I Nomi delle Cose / Numero Speciale del 3 dicembre

I Nomi delle Cose, lo spazio di riflessione della Coordinamenta femminista e lesbica/Anno 2016/2017-Nuova Stagione

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Numero Speciale del 03/12/2016

Presentazione a Viareggio dalle “Donne in Cantiere” degli Atti “I ruoli, le donne, la lotta armata/Questioni di genere nella sinistra di classe”

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Nicoletta, Margherita, Elisabetta /dalla presentazione uno spunto per parlare di violenza agita, violenza subita, vittimizzazione, rapporto con le Istituzioni, egemonia culturale, Patriarcato, ritualità, controritualità, individuazione del nemico, sciopero delle donne, rapporti di genere, rapporti di classe, prospettive…

qui potete ascoltare una sintesi dell’Incontro

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A proposito di femminismo. Una risposta ad Antiper

A proposito di femminismo. Una risposta ad Antiper

Il vostro articolo è pieno di citazioni e grandi affreschi.

http://www.sinistrainrete.info/societa/8594-i-movimenti-delle-donne-nel-mondo-contemporaneo.html Forse, se una critica si può fare, si potrebbe notare che pretendendo di mettere tanta diversa carne al fuoco l’articolo finisce per bruciare tutto e lasciare ben poco da mettere sotto i denti.

La critica rivolta al nostro gruppo femminista “coordinamenta femminista e lesbica” sembra un buon esempio di questi errori “di cottura”. La critica che ci rivolgete è di poco conto, ma la scelta di esercitarla in un paragrafo in cui si prende di mira (a ragione!) il femminismo della differenza finisce per farle assumere ben altra rilevanza.

Perché fare il nome di un gruppo politico femminista che si oppone, da ben prima di voi, al pensiero innatista che accomuna ormai il femminismo di regime e molte femministe compagne? Perché utilizzare la coordinamenta come esempio di cattiva declinazione del femminismo (addirittura come esempio di articolazione prettamente formale della lotta) quando siamo uno dei pochi collettivi di compagne (l’unico romano) che ha preso pubblicamente parola contro la giornata del 26, opponendosi con forza a questa meschina manovra che sta minando da dentro le fondamenta del femminismo rivoluzionario per consegnarlo, attraverso la sua riduzione a lotte categoriali perfettamente compatibili con il capitalismo, nelle mani, non della borghesia tout court, ma della borghesia neoliberista? Perché citare proprio noi che siamo tra le poche, da ormai troppo tempo, a scendere in piazza contro le guerre imperialiste e la strumentalizzazione dei diritti e delle rivendicazioni delle donne e della violenza da cui esse sono oppresse?

Altra critica che rispediamo al mittente è quella di definirci “attiviste”. Tale termine è per noi il più infimo di quelli utilizzabili per riferirsi alle militanti di un gruppo politico. Un termine tutto neoliberista che sancisce la morte del fare politico a vantaggio di una visione depoliticizzata del conflitto e della critica, e perciò tutta interna all’attuale sistema e al pilastro del volontariato/lavoro gratuito autovalorizzante .

Dal momento che tale problema di linguaggio, cioè di ordine simbolico, non vi è sicuramente estraneo, non possiamo recepire l’uso di tale termine che come critica nei nostri confronti. L’unica altra ipotesi sarebbe la totale ignoranza del nostro lavoro e discorso politico, ipotesi che non prendiamo neanche in considerazione, confidando nella serietà del vostro articolo e delle critiche che contiene.

Arriviamo dunque al punto: le ragioni che vi hanno spinto a citare proprio noi come cattivo esempio. Considerate forse il nostro lavoro politico più pericoloso della deriva culturalista portata avanti dal femminismo della differenza?

Leggendo i vostri contributi al dibattito politico ci rendiamo conto che la vostra posizione è sostanzialmente inconciliabile con la lotta femminista. Al di là delle belle parole e delle dichiarazioni di principio, del tipo “la lotta di genere non può essere subordinata alla lotta di classe ma deve svolgersi contemporaneamente ad essa”, non è assolutamente chiaro come esse possano concretizzarsi nella misura in cui la lotta femminista si articola necessariamente anche all’interno della classe.

Sono anni che sosteniamo con forza l’urgenza di combattere la deriva neoliberista che stanno assumendo i movimenti “femminili”, proprio a partire dalla consapevolezza che l’insieme donne è oggi pesantemente attraversato dalla classe. I continui appelli all’unità delle donne che ci propinano quotidianamente sono nient’altro che il contro-altare degli appelli all’unità nazionale a guida PD. “Se non ora quando” e “Non una di meno” (salvo isolate eccezioni troppo deboli per fare la differenza) come articolazione femminilista del PD partito della nazione.

Ciò non significa tuttavia, come voi invece provate a far credere, che la lotta di classe sia in grado di dispiegare il c.d. effetto trascinamento e risolvere da sola le contraddizioni di genere, cioè destrutturare e superare i ruoli sessuati.

Dal vostro articolo emerge l’adesione a ciò che è definito come “questione femminile” e l’estraneità a ciò che invece ha fatto irruzione nel secondo novecento come “oppressione di genere”. Proponete di assorbire la liberazione della donna nella liberazione della classe. Non siete assolutamente in grado di differenziare le giuste critiche al pensiero borghese e differenzialista, dall’analisi del femminismo rivoluzionario del secondo novecento. Non a caso non viene citata neanche una compagna del femminismo materialista europeo. Sarà nostro piacere fornirvi alcuni testi base.

Non c’è neanche un paragrafo, tra i tanti che avete con cura redatto, che spieghi il vostro modo di intendere la contraddizione di genere e il femminismo. Non una parola su cosa sia per voi il patriarcato e sul suo modo di costruire il maschile e il femminile in funzione del sistema socio-economico. Non una parola sul significato del lavoro riproduttivo nella teoria anticapitalistica.

Il vostro modo di intendere il femminismo si dovrebbe desumere dagli esempi storici ottocenteschi che portate, comprese le suffragette (che per vostra informazione finirono in molte a sostenere le campagne imperialiste)? Dovremmo desumerlo, a contrario, dalle critiche all’emancipazionismo e a quello che definite neofemminismo? E come mai esercitate la memoria storica così selettivamente identificando il fondamento del femminismo degli anni ’60 nella sola rivoluzione sessuale?

I (falsi) movimenti come quelli del 26 costituiscono per voi un’ottima occasione per relegare di nuovo in secondo piano la liberazione delle donne. Nell’opposizione al femminismo neoliberista voi trovate un’ottima scusa per riproporre la teoria dei due tempi.

Coordinamenta femminista e lesbica

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Cazzargeddon

di Alessandra Daniele

Con una schiacciante maggioranza di No, 19 milioni di voti, oggi l’Italia ha finalmente rottamato la grottesca Cazzariforma di Renzi, insieme alle sue altrettanto grottesche velleità napoleoniche.
Una controriforma fascistoide scritta col culo, sulla quale Renzi aveva (infatti) messo la faccia, e che in faccia gli è scoppiata, punendo la petulante arroganza padronale sua e dei suoi pupazzi animati con una sconfitta devastante quanto meritata.
L’Apocalisse del Cazzaro è cominciata.

Non gli sono bastati ricatti, minacce, propaganda asfissiante, media collusi e servili, losche ingerenze straniere, clientele para-mafiose, abusi, manipolazioni e menzogne di ogni genere, per far digerire a un paese già stufo e schifato l’ennesima porcata di regime. La Sostituzione della Repubblica con una rozza monarchia padronale.
Nonostante il patetico tentativo di spacciare questa ripugnante restaurazione golpista per un Rinnovamento, è rimasto sempre ben chiaro cosa votasse davvero la Casta, quale fosse il vero voto di Castità.

E così, ancora una volta, i disegni delle tecnocrazie finanziarie nazionali e internazionali, e i loro esecutori, sono stati spazzati via dall’onda crescente dell’incazzatura popolare.
Questa vittoria non appartiene a nessuno dei cacicchi vecchi e nuovi che cercheranno di intestarsela, né alle loro bandiere, appartiene a quel popolo che s’è rotto i coglioni d’essere trattato come merce.
Questa vittoria è nostra, e non dobbiamo farcela portare via.

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8 dicembre 2016/Mujeres libres

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Autocoscienza e Separatismo/Intervista a Daniela Pellegrni

Le interviste della Coordinamenta

“Autocoscienza e Separatismo” Intervista a Daniela Pellegrini

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22/6/2016

Nella preparazione dell’iniziativa per la presentazione del  nuovo libro di Daniela Pellegrini “Liberiamoci della Bestia ovvero di una cultura del cazzo”, che abbiamo fatto come Coordinamenta insieme alle compagne del “Nido di Vespe”, è venuta fuori con prepotenza l’esigenza di parlare e di confrontarci sul separatismo e sull’autocoscienza. Quindi, abbiamo deciso di intervistare sullo specifico proprio Daniela  ponendole una serie di domande che sono scaturite dai nostri confronti…

1) Hai organizzato e stai portando avanti un gruppo di autocoscienza. Che cos’è per te/per voi,  la pratica dell’autocoscienza? 

Prima di tutto devo dire che il progetto di riattualizzare nel movimento delle donne e ricominciare la pratica dell’autocoscienza è un desiderio e una proposta, ( che ho fatto anche con due precedenti convegni a Bologna, ( nota 0 )  che mi accompagna da molto tempo e questo desiderio non è riferito ad un gruppo specifico, ma a tutte le donne…diciamo che quando penso alle donne penso sempre in grande!

 L’Autocoscienza è una pratica politica inventata dalle donne ed è soprattutto una DISCIPLINA

DEL SAPERE DI Sé DENTRO IL PROPRIO PERCORSO PERSONALE E DENTRO E in stretta correlazione con LA REALTA’ CULTURALE SOCIALE che l’ha determinato, imposto.

E’ necessario mettere a fuoco i nessi tra privato e pubblico, tra personale e politico a tutt’oggi.

Soprattutto oggi!  e al contesto in continua mutazione ma soprattutto io sospetto in regressione!

Da tempo dunque peroro la riattualizzazione di questa pratica per rifare chiarezza:

“- della soppressione e deviazione della propria libertà individuale, anche e soprattutto nella sua parzialità:

-per lo svelamento delle reali e plurime diversità, scoperta e affermazione della piena alterità dei e nei relativi femminili;

-per un’educazione riparatrice degli scompensi imposti, il reintegro delle proprie capacità e desideri, la sottrazione alla complementarità, la parte/cipazione alla ricchezza dell’insieme;

-per una rilettura critica radicale dei fatti e delle azioni culturali e una riscrittura critica dei testi “storici” e degli insegnamenti famigliari e scolastici;

-per uno sradicamento intellettuale e contestazione puntuale e capillare a valori e metodologie patriarcali (compreso il sottrarsi a tutti i suoi contesti istituzionali);

-per l’elaborazione e costruzione di valori sapiens e degli strumenti della loro messa in atto.” (1)

Sapere di sé a partire da sé dalle ragioni emotive ricattatorie, coattive e, reattive, alle imposizioni e ruolizzazioni che hanno determinato i propri modi di essere e il conseguente coatto modo di relazionarsi  al contesto sociale e simbolico: Nella illibertà  e nella cancellazione di sé e delle proprie potenzialità soggettive

La messa in discussione di tutto ciò nasce dalla messa il luce delle diversità di percorso delle altre donne presenti, che oltre a incarnare ed evidenziare le illibertà a cui hanno dovuto sottoporsi, aprono al riconoscimento ed accettazione reciproci grazie al confronto, che apre alla relatività  dei vissuti e dei modi di essere e tutti utili perciò a ciascuna per costruire una propria identità  e riconoscersi fuori dalla competizione e nella sospensione di ogni tipo di giudizio,  Il confronto ti libera dal conflitto con le diversità da te perché proprio grazie a queste prendi consapevolezza della relatività e causalità dell’essere così come tutte sono state costrette ad essere…le diversità diventano motivo e valore di crescita e consapevolezza di sé.

Perfino le aggressività, le antipatie, il fastidio servono a riconoscere parti di sé e paure da cui ci si difende…. Continue reading

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Janis Joplin/Piece of My Heart

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La Parentesi di Elisabetta del 30/11/2016 e Podcast

Il lavoro e il tempo della vita

 “Ho pensato a quanto spiacevole sia essere chiusi fuori e ho pensato a quanto peggio sia essere chiuse dentro”   Virginia Woolf

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gabbia Il lavoro diventa sempre più precario, fragile, volatile. E’ in atto una crescente precarizzazione e questo è un aspetto di una crisi più vasta e duratura che non è casuale, ma voluta dal capitale nella stagione neoliberista. La fantasia del capitale è sfrenata e senza limiti. Le varianti che ha saputo immaginare e mettere in atto sono tantissime: quelle a progetto, a termine e, l’ultima invenzione, il lavoratore/trice che si fissa la remunerazione da solo/a, strumento attivo della propria svendita. Il paradosso è che si parla sempre più di lavoro proprio nel momento in cui viene sempre più stravolto. Lo stesso paradosso che avviene per l’ambiente, per la natura, per gli aiuti al terzo mondo, per la povertà.

Nei lavoratori predomina la paura e la depressione e questo si risolve in una lotta per la sopravvivenza. Al contratto sociale si sostituisce sempre più il contratto commerciale fondato sul rapporto esterno e sul subappalto. Il lavoro è sempre meno un posto di riferimento, è sempre più un fattore di disorientamento e incertezza. La scarsa attenzione per gli esclusi è l’altra faccia della moneta, e la filigrana è il disinteresse per le generazioni future, ma paradossalmente si risolve anche nel rimuovere ogni speranza di sicurezza nei confronti della propria vecchiaia. Ed è tutto accompagnato da un’amnesia nei confronti del passato, anche prossimo.

Alle normali vittime si sono aggiunti i ceti medi, gli operai qualificati/e, i tecnici/che e i liberi/e professionisti/e. In definitiva la borghesia imperialista o sovranazionale, comunque la si voglia chiamare, ha rotto unilateralmente il patto sociale. Mentre la precarietà e l’instabilità del lavoro rendono drammatico il nostro presente, le multinazionali impongono l’alienazione gioiosa nelle imprese. Per queste il lavoro è diventata una nuova religione, chi lavora deve lavorare di più e guadagnare di meno. Superlavoro che lascia poco spazio agli affetti, al tempo libero, alla comunità, all’impegno civile e politico. Si vive sul luogo di lavoro e quest’ultimo è esasperato nei tempi, negli orari, nel ritmo da chi interessatamente presenta il lavoro come una grande e bella avventura attraverso un clima di crociata contro i concorrenti, contro la burocrazia e i colleghi. Come nelle religioni c’è l’indottrinamento permanente, seminari di formazione, stage per fare punteggio, corsi di aggiornamento sono il credo dell’impresa. La sua missione, gli obiettivi, vengono declinati come un catechismo. Allo stesso modo si diffonde il concetto di responsabilizzazione. Il lavoro è femminilizzato nel senso che non c’è più differenza tra il momento privato e quello lavorativo e quest’ultimo si incardina in ogni momento della giornata. Non c’è più l’ufficio del personale e il capo del personale, tutto si traduce nella gestione delle risorse umane. La precarietà del posto, l’aumento del carico di lavoro sono accompagnate dalla mistica della realizzazione personale.

Il lavoratore/trice deve dare se stesso/a completamente all’impresa ma quest’ultima non si fa nessun problema quando deve licenziare, indifferente alle conseguenze. I dipendenti, al lavoro e spesso anche fuori, devono essere raggiungibili e reperibili in qualsiasi momento e si utilizzano le nuove tecnologie, badges magnetizzati, video di sorveglianza, cellulari di servizio, posta elettronica… tutta una serie di protesi tecnologiche.

Ma tutto questo a noi non è nuovo. A noi donne è sempre stata chiesta la dedizione assoluta al nostro lavoro-non lavoro, il lavoro riproduttivo e di cura. Nel lavoro di cura e riproduttivo non esiste la differenziazione tra il tempo del lavoro e il tempo libero, non esistono ferie e vacanze. Il coinvolgimento nelle sorti dell’impresa, vale a dire della famiglia, intesa anche nella sua accezione più varia ed allargata o ristretta, moderna o post moderna, è totale. Il tempo della vita è assimilato al tempo del lavoro e il tempo del lavoro a quello della vita in una perenne sovrapposizione e coincidenza. Il capitale, in particolare, è stato così bravo, poi, da ammantare il tutto di connotati romantici. L’amore romantico è quello che permette il nostro asservimento volontario al lavoro di cura e riproduttivo, quell’alienazione gioiosa che il neoliberismo vuole oggi dai lavoratori e dalle lavoratrici per cui ci si realizza solamente in una dedizione assoluta e senza rimpianti perché questo è il nostro unico orizzonte possibile. E per chi non ci sta, come per le streghe, stigma, condanna ed esclusione sociale. La nostra esperienza di genere oppresso può essere più che mai utile in questo passaggio storico per suggerire, escogitare, trovare e mettere in atto vie di fuga e percorsi di ribellione. Più che mai genere e classe e meno che mai quote rosa e recinti protetti.

Un fenomeno che caratterizza l’attuale momento e sfugge ad ogni censimento è quello dei sottoccupati/e. Per i disoccupati/e, i dati sono taroccati perché basta lavorare un giorno in un mese per essere arruolati tra gli occupati. La sottoccupazione invece sfugge ad ogni tipo di censimento ed è spesso inglobata nella definizione “impieghi atipici”, termine generico che indica tutti quei lavori che in un modo o in un altro derogano dalla normativa prevista dai contratti di lavoro a tempo indeterminato, per modo di dire perché il tempo indeterminato non esiste più, o a tempo determinato. Al suo interno ricade anche il lavoro a tempo parziale. E’ in questa categoria che si trova la maggior parte dei sottoccupati e, in maniera particolare le donne, con l’equivoco non tanto innocente di farla passare per una libera scelta. Il lavoro a tempo parziale si è sviluppato in alcuni settori: commercio, alberghi, ristorazione, servizi a privati e pertanto i “working poors” non sono più un’esclusiva americana. Non poteva essere altrimenti stante il ruolo degli Usa come Stato del capitale e come culla del neoliberismo e quindi il fenomeno non poteva che irradiarsi anche nell’Europa occidentale.

L’ultima trovata, i lavoratori/trici diventano associati, termine neutrale, magari anche accattivante, che maschera il ruolo subalterno e la dimensione di super sfruttamento e che poi fa coppia con il ruolo del lavoratore manager di se stesso. Tutto questo porta con sé il ritiro nel privato, la rassegnazione, l’indifferenza alla politica e il tempo libero poco e rarefatto diventa tempo morto. Come nelle bidonvilles e nelle favelas del terzo mondo le classi subalterne tentano sempre di più la fortuna al gioco che promette vincite facili e una svolta nella vita.

Tutto ciò è violenza, violenza strutturale, e il neoliberismo si incarna in una sorta di macchina infernale che si impone agli stessi ceti borghesi. Gli effetti del neoliberismo realizzato sono la miseria di una parte sempre più grande delle società economicamente più avanzate, lo straordinario aumento del divario tra i redditi, la progressiva scomparsa degli universi autonomi.

Questo si realizza con una fondamentale rimessa in discussione delle forme attuali e costituzionali della democrazia rappresentativa e di una vera privatizzazione della decisione pubblica. E’ l’affermazione del “governo d’impresa”. In questo quadro le democrazie parlamentari sono subordinate all’impresa e si trasformano pertanto in un regime. Così come da decenni la politica statunitense è pervasa dalla cancrena degli interessi delle multinazionali che tramite le lobby al Congresso hanno trasformato quel paese in una loro dittatura senza alcuna mediazione politica. Questo è il destino che la socialdemocrazia sta attuando nei paesi europei e in Italia questo avviene attraverso il PD, destra moderna che naturalizza il neoliberismo da noi.

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NO,NO,NO! e poi NO!

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Il Paradigma di Gaza

Il Paradigma di Gaza

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MERCOLEDI’ 30 NOVEMBRE PRESENTAZIONE DEL LIBRO: ” GAZA E L’INDUSTRIA ISRAELIANA DELLA VIOLENZA” – S.GIORGIO DI NOGARO – H.20,30 Sala Conferenze Villa Dora – con la partecipazione del coautore Alfredo Tradardi

La Striscia di Gaza, da quasi un secolo, è un luogo di sofferenza e di resistenza. Non è l’unico in questo mondo sconvolto da conflitti, ma costituisce il paradigma di riferimento dell’industria della violenza contemporanea.
La violenza contro i palestinesi è un continuum che oscilla tra un minimo quotidiano, a bassa intensità, con i suoi morti, i suoi feriti e le sue distruzioni, completamente trascurata dai media, alle punte delle operazioni militari con il loro risvolto voyeuristico di fronte allo spettacolo del dolore. Né va dimenticata la violenza che si esercita contro i palestinesi cittadini di Israele e quella contro i profughi che vivono nei campi allestiti a partire dal 1947-1948 nei paesi arabi del Medio Oriente. Per questo possiamo parlare di un vero e proprio paradigma dell’industria della violenza. Un paradigma certo intrecciato a un colonialismo di insediamento sul quale si basa il sionismo come identità dello Stato israeliano, ma che si sta rivelando un modello concentrazionario specifico, nel quale ha un ruolo sempre più determinante l’industria militare.
Gaza diventa allora una campo di concentramento a cielo aperto, utile come laboratorio di sperimentazione delle nuove armi, testate in corpore vili, e un esempio concentrazionario per la repressione dei mondi offesi.

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https://dumbles.noblogs.org/2016/11/29/il-paradigma-di-gaza/

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Uteroghiamoci! Il terzo ciclo di Cose Nostre da gennaio 2017

Uteroghiamoci!

Il terzo ciclo di Cose Nostre da gennaio 2017 

Care tutte, per impegni altri (la vita a volte è complicata!) siamo costrette a
rinviare il terzo ciclo di incontri di Cose Nostre, che riprenderemo da
gennaio 2017.

Ci siamo rese conto che abbiamo proposto il tema dell’utero e del seno
come naturale prosecuzione del discorso, ma che in realtà è molto
complesso da affrontare, soprattutto perché vi sono molti più tabù che
non rispetto ai genitali esterni.

Ci siamo rese conto che questo discorso è ancora più personale dei
precedenti, e che c’è bisogno della voce di molte donne per trasformare
qualcosa di privato in qualcosa di condivisibile anche sul piano
politico degli strumenti di autodeterminazione.

Crediamo che sia necessario un lavoro preparatorio più importante di
quello fatto in passato. Chiediamo quindi a tutte coloro che vorranno,
di inviarci alla nostra mail consultoria@autistiche.org (con oggetto
“Contributi Cose Nostre 3”) dei contributi, che possono essere spunti da
letture, video, link, riflessioni personali, esperienze, o – perché no –
una lettera scritta al vostro utero o al vostro seno, e vale tutto: che
l’abbiate appena (ri)scoperto, che lo conosciate bene, che non lo
abbiate più a causa di interventi chirurgici, che ve lo siate
dimenticato per tutto questo tempo, che sentiate il peso delle politiche
sul corpo, che abbiate trovato le vostre personali strategie di
resistenza e vogliate metterle in comune.

Ciò che manderete sarà utilizzato per l’elaborazione, ma non distribuito
e/o pubblicato.

Un abbraccio a tutte
Consultoria Autogestita
via dei Transiti 28, Milano
https://consultoriautogestita.wordpress.com/

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Una donna, senza volto coperto, con il megafono e un bel cappello rosso!

Non solo analisi del testo

Ieri la pioggia mi ha aiutata a districare i pensieri che il vento a CapoFrasca ha mischiato con molte cose.

La giornata di mercoledì lunga e intensa lascia un segno forte di lotta che non smette mai, che oggi rileggendo la cronaca sul giornale di ieri trovo quasi tutta irreale: dunque analizzo, leggo e rileggo e mi rendo conto che raccontare l’accaduto, quello vero sia indispensabile.

Il potere della narrazione di alcuni giornalisti è davvero incredibile, sono le domande delle interviste ad essere “FUORI” e le risposte seguono senza dubbio la stessa linea:

* Chiedere al questore se ad una manifestazione di protesta, l’ennesima contro le basi militari, ci si aspettano scontri è come chiedere a qualcuno appena uscito dal parrucchiere se si è tagliato i capelli.

* Chiedere perché ci sono state le cariche è come chiedere a chi c’era perché tagliare le reti.

* Dire che l’obiettivo era far degenerare la situazione è far finta di non sapere cos’è una manifestazione di protesta, dispiacersi per come è andata a scapito dei pacifisti è dimenticarsi di chi ha incominciato a picchiare.

* Chiedere qual è il segnale dato dal taglio delle reti e far finta di non capire che essere contro presuppone un’ azione per lo meno di disturbo, vuol dire far finta di non sapere cosa è già successo a Teulada l’anno scorso a novembre e a Capo Frasca due anni fa.

* Stupirsi perché alcune cesoie erano state portate negli zaini potrebbe voler dire che la prossima volta le troveremo in loco?

* Infine riprendo esattamente dal quotidiano “la provocazione: una donna oltrepassa la rete divelta”; una donna, senza volto coperto, con il megafono e un bel cappello rosso, una donna che non si può lasciare sola a cui ci si avvicina tutti con la propria faccia e che viene attaccata pesantemente da chi, fra gli altri, poi dovrebbe essere stato ferito in volto. Parte la carica e solo dopo la sassaiola. Solo dopo la sassaiola, lo confermano tutti i video che ho visto. Lo confermo io che c’ero.

* La seconda carica non si fa attendere e davvero c’è chi è ferito e sanguina.

La storia della giornata finisce con un lungo corteo, arriviamo dove si vede il mare.

Abbiamo tagliato le reti perché è l’unico modo per riprenderci ciò che appartiene a tutti noi, la terra.

Torneremo alle reti, non solo quelle di Capo Frasca.

25 nov. 16

un’altra donna alla manifestazione

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3 dicembre a Viareggio!

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Gli Scritti Cazzari

di Alessandra Daniele

renzi_andreotti_buttiglioneIl panico per l’eventuale sconfitta al referendum ha trasformato Renzi in uno spambot. Da settimane spedisce agli italiani pacchi di junk mail, lettere piene di promesse credibili quanto l’allungamento del pene.
Visto che evidentemente non bastano a spacciare la sua Cazzariforma autoritaria e truffaldina, Renzi passerà alle minacce esplicite.
Lettere minatore del tipo “Ricordati che sappiamo dove abiti, e questa busta lo dimostra”.
Finte cartelle Equitalia che annunciano un ritorno con una pesante tassa sulla seconda Camera se non rinunceremo al nostro diritto costituzionale di eleggerla.
Mail di phishing con scritto “Se vince il No, la password del tuo account bancario verrà craccata dagli hacker cinesi. Clicca qui per votare Sì”.
Biglietti sul parabrezza che dicono “I know what you did last summer. Se non voti Sì lo racconto a tutti”.
Poi passerà agli raffiche di sms e alle telefonate notturne come uno stalker a tutti gli effetti.
Il Cazzaro suda freddo perché sa che una sconfitta significherebbe quasi certamente la fine del suo governo, perché verrebbe scaricato innanzitutto dai suoi mandanti come sicario inefficiente.
La personalizzazione del referendum in realtà non è qualcosa che Renzi possa evitare. Chi l’ha incaricato di questo democraticidio non gli perdonerà un altro fallimento. Né a lui, né alla sua cricca di petulanti cortigiani spocchiosi quanto incapaci, che pretendono di cambiare la Costituzione palesemente sotto dettatura, visto che da soli non saprebbero cambiare nemmeno il toner della stampante.
E così il premier DC, Democazzaro, s’affanna a cercare di travestire la sua controriforma daRinnovamento, che è un po’ come travestire De Luca da Lolita.
Sotto il cerone renziano, Vincenzo De Luca è il vero volto del PD.
Il vero volto di questa controriforma borbonica.
Così giovane da essere stata compilata col novantenne Napolitano, e l’ottantenne Berlusconi che adesso finge di opporvisi, mentre tutte le sue reti continuano a fare propaganda per il Sì, insieme a tutto il Capitale nazionale e internazionale, da Marchionne e Briatore, a Goldman Sachs e JP Morgan che l’ha praticamente commissionata.
Una controriforma così democratica che grazie al premio di maggioranza del Cazzarum, l’incombente legge elettorale renziana, consegnerà ad un partito votato da circa 2 italiani su 10 la maggioranza assoluta d’una Camera di nominati, il controllo della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, della Rai, di tutte le Authority (dite ciao alla vostra Privacy), d’un Incasenato, cioè un Senato incasinato concepito apposta per non funzionare e all’occorrenza bloccare tutto il sistema, nonché di tutte le regioni a statuto ordinario, che per la clausola di supremazia governativa non potranno più decidere nemmeno di rifiutare una catena di inceneritori sul loro territorio.
Un vero e proprio golpe di fatto.
Che deve essere fermato.
Per avere questa Costituzione c’è chi ha combattuto, ed è morto.
A noi per adesso basta un No. Approfittiamone, prima che sia troppo tardi

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27 novembre a Roma/NO!NO!NO! e poi NO!!!

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Omara Portuondo/ Hasta la victoria siempre!

Hasta la victoria siempre!

Fidel Castro  13 agosto 1926/25 novembre 2016

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