36)Votiamo NO per dire NO al nucleare!


Come per le celebrazioni del Centenario della Grande guerra anche il 4 novembre “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”, anniversario della fine di quel conflitto, trabocca di retorica all’insegna dell’esaltazione del sacrificio per la Patria, dell’onore di essere Italiani “brava gente”, del richiamo alla compattezza nazionale e veicola la necessità di rafforzare il nostro apparato militare contro i nemici interni ed esterni. Una retorica ormai dilagante che impedisce di comprendere le cause sia di quello che fu uno spaventoso massacro sia dei massacri che oggi abbiamo sotto gli occhi ai quali l’Italia partecipa con il suo apparato militare. La propaganda governativa vuole rappresentare le missioni militari come interventi umanitari negli scenari internazionali e/o inserti nella cooperazione internazionale. L’Italia è in realtà un Paese in guerra, sempre più schierato in prima linea negli scenari di crisi e di conflitto con un ruolo fondamentale nell’ ambito della NATO.
Contro le aggressioni dell’imperialismo, italiano in primis, contro la militarizzazione del territorio ed il militarismo crescente
DOMANI 4 NOVEMBRE PRESIDIO c/o VIA Toledo (stazione metro largo Berlinguer) ore 17,00 Napoli
Volantino Continua a leggere
Il governo Renzi non salva più neanche la faccia. Perfino il Fascismo votava tutte le più belle risoluzioni alla Società delle Nazioni disattendendole poi nei fatti.
Il 27 ottobre, il Primo comitato sul disarmo dell’Assemblea ONU ha deliberato l’avvio di un percorso verso un trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017 e ha adottato una Risoluzione politica che chiede di avviare nei prossimi mesi negoziati per un Trattato che vieti questo tipo di armi.
La Risoluzione (L.41) è stata approvata con la seguente votazione:
123 Paesi favorevoli
16 paesi astenuti
38 Paesi contrari
L’Italia ha votato contro. Si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando a sostenere la posizione degli Stati Uniti.
L’Italia, a seguito degli accordi di cosiddetto “Nuclear Sharing” in ambito NATO, ospita sul proprio territorio, secondo le stime della Federazione degli scienziati americani (Fas), 70 bombe nucleari B-61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre). La B-61 sarà presto sostituita dalla B61-12, la nuova bomba nucleare Usa. Le nuove bombe, che gli Usa si preparano a installare in Italia sono armi che abbassano la soglia nucleare, ossia rendono più probabile il lancio di un attacco nucleare. La 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri Usa F-16 dislocata ad Aviano, è pronta all’attacco nucleare ventiquattr’ore su ventiquattro. Anche piloti italiani, dimostra la Fas, vengono addestrati all’attacco nucleare sotto comando Usa con i cacciabombardieri Tornado schierati a Ghedi.


Questa mattina, un poliziotto, della polizia di Genova, ha sparato e ucciso la moglie e le sue due figlie, rispettivamente di 10 e 14 anni, per poi togliersi la vita
Sentiamo la necessità di riprendere le fila di tanti ragionamenti sulla violenza sulle donne che sono stati fatti in questi anni perché abbiamo la sensazione che le coordinate di fondo si siano sfilacciate.
Il maschile e il femminile sono costruzioni sociali funzionali ai modelli economici in cui sono inserite. Il capitalismo ha usato la struttura patriarcale secondo le sue esigenze specializzando estremamente i ruoli perché ha la pretesa di ottenere il massimo sfruttamento dell’individuo messo al lavoro, che sia lavoro di cura e riproduttivo, che sia lavoro produttivo di plusvalore. Tanto è vero che il femminismo da molto tempo dice che nel capitalismo mai come in passato il femminile è stato così femminile e il maschile così maschile.
E’ chiaro che, nel tempo, il capitale ha rimodulato i modelli del maschile e del femminile con spostamenti, accomodamenti, trasformazioni, dovuti alle esigenze del suo impianto economico ed anche come risposta alle lotte di genere e di classe che si sono succedute. Per cui molte donne sono state messe al lavoro produttivo e molte donne sono state cooptate nell’ingranaggio di potere in cambio della loro promozione sociale individuale. Ora la fase neoliberista prevede due percorsi, quello delle donne che sono disposte a perpetuare il dominio mettendosi al servizio del potere e quello delle donne che non servono e che vengono ricacciate pesantemente nel loro ruolo.
Ma questo non riguarda solo le donne, il neoliberismo è un’ideologia che ripropone pesantemente i ruoli nella società: gerarchia, autorità, meritocrazia…..ognuno/a dovrebbe essere contento/a della propria collocazione di classe perché “naturale”.
Questa premessa è importante perché la violenza sulle donne è il risultato della metabolizzazione nel sociale del modello economico-politico e, in questo momento particolare, patriarcale e neoliberista.
Il modello maschile è incentrato sul ruolo guida, all’interno della famiglia e del sociale, e sul possesso, affettivo, materiale, ideologico…..e non deve essere necessariamente una posizione esplicita (la famiglia è cambiata molto e le donne apparentemente hanno un peso che prima non avevano) basta che questo ruolo gli venga riconosciuto in qualche modo e il possesso e il dominio presuppongono gerarchia e riconoscimento dell’autorità per cui se qualcosa non viene “liberamente elargito” si prende, con le buone o con le cattive, perché ne va dell’orgoglio sociale maschile. Mentre per le donne il rifiuto è una delusione, per gli uomini il rifiuto è un’onta.
Ora, è statisticamente documentato che il pericolo maggiore di violenza per le donne viene dagli uomini che sono loro vicini a qualche titolo perché sono questi uomini che vedono venire meno o vogliono esplicitare il possesso affettivo…fisico….o il carisma…o la sicurezza dell’immagine sociale…. e che, quindi, esprimono con la violenza fino al femminicidio la pretesa del loro ruolo.
Quando è un immigrato a esercitare violenza contro una donna, parte la retorica securitaria della caccia al migrante e viene presa la palla al balzo per sfornare leggi forcaiole e di controllo sociale, militarizzazione dei territori e via dicendo..
Ma non è la condizione personale che produce violenza contro le donne bensì il possesso e il dominio che accompagnano la costruzione del ruolo maschile e quindi può essere qualsiasi maschio ad agire queste categorie di dominio…..marito o amante, figlio o fratello, padre o prete, vicino di casa o maestro, migrante o deputato, compagno di scuola o intellettuale…..civile, militare o poliziotto….
Ma quando la violenza su una donna viene esercitata da un uomo in divisa, assume connotati ancora più gravi.
La divisa porta con sé un’ esaltazione del ruolo maschile. Chi la indossa ha fatto una scelta, è uno che crede nell’autorità e nella gerarchia, nell’uso della forza come regolatrice dei rapporti sociali, nel riconoscimento che deve avere come portatore di ordine e di disciplina, nella necessità di assoggettamento delle soggettività ribelli, è uno che viene abituato a prendersi quello che vuole e che il ruolo sociale gli deve, il tutto aggravato dalla situazione di soggezione in cui si trova chi entra in contatto con lui. E questo vale per tutte le varie divise che si muovono in questa società, anzi è proprio nella società neoliberista che il confine tra forze di polizia e forze armate diventa sempre più labile. All’esercito vengono affidati compiti di controllo sociale, le famose “strade sicure”, e la militarizzazione di interi territori nazionali, la Val di Susa, L’Aquila o i territori occupati dalle basi militari Nato, USA e via discorrendo e soggetti a continue esercitazioni e sperimentazioni come la Sardegna e la Sicilia, sono solo gli esempi più macroscopici. Impossibile non ricordare lo stupro avvenuto fuori da una discoteca di Pizzoli, proprio vicino a L’Aquila, da parte di un militare addetto alla “sicurezza” del territorio o quello nella caserma del Quadraro a Roma fatto da tre carabinieri e un vigile urbano. Addirittura la “virilizzazione” valeva anche per i militari di leva, quando la leva c’era ancora: quelli che accettavano autoritarismo e gerarchia, vale a dire i valori di quell’ambiente, erano spesso autori di atti e fatti di sopraffazione e di violenza, il così detto “nonnismo”. E’ proprio contro questo e questi che nacquero i Proletari in Divisa, i PID di Lotta Continua.
Ci dobbiamo, però, ricordare sempre che stiamo parlando di questa società, in cui viviamo e che subiamo, della sua impostazione, dei suoi ruoli e degli scopi che il modello patriarcale e capitalista si prefigge ma non intendiamo assolutamente assimilare chi si arma e combatte per la libertà, siano uomini o donne, per l’ autodeterminazione, contro il sopruso e l’ingiustizia, alle divise che circolano in questo contesto sociale. La guerra di Spagna è stata un bell’esempio di lotta in cui le Mujeres Libres sono state trainanti e decisive nello scompaginamento dei ruoli patriarcali.
Molto spesso ci viene detto che i poliziotti, i militari e via dicendo sono gente di estrazione sociale povera e figli di povera gente che finiscono a fare quel mestiere per necessità. Ma questo non li assolve affatto, anzi li condanna doppiamente perché hanno consapevolmente tradito la propria classe di appartenenza e nemmeno li assolve la necessità perché la maggior parte di quelli che sono nelle loro condizioni fa scelte diverse e antitetiche.
E ci fa venire la pelle d’oca pensare che tutte queste divise sono state allevate da una donna che ha trasmesso loro dei valori contro la classe di appartenenza e contro se stessa. A conferma di quanto siano introiettati i valori patriarcali dalle donne che si fanno catena di trasmissione della loro stessa oppressione. E’ per questo che è imprescindibile la visione di genere anche nei contesti antagonisti e rivoluzionari.
Combattere la violenza contro di noi significa combattere anche il modello socio-economico che la alimenta, combattere i ruoli, la gerarchia, la meritocrazia, l’autoritarismo, lo sfruttamento, rifiutare la delega e l’affidamento allo Stato e alle esperte ed esperti……portare avanti una lotta di genere e di classe….in una parola uscire da questa società.
le coordinamente

Incrociamo le lotte, costruiamo il No sociale al Governo Renzi!
Lunedì 31 Ottobre h16 ( l’orario può variare n.d.r.) apertura alle realtà di movimento
Porto Fluviale Occupato (via del porto fluviale 12)
Collegamento con una studentessa del liceo Manara che ci spiega le ragioni e gli obiettivi dell’assemblea

Riceviamo e volentieri pubblichiamo-https://ddt21.noblogs.org/?page_id=1010

Si, comme dit Marx dans les Manuscrits de 1844 en reprenant une idée de Fourier, le rapport entre sexes « permet de juger de tout le degré du développement humain », il doit permettre aussi de juger du degré du développement des révolutions. Mesurées à ce critère, les insurrections passées ont piètre figure, car on aurait du mal à en trouver où la domination masculine n’ait pas prévalu.
Ce fait indéniable, la théorie radicale ne le prend guère au sérieux.
Traditionnellement, l’anarchisme n’y voyait pas une question particulière : la libération de l’humanité libérerait les femmes et les hommes. Depuis les années 1970 et la montée d’un mouvement féministe, de nombreux groupes anarchistes traitent les femmes comme une catégorie de plus – trop longtemps oubliée – à ajouter à la liste des catégories opprimées et porteuses de potentialités révolutionnaires.
Quant aux marxistes, sous prétexte de replacer la partie « femmes » dans le tout « prolétariat » et de distinguer entre bourgeoises et prolétaires (distinction certainement essentielle), la plupart dissolvent « la femme » dans la classe. Malheureusement, sans cette partie-là, la totalité n’existe pas.
Nous estimons au contraire impossible de penser l’émancipation des femmes comme une simple conséquence de l’émancipation humaine en général : c’en est une composante indispensable.
Vergo righe di grafite/come un bisturi apre un torace.
Per questo sembro/ un chirurgo della carta stampata.
In realtà non so dosare la pressione.
Non apro bocca/senza valida motivazione.
I bei discorsi non sono preziosi/ma bigiotteria per prolissi.
E ad essere precisi/il fato non mi farà elicotterista.
Sono uno di quelli/che non è in grado di sorvolare.


Abbiamo intervistato Nora Gattiglia che ha curato e tradotto, insieme a Giacomo Marchetti, “Amore e Lotta” Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti, ed. Mimesis 2016 e abbiamo cercato di collegare ieri e oggi, lotta antimperialista, antirazzista, di genere e di classe.
<Il governo che ha rovesciato napalm sul Vietnam, che fornisce le bombe a grappolo che uccidono civili in Libano, che addestra torturatori in Salvador ci chiama “terroristi”. I governanti che si sono arricchiti con generazioni di schiavi che lavorano e lavoratori resi schiavi…ci etichettano come “criminali”. Le forze di polizia dell’Amerika che hanno ucciso 2000 persone di colore negli ultimi cinque anni e che imbottiscono di droga le comunità ci dicono che “non abbiamo rispetto per la vita umana”.
Noi non siamo né terroristi, né criminali. E’ proprio perché amiamo la vita, perché gioiamo di fronte allo spirito umano, che siamo diventati combattenti per la libertà contro questo sistema razzista, imperialista e mortifero.>
David Gilbert, dichiarazione in tribunale, 13 settembre 1982


Le socialdemocratiche e le riformiste sono tutte tese a far passare il concetto che le leggi possano essere strumento di limitazione del potere qualora si riesca ad apportarvi alcuni “miglioramenti”. Ne deriva una richiesta allo Stato di collaborazione tutta indirizzata a fare presenti “buone ragioni” e “ottimi motivi” per cui il potere dovrebbe accogliere istanze di cambiamento.
Dimenticano volutamente che il potere capitalista e patriarcale è assoluto e che la sua limitazione può venire soltanto da un rapporto di forza tale da poter imporre delle regole o di trasformarle.
Il collaborazionismo, invece, rafforza il potere e paradossalmente aggrava le stesse oppressioni che socialdemocratiche e riformiste dicono di voler combattere.
Le Istituzioni sanno benissimo che il legalismo le rafforza e, in un gioco delle parti, tanto subdolo quanto, allo stesso tempo, manifesto e reiterato, danno spazio a chi chiede di rapportarsi con lo Stato fornendogli, attraverso la stampa, i media, l’associazionismo e una pletora di strutture culturali, la patente di antagonista, alternativa, femminista.
L’autonomia femminista ha denunciato sempre l’arbitrarietà delle regole esistenti e la brutalità del rapporto di forza tra generi, classi, etnie. Ma il buonismo disonesto dei linguaggi politicamente corretti, della “convivenza civile”, delle quote rosa, degli “appelli allo Stato”, ha portato un attacco mortifero alle lotte del movimento femminista nel loro impegno a leggere, delle regole, la vera sostanza.
In questo modo si è costituita una legalità femminicida che ha permesso al potere attraverso la menzogna, l’inganno, la falsificazione, la mistificazione di riappropriarsi delle lotte femministe attuando con la modalità estremamente violenta della delega la ricomposizione sotto l’ombrello dello Stato delle istanze di liberazione.
La socialdemocrazia riformista, destra moderna, incarnata nel PD, è un’economia criminale, non tanto perché si fonda sulla violazione delle regole faticosamente contrattate nel passato dal lavoro nei riguardi del capitale, quanto perché tale violazione sistematica non è più considerata un crimine, se non nella visione autolesionista, chissà quanto in buona fede, dei legalisti.
Il crimine invece è nella violenza che si esplica e si perpetua nei commissariati, nei Cie, nelle carceri, nelle caserme, nella militarizzazione dei territori, nelle “guerre umanitarie”, in famiglia…nelle piazze …contro ogni forma di protesta e di alterità.
Il crimine è nella “normalità” di questa società disumana.
La violenza non è un elemento particolare ed occasionale della relazione istituzioni- cittadine/i e delle relazioni sociali, ma ne è l’elemento fondante e riproduttivo.
Nessuna ne è al riparo, come nessuna/o sarà al riparo dalla guerra mondiale in cui ci vogliono trascinare. Non ci saranno fronti, non ci sarà più distinzione fra zone militari e zone civili.
La messa in discussione dell’organizzazione sessuata, mette necessariamente in discussione l’organizzazione gerarchica, autoritaria, verticistica che si esplica sul fronte interno nei riguardi delle oppresse e degli oppressi e sul fronte esterno nei riguardi dei popoli del terzo mondo, da cui, il patriarcato per un verso ed il capitale per un altro, non possono prescindere. Non è trasfigurando le istituzioni che migliora la nostra condizione di genere oppresso, ma attraverso la capacità di abbattere le costruite differenze tra il maschile e il femminile, smascherando la pretesa di trasformare la storia in natura e l’arbitrio culturale e politico in naturale. L’approccio socialdemocratico ha sostituito il concetto stesso di lotta politica con quello di delega, ha lavorato in modo che il patriarcato e le strutture patriarcali fossero percepite come qualcosa di esterno, di altro, di sovrapposto rispetto a questa società e si è risolto nella promozione individuale di alcune a scapito della stragrande maggioranza delle donne tutte, trasformando il femminismo in un arcipelago di associazioni di categoria abilitate dalla controparte a parlare a nome delle donne, nella misura in cui le stesse si sono appiattite e hanno aderito ai valori e agli interessi patriarcali. E’ lo stesso approccio con cui le Ong e le Onlus affrontano il dramma del terzo mondo, dove non denunciano le guerre neocoloniali, non mettono in discussione la depredazione delle ricchezze di quei popoli, ma portano aiuti umanitari. Ma quelli che fanno le guerre neocoloniali e a vario titolo partecipano, compresi gli stuoli di Ong e Onlus, forma attuale dei missionari di vecchia memoria, sono, al di là delle belle parole, contro i popoli del terzo mondo, così come le socialdemocratiche e riformiste, al di là delle belle parole, sono contro le donne ed il femminismo.
Il femminismo è qualcosa di ben diverso dal collaborazionismo ed appartiene a tutte quelle che si oppongono con tutti i mezzi possibili alla società patriarcale e neoliberista, basata sul ricatto economico e sulla mercificazione, sulla guerra e sulla militarizzazione, tentando di strappare i veli che nascondono la verità.
Da ormai un mese ho lasciato la mia casa, i miei animali, le piante che crescono selvagge sui miei balconi, i grandi cedri pieni di nidi. Da un mese non rivedo la stanzetta quieta che custodisce libri e ricordi di settant’anni.Nicoletta