Che cos’è per te la militanza?

CHE COS’E’ PER TE LA MILITANZA?

Sempre più spesso viene usato il termine “attivista” per nominare chi prende parte alle lotte politiche o le costruisce. Nel mondo femminista “attiviste”, ma anche “ragazze”, perfino “amiche”, sono i nomi che vanno per la maggiore. Quasi a definire non una collocazione politica, bensì di gruppo o un generico impegno nel sociale che spesso tracima nel volontariato. Il termine “femminista”, invece, è usato troppo spesso a sproposito come grimaldello per far passare politiche funzionali al potere. Il termine “compagna” è caduto in disgrazia e usato solo in ambiti ristretti.

Sempre più si fa ricorso al generico termine “donna”, tornato prepotentemente nelle chiamate per manifestazioni, convegni, o nei volantini e nelle iniziative.

“Una generazione, per anni, si è riconosciuta chiamandosi compagna” (dicevamo nell’<Incontro Nazionale Separato sulla Violenza Maschile/Il personale è politico, il sociale è il privato> che abbiamo fatto come Coordinamenta insieme a tante altre compagne) e la parola sugellava un patto di appartenenza e solidarietà, qualche cosa ben oltre i gruppi politici e i loro programmi, qualcosa di difficilmente verbalizzabile proprio per la ricchezza della sua estensibilità. Compagna e femminista, ancora ieri provocavano vibrazioni che penetravano fin dentro gli abissi del disagio e della solitudine che pure c’erano anche allora. Ma, se sono le parole che fanno le cose, disfare quelle parole che sono, allo stesso tempo, categorie di rappresentazione e strumenti di mobilitazione, ha contribuito alla smobilitazione di quello che, un tempo, si chiamava femminismo”. Continue reading

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25 aprile 2017/La necessità di riconoscere il nemico

25 aprile 2017/ La necessità di riconoscere il nemico

Il 25 aprile è ormai da molto tempo una ricorrenza vuota. E’ stata completamente devitalizzata nei suoi contenuti di ribellione, di lotta armata, di sollevazione nei confronti dell’autoritarismo, del dispotismo, del controllo sociale, dello stato etico, della gerarchia, del classismo, del razzismo.

E’ diventata uno strumento per supportare una democrazia autoritaria che si propone come unico bene e che si identificherebbe con l’esistente ordinato, il migliore dei mondi possibili, connaturato dal fascino di un teorema immutabile. La distruzione di ogni autonomia nei rapporti sociali, nel territorio, nei luoghi di lavoro, è la garanzia di una radicale estirpazione dell’antagonismo di classe, la condizione di una società normalizzata, priva di zone d’ombra, subalterna al grande capitale, illuminata in ogni ora del giorno e della notte in tutti i posti privati e pubblici da un controllo rigoroso, diffuso, molecolare.

Abbiamo il diritto di esercitare la libertà di pensiero e di parola purché sia conforme al dettato vincente e imperante.

Il capitale sussume tutto il corpo sociale tendendo sempre più a farsi società, anzi a caratterizzarsi come unico rapporto sociale. Il capitale diventa società, mentre lo Stato si facarico di legittimare e difendere tutte le relazioni di dominio che sono insite nel capitale–società.

E’ la realizzazione del progetto/programma nazista: lo Stato sottopone a comando e a controllo preventivo e repressivo tutti i momenti in cui si produce antagonismo sociale, tende all’eliminazione di ogni momento di mediazione tra i cittadini e lo Stato e mira al comando diretto dei potentati economici.

Proprio per questo non basta denunciare le brutture del neoliberismo, l’attacco a tutto campo al lavoro, allo Stato sociale, alla scuola, alla sanità… alle libertà individuali e collettive, ma è necessario individuare il nemico, cioè l’autore materiale della naturalizzazione del neoliberismo nel nostro paese e cioè il PD e tutta la rete dei suoi accoliti, le prefiche della non violenza, le vestali della legalità, le strutture annesse e connesse che a fronte di parole accattivanti e “moderne” sono portatrici del fascismo e dell’autoritarismo nel nostro paese. Il neoliberismo ha rotto il patto sociale, ha chiuso ogni possibilità di contrattazione e spinge al collaborazionismo, l’unica forma di rapporto possibile in quanto permette al potere di presentarsi come attento e disponibile alle istanze sociali rafforzandosi e veicolando la propria scala di valori.

Pertanto è suicida mantenere un qualsiasi rapporto con il PD a qualsiasi livello e non denunciarlo come portatore di un progetto autoritario legato a sanguinosi colpi militari e a crudeltà di tipo coloniale nel terzo mondo e nei paesi occidentali di una società che, dietro la maschera della modernità, è contemporaneamente feudale, ottocentesca e nazista. Un progetto che, tra l’altro, attraverso gli opposti estremismi, il politicamente corretto, la spinta alla guerra fra poveri e tra cittadini così detti “legittimi” e migranti, sta consegnando alla destra il dissenso e l’alterità verso una condizione di vita insopportabile.

Se la storia e la memoria servono a qualcosa, e a questo devono servire, celebrare la resistenza significa riconoscere chi nel nostro paese è portatore di questo progetto devastante e cioè il PD in tutte le sue varianti ed accezioni.

Riconoscere il nemico è una necessità imprescindibile per non combattere a vuoto, anzi facendo gli interessi del potere.

Coordinamenta femminista e lesbica  

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Allarme Interno

Allarme Interno

Pubblicato il 23 aprile 2017 · in Schegge taglienti ·

di Alessandra Daniele

allarme– Dal Salento all’Abruzzo, le proteste si moltiplicano – la conduttrice si rivolge al suo ospite – ci sono interventi del ministero dell’Interno in programma?
L’ospite annuisce.
– Garantiremo che si proceda con l’espianto.
– Degli ulivi?
– No, dei terremotati.
– E dove saranno trasportati?
– In un vivaio apposito, finché pure in Abruzzo non terminerà l’installazione del nuovo gasdotto.
– Un gasdotto in zona sismica?…
– Sì, tanto il terreno è già smosso, e questo ci consentirà di risparmiare sulle tanto contestate trivelle.
– Trivelle?
– Per il tunnel.
– Quale tunnel?
L’ospite socchiude gli occhi.
Poi riprende deciso.
– Ma parliamo dell’allarme criminalità.
– No, scusi, stavamo parlando del gasdotto – obietta la conduttrice.
– L’allarme criminalità è più pressante – insiste l’ospite.
– Magari in seguito – indica il megaschermo – prima abbiamo un collegamento…
L’ospite estrae una pistola e gliela punta alla testa.
– Parliamo dell’allarme criminalità.
La conduttrice sgrana gli occhi.
– Parliamone.
– Gli italiani hanno paura – dice l’ospite, abbassando la pistola – La sicurezza è un valore di sinistra. La paura dei negri è un valore di sinistra. Non possiamo consentire che tutti gli italiani che hanno paura dei negri votino Lega. Questo causerebbe una deriva razzista che noi intendiamo assolutamente impedire, a costo di sbattere in galera tutti i negri. E i loro amici, come quelli che erano in collegamento – indica il megaschermo ormai spento dalla regia.
– Per la verità quelli protestavano per gli ulivi…
L’ospite fa per sollevare di nuovo la pistola.
– Negri – aggiunge precipitosamente la conduttrice – Gli ulivi negri.
– Che infatti sono infetti – annuisce l’ospite – Comunque noi intendiamo intervenire decisamente su tutti i problemi per i quali cittadini protestano, finché non ne resterà più nessuno.
– Di problemi?
– No, di cittadini che protestano – solleva di nuovo la pistola, e ordina – Pubblicità.

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I Nomi delle Cose del 19/04/2017

I Nomi delle Cose, lo spazio di riflessione della Coordinamenta femminista e lesbica/Anno 2016/2017-Nuova Stagione 

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Puntata del 19/04/2017

“CONTROLLO SOCIALE, IMMIGRAZIONE, TERRITORI”

tre facce della stessa medaglia che con i Decreti Minniti sono state portate a sintesi ideologica e legislativa.

Il percorso è stato lungo ed è passato attraverso:

-il totem della legalità

-la meritocrazia

-il politicamente corretto

-il controllo delle aree urbane

-la sperimentazione sugli ultras

-la videosorveglianza

-la strumentalizzazione della violenza sulle donne e sulle diversità

Concetti informatori dell’impostazione sociale neoliberista:

-povertà = colpa

-repressione delle economie marginali e di sopravvivenza

-collaborazionismo e asservimento volontario

-trasformazione del cittadino/a in delatore, spia e poliziotto senza divisa

-lavoro volontario e gratuito

-campi di internamento per le soggettività non gradite

-distruzione delle strutture collettive capaci di contrapporsi

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La Parentesi di Elisabetta del 19/04/2017

“Cambiare obiettivo per confermare la strategia.”

Anche nella stagione neoliberista il capitale non ha altre opzioni che scatenare una guerra mondiale per risolvere i propri problemi. I primi interessati sono gli Stati Uniti.

Ma la strada percorsa finora dalle amministrazioni statunitensi, fino al presidente Obama compreso, era stata quella di porre le premesse per arrivare ad una guerra di aggressione, naturalmente “motivata” creando incidenti ad hoc, contro la Russia. L’ amministrazione Trump ha rotto con questa linea politica ed ha individuato nella Cina il nemico principale e più importante per gli Usa.

Questo è il senso dell’attenzione ai rapporti con la Russia. Non un abbandono della politica tradizionale nord americana, non l’opzione per il dialogo, ma un cambiamento del nemico principale da abbattere. Pertanto sono errate le letture fatte dopo il lancio di missili Tomahawk ordinato da Donald Trump contro una base governativa in Siria incardinate fondamentalmente su due tipi di commenti, i primi incentrati sul fatto che il presidente americano avrebbe mostrato il suo vero volto a dispetto di tutte le esternazioni di voler trovare un miglior rapporto con la Russia, gli altri focalizzati sul cambiamento di registro nei rapporti con Putin a seguito delle pressioni delle lobby militari interne.

Semplicemente l’attuale amministrazione sta attuando quella che è una scelta di fondo che di fatto ne caratterizza la discontinuità con le precedenti.

Il ruolo degli Usa è sempre lo stesso, è il target principale che è cambiato.

Mentre prima, attraverso una serie di conflitti creati ad arte, dopo la Siria sarebbe toccato all’Iran, e usando la tattica del carciofo gli Stati Uniti avrebbero puntato alla Russia e per questa operazione serviva l’Isis, comunque lo si chiami, ora l’interesse si è spostato in Oriente con la Cina nel mirino. E la Corea del Nord dovrebbe assolvere la funzione che ha avuto la sfortunata Siria in Medio Oriente.

Questo cambio di strategia è dettato dalla convinzione che, in prospettiva, i pericoli maggiori verranno dalla Cina, non solo perché ha uno sviluppo economico molto imperioso e si sta imponendo come partner su molti scenari internazionali, ma perché si sta sganciano dal ruolo di paese che detiene tanta parte del debito statunitense e sta tentando di bypassare il dollaro come moneta di scambio a livello internazionale.

Ma per puntare dritti all’obiettivo gli Stati Uniti devono cercare di rompere l’alleanza sino-russa che negli ultimi anni si è andata molto rafforzando e che impedisce un attacco alla Cina. Questo è il senso delle presunte aperture alla Russia, unite alla politica del bastone e della carota.

La visita del segretario di Stato americano in Russia è stata un insieme di minacce e allo stesso tempo di promesse.

L’integralismo islamico viene evocato come pericolo anche nei confronti della Russia e completato con la abusata tattica delle rivoluzioni colorate e del megafono che viene dato agli oppositori. Tutto serve per far pressione compresi attentati, stragi, uccisioni di diplomatici, cadute di aerei nonché la vecchia ma rinnovata edizione della quinta colonna, cioè filo americani e magari qualche cosa di più, finanziati e formati da una miriade di Ong e sguinzagliati sul territorio russo. Questo è il bastone. La carota sono la Siria, la Crimea, l’Ucraina. Tanto le promesse statunitensi valgono come i trattati con i nativi d’America: carta straccia. L’importante è staccare la Russia dalla Cina.

In questo percorso, gli USA che vogliono pagare poco dazio umano e puntare solo sulla loro supremazia militare e tecnologica si sono dovuti inventare la Corea del Nord “pericolo per il mondo” rasentando il ridicolo che già li aveva coperti quando avevano presentato la Jugoslavia di Milosevic come un “pericolo per l’umanità”.

Ma hanno trovato due ostacoli per ora insormontabili: il rifiuto dei leader sud coreani e giapponesi di prestarsi e di prestare l’esercito per mettere piede in Corea del Nord. Non certo per motivi umanitari. I sud coreani dovrebbero combattere contro i loro fratelli del nord e contemporaneamente accettare il ritorno di soldati giapponesi sul loro territorio, nemici storici legati ad avvenimenti estremamente gravi. I giapponesi dall’altra parte dovrebbero riaprire una ferita mai rimarginata e rinnovare il ricordo particolarmente doloroso che è stata la loro presenza in Corea.

Evidentemente a casa loro non c’è un Napolitano che faccia per la Corea del Nord quello che è stato fatto per la Libia contro gli interessi stessi dell’Italia.

Lo scenario è molto complicato ma il cielo è gravido di nubi burrascose dovute soprattutto al fatto che la politica negli Stati Uniti dai tempi dell’uccisione di J.F. Kennedy non assolve più la funzione di mediazione degli interessi delle multinazionali rispetto alle classi e alla popolazione tutta, ma il potere viene esercitato direttamente dalle lobby economiche e in particolare da quelle militari e securitarie.

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Spunti sparsi sulla lotta antimilitarista e non solo

Un interessante contributo delle compagne e dei compagni sardi. “Nessuna pace per chi vive di guerra”, coniato come messaggio antimilitarista, diventa messaggio a tutto campo che noi condividiamo pienamente contro la guerra che il neoliberismo sta conducendo contro tutte/i  le/gli oppresse/i sul fronte esterno e sul fronte interno.

Spunti sparsi sulla lotta antimilitarista e non solo.

“La ricerca della classe./Costruire un legame fra le fasce sociali intrappolate e soggiogate dalle contraddizioni del sistema capitalista è indispensabile.”

https://nobordersard.files.wordpress.com/2017/04/contributo.pdf

“Ogni sistema fondato sulle classi e sulle caste contiene in sé il germe della propria dissoluzione.”Jack London – Il tallone di ferro.

Questo contributo teorico nasce dopo anni di impegno costante contro la militarizzazione in Sardegna, e non solo, fatti di cortei, blocchi e azioni dirette; ma vuole andare oltre, più in profondità, nelle contraddizioni che il sistema capitalista crea nella quotidianità dell’esistenza. Se per noi le parole chiave “blocchiamo delle esercitazioni” e “tagliamo le reti” sono state fondamentali nella costruzione di un percorso finora molto interessante, crediamo che vadano affiancate da altre, perché forse ora, da sole, potrebbero non essere più sufficienti.

Lo Stato sta asservendo sempre più le componenti sociali, in termini sia di gruppi che di individui (il disoccupato, lo studente universitario o il pensionato), incanalandole rispetto alle sue esigenze strutturali e, nel caso specifico, alla dottrina imperialista propagandata, sia come entità Nazionale ed Europea sia come entità Nato, tramite la vulgata quotidiana delle impellenti necessità economiche, della sicurezza e del controllo della “Nazione”. In una vieppiù capillare impostazione patriottica del vivere, il militare è visto quasi con orgoglio o comunque non estraneo alle esigenze della nuova esistenza fatta di perenni allarmi ed emergenze che possono in ogni momento intaccare le nostre tranquille abitudini. Continue reading

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21 aprile/Presentazione alla BAZ di Cagliari del corteo del 28 a Quirra

21 Aprile “Presentazione del corteo del 28 a Quirra” dalle 19 alla BAZ 

via poligonoPer il 28 aprile l’assemblea di A’Foras ha indetto un nuovo grande corteo contro la presenza militare in Sardegna. A cinque mesi dal corteo di Capo Frasca un’altra data per continuare il percorso ripreso ormai due anni e mezzo fa, che finora non era mai andato a toccare con decisione i territori ogliastrini e sarrabesi. Il PISQ è il poligono più grande d’Europa, 13.000 ettari permanentemente interdetti e altre migliaia e migliaia sottoposti a servitù; negli ultimi cinquant’anni vi si sono esercitati gli eserciti di mezzo mondo, nel vero senso del termine. Più recentemente è diventato una calamita per le multinazionali degli armamenti che vi trovano un luogo unico, in termini di conformazione e dimensione, per soddisfare le perverse necessità di cui i loro prodotti hanno bisogno prima di essere immessi nei mercati della morte. La capofila è Leonardo – Finmeccanica.

L’indisturbata presenza di questo colosso della guerra a pochi metri o chilometri dalle nostre case ci ha reso complici negli anni delle migliaia uomini e donne uccisi nelle stragi preparate al PISQ e altrove. E’ ben noto a quasi tutti i sardi e le sarde, e non solo, il danno ambientale e di inquinamento mortale che l’attività del PISQ ha creato, specialmente nei territori più vicini.

Aria, terra e acqua pesantemente contaminate, in alcuni casi in modo irreversibile. Migliaia di morti, fra umani e animali, direttamente collegati all’avvelenamento procurato dall’attività militare: leucemie, tumori, malformazioni neonatali e alterazioni di vario tipo.

Il PISQ è stato definito più volte luogo di morte, e questa definizione ci sembra veramente appropriata.

E’ ovvio quindi, alla luce di questa brevissima descrizione del PISQ, vedere nel corteo del 28 aprile una data importante, da vivere e organizzare al meglio, sperando che possa inserirsi nell’elenco di quelle giornate iniziate a Capo Frasca nel settembre 2014 e proseguite a Decimomannu, Teulada e di nuovo Capo Frasca.

VENERDì 21 APRILE DALLE 19 PRESENTAZIONE DEL CORTEO DEL 28 APRILE A QUIRRA. BAZ, Biblioteca Autogestita Zarmu, Via San Giacomo 117, Cagliari.

 
A SEGUIRE DIBATTITO SULLA FASE ATTUALE DELLE LOTTE CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLA SARDEGNA, CRITICHE, PROSPETTIVE E CONTRADDIZIONI.
 
A MARGINE DELLA SERATA CI SARA’ UN APERITIVO BENEFIT PER FINANZIARE LE SPESE DEL CORTEO.
SARA’ POSSIBILE PRENOTARE I POSTI SUI PULLMAN.
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A proposito dell’Argentina

In Argentina migliaia di donne si sono mobilitate in seguito all’ennesimo femminicidio

“Micaela è stata trovata uccisa. Siamo in lutto, siamo arrabbiate, siamo arrabbiate e deluse per uno stato impotente di fronte a cifre agghiaccianti: ogni 18 ore nel nostro paese si compie un femminicidio”.

In Argentina la scorsa settimana è stato attuato uno sciopero generale molto partecipato contro le politiche neoliberiste del governo.

Pensiamo, però, che sia il caso di fare alcune riflessioni. Non si può lottare a compartimenti stagni ed è impensabile dichiarare di essere deluse da uno Stato impotente rispetto alla violenza di genere. Sappiamo fin troppo bene che lo Stato non è altro che il momento organizzativo, in questo momento, del neoliberismo e il neoliberismo è nemico mortale delle donne e degli oppressi tutti. Noi siamo Ebe Bonfantini accusata falsamente di appropriazione indebita. Noi siamo Milagro Sala arrestata per le lotte con i popoli indigeni. E’ impossibile scindere  la violenza patriarcale dal sistema a cui è intrecciata a doppio filo. Abbiamo due nemici senza combattere i quali la strada della nostra liberazione è sbarrata: sul fronte interno i sostenitori/trici del neoliberismo, sul fronte esterno gli Stati Uniti. Dobbiamo ricondurre ad unità le lotte e questo vale sia in Argentina che qui da noi.

Proprio per questo vi riproponiamo una puntata de I Nomi delle Cose che abbiamo registrato qualche tempo fa.

i-nomi-delle-cose

Puntata del 09/11/2016

“Riflessioni femministe sulle lotte delle donne in Argentina, in Polonia, in Francia/retroterra e valenze/ quando genere e classe non si intrecciano”

clicca qui

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28 aprile/Poligono di Quirra

28 aprile, Poligono di Quirra – CORTEO CONTRO LE BASI MILITARI E LA GUERRA

https://nobordersard.wordpress.com/2017/03/09/28-aprile-poligono-di-quirra-corteo-contro-le-basi-militari/#more-3354

Organizzato da A’Foras, è stato scelto il PISQ per completare il quadro delle principali strutture militari presenti in Sardegna. Dopo le giornate di lotta dell’11 giugno a Decimomannu, del 3 novembre a Teulada, del 13 settembre e 23 novembre a Capo Frasca, mancava all’appello il PISQ, il poligono più grande d’Europa, 13.000 ettari di terra sottratti alla popolazione per preparare al meglio le stragi poi perpetrate in tutto il mondo. Continue reading

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Fuori l’Italia dalla NATO!

Fuori l’Italia dalla NATO! I modi sono tanti, ognun* scelga il suo.

Comunicato del Comitato No guerra No NATO sull’attacco USA alla Siria

 Due navi da guerra statunitensi, la USS Porter e la USS Ross della Sesta Flotta di stanza a Napoli, hanno attaccato la base siriana di Shayrat con 59 missili da crociera Tomahawk.

L’attacco, ordinato dal presidente Trump, è stato eseguito dal Comando delle forze navali Usa in Europa, agli ordini dell’ammiraglia Michelle Howard, che allo stesso tempo comanda la Forza congiunta della Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione di Niscemi del sistema statunitense Muos di trasmissioni navali.

L’Italia – dove si trovano importanti comandi e basi per operazioni militari in una vasta area che dal Medioriente e Nordafrica arriva fino al Mar Nero – è un fondamentale trampolino di lancio della strategia aggressiva Usa/Nato.

Gli Stati Uniti e gli alleati europei della Nato sono i principali responsabili di una situazione sempre più pericolosa, provocata dalla demolizione dello Stato libico, attaccato dall’interno e dall’esterno, e dal tentativo di fare lo stesso in Siria (sempre durante l’amministrazione Obama) tramite gruppi terroristi presentati come «ribelli», addestrati e armati dalla Cia e finanziati dall’Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo.

Proprio mentre tale tentativo stava fallendo per l’intervento russo a sostegno delle forze governative, e si stava per aprire un negoziato per mettere fine alla guerra, Stati Uniti e Nato hanno gettato benzina sul fuoco accusando il governo siriano di aver fatto strage di civili, tra cui molti bambini, con un deliberato attacco chimico.

Come ha dichiarato il Vescovo siriano Antoine Audo di Aleppo, «non si può immaginare che il governo siriano sia così sprovveduto e ignorante da poter fare degli errori così madornali». Vi sono invece prove che i «ribelli» siano in possesso, e abbiano già usato, armi chimiche.

Fallito il tentativo di far passare al Consiglio di sicurezza dell’Onu una risoluzione di condanna del governo siriano, che avrebbe permesso di attaccare «legalmente» la Siria come venne fatto nel 2011 con la Libia, il presidente Trump ha ordinato l’attacco missilistico alla base governativa siriana.

Le implicazioni di tale atto sono gravissime. Esse rendono ancora più tesi i rapporti tra Stati Uniti e Russia, le cui forze ora si fronteggiano direttamente in una situazione incandescente.

Non possiamo essere semplici spettatori mentre la guerra divampa, mentre aumenta il rischio di una catastrofica guerra nucleare.

Dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali, ripudiando la guerra nell’unico modo concreto che abbiamo: pretendere che l’Italia esca dall’alleanza aggressiva della Nato, non abbia più sul proprio territorio basi militari straniere né armi nucleari. Dobbiamo lottare per un’Italia neutrale, in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.

https://www.sinistrainrete.info/estero/9536-comunicato-del-comitato-no-guerra-no-nato-sull-attacco-usa-alla-siria.html

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Uteroghiamoci! Incontro conclusivo

Uteroghiamoci! Incontro conclusivo

Martedì 11 aprile dalle 20,30 alle 22,30 alla Consultoria Autogestita via dei Transiti 28-Milano

https://www.facebook.com/events/751130415049845/

“Lo scorso incontro ci ha messo nuovamente di fronte al fatto che, se le donne trovano un luogo dove esprimersi liberamente, i nodi emergono, irrompono. Insomma, non abbiamo parlato di gravidanza, ma di come ci sentiamo di fronte a questo tema.
E continueremo nel prossimo incontro, continuando a fare come fatto sinora, ossia modulandolo sulla base dei tempi della discussione, con l’obiettivo esplicito di riprenderci il tempo della ricerca su noi stesse, della condivisione, e dell’elaborazione collettiva.”

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No TAP né qui né altrove!

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La Parentesi di Elisabetta del 5/04/2017

“Pretoriani”

   Riaffiora continuamente nella sinistra una teoria che potremmo chiamare della “democratizzazione” che, in parole poverissime, pretenderebbe che lo Stato si muovesse su binari così detti “democratici” e si scandalizza e si flagella quando questo non avviene. E parla di regressione autoritaria, di deriva reazionaria e via dicendo.

Pensando che si possano chiamare ad una “democraticità” più fattiva gli apparati esistenti, si dimentica che lo Stato è lo strumento e l’emanazione della classe dominante, si cassa ogni considerazione sulla natura di classe dello Stato stesso, presentandolo come neutrale e necessario per le “oggettive” esigenze di direzione della società. L’idea della non neutralità dello Stato, una delle acquisizioni fondamentali del marxismo, è dimenticata, non soltanto nel revisionismo tradizionale e nel neo revisionismo, ma anche in molti spazi antagonisti. E questo vale a tutti i livelli sia che si parli di tribunali e di giustizia, sia che si parli di gestione della piazza e del dissenso, sia che si parli delle modalità con cui viene affrontato il sociale…

Da qui l’inconsistenza degli appelli dei partitini di sinistra per il ritorno a Keynes, che fanno finta di non accorgersi che non è vero che lo Stato si è ritirato. Si è ritirato per quanto riguarda lo stato sociale ma è sempre più presente nel supportare, finanziare e far crescere l’apparato militare industriale.

Lo Stato borghese è profondamente innestato, tramite i rapporti della connessione circolatoria, al movimento fondamentale della riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici. In questo legame, appunto, consiste la specificità della forma politica borghese e, pertanto, bisogna abbandonare l’idea della neutralità delle forze produttive rispetto ai rapporti di produzione. Non legare la forma statale borghese alla forma dei rapporti di produzione capitalistici, incarnati nelle forze produttive, ci impedisce una chiara individuazione dell’avversario.

Questo perché si dimentica che il modo di produzione capitalistico mette in luce le sue diverse articolazioni e che c’è un rapporto dialettico fra lo specifico e il momento unitario.

I rapporti di produzione capitalistici sono inscritti nei processi di lavoro e si traducono nei ruoli e, questi, compresi quelli sessuati, si riproducono continuamente nella divisione sociale capitalistica del lavoro.

Ma questa condizione non si realizza a partire dall’automatismo in sé, ma ha le radici dentro le condizioni sociali, cioè nella natura della società.

C’è una tendenza negli articoli e nelle prese di posizione della sinistra dopo gli avvenimenti che hanno segnato, ad esempio, la manifestazione del 25 marzo a Roma, a porre l’accento sulla deriva autoritaria con cui sono state condotte le operazioni di polizia nel controllo così detto “preventivo”, nel controllo della piazza, nella preparazione mediatica dell’opinione pubblica, nella demonizzazione del movimento. Si parla di fascistizzazione del paese, di gestione sudamericana e si parla di spazi democratici venuti meno.

Invece siamo di fronte ad un passaggio epocale che si è esplicitato in maniera particolarmente evidente nella gestione da parte della forza pubblica della piazza del 25 marzo. La polizia si è mossa autonomamente dal punto di vista delle scelte e degli obiettivi, è passata dall’essere entrata nel salotto buono alla dimostrazione di messa in atto di un’idea di società.

Il neoliberismo forma compiuta e attuale del capitalismo progetta una società sul modello dello Stato/Capitale dove le risorse destinate alla collettività, pensioni, sanità, istruzione, ammortizzatori sociali…vengono totalmente eliminate e destinate all’apparato militare e a quello poliziesco. L’apparato militare porta un attacco a tutto campo ai paesi del terzo mondo e a quelli asimmetrici rispetto agli interessi delle multinazionali anglo-americane e l’apparato poliziesco rende irrealizzabile da parte degli oppressi l’aspirazione ad una società più giusta ed equa. I ruoli tra l’altro diventano interscambiabili perché i territori interni vengono militarizzati e l’esercito assume caratteri di polizia interna e la polizia assume caratteri di forza di occupazione militare. La Nato allo stesso tempo assume il nuovo ruolo di polizia internazionale sancito dal neocolonialismo.

L’apparato militare industriale e quello poliziesco penitenziario diventano volano dell’economia anche perché devono reprimere le resistenze e le rivolte messe in preventivo.

Pertanto la strategia terroristica del capitale è divenuta la forma costruttiva del dominio. Una condizione scelta per la riproduzione del rapporto di produzione capitalistico.

Il neoliberismo è la forma a cui è approdato il capitalismo nella sua necessità di autoespansione. Non c’è nessuna crisi, bensì il neoliberismo è una precisa ideologia e la così detta crisi non è un effetto collaterale sgradito, qualcosa sfuggito di mano, bensì una scelta precisa e voluta.

L’ iper borghesia transnazionale, la nuova aristocrazia borghese nella fase imperialista, sta conducendo una lotta senza quartiere alle classi subalterne e a vasti strati della borghesia così come l’abbiamo finora conosciuta.

L’impoverimento della media e piccola borghesia, la sua proletarizzazione è un’operazione scelta scientemente, in una lotta di classe all’interno della classe condotta senza alcuno scrupolo e senza esclusione di colpi. In questa situazione mentre vengono buttati a mare quegli strati sociali che costituivano l’ossatura della borghesia così come tradizionalmente la conoscevamo, altre soggettività vengono fatte entrare nei posti di comando. Sono gli esponenti dell’apparato militare e poliziesco.

La crescita esponenziale di mezzi, di finanziamenti e di strutture che caratterizza l’apparato militare industriale e quello poliziesco fa sì che questi sistemi di servizio acquistino nella struttura gerarchica neoliberista sempre più peso e il potere che viene loro dal ruolo di gestione del dissenso, del controllo territoriale e sociale fornisce una posizione estremamente importante. Tanto importante da controllare ormai e tenere sotto scacco anche la stessa politica.

Le polizie nelle varie accezioni, nella struttura borghese tradizionale, erano situate in una collocazione di servizio e di subalternità alla politica. Ne eseguivano le direttive. Perfino durante il fascismo, in cui la repressione poliziesca era parte fondante del sistema, la sua subalternità alla politica era evidente. Le scelte, la volontà, i percorsi erano politici e la polizia faceva sì che potessero trovare gambe con cui camminare senza l’intralcio di dissidenti, fomentatori e ribelli. E questo anche nelle azioni e nei momenti polizieschi più sporchi. Nella dichiarazione alla Camera dei deputati del 26 maggio 1927, conosciuta anche come il <discorso dell’Ascensione> Mussolini affermava <Signori: è tempo di dire che la polizia non va soltanto rispettata, ma onorata. Signori: è tempo di dire che l’uomo, prima di sentire il bisogno della cultura, ha sentito il bisogno dell’ordine: In un certo senso si può dire che il poliziotto ha preceduto nella storia il professore (…) Ed era chiara la subalternità della polizia al progetto di ordine fascista.

Sta avvenendo una mutazione genetica, la polizia si sta svincolando dalla politica, va per conto suo, ha messo in atto una dichiarazione di indipendenza, di autonomia che apre scenari nuovi che ci ricordano il ruolo dei pretoriani.

E la politica è in palese perplessità. Non aveva nessun interesse il 25 marzo a presentare le manifestazioni contro l’UE come pericolose, ma anzi avrebbe voluto una città senza particolari problematiche mentre l’apparato poliziesco ha fatto chiaramente capire che la situazione di tranquillità o di ferro e fuoco sarebbe dipesa solamente dalle sue scelte.

La politica non voleva a nessun costo porre l’accento sulle manifestazioni di protesta contro l’Unione Europea mentre la questure e gli organi di gestione del così detto ordine pubblico si premuravano di creare un clima di terrore tra negozianti e cittadini in vista della “calata dei barbari”. Anche durante la manifestazione abbiamo assistito ad un tentativo di minimizzare le manifestazioni di dissenso da parte dei media mentre la polizia in piazza cercava ogni pretesto possibile per poter dare il via a quello che aveva attivamente propagandato nei giorni precedenti.

Il neoliberismo è una società di stampo nazista per il governo diretto dei potentati economici, per l’affossamento di tutte le situazioni di mediazione tra cittadini e Stato, per la pretesa di ridurre il dissenso a rivendicazioni corporative gestite dall’associazionismo collaborazionista, per la pretesa di incidere e di legiferare su ogni aspetto della vita, anche il più privato, imponendo uno Stato etico, appunto, di nazista memoria di cui il decreto Minniti è l’ultimo esempio, ma quello che sta succedendo nei rapporti tra polizia e politica è un’altra cosa. È il prodotto della lotta di classe interna alla borghesia che ha sostituito buona parte degli strati sociali che la costituivano con gli apparati polizieschi e militari.

E’ importante riconoscerlo perché ci permette di non pensare che quello che sta accadendo nella gestione dell’ordine pubblico sia una deriva reazionaria, un arretramento, una regressione della democrazia bensì ci dà modo di inquadrarlo come momento insito ed integrante del progetto neoliberista.

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La Pastora “Maquis” 1917-2017

La Pastora “Maquis”

 Teresa nel 1943

Teresa Pla Meseguer nacque ermafrodita a Vallibona un piccolo paese spagnolo, ora nella comunità autonoma Valenciana, nel 1917, il mese non è certo, da una famiglia poverissima. La madre, non sapendo come regolarsi, la registrò come femmina con il nome appunto di Teresa, perché pensava che così avrebbe avuto meno problemi. La discriminazione che subì per tutta la fanciullezza e l’adolescenza nell’ambiente rurale in cui era nata la portarono ad autoescludersi dalla comunità e si rifugiò in montagna, in solitudine, a fare la pastora. Da qui uno dei nomi con cui fu conosciuta.

Non partecipò alla guerra civile spagnola, ma quando andò al potere Franco entrò nel Maquis, il movimento di guerriglia e resistenza antifranchista. La presa di coscienza politica si accompagnò alla crescita personale e a quella culturale. Imparò a leggere e a scrivere e prese consapevolezza dei propri desideri e delle proprie sensazioni. Scelse l’identità di genere maschile e prese il nome di Florencio che divenne anche il suo nome di battaglia.

pastora teresa pla florencio maquis

La sua conoscenza profonda delle montagne che aveva maturato negli anni della solitudine fu molto utile al movimento maquis, tanto da farne una leggenda. Florencio per anni riuscì a sfuggire alla cattura, e fu arrestato in territorio andorrano e solo in seguito ad un tradimento. Condannato a morte nel 1960, la pena fu commutata in ergastolo e fu incarcerato per 17 anni in un carcere femminile, fino al 1977, quando uscì per l’amnistia proclamata dopo la morte di Francisco Franco. Nel 1980 cambiò ufficialmente identità all’anagrafe.  Morì ad Olocau nel 2004.

Florencio nel 1960, quando fu catturato

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Dédiée a Lumi Videla

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