sia eticamente inaccettabile.

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Sul sessismo inclusivo e la lingua come istituzione

Il problema del linguaggio ricorre spesso nelle analisi e nelle riflessioni sulle questioni di genere. Vi proponiamo due articoli di qualche tempo fa che sono di grande attualità.

SUL SESSISMO INCLUSIVO

https://nobordersard.wordpress.com/

Annick Stevens

Si diffonde sempre più l’idea secondo cui, per lottare contro il sessismo e il dominio maschile, occorra introdurre ovunque la scrittura inclusiva, ovvero scrivere nomi ed aggettivi al plurale coi segni grammaticali congiunti maschili e femminili. Vorrei che si riflettesse senza pregiudizi sulla fondatezza di questa pratica e dei suoi effetti.

A prima vista sembra ovvio che menzionando sistematicamente i due generi grammaticali si evita di escludere o discriminare uno dei due sessi. Tuttavia, rispetto alla pratica ereditata che consiste nel designare con un solo termine al plurale tutte le persone a cui si fa riferimento, la scrittura inclusiva introduce una dicotomia persino nei gruppi misti in cui la differenza sessuale non è rilevante. Considerata da questo punto di vista, è la pratica ereditata ad essere inclusiva e la contrapposizione binaria a risultare esclusiva.

L’effetto reale della scrittura cosiddetta inclusiva e di altre dichiarazioni dicotomiche è che in ogni momento si divide in due l’umanità sulla sola base del sesso biologico. Quando si scrive «i/le lettori-trici», «i/le lavoratori-trici» o «gli/le amici-che», così come quando diciamo «lettori e lettrici», «lavoratori e lavoratrici», «amici e amiche», non si fa che ricordare incessantemente a ciascuno che, qualunque cosa faccia e chiunque sia, è la sua categoria sessuale a costituirne il segno. Di più, si lascia intendere che le attività di leggere, di lavorare o di amare non siano le stesse se attuate da un uomo o da una donna. Si carica sessualmente il linguaggio per parlare di cose che non sono sessuate ma che sono comuni all’umanità, e così facendo si introduce nell’umanità una divisione fondamentale, onnipresente, ineluttabile. Il procedimento ottiene allora un risultato opposto alle intenzioni: rafforza l’idea reazionaria secondo cui un individuo sia determinato in primo luogo dal proprio sesso, ripercuotendosi la differenza sessuale su tutte le capacità, comportamenti e realizzazioni degli individui.

Il problema linguistico


Fino a poco tempo fa non c’era nessun problema nell’indicare un gruppo con un plurale grammaticalmente maschile, perché notoriamente per convenzione quel plurale è misto (e non neutro, ovvero né l’uno né l’altro) e, qualora si voglia indicare un gruppo esclusivamente maschile, allora si dovrebbe aggiungere una precisazione. Ora, diffondendo la pratica degli enunciati dicotomici, si genera un dubbio e un bisogno di precisazione in testi che finora si comprendevano subito come inclusivi, per consuetudine. Stiamo creando l’impossibilità di parlare dell’umanità come una sola. Continue reading

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Ciao Serena

Ciao Serena, con tanto affetto, tutte noi.

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8 MARZO 2019

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8 Marzo 2019/ Tattica e Strategia

8 marzo 2019

TATTICA E STRATEGIA

COSTRUIRE I PICCOLI GRUPPI!

SMONTARE I CARDINI DEL NEOLIBERISMO!

 Il neoliberismo si è affermato. Siamo in una società modellata su una scala di valori che fino ad una decina di anni fa ritenevamo impensabile. In uno scenario di lotta interna alla classe borghese da cui è uscita vincente l’iperborghesia, in cui sono state proletarizzate le classi medie e le classi subalterne fortemente impoverite, la socialdemocrazia riformista in questi anni si è fatta carico di costruire, per conto del capitale transnazionale, un’egemonia culturale fondata su concetti come legalità, ”sicurezza” trasformata in paura sociale e militarizzazione, controllo sociale esasperato, annullamento delle conquiste degli anni’70, individualismo, meritocrazia, produttività, scomparsa della lettura di classe, disaffezione alla politica, qualunquismo e fascistizzazione del pensiero comune.

E’ da qui che dobbiamo ripartire. Dal chiederci come possiamo smontare questa organizzazione di pensiero prima ancora che delle specifiche soggettività avendo ben presente che una caratteristica propria del neoliberismo è inglobare le istanze antagoniste, metterle al proprio servizio, trasformarle in merce e tenendo conto che lo spazio della contrattazione è stato chiuso dal potere unilateralmente per una precisa scelta politica e che ha lasciato aperto solo quello del collaborazionismo. 

E’ necessario quindi porsi un problema tattico ed uno strategico e cercare forme di lotta diverse da quelle adottate finora.

La forma manifestazione è tollerata solo come processione in cui si chiedono delle grazie che non verranno mai elargite e che rafforzerà il sistema perché presenterà lo Stato come interlocutore.

L’opinione pubblica è costruita secondo una mentalità fascistoide, securitaria e legalista e quindi l’humus sociale in cui far vivere le lotte che necessariamente dovranno avere carattere di rottura con l’ordine vigente è estremamente limitato.

Il controllo sociale è asfissiante e quindi chi lotta al di fuori del rito della messa sarà messo in condizione di pagare un prezzo molto alto dal punto di vista personale ed economico attraverso la miriade di sanzioni amministrative che il sistema ha potuto attuare grazie al consenso costruito dalla socialdemocrazia riformista.   

Dal punto di vista tattico è necessario ripartire dal piccolo gruppo come struttura di base dell’autodifesa femminista e della pratica di costruzione politica. E’ un patto tra donne che si conoscono e si fidano reciprocamente e costruiscono sapere in autonomia. I gruppi fanno rete, le reti fanno produzione politica. Non serve una preparazione specifica, né una presa di coscienza particolare se non la consapevolezza e la necessità del reciproco sostegno. Noi non crediamo nella delega, negli esperti e nelle esperte, crediamo nella condivisione dei saperi e nella loro moltiplicazione, crediamo nella crescita politica e nella presa di coscienza della collocazione di genere e di classe che  il rifiuto della delega e la consapevolezza delle proprie possibilità organizzative creano e incentivano, crediamo nella presa in carico dei propri desideri, crediamo che la volontà di realizzarli  e la consapevolezza che solo noi possiamo essere in grado di farlo può portare le donne a cercare strumenti di uscita da questa società. Ogni gruppo creerà i propri strumenti, ogni gruppo si industrierà per smontare i cardini del neoliberismo, ogni gruppo non lotterà solo per sé ma lottando per destituire i momenti fondanti di questa società si costituirà come parte di un progetto generale. Il rapporto di reciproca fiducia, proprio perché ci si è scelte è più importante del freddo sciorinare di comportamenti standard. Le uniche maestre di se stesse possono essere solo le donne. Non esistono metodi precostituiti, esiste il bagaglio esperienziale messo in comune. L’immediatezza del soccorso, la garanzia del gruppo, la presenza effettiva è un deterrente per qualsiasi maschio che voglia produrre violenza molto più dell’asettica e lontana presenza di un ufficio aperto a ore stabilite, con prestabiliti meccanismi di intervento. Oltre tutto la vigilanza fra donne permette una presa di coscienza delle situazioni potenzialmente violente con molto ma molto anticipo. Questa organizzazione capillare non è sostitutiva dello Stato sociale ma avere servizi, facilità di accesso all’indipendenza economica, facilità di accesso alla casa per tutte e tutti, è frutto di un rapporto di forza e non di richieste e tanto meno di collaborazione con le istituzioni. E per ottenere questo non è la lotta categoriale che deve essere messa in campo bensì quella strategica dello smontaggio dei cardini del neoliberismo. I due momenti tattica e strategia sono inscindibili e l’uno rimanda all’altro. E’ impossibile costruire una lotta intrecciata di genere e di classe se non si costruisce l’autonomia delle donne contemporaneamente sia sul piano del reciproco supporto che su quello organizzativo generale perché l’abitudine alla delega annienta le possibilità di difendersi autonomamente e fa dimenticare la possibilità dell’autorganizzazione, infantilizza i soggetti che non sanno più scegliere da soli, ma si aspettano la salvezza da qualcun altro. Questo assunto riguarda non solo le donne ma gli oppressi tutti e la nostra lotta potrebbe costituire un valido esempio.

Dal punto di vista strategico, porsi l’obiettivo di smontare i momenti fondanti del neoliberismo significa impostare lotte politiche. Trovare il legame tra lotte diverse significa non farne una sommatoria ma portarle a sintesi. Nella scuola, tanto per fare un esempio, significa lottare contro la struttura gerarchica, contro il preside padrone, contro la gerarchia insegnanti-alunni, contro il controllo, contro la scuola azienda, contro il legame scuola-lavoro, contro la meritocrazia…nel nostro specifico, per esempio sul posto di lavoro, non ci dovrebbe interessare affatto fare carriera come e quanto gli uomini, ci dovrebbe interessare smontare il concetto di meritocrazia, rifiutare la gerarchia, smontare la retribuzione basata sugli incentivi, togliere di mezzo il controllo dell’orario…e potremmo continuare all’infinito perché ogni ambito pur nella sua specificità contiene i cardini da smontare.

La struttura di dominio patriarcale e capitalista-neoliberista è piramidale, verticistica, gerarchica ed è, quindi, sulla struttura che le lotte devono incidere. E’ necessario, proprio per questo, tracciare una linea imprescindibile di rottura tra le donne che si sono messe al servizio del potere e che supportano e propagandano la scala di valori e le scelte neoliberiste e la restante stragrande maggioranza delle donne che queste scelte le subisce.

La lotta femminista può essere di grande aiuto alla lotta di tutti gli oppressi perché, nonostante la deriva interclassista e collaborazionista che alcuni settori della lotta delle donne hanno preso in questi ultimi anni, le donne hanno ancora molto forte la capacità di riconoscersi nella comune oppressione. Questa capacità fino agli anni’70 era propria delle classi subalterne che avevano la chiarezza del loro sfruttamento. Le faceva partecipi di una comune speranza e si riconoscevano in un orgoglio di appartenenza. Ora non più, lo sfruttato è solo povero e dato che viene ritenuto colpevole della sua stessa povertà se ne convince lui stesso e se ne vergogna e non vuole riconoscersi nel suo simile, ma anzi scarica la sua rabbia su chi è ancora più povero di lui.

Le donne si riconoscono ancora, si guardano e si leggono in un comune sfruttamento e questa è una grande forza che non possiamo, non vogliamo e non dobbiamo disperdere. Mai come oggi è importante il femminismo come pratica storica, cosciente, organizzata, di liberazione, come conquista di una vita mai vissuta.

Coordinamenta femminista e lesbica

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