Non siamo Negan

Non siamo Negan

Pubblicato il 26 marzo 2017 · in Cinema & tv, Schegge taglienti ·

di Alessandra Daniele

negan[Non contiene spoiler maggiori]

La settima stagione di The Walking Dead è stata lenta e stiracchiata da troppe digressioni inutili. Il budget è stato ridotto al limite della sopravvivenza. La serie ormai si svolge tutta fra baracche e discariche, e la CGI sembra fatta con Paint.
Il senso d’angosciosa impotenza, di paralizzante frustrazione che ha gravato come una cappa soffocante su tutta la stagione però è stata una scelta narrativa precisa, sensata, e interamente voluta.
Di tutti i nefandi antagonisti affrontati in questi anni dal gruppo dei sopravvissuti di The Walking Dead, Negan è infatti il più ostico, il più pericoloso, perché è quello che più somiglia allo Stato.
Il modo in cui riscuote i tributi, requisisce e (non) redistribuisce le risorse, assegna i ruoli, decide dei delitti e delle pene, reclama il monopolio assoluto dell’uso della forza, e soprattutto il modo in cui pretende adesione ideologica, identificazione: “Noi siamo Negan” è la sua versione di “Lo Stato siamo noi”.
I suoi prigionieri portano divise da carcerato. I suoi schiavi sono formalmente liberi di scegliere fra la schiavitù, e la morte.
Il suo primo raid ad Alexandria più che a una razzia somiglia a un pignoramento, uno sgombero, uno sfratto.
Gli interminabili comizi autocelebrativi che precedono le sue esemplari esecuzioni pubbliche hanno tutto il sinistro paternalismo dei discorsi ufficiali che anche in questi giorni abbiamo sentito così spesso.
I Saviours di Negan non sono una semplice gang, una tribù, sono uno Stato, anzi sono lo Stato.
Con la sua organizzazione sistematica, burocratizzata del sopruso, Negan fa qualcosa di peggio che rendere l’apocalisse più spaventosa, la normalizza.  
Per Negan gli zombie non sono una minaccia, sono una risorsa.
Li utilizza come recinzione, come arma, come esercito di riserva.
Per Negan in fondo tutti, vivi o morti sono zombie allo stesso modo.
Negan è l’orrore quotidiano.
Negan è lo Stato.
E per batterlo a Rick e Michonne toccherà organizzare una rivoluzione.

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La Parentesi di Elisabetta del 22/03/2017

“A proposito di Torino”

 Il tribunale di Torino ha assolto in questi giorni un uomo accusato di violenza sessuale perché “il fatto non sussiste”. Nelle motivazioni si legge che la donna non avrebbe «tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona». La vittima ha detto solo “basta”, non ha chiesto aiuto, non ha urlato.

Ora non solo la donna che ha sporto la denuncia  dovrà accettare il fallimento della sua causa, ma dovrà rispondere anche di calunnia, perché la prima sezione penale presieduta dalla giudice Diamante Minucci ha trasmesso gli atti al pubblico ministero non ritenendo “verosimile” la sua versione dei fatti. Non c’è assolutamente percezione di come si possa reagire alla violenza sessuale, di cosa sia in effetti la violenza sessuale e di come le donne siano sempre soggetti in difficoltà psicologica, fisica e culturale di fronte alla violenza che viene loro inflitta perché costruite secondo un canone in cui l’abitudine alla soggezione e la paura del giudizio portano persino all’incapacità di reazione. Tutto ciò è ormai da anni patrimonio del movimento femminista ed è stato elaborato in riflessioni di tutti i tipi.

Ma la sentenza non è dovuta al fatto che la magistratura non è abbastanza educata  a riconoscere la violenza di genere, o al fatto che non vengono fatti corsi  di formazione adeguati per giudici, magistrati, poliziotti, forze varie così dette dell’ordine. Non è il risultato di un’arretratezza culturale riguardo alla violenza sulle donne che ne impedisce la percezione e la valutazione da cui deriverebbe la necessità, come va propagandando la socialdemocrazia femminile, di rapportarsi con lo Stato e di renderlo adeguatamente edotto rispetto a questa violenza.

E’ semplicemente dovuto al fatto che la ruolizzazione sessuata e la soggezione delle donne sono parte integrante del modello economico-politico-sociale. E non si può pensare di scardinare il ruolo sessuato che fa parte di una organizzazione del lavoro piramidale, gerarchica e meritocratica coltivando una visione di tutela categoriale.

Il fatto che il giudice sia una donna è esemplare. Questo sistema coltiva ed incentiva l’emancipazione  come mezzo di promozione personale,  spinge le donne affinché si mettano al servizio del potere e assumano la scala di valori neoliberista e patriarcale. E l’assunzione dei valori dominanti è necessariamente a tutto campo. La giudice che ha emesso questa sentenza è la stessa che ha condannato nel maggio del 2014 dei militanti NoTav a pesanti pene per banalità avvenute al cantiere di Chiomonte ed è la stessa che ha presieduto la corte che sempre a Torino ha inflitto undici condanne da nove mesi a un anno e due mesi ai militanti che avevano manifestato contro il comizio di Salvini nel marzo 2015. Ed è la stessa che ha condannato nel gennaio di quest’anno a un anno e dieci mesi di reclusione una madre per maltrattamenti sui sette figli, su denuncia del marito.

In una società come la nostra fondata sulla violenza, sull’ineguaglianza, sullo sfruttamento, la socialdemocrazia ha portato in dote la capacità di imbellettarsi, e uno di questi belletti dovrebbe essere l’attenzione alla violenza sulle donne, ma nulla può essere scisso dal contesto in cui vive e di cui si nutre.  L’esperienza ci ha insegnato che le donne nelle istituzioni si sono messe, insieme ai maschi, al servizio del sistema. L’emancipazionismo usato come fine e non come mezzo ha stravolto il percorso di liberazione, confondendo piani che avrebbero dovuto essere solo strumentali, con piani di rottura dell’ordine sessista e classista stabilito, riportando la lotta femminista a modalità funzionali a questo sistema, anzi facendone un fiore all’occhiello del sistema stesso.

Un abisso divide l’insieme donne in questo momento storico e anche se l’oppressione che subiamo è trasversale allo spazio e al tempo e attraversa tutte le classi e le frazioni di classe, ci sono donne che scelgono strade di liberazione e altre che scelgono di perpetuare il dominio patriarcale e di contribuire a opprimere le altre donne e tutti gli oppressi.

La sentenza di Torino esplicita, ancora una volta e in maniera evidente chi si colloca da una parte e dall’altra dell’abisso.

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3 aprile 2017 / STOP RWM!

3 aprile 2017 / STOP RWM! 

Presidio e Corteo a Domusnovas

https://nobasi.noblogs.org/

STOP ALLA FABBRICA DI MORTE RWM

LUNEDÌ 3 APRILE 2017 A DOMUNOVAS

PRESIDIO AL PIAZZALE DELLA RWM DALLE 11.00 ALLE 16.00

CORTEO DAL PIAZZALE DELLA FABBRICA AL PAESE – PARTENZA ALLE 16.00

Ormai è un dato di fatto: la RWM Italia spa produce bombe, lo stabilimento di Domusnovas fabbrica ed esporta gli ordigni che devastano lo Yemen e tanti altri paesi, per alcune centinaia di posti di lavoro e decine di milioni di fatturato.

In nome del profitto si uccidono centinaia di migliaia di civili, si coprono le complicità delle istituzioni e in nome del ricatto occupazionale si giustifica chi lavora e contribuisce manualmente alla costruzione di strumenti di morte.

Fermiamo la filiera di questa produzione di morte, dal padrone all’operaio, dai trasporti dei materiali a chi li prende in carico.

La produzione di bombe deve cessare qui e ovunque, produrre e vendere morte non può essere un’attività da svolgere serenamente né ora né mai.

Per questi motivi ci ritroviamo il 3 aprile nel piazzale dello stabilimento RWM a Domusnovas per un presidio dalle 11:00 alle 16:00, cui seguirà un corteo verso il paese.

Vi invitiamo a partecipare per provare tutti insieme ad inceppare anche se per poche ore questo macchinario e rimarcare che chi contribuisce ai suoi ingranaggi “per quanto si creda assolto è lo stesso coinvolto”

Non lasciamo in pace chi vive di guerra!

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I Nomi delle Cose del 22/03/2017

I Nomi delle Cose, lo spazio di riflessione della Coordinamenta femminista e lesbica/Anno 2016/2017-Nuova Stagione 

i-nomi-delle-cose

Puntata del 22/03/2017

 “Aborto libero! ” “Io abortisco perché lo voglio e basta!”

 

“Aveva assunto un farmaco contro gli spasmi addominali che in grande quantità provoca l’interruzione di gravidanza. Secondo Il Giornale di Vicenza, il tribunale ha emesso una sentenza per 15 giorni di reclusione, con pena sospesa” Questa la notizia di questo 8 marzo che riguarda una ragazza di Vicenza

NON CI SIAMO STUFATE DOPO QUARANT’ANNI DI ESSERE ANCORA A QUESTO PUNTO? NON CI SIAMO STUFATE DI PIETIRE DALLO STATO QUELLO CHE APPARTIENE SOLO E SOLTANTO A NOI? BASTA! E’ NECESSARIO ORGANIZZARSI E DIFENDERSI IN MANIERA AUTONOMA

CLICCA QUI

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Caramelle Tuttifrutti

DA QUANTI SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE E CARAMELLE TUTTIFRUTTI CONTINUEREMO AD ESSERE PLAGIATE?

https://www.facebook.com/daniela.pellegrini.98499?ref=br_rs

Sono stanca di parlare con donne che accusano e contestano il patriarcato……e ne osannano i vecchi e nuovi rappresentanti e le loro opere e narcistici vari pensieri, immemori di generazioni secolari di usurpatori, cancellatori, inquisitori,impositori, sfruttatori.
Sono scandalizzata da tutti gli sbandieramenti ipocriti di libertà e giustizia in funzione autistica al loro incensamento e al loro accapparrarsene in esclusiva, abbastanza astuti da non ammettere di saperlo: Perché se ti chiedono la mano é per impedirti di agire e di difenderti, se ti abbracciano é perché tu debba dichiarare e riconfermare la resa, se ti danno valore é perché tu ti genufletta solo al loro.
Sono stufa di vedere la rappresentazione e ammirazione che le donne fanno di tutto ciò ed esprimono ad ogni pié sospinto.
Sono desolata della cancellazione che esse così si fanno, insieme a tutte quelle donne cancellate e schiave grazie e contro
le quali essi hanno potuto, voluto e goduto della propria libertà di esistere e darsi e farsi valore dentro e grazie alla loro indefessa violenza. A tuttoggi….
Verrà anche per loro il giorno della memoria?

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24 marzo NO TAV!

24/03 assemblea popolare no tav a Bussoleno

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“Il fare è diventare”

“Il fare è diventare”

Le donne ricordano con il loro corpo. Invito ad un viaggio di movimenti e suoni per attivare, evocare, riconoscere gli archetipi che hanno determinato la nostra storia.

prenotazione obbligatoria entro mercoledì 29  marzo 
Indossare abiti comodi

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Torino e Firenze stasera contro i Cie/Cpr

https://hurriya.noblogs.org/

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Dolores Price

https://youtu.be/4KcoF5RbuEQ

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Mairéad Farrell

https://youtu.be/xZUeCemzkt4

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Gravi-danza/terzo Incontro di Uteroghiamoci!

Questa sera, martedì 21 marzo, dalle 20,30 alle 22,30 alla Consultoria Autogestita di Milano

Gravi-danza. Uteri in movimento! Terzo incontro di Uteroghiamoci all’interno di “COSE NOSTRE”!

 “Prendersi cura di noi e farlo insieme, elaborando strumenti di resistenza e cambiamento, è di per sé un atto politico: rompe l’isolamento che è la base su cui si costruisce il controllo patriarcale.”

https://consultoriautogestita.wordpress.com/

https://www.facebook.com/consultoria.autogestita.7/

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Euskadi Ta Askatasuna

https://youtu.be/hQcyGF367vs

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Materialità negata, materialità normata

Materialità negata, materialità normata

https://consultoriautogestita.wordpress.com/

Col secondo incontro di Uteroghiamoci, abbiamo approfondito delle tematiche emerse la volta precedente, in particolare: la percezione che abbiamo (o non abbiamo) del nostro utero; come esperiamo (o non esperiamo) la materialità del nostro corpo, e in particolare del nostro utero; le pratiche di cura versus quelle di medicalizzazione, e come queste vengono vissute.

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La percezione dell’utero

Già durante il primo incontro era emerso il tema della “percezione” del nostro utero: com’è il nostro utero? Forte o debole, grande o piccolo, duro o molle? Prestiamo attenzione a come cambia a seconda del momento del ciclo mestruale, o delle fasi della vita?
In generale, molte, provando a pensarci, immaginano l’utero molto più grande di quello che è realmente, soprattutto durante le mestruazioni e i giorni ad esse precedenti.

L’utero, comunque, viene percepito in maniera differente da ognuna di noi. C’è chi se lo immagina gigantesco, e chi piccolissimo. La percezione cambia anche in base al periodo del mese: l’utero arriva a “espandersi” a tutto il basso ventre, e in alcuni casi è difficile visualizzarlo come una parte del corpo, diventa un sentire di tutta “la pancia”.

A volte le informazioni e la conoscenza scientifica che abbiamo sull’utero sono abbastanza approfondite e corrette, ma è difficile ridefinirle seguendo un vissuto personale.

Utero e materialità: quali pratiche, saperi ed esperienze stiamo perdendo?

In passato la pratica dell’autovisita collettiva portava molte donne ad una maggiore consapevolezza dell’utero, e in generale del corpo. Oggigiorno abbiamo perso – o quantomeno accantonato – non solo la pratica dell’autovisita, ma anche pratiche e saperi che non coinvolgevano necessariamente la vista. Ad esempio il tatto, “esterno” (ad esempio, come si tende la pancia quando si avvicina un nuovo ciclo) e “interno” (come la vagina e il collo dell’utero cambiano a seconda del momento del ciclo, o della fase di vita), ma un discorso analogo può essere fatto anche per l’olfatto (il nostro odore cambia durante il ciclo, col passare degli anni, in caso di infiammazioni o infezioni, e così via).

Negli ultimi anni, persino l’approccio femminista ha spesso riportato l’utero più come un concetto astratto che come un organo dotato di materialità. In generale, la percezione del nostro corpo risulta a volte difficile, perché la sua materialità spaventa. Ma perché siamo così spaventate dalla materialità?

Una delle possibili risposte risiede nella reificazione compiuta dalla “cultura biomedica”, che si basa sulla vista, su un’osservazione che per essere oggettiva deve essere compiuta dall’alto o dall’esterno. Questo non esclude automaticamente gli altri sensi, ma di certo li relega a un’importanza minore nella scoperta del corpo. In questo contesto, la materialità diviene qualcosa da sentire con diffidenza, anche perché si basa su un esperire corporeo e non su un sapere oggettivato. La materialità spaventa anche perché la “viviamo” sempre meno, nel senso che finisce per uscire dal nostro immaginario, la riconosciamo sempre meno come una nostra esperienza.

L’incontro con la biomedicina: trattamento del dolore e possibilità di scelta

Data l’estrema medicalizzazione e oggettivazione dell’utero, le pratiche mediche sono spesso coatte e lasciano pochissima possibilità di scelta alle donne. La scarsa informazione peggiora la situazione e a questo si somma il valore simbolico rivestito dall’utero come organo produttivo e performante per eccellenza.

L’epidurale è un esempio calzante. Spesso le donne arrivano al parto senza sapere a cosa vanno incontro, e l’epidurale a volte viene praticata con leggerezza e a volte negata nonostante sia richiesta esplicitamente dalle donne; inoltre, c’è pochissima informazione sui possibili rischi e sugli effetti collaterali che può avere sull’andamento del parto. Allo stesso tempo, il dolore associato al parto non viene valutato come qualcosa che si possa evitare per motivi ideologici: il dolore del parto è “naturale”. Al contrario, in altri frangenti si tende a risolvere il minimo fastidio con pesanti antidolorifici. C’è sempre un rapporto ambivalente con il dolore.

La possibilità di scelta sull’utero è molto limitata. Non si comunica e non si lascia spazio di discussione alle donne su quali siano i pro e i contro dei vari metodi, negando così il diritto a scegliere il metodo, o la cura, che ritengono più opportuno. Questo avviene anche perché la ricerca scientifica è orientata sempre in modo da favorire lo sguardo medico capitalista e produttivista tradizionale, e non quello della cura e di una visione più “olistica” dell’organismo.

La scarsa attenzione alla patologia dell’endometriosi è una dimostrazione di questo approccio. Il dolore non viene mai trattato univocamente: viene normalizzato, o completamente patologizzato.

Possiamo chiederci: quando al nostro utero viene richiesto di essere “performante”? E quando viene silenziato, nella pretesa che risponda a una norma definita?

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La Parentesi di Elisabetta del 15/03/2017

“Il crimine”

 Nella loro illusione legalitaria, socialdemocratiche e socialdemocratici, riformiste e riformisti, istituzionali e paraistituzionali, credono che le regole legislative abbiano in sé una forza impositiva, ma il potere capitalista-patriarcale è sempre assoluto.

La limitazione del potere non è esercitata dalle regole, ma dalla forza capace di imporre le regole o di trasformarle.

Il legalismo attribuisce alle regole una forza che le regole non hanno perché non viene dalle regole stesse ma dai rapporti di forza e dai ruoli.

E le Istituzioni, in tutte le loro articolazioni, lo sanno.

L’autonomia femminista ha riconosciuto la brutalità del rapporto di forza tra generi, classi, etnie…. partendo da una denuncia dell’arbitrarietà delle regole esistenti. Il buonismo disonesto della “convivenza civile”, delle” bacheche rosa”, degli “appelli allo Stato”, ha portato un attacco mortifero alle lotte del movimento femminista nel loro impegno a leggere, delle regole, la  vera sostanza.

Si è, così, aperta la strada per la costituzione di una legalità liberticida e femminicida.

Un’operazione, questa sì, violenta, in cui il linguaggio esiste essenzialmente per mentire.

La menzogna, l’inganno, la simulazione, dietro i linguaggi politicamente corretti non sono che forme aberranti di comportamento sociale.

La socialdemocrazia, destra moderna, è un’economia criminale, non tanto perché si fonda sulla violazione delle regole faticosamente contrattate nel passato dal  lavoro nei riguardi del capitale, quanto perché tale violazione sistematica non è più considerata un crimine, se non nella visione autolesionista, chissà quanto in buona fede, dei legalisti.

Il crimine sta nell’esercizio illimitato della forza, istituzionale e familiare, anche perché, a questa forza, non si contrappone alcuna altra forza.

Il crimine è nella violenza che si esplica e si perpetua nei commissariati, nei Cie/Cpr, nelle guerre neocoloniali, nelle carceri, nelle caserme, in famiglia…nelle piazze …contro ogni forma di protesta, di alterità, di asimmetria.

Il crimine è nella “normalità” di questa società disumana.

La violenza non è un elemento particolare ed occasionale della relazione istituzioni- cittadine/i e delle relazioni sociali, ma ne è l’elemento fondante e riproduttivo.

Nessuna ne è al riparo.

Se esiste una legittimità, concetto ben diverso dalla legalità, questa appartiene a chi tenta  di sottrarsi al ricatto economico e consumista di questa società  patriarcale, di cui l’Istituzione è la protesi identitaria, a chi cerca  con sforzo caparbio, capacità, impegno, pagando un alto prezzo, di sovvertire i circuiti dello schiavismo neoliberista.

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Riflessioni femministe sulla scuola

“Riflessioni femministe sulla scuola”

“[…] La vostra “apertura al territorio e al mondo del lavoro” è in realtà educazione allo sfruttamento, sempre con le stesse logiche classiste. Nella scuola dei sogni di cui lei parla tanto fieramente impariamo ad abbassare la testa e a produrre mano d’opera gratis.
L’inserimento nella società che millantate è l’introduzione a una società classista, competitiva e finalizzata al profitto, portata all’esasperazione dalla crisi economica permanente che stiamo attraversando. Allora no, cara ministra, non è lei a dover difendere la scuola, sono gli studenti che devono prendere coscienza di sé, rifiutare un modello imposto e riprendersi una scuola che sia davvero a misura di studente.

Una studentessa leggete tutta la lettera qui  e qui

clicca 1 “Business schools”

clicca 2 “La scuola dell’infanzia”

clicca 3 “La buona scuola”

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