Il 6 maggio 2017: sarà manifestazione notav!


di Alessandra Daniele
Da quando negli anni venti del nuovo millennio la flessibilità genetica ha risollevato le sorti dell’economia e dell’occupazione, la Festa del Primo Maggio è dedicata alla preziosa opera dei Laboratori di Ingegneria che ogni giorno modificano migliaia di risorse umane secondo le richieste del mercato, sempre operando sul DNA di soggetti adulti e mai di embrioni, nel pieno rispetto dei dettami della Chiesa Cattolica
Gli operai multibraccia, i centralinisti multiorecchie, gli edili dallo scheletro gommoso che cadendo dalle impalcature rimbalzano al loro posto, i petrolchimici che respirano metano, le badanti poliocchiute e quelle multifiga, i metalmeccanici metallizzati, ormai sono milioni coloro che devono il loro posto di lavoro alla geniale opera dei Laboratori, e ai relativi nuovi Contratti Mutanti.
Oggi gli imprenditori non devono più preoccuparsi di arcaiche assurdità come le norme di sicurezza, gli operai ignifughi non necessitano di misure antincendio, e non c’è turno che un operaio auto-anfetaminico possa considerare troppo usurante.
Non più una fabbrica a misura d’uomo, ma un uomo a misura di fabbrica, letteralmente.
La disoccupazione non è più una condizione avvilente che grava sulla collettività, ma solo una breve transizione fra una riconversione genetica e l’altra. Gli impiegati polidattili in esubero possono farsi crescere le branchie, e spostarsi nel settore marittimo come polpoperai, le maestranze dell’obsoleto mondo della cultura possono rimpiazzare le parti del loro cervello ormai inutili con wetware contabile, e ricollocarsi come registratori di cassa viventi.
Tutte le nostre imprese sono tornate competitive, compresa Alitalia, i cui piloti alati sono in grado di trasportare cargo passeggeri in tutto il mondo senza l’ausilio d’ingombranti e dispendiosi motori meccanici.
La nuova era è cominciata.
Buona Festa dei Laboratori a tutti.
https://www.facebook.com/aforas2016/ 
MANIFESTAZIONE 28 APRILE. LA NOSTRA LOTTA NON SI FERMA
Ieri, venerdì 28 aprile, l’assemblea di A Foras ha chiamato alla mobilitazione generale contro l’occupazione militare della Sardegna, presso il Poligono di Quirra. Fin dalle 11.00 centinaia di manifestanti sono arrivati con pullman e auto proprie da tutta la Sardegna e oltre al grido “Chiudiamo le basi, fermiamo la guerra”. Ieri il movimento contro le basi è tornato dopo tanti anni a Quirra.
Nella tarda serata della vigilia ai manifestanti è stato comunicato il divieto totale di manifestare, nonostante la comunicazione del corteo fosse stata inviata dagli organizzatori con ampio preavviso. Questi non hanno dunque avuto il tempo di rendere pubblica questa grave presa di posizione da parte della questura e di riorganizzarsi, come successo a Teulada nel 2015.
da Roma NOTAV
Oggi 29 Aprile 2017 la Questura non ha autorizzato lo svolgimento del corteo previsto per il 1° Maggio a Torpignattara volendo limitare la giornata di lotta ad un presidio fisso.
Secondo la Questura, tramite una comunicazione non ufficiale, non ci sarebbero i numeri sufficienti per impiegare la forza pubblica e bloccare la viabilità di un quartiere.
Abbiamo deciso di non accettare queste condizioni e rifiutare l’autorizzazione del presidio statico perché ciò rappresenta l’ennesimo tentativo di limitare gli spazi e l’agibilità e rendere sempre più mansueta ogni forma di dissenso a Roma e nel nostro quartiere.
Noi, il primo maggio, in piazza della Marranella ci saremo.
Invitiamo tutti/e a partecipare a questa mobilitazione contro il razzismo e per l’unità tra lavoratori immigrati e italiani.
APPUNTAMENTO ORE 10 Piazza della Marranella, Torpignattara.
Torpignattara Solidale
Troppo spesso il discorso contro la detenzione amministrativa utilizza le categorie migrante ed immigrato.
Queste categorie, che usando un termine maschile alimentano l’immaginario dell’uomo africano in fuga dalla guerra e in cerca di un lavoro che gli permetta di mantenere la famiglia, da una parte appiattiscono l’analisi e dall’altra ci permettono di non problematizzare le differenze che caratterizzano le individualità anche fra i\le solidali. Quando parliamo di migranti ad esempio dimentichiamo che l’esperienza delle donne che migrano è completamente differente da quella degli uomini, per non parlare dei\delle trans e\o persone non eterosessuali. Quindi dimentichiamo che l’esperienza del viaggio, della permanenza nel territorio (in questo caso europeo), della richiesta d’asilo, della detenzione e delle espulsioni hanno delle caratteristiche peculiari e delle oppressioni che appunto sono specifiche e molteplici.
Se riconosciamo il privilegio di una persona bianca su una che non lo è, o quello di un uomo cisgenere[i] su chi non lo è, ci risulterà chiaro che in ogni esperienza della vita abbiamo privilegi diversi e subiamo o agiamo oppressioni specifiche.
La vita di tutte le persone che non sono uomo cisgenere è caratterizzata dall’oppressione del patriarcato.
Sogni reclusi – Gioventù nel mirino
Il Centro Documentazione Palestinese, in collaborazione con Al Ard Doc Film Festival, invita a partecipare alla proiezione del documentario «Sogni reclusi». Il documento tratta la questione degli arresti e della detenzione dei minori palestinesi da parte dell’occupazione sionista.Collegamento con Nisrin Silmi, regista e corrispondente dell’emittente Al-Mayadeen, e con rappresentanti del Centro Handala per i Prigionieri Palestinesi e dell’associazione Addameer: ci aggiorneranno sugli ultimi sviluppi dello sciopero della fame attualmente in corso e in merito alle istanze del movimento dei prigionieri.Sabato 29 APR 2017 – H17:30Via dei Savorgnan 40 – RomaCentro Documentazione Palestinese
Via dei Savorgnan 40 – RomaTel: 06-89524504
VIOLENZA SESSUALE NEGLI AMBIENTI ANARCHICIhttps://anarcoqueer.files.wordpress.com/2017/03/violenza-sessuale-negli-ambienti-anarchici.pdf
La storia e la memoria sono strumenti per capire il presente e capire il presente permette di lottare per aprire e percorrere strade di liberazione.
La società neoliberista che stiamo vivendo, al di là delle belle parole, delle frasi fatte, delle commemorazioni oleografiche della Resistenza, ha forti connotati di fondo propri dell’ideologia fascista, mascherati da una “modernità” che non è altro che una ridefinizione violenta dei rapporti di forza con le oppresse e gli oppressi tutte/i.
E’ fascista perché
-tende a superare il seppur fittizio gioco democratico introducendo il governo diretto del potere economico, come è stato per il governo Monti, come è per il governo Renzi, non elettivi ma emanazione diretta delle multinazionali anglo-americane;
-cerca la distruzione sistematica del concetto di sovranità popolare , degli organismi di mediazione politica…partiti ….sindacati…. attraverso la demonizzazione del concetto stesso del fare politico; Continua a leggere
Il 25 aprile è ormai da molto tempo una ricorrenza vuota. E’ stata completamente devitalizzata nei suoi contenuti di ribellione, di lotta armata, di sollevazione nei confronti dell’autoritarismo, del dispotismo, del controllo sociale, dello stato etico, della gerarchia, del classismo, del razzismo.
E’ diventata uno strumento per supportare una democrazia autoritaria che si propone come unico bene e che si identificherebbe con l’esistente ordinato, il migliore dei mondi possibili, connaturato dal fascino di un teorema immutabile. La distruzione di ogni autonomia nei rapporti sociali, nel territorio, nei luoghi di lavoro, è la garanzia di una radicale estirpazione dell’antagonismo di classe, la condizione di una società normalizzata, priva di zone d’ombra, subalterna al grande capitale, illuminata in ogni ora del giorno e della notte in tutti i posti privati e pubblici da un controllo rigoroso, diffuso, molecolare.
Abbiamo il diritto di esercitare la libertà di pensiero e di parola purché sia conforme al dettato vincente e imperante.
Il capitale sussume tutto il corpo sociale tendendo sempre più a farsi società, anzi a caratterizzarsi come unico rapporto sociale. Il capitale diventa società, mentre lo Stato si facarico di legittimare e difendere tutte le relazioni di dominio che sono insite nel capitale–società.
E’ la realizzazione del progetto/programma nazista: lo Stato sottopone a comando e a controllo preventivo e repressivo tutti i momenti in cui si produce antagonismo sociale, tende all’eliminazione di ogni momento di mediazione tra i cittadini e lo Stato e mira al comando diretto dei potentati economici.
Proprio per questo non basta denunciare le brutture del neoliberismo, l’attacco a tutto campo al lavoro, allo Stato sociale, alla scuola, alla sanità… alle libertà individuali e collettive, ma è necessario individuare il nemico, cioè l’autore materiale della naturalizzazione del neoliberismo nel nostro paese e cioè il PD e tutta la rete dei suoi accoliti, le prefiche della non violenza, le vestali della legalità, le strutture annesse e connesse che a fronte di parole accattivanti e “moderne” sono portatrici del fascismo e dell’autoritarismo nel nostro paese. Il neoliberismo ha rotto il patto sociale, ha chiuso ogni possibilità di contrattazione e spinge al collaborazionismo, l’unica forma di rapporto possibile in quanto permette al potere di presentarsi come attento e disponibile alle istanze sociali rafforzandosi e veicolando la propria scala di valori.
Pertanto è suicida mantenere un qualsiasi rapporto con il PD a qualsiasi livello e non denunciarlo come portatore di un progetto autoritario legato a sanguinosi colpi militari e a crudeltà di tipo coloniale nel terzo mondo e nei paesi occidentali di una società che, dietro la maschera della modernità, è contemporaneamente feudale, ottocentesca e nazista. Un progetto che, tra l’altro, attraverso gli opposti estremismi, il politicamente corretto, la spinta alla guerra fra poveri e tra cittadini così detti “legittimi” e migranti, sta consegnando alla destra il dissenso e l’alterità verso una condizione di vita insopportabile.
Se la storia e la memoria servono a qualcosa, e a questo devono servire, celebrare la resistenza significa riconoscere chi nel nostro paese è portatore del devastante progetto neoliberista e cioè il PD in tutte le sue varianti ed accezioni.
Riconoscere il nemico è una necessità imprescindibile per non combattere a vuoto, anzi facendo gli interessi del potere.
Coordinamenta femminista e lesbica

di Alessandra Daniele
– Dal Salento all’Abruzzo, le proteste si moltiplicano – la conduttrice si rivolge al suo ospite – ci sono interventi del ministero dell’Interno in programma?
L’ospite annuisce.
– Garantiremo che si proceda con l’espianto.
– Degli ulivi?
– No, dei terremotati.
– E dove saranno trasportati?
– In un vivaio apposito, finché pure in Abruzzo non terminerà l’installazione del nuovo gasdotto.
– Un gasdotto in zona sismica?…
– Sì, tanto il terreno è già smosso, e questo ci consentirà di risparmiare sulle tanto contestate trivelle.
– Trivelle?
– Per il tunnel.
– Quale tunnel?
L’ospite socchiude gli occhi.
Poi riprende deciso.
– Ma parliamo dell’allarme criminalità.
– No, scusi, stavamo parlando del gasdotto – obietta la conduttrice.
– L’allarme criminalità è più pressante – insiste l’ospite.
– Magari in seguito – indica il megaschermo – prima abbiamo un collegamento…
L’ospite estrae una pistola e gliela punta alla testa.
– Parliamo dell’allarme criminalità.
La conduttrice sgrana gli occhi.
– Parliamone.
– Gli italiani hanno paura – dice l’ospite, abbassando la pistola – La sicurezza è un valore di sinistra. La paura dei negri è un valore di sinistra. Non possiamo consentire che tutti gli italiani che hanno paura dei negri votino Lega. Questo causerebbe una deriva razzista che noi intendiamo assolutamente impedire, a costo di sbattere in galera tutti i negri. E i loro amici, come quelli che erano in collegamento – indica il megaschermo ormai spento dalla regia.
– Per la verità quelli protestavano per gli ulivi…
L’ospite fa per sollevare di nuovo la pistola.
– Negri – aggiunge precipitosamente la conduttrice – Gli ulivi negri.
– Che infatti sono infetti – annuisce l’ospite – Comunque noi intendiamo intervenire decisamente su tutti i problemi per i quali cittadini protestano, finché non ne resterà più nessuno.
– Di problemi?
– No, di cittadini che protestano – solleva di nuovo la pistola, e ordina – Pubblicità.

Sempre più spesso viene usato il termine “attivista” per nominare chi prende parte alle lotte politiche o le costruisce. Nel mondo femminista “attiviste”, ma anche “ragazze”, perfino “amiche”, sono i nomi che vanno per la maggiore. Quasi a definire non una collocazione politica, bensì di gruppo o un generico impegno nel sociale che spesso tracima nel volontariato. Il termine “femminista”, invece, è usato troppo spesso a sproposito come grimaldello per far passare politiche funzionali al potere. Il termine “compagna” è caduto in disgrazia e usato solo in ambiti ristretti.
Sempre più si fa ricorso al generico termine “donna”, tornato prepotentemente nelle chiamate per manifestazioni, convegni, o nei volantini e nelle iniziative.
“Una generazione, per anni, si è riconosciuta chiamandosi compagna” (dicevamo nell’<Incontro Nazionale Separato sulla Violenza Maschile/Il personale è politico, il sociale è il privato> che abbiamo fatto come Coordinamenta insieme a tante altre compagne) e la parola sugellava un patto di appartenenza e solidarietà, qualche cosa ben oltre i gruppi politici e i loro programmi, qualcosa di difficilmente verbalizzabile proprio per la ricchezza della sua estensibilità. Compagna e femminista, ancora ieri provocavano vibrazioni che penetravano fin dentro gli abissi del disagio e della solitudine che pure c’erano anche allora. Ma, se sono le parole che fanno le cose, disfare quelle parole che sono, allo stesso tempo, categorie di rappresentazione e strumenti di mobilitazione, ha contribuito alla smobilitazione di quello che, un tempo, si chiamava femminismo”. Continua a leggere



Anche nella stagione neoliberista il capitale non ha altre opzioni che scatenare una guerra mondiale per risolvere i propri problemi. I primi interessati sono gli Stati Uniti.
Ma la strada percorsa finora dalle amministrazioni statunitensi, fino al presidente Obama compreso, era stata quella di porre le premesse per arrivare ad una guerra di aggressione, naturalmente “motivata” creando incidenti ad hoc, contro la Russia. L’ amministrazione Trump ha rotto con questa linea politica ed ha individuato nella Cina il nemico principale e più importante per gli Usa.
Questo è il senso dell’attenzione ai rapporti con la Russia. Non un abbandono della politica tradizionale nord americana, non l’opzione per il dialogo, ma un cambiamento del nemico principale da abbattere. Pertanto sono errate le letture fatte dopo il lancio di missili Tomahawk ordinato da Donald Trump contro una base governativa in Siria incardinate fondamentalmente su due tipi di commenti, i primi incentrati sul fatto che il presidente americano avrebbe mostrato il suo vero volto a dispetto di tutte le esternazioni di voler trovare un miglior rapporto con la Russia, gli altri focalizzati sul cambiamento di registro nei rapporti con Putin a seguito delle pressioni delle lobby militari interne.
Semplicemente l’attuale amministrazione sta attuando quella che è una scelta di fondo che di fatto ne caratterizza la discontinuità con le precedenti.
Il ruolo degli Usa è sempre lo stesso, è il target principale che è cambiato.
Mentre prima, attraverso una serie di conflitti creati ad arte, dopo la Siria sarebbe toccato all’Iran, e usando la tattica del carciofo gli Stati Uniti avrebbero puntato alla Russia e per questa operazione serviva l’Isis, comunque lo si chiami, ora l’interesse si è spostato in Oriente con la Cina nel mirino. E la Corea del Nord dovrebbe assolvere la funzione che ha avuto la sfortunata Siria in Medio Oriente.
Questo cambio di strategia è dettato dalla convinzione che, in prospettiva, i pericoli maggiori verranno dalla Cina, non solo perché ha uno sviluppo economico molto imperioso e si sta imponendo come partner su molti scenari internazionali, ma perché si sta sganciano dal ruolo di paese che detiene tanta parte del debito statunitense e sta tentando di bypassare il dollaro come moneta di scambio a livello internazionale.
Ma per puntare dritti all’obiettivo gli Stati Uniti devono cercare di rompere l’alleanza sino-russa che negli ultimi anni si è andata molto rafforzando e che impedisce un attacco alla Cina. Questo è il senso delle presunte aperture alla Russia, unite alla politica del bastone e della carota.
La visita del segretario di Stato americano in Russia è stata un insieme di minacce e allo stesso tempo di promesse.
L’integralismo islamico viene evocato come pericolo anche nei confronti della Russia e completato con la abusata tattica delle rivoluzioni colorate e del megafono che viene dato agli oppositori. Tutto serve per far pressione compresi attentati, stragi, uccisioni di diplomatici, cadute di aerei nonché la vecchia ma rinnovata edizione della quinta colonna, cioè filo americani e magari qualche cosa di più, finanziati e formati da una miriade di Ong e sguinzagliati sul territorio russo. Questo è il bastone. La carota sono la Siria, la Crimea, l’Ucraina. Tanto le promesse statunitensi valgono come i trattati con i nativi d’America: carta straccia. L’importante è staccare la Russia dalla Cina.
In questo percorso, gli USA che vogliono pagare poco dazio umano e puntare solo sulla loro supremazia militare e tecnologica si sono dovuti inventare la Corea del Nord “pericolo per il mondo” rasentando il ridicolo che già li aveva coperti quando avevano presentato la Jugoslavia di Milosevic come un “pericolo per l’umanità”.
Ma hanno trovato due ostacoli per ora insormontabili: il rifiuto dei leader sud coreani e giapponesi di prestarsi e di prestare l’esercito per mettere piede in Corea del Nord. Non certo per motivi umanitari. I sud coreani dovrebbero combattere contro i loro fratelli del nord e contemporaneamente accettare il ritorno di soldati giapponesi sul loro territorio, nemici storici legati ad avvenimenti estremamente gravi. I giapponesi dall’altra parte dovrebbero riaprire una ferita mai rimarginata e rinnovare il ricordo particolarmente doloroso che è stata la loro presenza in Corea.
Evidentemente a casa loro non c’è un Napolitano che faccia per la Corea del Nord quello che è stato fatto per la Libia contro gli interessi stessi dell’Italia.
Lo scenario è molto complicato ma il cielo è gravido di nubi burrascose dovute soprattutto al fatto che la politica negli Stati Uniti dai tempi dell’uccisione di J.F. Kennedy non assolve più la funzione di mediazione degli interessi delle multinazionali rispetto alle classi e alla popolazione tutta, ma il potere viene esercitato direttamente dalle lobby economiche e in particolare da quelle militari e securitarie.