Autocoscienza e Separatismo/Intervista a Daniela Pellegrni

Le interviste della Coordinamenta

“Autocoscienza e Separatismo” Intervista a Daniela Pellegrini

separatismo-1978

22/6/2016

Nella preparazione dell’iniziativa per la presentazione del  nuovo libro di Daniela Pellegrini “Liberiamoci della Bestia ovvero di una cultura del cazzo”, che abbiamo fatto come Coordinamenta insieme alle compagne del “Nido di Vespe”, è venuta fuori con prepotenza l’esigenza di parlare e di confrontarci sul separatismo e sull’autocoscienza. Quindi, abbiamo deciso di intervistare sullo specifico proprio Daniela  ponendole una serie di domande che sono scaturite dai nostri confronti…

1) Hai organizzato e stai portando avanti un gruppo di autocoscienza. Che cos’è per te/per voi,  la pratica dell’autocoscienza? 

Prima di tutto devo dire che il progetto di riattualizzare nel movimento delle donne e ricominciare la pratica dell’autocoscienza è un desiderio e una proposta, ( che ho fatto anche con due precedenti convegni a Bologna, ( nota 0 )  che mi accompagna da molto tempo e questo desiderio non è riferito ad un gruppo specifico, ma a tutte le donne…diciamo che quando penso alle donne penso sempre in grande!

 L’Autocoscienza è una pratica politica inventata dalle donne ed è soprattutto una DISCIPLINA

DEL SAPERE DI Sé DENTRO IL PROPRIO PERCORSO PERSONALE E DENTRO E in stretta correlazione con LA REALTA’ CULTURALE SOCIALE che l’ha determinato, imposto.

E’ necessario mettere a fuoco i nessi tra privato e pubblico, tra personale e politico a tutt’oggi.

Soprattutto oggi!  e al contesto in continua mutazione ma soprattutto io sospetto in regressione!

Da tempo dunque peroro la riattualizzazione di questa pratica per rifare chiarezza:

“- della soppressione e deviazione della propria libertà individuale, anche e soprattutto nella sua parzialità:

-per lo svelamento delle reali e plurime diversità, scoperta e affermazione della piena alterità dei e nei relativi femminili;

-per un’educazione riparatrice degli scompensi imposti, il reintegro delle proprie capacità e desideri, la sottrazione alla complementarità, la parte/cipazione alla ricchezza dell’insieme;

-per una rilettura critica radicale dei fatti e delle azioni culturali e una riscrittura critica dei testi “storici” e degli insegnamenti famigliari e scolastici;

-per uno sradicamento intellettuale e contestazione puntuale e capillare a valori e metodologie patriarcali (compreso il sottrarsi a tutti i suoi contesti istituzionali);

-per l’elaborazione e costruzione di valori sapiens e degli strumenti della loro messa in atto.” (1)

Sapere di sé a partire da sé dalle ragioni emotive ricattatorie, coattive e, reattive, alle imposizioni e ruolizzazioni che hanno determinato i propri modi di essere e il conseguente coatto modo di relazionarsi  al contesto sociale e simbolico: Nella illibertà  e nella cancellazione di sé e delle proprie potenzialità soggettive

La messa in discussione di tutto ciò nasce dalla messa il luce delle diversità di percorso delle altre donne presenti, che oltre a incarnare ed evidenziare le illibertà a cui hanno dovuto sottoporsi, aprono al riconoscimento ed accettazione reciproci grazie al confronto, che apre alla relatività  dei vissuti e dei modi di essere e tutti utili perciò a ciascuna per costruire una propria identità  e riconoscersi fuori dalla competizione e nella sospensione di ogni tipo di giudizio,  Il confronto ti libera dal conflitto con le diversità da te perché proprio grazie a queste prendi consapevolezza della relatività e causalità dell’essere così come tutte sono state costrette ad essere…le diversità diventano motivo e valore di crescita e consapevolezza di sé.

Perfino le aggressività, le antipatie, il fastidio servono a riconoscere parti di sé e paure da cui ci si difende….

Viene alla coscienza la libertà singola di essere quello che si è, non quella del prendere potere sulle diversità: la fascinazione del maschile nella sua messa in atto tra donne – sia nell’agirlo che nel subirlo è di fatto molto poco accettato e questo in questa pratica giova! – assume le giuste connotazioni di controllo degli abusi che rendono il maschile vincente. Incentiva la svalorizzazione della  sopraffazione e manipolazione con cui e su cui si impone la fascinazione del maschile.

L’autocoscienza è una ginnastica che sviluppa i muscoli della consapevolezza, usata a vantaggio reciproco…per tutte le praticanti.

Nella disciplina che informa questa pratica c’è la sospensione collettiva del giudizio e l’individuazione del “problema” che sottende e in cui si incista e innesta ogni conflitto, personale e relazionale: il suo spostamento dal personale al politico diventa una metodologia fondamentale.

E ci vuole PRATICA per acquisire questa capacità di percepire e denunciare “il problema”, tutti i problemi, anche quelli personali, a cominciare dai propri….dalle proprie “resistenze” a riconoscerlo…perché tutto ciò ti dà anche la possibilità e il spesso insopportabile rischio di entrare in conflitto anche con te stessa…

Questa pratica si basa sul parlare e raccontare di sé,  Viene così soddisfatto  il self .. narcisistico  il desiderio di essere finalmente vista, riconosciuta e magari amata e presa in considerazione – cosa che per le donne è quasi inesistente – e spinge ognuna a mostrarsi ma anche a vedersi… in un luogo dove l’ascolto è reciprocamente  assicurato poiché è proprio l’ascolto e l’attenzione alle altre che mette in moto per ciascuna la messa a fuoco di chiarimenti e consapevolezze alla ricerca di modificazioni e nuove libertà. L’ascolto diventa perciò interesse di tutte

L’una non si attiva se non in presenza delle diverse da lei! Gli spunti di riflessione si scambiano si intrecciano, prendono luce e consistenza….dentro ciascuna e nella lettura e il far chiarezza dei significati degli accadimenti dell’intero  mondo reale e simbolico in cui siamo immerse. E contestarli, e elaborare uscite possibili…

Come dicevo si può così non temere il giudizio dove non si giudica se non se stesse!

Chi tace ..  fa i conti con se stessa, a volte più di chi “parla” ..non si può sfuggire se non andandosene…

è ciò che e’ avvenuto nel movimento …abbandonare autocoscienza E’ STATO il suo più grave errore che ha interrotto  la continuità la contiguita’ e la trasversalità delle esperienze individuali e REALI delle SINGOLE  donne  e delle loro elaborazioni.

ElAborazioni delegate a teorizzazioni che le hanno messe individualmente nelle condizioni di “aderire” o opporsi: eterodirette o conflittuali…rieditando i poteri del maschilE.

ne HA interrotto inoltre il linguaggio comune e la comunicazione  esasperandone le diversità e incentivando i conflitti e contrapposizioni.

 E qui bisogna aprire una parentesi  sui ruoli dell’inconscio e sull’inconscio dei ruoli. Cioè il percorso dall’autocoscienza all’analisi.

“Alla nascita dei gruppi dell’inconscio, a Milano, quella che ci si è lasciata alle spalle è stata la possibilità di affrontare nella sua concreta e perciò reale contraddizione la pratica dell’autocoscienza… e quei rapporti tra donne che su di essa avevano maturato. Rapporti che, con l’esplicitazione pubblica/collettiva delle diverse esperienze,  tentavano faticosamente di ricostruire una parità possibile e ‘valida’ tra le diversità delle donne. Denunciando via via le debolezze delle ‘emancipate’ e la positività dei punti di resistenza delle ‘oppresse’, l’autocoscienza era avviata a smantellare l’immagine e il ruolo che ciascuna giocava nella repressione, nell’oppressione, nell’autorità, nella passività e nel potere agito volta a volta contro se stesse, le altre, ed entro quei dati di realtà delle nostre vite, così diversi tra loro, e così diversi da quella nostra comprensione e chiarezza che si veniva costruendo nel lavoro di gruppo.. Fino al punto di resistenza fatale. Fino allo scarto, lo spostamento che, con l’ambigua intenzione di risolvere questa contraddizione, sceglieva di celarla dietro e con l’aiuto di uno ‘strumento’ analitico di grado ‘superiore’. Superiore lo fu, ma a livello di controllo esercitato e richiesto di quella contraddizione e, in  ultima analisi, la si rendeva più stabile che mai.

Il ‘profondo sud’ non si tocca, non vuole svelarsi in un dire, un esplicitarsi pubblicamente, perché è ciò che parla del ‘bisogno’, della sopravvivenza soggettiva contro l’altro, in difesa, è ciò che, nella nostra lotta di donne è l’impedimento più vero e profondo alla modificazione tangibile dei ‘legami familiari’ che tendiamo a riaffermare nei gruppi e che ci tengono legate alla fissità dei dati di realtà che viviamo quotidianamente.

E’ ciò che ci lega all’esistenza connivente all’uomo, ai suoi significati, sia per chi sta da una parte che dall’altra dei suoi risvolti.

C’era chi aveva più cose da perdere.. o da conquistare?

E’ difficile tollerare di veder buttare all’aria ciò che si è imparato essere vincente nel mondo, la realtà dell’uomo – ne va della vita.

E’ difficile tollerare di riconoscersi false e ridotte, ci si appella a ciò che è vincente, si chiede la sua complicità per resistere, per sopravvivere…per avere un riconoscimento ed una ‘identità’ qualsiasi.

 

Il “bisogno” e il suo “controllo”. Ed ecco nascere le esperte in analisi, per controllare e riprendere il controllo.

Ed ecco nascere le questuanti, per dare fondo al bisogno, legittimarlo.

Una grossa contraddizione ci è scoppiata tra le mani. La resistenza ad oltrepassare la zona franca che ci divideva dalla pazzia dell’anti-norma, per buttarci (precipitando o volando?) nella materia donna (fino a che punto già esistente? chi tra noi la riconoscerà? chi mi dirà della mia esistenza? forse non esisterò più, io mi darò la morte…con le donne) questo ci sta davanti con chiarezza dolorosa, allora come oggi.

Ma già nel cercare i modi per affrontarla, ci tradiamo. L’analisi dell’inconscio, scelta sulla morte decretata dal rifiuto reale all’analisi della realtà tra noi, pareva, o colmo d’ironia, il mezzo per andare oltre il dicibile tra noi… e la si sta usando per renderlo più muto, per avallare il silenzio legittimamente.

Per le une è la gratificazione del potere, del controllo;  per le altre le delizie dell’elucubrazioni psicologistiche sulle proprie angosce (quelle più consce ed esistenziali) e quelle della delega ad oltranza, sull’apparente rifiuto alla quale si tessono lamentazioni ed aggressività distruttive.

L’inconscio è uscito ‘fuori’ dal mio gruppo di autocoscienza Demau qui a Milano e ne ha determinato la scissione  (quello che con la Francia e il gruppo Psycanalise et Politique aveva avuto lunghi contatti – si trattò quasi di un trapianto ideologico in Italia di qualcosa che a Parigi aveva a che fare con un intensa pratica di vita, di quotidianità tra donne dove il reale spostamento aveva già materializzato dei dati di realtà nuovi tra le componenti di quella pratica)

E’ uscito fuori nel momento più cruento e reale del rifiuto ad una messa in luce delle radici personali dei nostri modi di essere lì tra noi, tra quelle donne che eravamo, in rapporto. Il mio tra i primi. Potei per questo leggere fino in fondo questa fuga come una ben triste fuoriuscita, tenuta segreta a più di metà delle donne del gruppo, quelle che come me in quel momento tentavano ancora di dire il non dicibile. E i ruoli , e le disparità, si sono ricodificati, espliciti fin ad essere folgoranti (sia all’interno dei vari gruppi dell’inconscio nati poi, che nel Collettivo di via Cherubini, e nelle situazioni di convegni come San Vincenzo o Pinarella 2, dove le ‘esperte’ dissertavano e venivano interrogate dalle masse ‘ignoranti’?).

Mortiferi, non solo di una pratica di rapporti tra donne faticosamente conquistata alla pari, come era stato nell’autocoscienza, dove l’inconscio aveva iniziato a mostrarsi, in una situazione fuori dalla norma psicanalitica, inventata dalle donne e dalla loro pratica,  ma anche di quella che, forse, uno strumento come l’analisi avrebbe potuto dare l’avvio, se avesse potuto procedere dentro questa pratica paritaria. E questo ormai avveniva a livello di massa, e il gioco del potere diventava competitivo, ‘politico’ sempre più in termini tradizionali. La possibilità di una realtà diversa sfumava lentamente dietro al rifiuto di aggredire i dati di realtà di ciascuna, anche di e in questa scelta di analisi.

C’era per tutte, allora, l’angoscioso problema di come uscire dalle empasses dell’autocoscienza, dove l’inconscio si mostrava anche come rifiuto. Il modo è stato assai infelice. Non si può certo affermare che chi l’ha voluto non fosse in buona fede, e il bisogno era ancora una volta grande e qualsiasi cosa in qualsiasi modo avrebbe potuto soddisfarlo. L’analisi dell’inconscio era allettante più che altri…Lo dimostrava anche la grande diffusione di analisi individuali in atto o in programma tra di noi (…e tuttora).

Ma l’illusione di spostare l’analisi dal suo ambiente istituzionale all’ambito della pratica tra donne, si è scontrata con l’istituzionalità stessa del concetto e della pratica  psicanalitica. Due ruoli, un’autorità.

Anche e soprattutto perché, in definitiva, chi ha – col rifiuto – decretato la morte dell’autocoscienza, si è assunta di fatto il ruolo istituzionale di analista (stupendosi e/o rallegrandosi poi che glielo si attribuisse); avendo forse pensato di risolvere la contraddizione tra questo rifiuto e la volontà di svelare l’indicibile, non si è nei fatti che creata o riaffermata la possibilità di un potere/controllo personale ‘superiore’ di questa contraddizione e di quella delle altre..

Chi ha voluto entrare in questa logica, pensando di potersi mettere allo scoperto, colta in fallo dalla voce del proprio inconscio udita da altre, ha in definitiva decretato la propria possibile strumentalizzazione (quella del proprio materiale psichico), sfuggendone continuamente i risultati, poiché l’elaborazione di questi avveniva altrove, l’immagine di se stesse era richiesta ad altre. L’elaborazione teorica del materiale psichico, nella luce di discriminanti attivo/passivo, potere/delega, rendeva ancora più muto il silenzio, ancor più parlante la parola. Ne faceva le spese la pratica di reale modificazione: e la ‘condizione’ femminile rimaneva tale anche tra donne. Si incupiva ed esaltava, sul bisogno strabordante, la ruolizzazione. Perché le gratificazioni, le rassicurazioni, la prova della propria esistenza era ancora una volta demandata, delegata a chi e a ciò che aveva il tradizionale potere di farlo e lo affermava. Glielo si voleva attribuire ad ogni costo, perché, come da sempre, il riconoscere che il potere delle donne è un non potere, rimanda a immagini di pazzia…

Si è girato pagina come si fa per ‘girare la frittata’.

Il ruolo conscio e la madre analista (o il padre?). Un pensiero di allora… Temo per noi. E sono in rivolta. Se questo è il modo con cui l’uso dell’analisi passa come proposta di pratica tra donne, riproducendo nei fatti la rigidità dei ruoli  e in sostituzione di quei dati di realtà che l’autocoscienza poteva mettere in luce,  tarperà ogni possibilità di esprimere creativamente elaborazioni consce e rigetterà nel soggettivismo o nella delega o nella recriminazione ciò che poteva diventare più collettivo in termini di acquisizioni mentali, pratiche, materiali, di trasformazione in positivo.

Vedo l’uso dell’analisi come strumentale alla creatività e non come unico focus della nostra pratica. L’analisi è potere, controllo e linguaggio (padre?), o paralisi e delega, morte del desiderio, spazio al bisogno individuale e solo a quello.

La materialità dei rapporti tra donne è ancora così fragile!  (2)

 2) Che cos’è per te il separatismo?  La scelta separatista è considerata superata quando non addirittura osteggiata. I luoghi di donne che praticano il separatismo sono pochissimi. A cosa è dovuto tutto ciò secondo te ?

La dipendenza emotiva si è strutturata sia nel privato che nel pubblico/politico come formativa delle identità ”ben accette” come loro unica possibilità di essere riconosciute ed amate  (rapporti famigliari dentro la complementarietà stereotipata, legata perciò a uniche figure di riferimento come uniche possibili dispensatrici di esistenza ed identità, rapporti politici e sociali dentro logiche di potere e di forza impositiva le uniche che danno diritto e diritti di esserci, esistere ed agire. E a questo scopo i maschi vengono allevati e ammaestrati a poterlo fare.

E le femmine hanno dovuto dipendere da questo da secoli.

Il separatismo  pone la questione dell’Alterità fondamentalista e la evolve nella libertà e nella valorizzazione di libere identità e rapporti tra donne.

“…Va posta la questione dell’alterità con la consapevolezza della pericolosità che la sua cristallizzazione diventi e ridiventi luogo della seduzione e quindi della non libertà. Due entità antinomiche fanno e mantengono ineluttabile la dipendenza e il desiderio di incontro nella perfezione, almeno idealmente…come fa anche Luce Irigaray…Io pongo la questione come problema di pratica. E il separatismo per me non significa certo cancellare, ma assumere il maschile che èp comunque di nostra competenza e nei nostri vissuti. Ho sempre avuto grossi dubbi sul fatto che questo simbolico esistente non ci appartenga, poiché è proprio questo simbolico che mette in atto l’ineluttabilità delle due differenze e le chiama all’incontro. Noi forse cerchiamo di mutare i modi dell’incontro, ma è quest’ultimo a rimanere ineluttabile, e soprattutto l’Unico simbologicamente pregnante, non si sa per cosa…Di separatismo parlo in termini di sottrazione, come assunzione e non di riferimento esterno, perché, nei fatti, delle stesse cose viviamo anche se non c’è un uomo in carne e ossa presente. Mentre riferirsi a queste cose, compreso l’uomo in carne e ossa, diventa seduttivo. Là è il maschile, e io cosa posso fare se non andare a vederlo? Perché nella differenza a tutto tondo la seduzione è immediata. Questa unicità dell’Alterità ha in sé riconoscergli un Potere. E nella pratica reale delle donne io continuo a leggere questo riferimento ( che la teoria tace) nel desiderio di essere nel mondo, di visibilità nel mondo e di ascolto e di incontro con l’altro. Chiamare mondo il maschile, o perlomeno l’incontrarsi con questo, perché il mondo sia, è segno per me, in termini di debolezza del soggetto, dovuta all’assunzione della dualità in termini assoluti e univoci e immodificabili a tutti i livelli [quelli decretati dal PATRIARCATO]” (3)

“Non si può uscire dal DUE in una presenza riconfermata come tale. Vivere e vedere come una contraddizione quella tra affermazione e messa in campo del “relativo plurale” con la pratica del “separatismo” è esclusivamente difficoltà di capire che non è possibile agire la pluralità in presenza riconfermata del DUE, è incapacità di leggere l’alterità fuori dalla presenza e dipendenza e sclerotizzazione culturale maschile. La pratica del separatismo è assunzione di autonomia da questa presenza concreta e simbolica e dall’immaginario che genera, è assunzione e farsi carico della complessità del vissuto compresente in ciascuna/o del DUE, fuori dalla delega e dalla seduzione dell’Altro. E fuori dalla negazione della propria complicità…se non per vederla, assumerla e superarla internamente.

APPRODO A UN NUOVO PARADIGMA. Il luogo terzo: luogo delle parzialità libere, al meglio di sé.” (3 bis)

“Il separatismo non è l’eliminazione fisica dei maschi (se è questo che temete!) ma l’ottica di libertà che voglio darmi…Quella che mi porta fuori dal DUE, dopo essere uscita dall’UNO….Il maschile non è né il nemico, né l’amante, né l’Altro per eccellenza(definizioni queste della stessa illibertà), “esterno” perché differente, ma i valori assunti dentro di noi, tra noi culturalmente…

Io propongo il separatismo in questa nuova ottica di pensare e agire un “luogo terzo” (4)”

Ora ciò ha iniziato a essere contrastato dalle donne con richieste di pari diritti da un lato e di riconoscimento della propria  differenza dall’altro.

Ma a mio avviso distorte da  CONCLUSIONI TEORICHE APPRESE E NON SOGGETTIVAMENTE ELABORATE (riedizione dualità della teoria della differenza)  E da PRESE DI POSIZIONI in favore dell’agire  DI PARTE E SULLA PARITÀ.

Scelte solo apparentemente soggettivamente consapevoli, perché ormai date per scontate e che  intralciano una scelta di pratica autocoscienza oggi. Si agisce si sceglie senza sapere le ragioni e le origini della scelta, senza fare chiarezza su finalità…e soprattutto senza una elaborazione che metta al mondo un altro mondo, un altro paradigma di una specie finalmente “sapiens”.

La scelta separatista è osteggiata  e autocoscienza dichiarate superate

Questa posizione negativa  ha le sue ragioni profonde nella Sindrome Stoccolma, timore della violenza e al contempo timore di perdere il sogno d’amore nel riconoscimento legato all’eterosessualità coatta della dipendenza nascosta e imposta dentro e sotto le spoglie della riproduzione della specie e suo sfruttamento e presa di potere da parte maschile, spinta alla complementarietà e persistere del Due Fondamentalista (che la teoria della differenza   ha rieditata)

In sintesi una “fascinazione del maschile” emozionale, di riconoscimento di potere e valore culturale “vincente” e dipendenza dall’Alterità fondamentalista di cui non poter fare a meno….

Assunte invece in positivo: consapevolezza autonomia e valore delle donne nelle loro singolarità e forza del riconoscere e riaffermare “l’insieme” della specie.

Consapevolezza assunzione responsabilità individuale  ed Accettazione delle diversità sperimentate…. nel partorire ed amare, accudire responsabilizzarsi di fronte a soggettività plurime e relative…senza discriminanti.

Io mi baso sulla valorizzazione di questo.

3) Cosa ti senti di dire alle donne che si affacciano al femminismo?

 Il presupposto da cui parto è che il Patriarcato NON è l’unica cultura che la specie può scegliere.

Non è l’unica esistita ed  esistente: insistere a pensarla e al contempo contestarla al suo interno è pura follia… ben altra possiamo costruire…

Negli anni 70  dicevamo “Abbiamo guardato per secoli, ora abbiamo visto!”

Virginia Woolf  aveva detto “ho pensato a quanto spiacevole sia essere chiusi fuori e ho pensato a quanto peggio sia essere chiuse dentro”

Le donne  hanno sofferto di essere chiuse fuori, di tutto hanno fatto per costringerle al fuori, tanto da indurle a desiderare di essere dentro…di partecipare, di chiedere stessi diritti, parità uguaglianza

Ma peggio è essere chiuse dentro e non solo chiuse dentro gli stereotipi del femminile forzati ed imposti dalla presa di potere del maschile, ma dentro la loro cultura, quella del possesso, dell’abuso e della liceità ….

Il presupposto è scegliere il FUORI come punto di avvistamento ed elaborare la sua costruzione…finalmente sapiens….

Allora ora è di nuovo tempo di parlar chiaro, di rinfrescarsi la vista …per troppo tempo non lo si è più fatto ed ora se ne vedono le conseguenze

Il neoliberismo impazza ed approfitta del desiderio delle donne  di essere dentro, di far parte della sua cultura, ed ha stravolto la vera libertà ed autonomia delle donne regalando anche a loro , come specchietto per le allodole, la possibilità di agire demo”cazzi”camente (!) e “alla pari” ogni tipo di liceità, possesso ed abuso…

e la teoria della differenza non aiuta ad evitarlo poiché si colloca ancora nell’ambito duale e perciò contrappositivo delle proprietà “private” del simbolico patriarcale  imperante. Chiede riconoscimento ma non evita l’ integrazione del DUE con l’UNO anzi la perora anch’essa inconsciamente (?) “Alla Pari dei loro valori pur nella affermata differenza (quale?)…”

ciò che sembra contraddire diventa nuovamente  stimolo al mantenimento della contraddizione

Essere DUE dentro lo stesso paradigma di sempre.

Ora è tempo di essere fiere, è tempo di guardare da fuori, e qui collocarsi senza tentennamenti per poter agire, sperimentare anche, ma con sguardo lucido e indagante.

Io sia chiaro non sono una filosofa sono una praticante perché è la materialità che restituisce i pensieri di cui è fatta. Le parole sono materia …a volte la celano a volte la svelano…

Invito tutte a questo percorso…

 

Nota 0-Parte di un primo volantino di  convocazione  del Circolo politico Cicip & Ciciap  2004:

Per una politica autonoma QUALE PROGETTO?Cercare chiarezze e parole per dirlo, azioni per viverlo e metterlo al mondo PROGETTIAMO POLITICA AUTONOMA  COSTRUIRE UN PROGETTO E METTERLO IN ATTO FARE CHIAREZZA SUI TEMI E FATTI FONDAMENTALI DA AFFRONTARE SU AZIONI E SPERIMENTAZIONI DA METTERE IN ATTO . Vogliamo programmare lavori per “chiarificazioni progettuali” di cui trovare parole consapevoli e messe in atto concrete (anche come azioni  sperimentali). Vogliamo individuare e mettere in atto una pratica che renda possibile districarsi nei nostri percorsi soggettivi e rendere vera ragione di scelte e consapevolezze, di contraddizioni e giustificazioni…(ri-editando l’autocoscienza, quella che molte non hanno mai avuto modo di sperimentare..)La dispersività attuale delle nostre energie (anche per cause più o meno “sante”) e la mancanza di riscontri reali di modificazione mi fa pensare che c’è davvero bisogno di ricreare per noi, donne in movimento, una centratura reale e davvero consapevole…..e comunicabile tra noi e le nostre “diversità” di percorsi…

Nota 1-da “ Liberiamoci della bestia” di Daniela Pellegrini ( edito in proprio marzo 2016 )  pag 109 e 110

Nota 2-da “Una donna di troppo” nella collana Letture d’archivio della Fondazione Elvira Badaracco – Franco Angeli ed. (2012), pag. 64 e seguenti.

Nota 3-Idem  pp.251-252

Nota 3 bis-Da “Liberiamoci della bestia” pag. 110 – 111

Nota 4-Da “Una donna di troppo” pag 252

 

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