Campagna per il NO al referendum di ottobre!

20)Votiamo NO per dire NO all’informazione di regime!

votare NO

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RadFag

Lottare per la vita dei neri significa essere contro la polizia

RadFag

(RadFag  is a Black, mixed-class, queer femme dedicated to combining arts and education to inspire direct action. Their writing has been featured in the AK Press anthology Taking Sides, as well as at Truthout, Salon Magazine, Socialist Worker and other abolitionist and feminist-based media. ) 

A partire dall’omicidio di cinque poliziotti a Dallas e degli altri tre a Baton Rouge alcuni giorni fa c’è stata una nuova ondata di condanna del movimento Black Lives Matter, accusato di essere violento e guidato dall’odio. Ciò ha condotto al rinnovato sfogo, con retoriche apologetiche, da parte di membri della comunità nera, di leader e di giornalisti. Il coro è: “Il movimento Black Lives Matter non è contro la polizia – è contro le brutalità della polizia”.

Nonostante qualcuno abbia elogiato Obama per il suo sostegno al movimento pronunciato mentre parlava alla commemorazione per i cinque poliziotti morti a Dallas, il suo discorso ha contribuito attivamente a supportare questa narrazione. I suoi commenti sono stati un tentativo di sterilizzare le correnti radicali del movimento per le vite nere, nello stesso modo in cui gli scrittori embedded che mitizzano il movimento per i diritti civili hanno cancellato le sue rivendicazioni più radicali e le sue tattiche militanti […].

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Scappare dalle riserve

Scappare dalle riserve.

Elisabetta Teghil

“Tra poco sarà troppo tardi per conoscere la mia cultura, poiché l’integrazione ci sovrasta e presto non avremo valori se non i vostri. Già molti fra i nostri giovani hanno dimenticato le antiche usanze, anche perché sono stati presi in giro con disprezzo e ironia e indotti a vergognarsi dei loro modi indiani.”
(Il mio spirito si innalza- Capo indiano Dan George)

mary crow dog

La rappresentazione dell’”Altro” da sempre è utilizzata per la costruzione di un nemico che permetta la mobilitazione dei cittadini/e per dimenticare crisi e ingiustizie. Una valvola di sfogo.
Nelle correlazioni tradizionali c’erano queste classiche equazioni: comunismo-dittatura, lotta armata-terrorismo, autonomia-violenza, lesbiche-immorali, omosessuali-corruttori, anarchici-senza dio, femministe-rovina famiglie…. Alcune di queste sono venute meno, qualcuna è rimasta e molte altre si sono aggiunte: poveri-delinquenti, disoccupati-falliti, lavoratori pubblici-fannulloni, operai-scansafatiche, insegnanti-rubastipendio, pensionati- parassiti, politica-sporca, partiti-corruzione, collettivi e centri sociali-covi di estremisti e terroristi, resistenti della val di Susa-irragionevoli e violenti, solidali contro i Cie-fomentatori di rivolte….. Queste correlazioni, una volta costituivano l’armamentario dell’estrema destra, oggi attraversano l’insieme dei discorsi mediatici dell’intero arco partitico.

Ma chi le porta avanti con ricchezza di argomentazioni , utilizzando un lessico formalmente di sinistra e politicamente corretto sono i partiti e le organizzazioni socialdemocratiche, da quando, votandosi ai valori neoliberisti, si sono trasformate in destra moderna.
Uno dei temi più ricorrenti in cui si esercita il dualismo “noi e gli altri” è quello riferito agli immigrati.
Immigrato-disoccupato, immigrato-rubalavoro, immigrato-rubacasa, immigrato-sfruttatore del servizio sanitario e sociale, immigrata dell’est-rubamarito, immigrate-prostitute, immigrato-che qui pretende quello che a casa sua non oserebbe mai chiedere, immigrato-coniglio che si moltiplica a dismisura, immigrato-spacciatore, immigrato-stupratore….
Queste immagini acquistano ufficialità quando vengono veicolate dai media e dai partiti, dove gli immigrati vengono presentati come quelli che minacciano l’identità, l’integrità, la sicurezza della popolazione e la sovranità del territorio italiano.

Il discorso politico sull’immigrazione viene ridotto ad un problema di sicurezza.

Questo è l’impianto, ma c’è una tecnica discorsiva che definisce ,per contrasto, colui che si è integrato. Un’immagine che produce il messaggio che chi vuole davvero integrarsi lo può fare, quindi, gli altri, hanno scelto o si sono accontentati di non farlo. Così si rovescia la responsabilità delle discriminazioni sugli stessi che le subiscono e, per trascinamento, il discorso vale per tutti i poveri di casa nostra.
L’integrato, segue un percorso che lo porta a somigliare all’italiano della rappresentazione mediatica e, pertanto, si appiccica una maschera bianca alla sua figura.
L’immigrato integrato deve essere, necessariamente, devoto ai valori di questa società, servile e, soprattutto, deve “avercela fatta”. E deve, inoltre, acquistare la fiducia e, pertanto, essere in prima fila nella condanna della stragrande maggioranza degli immigrati che, invece, non ce l’hanno fatta e nella richiesta di pene severe nei loro confronti e di una legislazione imperniata sui respingimenti, giustificando e, addirittura nobilitando, l’uso dei Cie.
Il successo e l’adesione sono i due termini cardine su cui si impernia il concetto di integrazione.
Così presentata, l’integrazione rimanda, inevitabilmente, ad una situazione di inferiorità di partenza, rinnovando i principi del razzismo.
La mediatizzazione del tema e i discorsi dei partiti sono costruiti attraverso un rinvio sistematico a figure di immigrati che si oppongono a politiche di apertura, di tolleranza e di rispetto verso la cultura dell”altro”. Queste immagini sono legittimate da una forma di sdoganamento delle politiche securitarie e perpetuatrici dell’oppressione attraverso il “bene per loro” di cui si è impossessata la sinistra socialdemocratica.
Si ondeggia tra una lettura paternalistica del lavoratore immigrato, docile e subalterno, ma suscettibile di ricadere nella criminalità e nel terrorismo, e una neocolonialista che vede nell’immigrato integrato la prova della superiorità del nostro sistema, immigrato a cui si chiede continuamente che dia prova di adesione e di partecipazione. Pertanto, l’immigrato che si è integrato, che ce l’ha fatta, ingiunge a se stesso di essere il più vicino possibile, il più somigliante, a quello che si aspettano da lui i borghesi bianchi benpensanti. Svolge la funzione di giustificazione e di diffusione di un messaggio di sicurezza, di legittimazione condotta contro l’immigrazione, i poveri e gli oppressi tutti.

Il neoliberismo che è la forma compiuta ed attuale del capitalismo nella sua necessità autoespansiva non può che distruggere le economie altre. Questo si proietta nel rapporto con le altre culture, nei cui confronti non c’è rispetto delle peculiarità, ma solo una forma di cannibalismo culturale, a conferma che il capitalismo è anche metabolismo sociale.
Non a caso i due popoli più perseguitati sono , negli Stati Uniti, i nativi e nell’Europa occidentale, i Rom, perché, entrambi , a questo progetto di integrazione, sono quelli che più si oppongono.

Questa è l’operazione in atto anche nei confronti di noi donne , è questo che intendono per emancipazione/integrazione, l’adesione ai valori della società patriarcale e alla sua strutturazione sessista, classista, razzista.
Questo comporterà, necessariamente, sempre , un gran numero di donne, la stragrande maggioranza, emarginate e oppresse in diverso grado a seconda del dato biologico, censorio, etnico. Il paradiso è promesso e non raggiungibile per tutte, solo per quelle che si prestano a tenere nell’inferno la stragrande maggioranza delle altre.
Ma quelle che sgomitano e si danno tanto da fare per ottenere promozioni individuali non si facciano illusioni, alcune saranno promosse, molte faranno le piazziste del verbo neoliberista, ma nessuna entrerà a far parte dell’iper-borghesia. Lì si entra per nascita. A conferma che quest’ultima è l’aristocrazia dei nostri tempi .
Noi non ci metteremo mai la maschera del maschio, non ci faremo mai omologare ed integrare, e scapperemo sempre dalle riserve.

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Daniela Pellegrini/Manifesto per apertura primo gruppo di donne a Milano 1964

Daniela Pellegrini/ Manifesto per l’apertura del primo gruppo di donne a Milano-1964

daniela pellegrini https://www.facebook.com/daniela.pellegrini.98499

DOCUMENTO PER UN’APERTURA DI DIBATTITO
1964 (Daniela Pellegrini)
L’estraneità assunta dalla donna di fronte e nel contesto dei problemi che rendono attivo
l’individuo nella storia è stato ed è il comodo antidoto all’estraneazione subita ed accettata. La
società non fa altro che sostenerla ed agevolarla nella misura in cui vuole relegare la ‘femminilità’
(l’eterno femminino!) a un ruolo circoscritto in una sfera a parte, che ha in sé tutte le prerogative
dell’estraneazione poiché essa deve bastare a se stessa. Le sono stati imposti infatti compiti e
funzioni specifici a una interpretazione ‘sessuale’ della donna. In questa sfera ella trova l’unica via
a significarsi in una trascendenza costruita sul sentimentalismo della riproduzione e del richiamo
sessuale. Continue reading

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Marina Rossel al Gran Teatre del Linceu

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…..ma non sarà paraculite?

Dalla pagina facebook di Daniela Pellegrini

https://www.facebook.com/daniela.pellegrini.98499?fref=nf&pnref=story

Henriette D’Angeville
1 agosto alle ore 14:29
Le femministe che hanno marito e famiglia ti dicono che bisogna dialogare con gli uomini,
le femministe che stanno nei partiti ti dicono che bisogna dialogare con la politica,
le femministe cattoliche ti dicono che bisogna dialogare con la chiesa,
le femministe che scrivono o lavorano nei centri ti dicono che bisogna entrare nella scuola a insegnare

…ma non sara’ paraculite?

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The only winning move

di Alessandra Daniele

kabulNon ho mai visto I Cannoni di Navarone.
Non ho mai visto Salvate il Soldato Ryan.
Non guardo serie belliche o parabelliche, Band of Brothers, Falliing Skies, Homeland, non importa quanto trash o trendy diventino, e se una serie che guardo s’infila in uno story arc bellico che non sia satirico o di denuncia, di norma la mollo.
Non guardo i bollettini coccodrilli che piangono il massacro di Aleppo, ma vantano la reconquista della Tripolitania come una medaglia olimpica.
Non sono il tipo di persona che è contraria alla guerra per motivi ideologici e/o umanitari, ma poi la trova affascinante al cinema e nelle news.
A me la guerra fa schifo.

Non sopporto la retorica patriottica, la mistica del sacrificio, della fratellanza d’arme, sono convinta che il primo nemico di ogni soldato sia sempre chi lo ha spedito al fronte.
Non sopporto il massacro predatorio mascherato da impresa eroica, da intervento umanitario, da Scontro di Civiltà.
Uno dei motivi per cui apprezzo gli zombie movies è perché decostruiscono la retorica bellica, strappano via tutta la facciata glamour smascherando lo scheletro putrido e cannibale che c’è sotto.
Quando non lo fanno, quando s’arruolano come quella cagata di WWZ mi ripugnano quanto American Sniper.
C’è qualcosa che mi manca molto della Guerra Fredda: il fatto che un’eventuale guerra termonucleare globale fra USA e URSS sarebbe durata solo pochi minuti.
Non ci sarebbe stato tempo per Emilio Fede di esultare per le prime bombe, perché sarebbero state anche le ultime.
L’umanità però non poteva tollerare a lungo che l’unica mossa vincente del suo gioco preferito fosse non giocare, e così per la prima volta nella Storia l’escalation bellica ha subito un downgrade tecnico, ed è proseguita con altri mezzi che consentono all’aggressore di sopravvivere alla sua vittima, e di godersi il frutto delle sue razzie.
Tutte le proxy war dell’area che s’erano avvicendate e sovrapposte nei decenni sono state accorpate sotto un solo stendardo, e quella Terza Guerra Mondiale che sembrava ormai impraticabile s’è materializzata per la gioia di chi piangeva la fine della Storia.
La Storia però non finisce, né si cancella.
E tutte quelle testate nucleari capaci di distruggere l’intero pianeta in pochi minuti sono ancora attive.

[Nella foto la Kabul sovietica, prima che la CIA cominciasse a finanziare i talebani] 

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I soliti sospetti

I soliti sospetti

Pubblicato il 14 agosto 2016 · in Schegge taglienti ·

di Alessandra Daniele

tvIl COPASIR ci avverte che l’ISIS cacciato da Sirte potrebbe trasferirsi a Gallarate.
La Boschi però ci assicura che la riforma renziana servirà a combattere l’integralismo islamico.
Forse perché fa carne di porco della Costituzione.
Intanto i media ormai di default fino a prova contraria attribuiscono qualsiasi fatto di cronaca all’ISIS.
Se un locale va a fuoco non si sospetta più la mafia, ma la jiad. Non si pretendono migliori norme di sicurezza contro gli incendi, ma contro il terrorismo. Non si chiede d’aprire un idrante, ma di chiudere una moschea.
È il sistema definitivo per risolvere il problema dell’ordine pubblico percepito.
Se non possiamo eliminare la criminalità, possiamo però derubricarla interamente come terrorismo.
T’hanno scippato? È stato un foreign fighter per pagarsi il viaggio in Siria, usando i tuoi documenti per espatriare.
T’hanno svaligiato l’appartamento? È stata una cellula dell’ISIS per finanziare la jiad coi tuoi CD.
Il tuo vicino ha strozzato la moglie? Evidentemente era d’origine mediorientale, anche se lo credevi toscano da sette generazioni.
Non ci si può fidare di nessuno.
Il prossimo scandalo bancario o edilizio sarà smascherato come complotto dello Stato Islamico per destabilizzare l’economia occidentale.

Potremo in seguito derubricare come vittime del terrorismo anche i morti per incidenti stradali, incidenti sul lavoro, inquinamento, malasanità.
Chi potrà smentire con certezza che non sia stata l’ISIS ad allentarti i freni, o a scambiare le flebo? Quell’infermiera non era velata? Sarà stata davvero una suora?
Il nemico è sempre alieno. Se mai ci sembra uno di noi, è solo in virtù di qualche suo astuto travestimento.
Incidenti e crimini comuni sono inutilmente deprimenti. Invece il terrorismo è carburante per lo Scontro di Civiltà, ricompatta i cittadini occidentali attorno alle loro autorità politiche, militari, religiose, li distrae dal disastro dell’economia, fornisce la giustificazione per bombardare civili a casaccio, e sentirsi migliori.
Con la collaborazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità poi, si potrà riconoscere la matrice terroristica anche del cancro e dell’infarto.
Le cellule cancerose saranno considerate cellule dell’ISIS.
Gli attacchi cardiaci saranno reputati attacchi dell’ISIS.
Entro il 2020, l’ISIS sarà ritenuto la principale causa di morte sul pianeta.
Entro il 2030, l’unica.
Chi potrà più dire allora che la nostra guerra non sia giusta?

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Campagna per il No al referendum di ottobre!

19)Votiamo NO per dire NO alla società dell’antisessismo sessista!

votare NO

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Lo Stato: carnefice, giudice, tutore e samaritano

Lo Stato: carnefice, giudice, tutore e samaritano.

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È uscito da pochi giorni un appello che chiama tutte le donne ad una manifestazione nazionale “per l’eliminazione della violenza sulle donne”, che dovrebbe tenersi a Roma il prossimo 26 novembre; un appello incentrato, al di là degli slogan e delle belle parole, sulla richiesta allo Stato di diritti e di “presa di coscienza” delle Istituzioni.

Si dimentica e si omette completamente che cosa sia lo Stato cioè il momento organizzativo del potere e, quindi, del sistema socio-economico-politico, in questo momento, capitalista neoliberista.

La violenza maschile sulle donne e il ruolo che a queste è destinato sono costruiti in maniera assolutamente funzionale a questa organizzazione economica basata sulla gerarchia, sul comando, sull’autoritarismo, sulla meritocrazia, sul controllo. Un organismo economico-politico che ci costruisce a suo uso e consumo, che ci usa come riproduttrici, come destinatarie del lavoro di cura, come lavoratrici quando serviamo e quindi come lavoratrici di serie B perché si arroga il diritto di rimandarci “a casa” in qualsiasi momento, può mai essere un interlocutore? Uno Stato che, attraverso l’emancipazionismo, ha cooptato e continuare a cooptare nella struttura di potere le donne che si prestano, in cambio della promozione sociale e della collocazione di classe, a perpetuare l’oppressione su tutte le altre donne – meccanismo usato anche con i/le migranti e le differenze sessuali –, uno Stato che, attraverso le sue istituzioni, dall’istruzione all’informazione, dalla sanità al lavoro, preposte alla trasmissione dei valori dominanti, ribadisce e impone, in ogni ambito della vita, questa divisione del lavoro e dei ruoli basata sulle differenze di classe, genere e razza, può mai essere un interlocutore di qualsivoglia specie?

Nell’appello si legge: ”Non c’è nessun piano programmatico adeguato. La formazione nelle scuole e nelle università sulle tematiche di genere è ignorata o fortemente ostacolata, solo qualche brandello accidentale di formazione è previsto per il personale socio-sanitario, le forze dell’ordine e la magistratura.” Si pensa davvero, che insegnare la pace nelle scuole, insegni a non fare la guerra?  Questi “brandelli accidentali di formazione” non sembra abbiano impedito o impediscano a giudici e polizie di ogni tipo di reprimerci violentemente nelle piazze quando lottiamo per la casa, contro il massacro sociale, contro la distruzione della scuola pubblica, contro il militarismo – che è cultura dello stupro-  o contro le guerre umanitarie e la distruzione dei territori. Possiamo mai avviare un’interlocuzione con quelli/e, magistrati e forze dell’ordine, che ci condannano nei tribunali e che hanno il compito di soffocare ogni forma di dissenso?

Le donne non sono oche da cortile che starnazzano in luoghi protetti e che non sanno guardare al di là del loro recinto!

In questo momento storico il neoliberismo, in quanto ideologia a tutto campo, ha rotto il vecchio patto sociale e ha chiuso, in modo unilaterale, ogni spazio di mediazione attraverso il PD, annessi e connessi, che si sono assunti l’onere di naturalizzare la società neoliberista nel nostro paese. In questo scenario, qualsiasi lotta corporativa – com’è la lotta delle donne quando è incapace di connettersi alle altre lotte e cerca, al contrario, il dialogo con le istituzioni – perde di senso in termini di antagonismo e di lotta di classe dal basso e purtroppo ne acquista, sempre di più, in termini di lotta di classe dall’alto. Le lotte corporative che hanno successo oggi sono quelle condotte dai lobbisti per conto delle multinazionali.

Il femminismo non è lotta corporativa, è ben altra cosa! Il femminismo è consapevolezza dei meccanismi che informano l’oppressione e la violenza su di noi ed è quindi alterità a questa società; è ricerca di vie di fuga, è riconoscimento del nemico, è autorganizzazione e autodeterminazione al di fuori di ogni rapporto con le Istituzioni. Non è spartizione di soldi pubblici, non è contrattazione né collusione, non è concertazione, non è vertenza sindacale.

L’appello chiede “ la rapida revisione del Piano Straordinario Nazionale Anti Violenza”

E, così, lo Stato diventa carnefice, giudice, tutore e samaritano delle donne tutte attraverso le donne che si sono prestate e che si prestano ancora.

È dalla fine degli anni ’70 che il c.d. terzo settore è in costante crescita. Una miriade di ong, onlus e associazioni di volontariato si fa carico della realizzazione di “interessi pubblici” e della protezione dei diritti umani e sociali al posto delle istituzioni pubbliche o collaborando con esse. Un modello di rapporti tra cittadine/i e poteri pubblici in cui la partecipazione si paga profumatamente: lo stanziamento di fondi pubblici non è gratuito, ha il prezzo della depoliticizzazione del conflitto sociale.  È un modello in cui si fa fatica a riconoscere il significato delle parole ed è facile smarrire la strada della liberazione. Dove riforma significa soppressione delle garanzie e regresso delle conquiste sociali ottenute con la lotta, dove antisessismo significa usare la violenza sulle donne come grimaldello di controllo sociale e leggi securitarie, dove un “movimento delle donne” come SNOQ non era altro che spartizione di posti di potere da parte delle donne che si sono prestate a naturalizzare il neoliberismo nel nostro paese.

Oggi, nella stagione neoliberista, non ha senso chiamare a raccolta tutte le donne perché non tutte le donne sono nostre sorelle, non sono nostre sorelle quelle che fanno il lavoro sporco di licenziare, dall’alto delle loro posizioni acquisite/privilegiate, altre donne, quelle che reprimono e condannano forti di una divisa o di una carica istituzionale, quelle che giustificano le guerre umanitarie, quelle che medicalizzano tutte le altre, quelle che partecipano, da posti di responsabilità negli ospedali e mimetizzate con il camice bianco dell’emancipazione, alla guerra alla 194, quelle che propagandano l’ideologia dominante e partecipano attivamente all’oppressione e alla violenza, questa sì, su tutte le altre donne e sugli oppressi tutti..

Per questo è necessario resistere, opporre resistenza personale, interpersonale, politica alla marea montante della normalizzazione e rimanere fortemente ribelli alle molteplici oppressioni, renitenti alla chiamata della leva, ferme nel nostro pensare femminista con una lucidità che respinge la disperazione, la delusione.

Tutto quello che è stato ottenuto con le lotte degli anni ’70 non è stato ottenuto perché è stato chiesto o contrattato, ma perché il femminismo diceva e voleva altro: voleva la luna, il sole, la vita, perseguiva il sogno della liberazione e si era autorganizzato al di fuori di ogni struttura istituzionale. Ed è proprio per questo che il potere ha tolto l’acqua ai pesci dando contentini e concedendo “diritti”, consultori pubblici e 194, proprio per riportare al controllo e alla ragione un movimento che non ne voleva sapere. E, in questo modo, è stato dato un colpo mortale al femminismo perché alcune in buona fede e alcune in cattiva hanno avallato la scelta istituzionale, hanno accettato la delega e la vittimizzazione, il controllo delle esperte e degli esperti, hanno riportato le donne sotto il controllo dello Stato.

Un controllo “moderno” e “partecipativo”… pericolosissimo!

Insieme a tutte le donne e alle compagne che rifiutano la delega, che continuano a lottare per la propria autodeterminazione, che si prendono ciò di cui hanno bisogno, che conquistano a spinta i propri diritti, che si autodifendono e si autorganizzano contro la violenza di genere esercitata dalle istituzioni, dagli uomini e dalle donne, insieme alle donne vessate dalla magistratura e richiuse in carcere o nei c.i.e., insieme a tutte quelle che si oppongono alla militarizzazione dei territori, alle “guerre umanitarie”, alle speculazioni e alle nocività, che siano un tav, un muos, un inceneritore o lo sfruttamento lavorativo, insieme a tutte quelle che ancora vogliono la luna.

Rimanere rivoluzionarie è il solo modo di costruire strade di liberazione.

Coordinamenta Femminista e Lesbica coordinamenta@autistiche.org/coordinamenta.noblogs.org

 

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Teresa Rebul-L’Oreneta

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Campagna per il NO al referendum di ottobre!

18)Votiamo NO per dire NO alla società dell’antirazzismo razzista!

votare NO

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Manifestazione 7 Agosto a Ventimiglia!

7 agosto 2016

A causa delle politiche migratorie di Italia, Francia e Unione Europea, la violenza e il disagio del confine continuano ad aumentare nella zona di Ventimiglia.

Costruiamo insieme un importante momento di solidarietà e lotta contro il sistema di apartheid e per la libertà di movimento, qui e ovunque.

CAMPEGGIO
5 Agosto, sera – 10 Agosto, mattina
secret location (area Ventimiglia)

MANIFESTAZIONE
Domenica 7 Agosto h15:00
Concentramento: Piazza Costituente (Ventimiglia)

INFO
mail: senzafrontiere@inventati.org
facebook: Campeggio Senza Frontiere
+33 605 789 487

 

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L’hymne des femmes

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Diezienmil

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