L’alibi, le scelte, la così detta scienza

<Le mie difficoltà quotidiane e la mia salute precaria non saranno mai l’alibi delle vostre scelte.>

di AnimaAliena

RISPOSTA DI UNA MALATA CRONICA ANTISPECISTA AGLI STUDENTI DI PARMA E DI TORINO, FAVOREVOLI AL PROGETTO LIGHT UP

Car* studenti,

ho letto con interesse la vostra lettera aperta, sperando di trovare spunti di riflessione differenti da quelli triti e ritriti in cui mi sono imbattuta nel corso degli anni, ma ahimè con disappunto ho notato che la narrazione che proponete resta quella ormai a me ben nota, e ho deciso pertanto di scrivervi queste poche righe di risposta, nella speranza di arricchire la vostra riflessione con il mio punto di vista di malata e attivista antispecista.

Mi presento brevemente, sono da molti anni un’attivista femminista e antispecista e sono anche una malata cronica. Non credo sia importante specificare quali siano i miei problemi di salute, vi basti sapere che a tutt’oggi non prevedono una cura, e sicuramente impattano in molti modi sulla mia qualità di vita. Penso pertanto di avere il diritto di dirvi cosa ne penso di quanto da voi espresso nella lettera, anche perché, a dirla tutta, sono stufa di chi, student* o ricercator*, prende la parola per me e per chi, come me, soffre di patologie non curabili. Parlate per i “poveri malati” ma non siamo tutt* uguali: ci sono persone che, pur di guarire (o illudersi di guarire) farebbero di tutto, e quando dico di tutto intendo non solo che appoggerebbero la sperimentazione animale, ma probabilmente sarebbero disposte anche a sacrificare altre persone (che reputano magari meno importanti di loro) per raggiungere lo scopo. Io sono la prima a sapere che la sofferenza ci porta a sragionare e a pensare in certi momenti che “valga tutto” se ci permette di eliminarla, ma so anche che i momenti di disperazione passano, e che non ci definiscono. E, in ogni caso, so che non tutti i malati sono così. Continua a leggere

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Io sto con Maya!

IO STO CON MAYA!

Una storia di ordinaria violenza che ancora non è finita. Polizia e patriarche non si smentiscono mai. Il prossimo 16 marzo ci sarà il processo. Guardate il video qui   infoaut.org/femminismo-genders/picchiata-dalla-polizia-a-19-anni-a-processo-il-16-marzo-video

e per rinfrescarvi la memoria  sulla vicenda leggete e guardate qui

https://coordinamenta.noblogs.org/post/2017/11/17/polizia-vigliacca-stiamo-tuttei-con-maya/
https://coordinamenta.noblogs.org/post/2017/10/12/linterrogatorio-di-maya/https://coordinamenta.noblogs.org/post/2017/06/13/io-sto-con-maya/

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Ascoltate stasera Zardins Magnetics/giovedì 11 febbraio 2021

Zardins Magnetics di giovedì 11 febbraio 2021

Questa sera ascolta Zardins Magnetics su Radio Onde Furlane, dalle ore 20 alle 21 e 30 circa.

FM 90.0 MHz https://radioondefurlane.eu/
https://www.facebook.com/radiazioneinfo/
https://zardinsmagneticsradio.noblogs.org/

Gli argomenti:
-solidarietà al compagno Dimitri Koufontinas con un presidio sotto il
Consolato greco di Trieste, lunedì 15 febbraio dalle ore 10.00 alle 12.00;
-la 2° battitura che le detenute al  Coroneo di Trieste sosterranno lunedì
15 febbraio alle ore 15.30 e la presenza solidale organizzata sotto le mura
del carcere.

Per contatti
Assemblea permanente contro il carcere e la repressione
liberetutti@autistiche.org

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Memoria condivisa? Con chi?

Memoria condivisa? Con chi?

Nicoletta Poidimani    http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1579

… dietro il milite delle brigate nere più onesto, più in buona fede, più idealista, c’erano i rastrellamenti le operazioni di sterminio le camere di tortura le deportazioni l’olocausto…
… mentre dietro il partigiano più ladro, più spietato c’era la lotta per una società più pacifica più democratica e ragionevolmente più giusta. (Italo Calvino)

Per non cascare nella trappola nascosta dietro il “Giorno del ricordo”, ripropongo un lucido intervento di Claudia Cernigoi tratto dal sito dieci febbraio, che accompagno con immagini di partigiane yugoslave.

L’equivoco della memoria condivisa

Va innanzitutto detto che è necessario distinguere tra storia e memoria: la storia è una materia scientifica, una raccolta di fatti inequivocabili: le interpretazioni e le valutazioni possono poi essere diverse (e sono queste che creano “memoria), ma è un dato di fatto, ad esempio, che il 28 ottobre si compì la Marcia su Roma, evento che per i fascisti rappresenta una giornata di festa, mentre per gli antifascisti significa la fine della democrazia; così come il 25 aprile, giorno in cui si celebra la Liberazione dal nazifascismo, è per i nazifascisti giornata di lutto

Premesso questo, possiamo considerare che è ormai da più di trent’anni (dal cosiddetto “crollo del comunismo”) che stiamo assistendo alla progressiva distruzione della memoria storica di tutto quanto di positivo avevano fatto i paesi socialisti, soprattutto nella lotta contro il nazifascismo (va ribadito che in termini di perdite umane l’URSS e la Jugoslavia furono i Paesi che percentualmente ebbero più morti durante la Seconda guerra mondiale). Continua a leggere

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I Puntini sulle A/Incontro di sintesi e discussione domenica 21 febbraio a Viareggio

Incontro di sintesi e discussione domenica 21 febbraio a Viareggio

Carissime, come sapete sabato 30 gennaio a Viareggio si è tenuto l’incontro di autoformazione femminista sul multilavoro delle donne.

In quella occasione abbiamo ragionato sull’opportunità di chiudere questa prima tranche di autoformazione con un incontro di valutazione del percorso sin qui fatto, percorso che si è spalmato nell’arco di un anno per ragioni indipendenti da noi, tra lockdown, dpcm vari e altre amenità.

Auspichiamo di riuscire a realizzare, nei prossimi mesi, gli incontri che sono stati rinviati a causa delle difficoltà di spostamento delle “relatrici”. Ma nel frattempo non vorremmo si perdesse la ricchezza di stimoli emersa nei cinque incontri che, con determinazione e sana caparbietà, siamo riuscite ad organizzare finora anche grazie alla vostra partecipazione.

Proponiamo, quindi, di rivederci domenica 21 febbraio a Viareggio, dalle 11 alle 17, nella sede delle Donne in cantiere, con le compagne che hanno partecipato ad almeno uno degli incontri di autoformazione finora svolti e con le compagne che hanno generosamente condiviso e discusso con noi le loro esperienze.

Obiettivo di questo incontro rimane quello già espresso nel primo calendario, e cioè «Un momento di riflessione, sintesi e valutazione sul ciclo di autoformazione, per dare corpo agli strumenti acquisiti e rinnovare le prospettive di lotta femminista».

Saluti femministi, Nic e le Donne in cantiere

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20 febbraio 2021/presidio al CPR di Ponte galeria

https://brucerabrucera.noblogs.org/

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UN FATTO GRAVISSIMO!

UN FATTO GRAVISSIMO!

riceviamo e condividiamo

COME RETE JIN MILANO VI CHIEDIAMO DI CONDIVIDERE QUESTO MESSAGGIO SULLE
VOSTRE PAGINE, GRAZIE.

LA PAGINA DI RETE JIN MILANO è STATA OSCURATA!
La censura di Facebook colpisce ancora.
La pagina di Rete Jin Milano è stata oscurata per i suoi contenuti
politici, e così anche le pagine private di alcune delle compagne della
Rete.
In particolare, il post che sta causando il blocco è un articolo pubblicato
sul sito di Rete Jin nazionale sulle compagne martiri Sakine Cansiz, Fidan
Dogan e Leyla Seylemez, assassinate a Parigi dallo Stato turco.
In aiuto delle compagne di Rete Jin, denunciamo la vergognosa censura di
Facebook che le sta colpendo, e che troppo spesso colpisce le pagine
delle/degli attivist*.
BASTA CENSURA! #censura #retejin

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Idea di natura e rapporti sociali di sesso e di razza

«Idea di natura» e rapporti sociali di sesso e di razza: l’epistemologia della dominazione di Colette Guillaumin

di Marcella Farioli  da carmillaonline.com

Nel 1972 esce in Francia nelle edizioni Mouton il volume di Colette Guillaumin L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel. La sociologa e militante femminista e antirazzista, ricercatrice del CNRS e dal 1977 collaboratrice della rivista teorica del femminismo materialista francese Questions féministes, opera in questo saggio una vera svolta epistemologica nell’analisi dei «rapporti sociali di razza». Guillaumin scardina infatti la concezione dominante all’epoca secondo cui il razzismo si definisce in quanto trattamento ostile di gruppi “naturali” preesistenti, rovesciando questa prospettiva e il rapporto causale di matrice idealista che essa sottende: se l’ideologia razzista si diffonde parallelamente alla diffusione su larga scala dello schiavismo e del colonialismo, soprattutto a partire dal XVII secolo, è perché essa è chiamata a giustificare una dominazione e uno sfruttamento già in atto. La legittimazione dei rapporti sociali di razza avviene attraverso «l’idea di natura», ovvero la credenza nell’esistenza di categorie naturali, chiuse e dotate di un determinismo interno e di caratteristiche particolari: tale concezione, attraverso il procedimento della naturalizzazione, permette di perennizzare e di pensare come immutabile la subordinazione da parte del gruppo dominante, la «razza bianca», del gruppo sociale minoritario e dominato, la «razza nera». Se le razze non esistono sul piano biologico, esiste tuttavia la brutale realtà delle razze socialmente costruite.

Il razzismo dunque, lungi dal configurarsi come un fenomeno culturale “curabile” attraverso strumenti educativi che dissolvano la “paura del diverso”, come oggi sovente si proclama, non costituisce la causa, ma l’effetto, l’espressione ideologica e discorsiva di un rapporto sociale materiale preesistente, che Guillaumin definisce «appropriazione»: non solo la dominazione e lo sfruttamento della forza lavoro di un individuo, ma la sua completa reificazione fisica e psicologica, la sua riduzione a «macchina-forza-lavoro» (machine-à-force-de-travail). I neri, per intendersi, non erano e non sono schiavizzati e sfruttati perché sono neri, ma il colore della pelle diviene a posteriori rilevante per marcare e legittimare la loro schiavitù e il loro sfruttamento.

Negli anni successivi, Guillaumin riflette sulle analogie che accomunano il razzismo e il sessismo in quanto espressione ideologica di rapporti sociali concreti: il concetto di razza in quanto prodotto di determinati rapporti potere e il procedimento di razzizzazione (racisation) dei gruppi oppressi attraverso l’ideologia naturalistica si prestano, secondo la sociologa, ad essere estesi anche ai rapporti sociali di sesso. Il volume Sexe, race et pratique du pouvoir. L’idée de nature, pubblicato per la prima volta nel 1992 dalle Éditions côté-femmes e ora curato e tradotto in italiano da Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz, è il frutto di questa riflessione. Il rapporto sociale di appropriazione in quanto accaparramento fisico e psicologico dell’individuo, del suo tempo, della sua sessualità, dei prodotti del suo corpo e della sua forza lavoro si applica in maniera pertinente alla dominazione e allo sfruttamento delle donne attraverso il sexage (un neologismo di Guillaumin che le traduttrici scelgono opportunamente di tradurre con il calco «sessaggio»). Tale appropriazione è, anche nel caso delle donne, giustificata dall’«idea di natura»: alcuni tratti biologici in sé privi di una specifica pertinenza, come il colore della pelle o la morfologia dell’apparato riproduttivo, divengono “marchi naturali” utili a fondare processi di categorizzazione e gerarchizzazione.

Colette Guillaumin mostra così che il sesso e la razza sono costruzioni sociali su base economica e politica proprio come la classe, e che essi sono empiricamente imbricati. L’articolo Razza e Natura. Sistema dei marchi, idea di gruppo naturale e rapporti sociali tradotto nel volume (pp. 181-201) illustra il funzionamento del sistema dei marchi, che, mentre rende visibili i dominati in quanto alterità e naturalizza la loro oppressione, invisibilizza i rapporti di dominio e i dominanti, che vengono a coincidere con la norma, l’implicito, il neutro universale. Ciò avviene sia nel razzismo sia nel sessismo; «l’invenzione della natura» insomma «non può essere separata dalla dominazione e dall’appropriazione degli esseri umani» (p. 201). Il marchio, che facilita a causa della sua evidenza concreta i processi di naturalizzazione, non è percepito come tale, ma come fonte dei rapporti sociali di dominio.

Guillaumin mutua la categoria di «classe di sesso» da un altra sociologa materialista e fondatrice di Questions féministes, Christine Delphy, che applica all’asse del sesso la categoria marxiana di classe sociale.

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Ascoltate stasera Zardins Magnetics/giovedì 4 febbraio 2021

Zardins Magnetics di giovedì 4 febbraio 2021

Questa sera ascolta Zardins Magnetics su Radio Onde Furlane, dalle ore 20 alle 21 e 30 circa.

FM 90.0 MHz https://radioondefurlane.eu/
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https://zardinsmagneticsradio.noblogs.org/

Gli argomenti:
– “L’hardcore è accanto a te in ogni tua battaglia”: una riflessione a
partire da una canzone dei Kontrasto
– Le lotte nelle carceri di Vigevano, Torino e Trieste
– Il resoconto della battitura del 1° febbraio alla sezione femminile del
carcere del Coroneo di Trieste
– Le chiamate per le prossime iniziative: presidio solidale davanti al
carcere di Tolmezzo, sabato 6 febbraio; nuova battitura al carcere del
Coroneo di Trieste, lunedì 15 febbraio

Per contatti
Assemblea permanente contro il carcere e la repressione
liberetutti@autistiche.org

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La coordinamenta verso l’8 marzo 2021/ PREMESSA 3

La coordinamenta verso l’8 marzo

PREMESSA/3

“Sparare sul quartier generale”

(Mai contro sole, pp.52,55)

Il femminismo degli anni ’70 era il portato della carica liberatoria che le donne avevano accumulato come saperi, come consapevolezza, come scoperta, come assunzione su di sé della necessità di capire i propri desideri e della possibilità di prendere in carico la capacità di realizzarli. Era un impegno a sottrarsi alla società patriarcale e capitalista, nel desiderio della possibilità di una felicità collettiva. La via della liberazione non si opponeva a dei soggetti, ma alla totalità del presente inteso come totalità organizzata di un sociale, cioè l’insieme delle relazioni sociali che riproducevano continuamente una società sessista e classista. Era il tentativo cosciente di sconfiggere l’ambiente costituito dai dispositivi semantici, discorsivi, di controllo che rendono possibile il perpetuarsi del patriarcato e del capitalismo. Era un processo che circolava in tutte le situazioni in cui era in grado di vivere e ha permesso la sperimentazione e l’attuazione di pratiche di liberazione concrete e autonome che hanno conferito a chi le ha percorse una capacità di riappropriarsi della propria vita anche attraverso momenti di grande fatica e di conflittualità con la stessa coscienza illusoria che ognuna di noi si porta dentro, frutto della manipolazione con cui avviene la costruzione del femminile.

Ma è successo al femminismo quello che è successo al movimento tutto: il sistema ha fatto balenare l’idea che le lotte categoriali e corporative fossero vincenti, dividendo così il fronte di lotta, insinuando il tarlo della separazione fra soluzione immediata di esigenze materiali  e liberazione futura collocata in un fumoso avvenire, spettro di un’utopia di poche/i, irrazionali e sognatori/trici. Nello specifico femminista ha usato le femministe socialdemocratiche che hanno presentato l’emancipazionismo come la soluzione e la panacea in contrapposizione alla radicalità del femminismo liberatorio e alla sua netta opposizione alla struttura di questa società. Continua a leggere

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La coordinamenta verso l’8 marzo 2021/PREMESSA 2

La coordinamenta verso l’8 marzo

PREMESSA/ 2

“Femminismo senza femminismo” 

( Mai contro sole/pp.154,157)

La peculiarità della nostra stagione che coincide con il neoliberismo è caratterizzata dal dato che il capitale è reale cioè totale e pertanto è un rapporto sociale globale che occupa tutto il territorio del vivere. Il movimento femminista è movimento di decolonizzazione del quotidiano patriarcale ed è un processo sociale che non può essere ristretto negli steccati dell’emancipazione. E’ un processo che non può essere arrestato né in punto né in una fase storica determinata e per questo è stato conferito alle patriarche e alla socialdemocrazia il compito di deviarlo e rimandarlo.

Il fatto che il movimento femminista debba fare i conti con una lettura falsa e manipolata, con una promozione sociale personale, con una correità di chi questa promozione sociale l’ha ottenuta, non significa che non abbia sempre un progetto sociale implicito.

Il patriarcato attraverso il suo Stato, parcellizza nell’ambito di interessi parziali e corporativi l’esigenza di libertà che è di noi tutte e, con noi di tutti i segmenti della società oppressi.

La sfida per il movimento femminista è di realizzare un progetto antagonista che si misuri con la globalità dell’oppressione di genere e con la critica del vivere quotidiano perché il patriarcato oggi essendo stato assunto in una reciprocità di azioni e di intenti, dal neoliberismo, si è costituito a tutto campo nel suo metabolismo sociale. Pertanto è nodale, in questa stagione, scontrarsi con il patriarcato inteso come rapporto sociale, socializzare lo scontro e riannodare la solidarietà rivoluzionaria di noi tutte, solidarietà che passa, mai come ora, attraverso lo smascheramento dei ruoli e della collocazione delle soggettività colluse.

Il patriarcato è diventato più forte perché il movimento femminista non è stato in grado di smascherare e di opporsi a questo processo. Continua a leggere

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La coordinamenta verso l’8 marzo 2021/ PREMESSA 1

La coordinamenta verso l’8 marzo

PREMESSA/1

Un anno fa, all’inizio dell’emergenza-pandemia, avevamo scritto un contributo  per <Continuare a pensare/Continuare a lottare…> . Dopo questo tempo trascorso sarebbe importante e utile rileggerlo come premessa necessaria proprio per continuare a lottare anche perché quello che è stato messo in campo da parte del sistema di potere in questi mesi non ha avuto risposta adeguata, a parte eccezioni che si contano sulle dita di una mano, da parte del movimento antagonista nel suo complesso e tanto meno da parte del movimento femminista, anzi l’atteggiamento dominante è stato l’adeguarsi alle imposizioni e disposizioni governative stigmatizzando addirittura chi la pensava diversamente. Con tutto questo è indispensabile fare i conti  perché sicuramente l’emergenza creata intorno alla così detta pandemia un risultato l’ha prodotto anche se drammatico sia per quanto riguarda la chiarezza di quello che il potere si propone sia per quanto riguarda il posizionamento antagonista: il re è nudo.

Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”.*

[…] È in atto una pandemia da Coronavirus. Non riteniamo utile entrare nei dettagli di tipo scientifico e tecnico. Non servirebbe perché scienza e ricerca non sono affatto neutrali. Ci interessa piuttosto indagare a capire le cause e gli effetti, attuali e futuri, di quello che sta succedendo.

Punto in comune tra le molteplici teorie: la pandemia è prodotto del modo di produzione capitalistico (v. https://jacobinitalia.it/la-pandemia-del-tardo-capitalismo/ + altri riferimenti in bibliografia).

L’emergenza sanitaria, d’altra parte, è il risultato delle politiche neoliberiste, ossia della deregulation, delle privatizzazioni e dello smantellamento dello stato sociale.

Tutti lo dicono, ma ben attenti a occultare il fatto che tutte/i quelle/i che negli ultimi decenni hanno opposto le loro idee, le loro azioni e il loro corpo (sì, perché per fare politica c’è bisogno di metterci anche il corpo) a queste politiche sono state/i criminalizzate/i, represse/i, marginalizzate/i. Nel periodo “prepandemico” erano loro, eravamo noi, gli irresponsabili: quelle/i che resistevano agli appelli al senso del sacrificio imposto dalle politiche dell’austerità. 

Le crepe nella normalità.

Già in numerose occasioni ci siamo confrontate su quello che significa oggi l’azione politica e sui numerosi ostacoli che si frappongono, in una società neoliberista, alla costruzione di un discorso e di percorsi realmente antagonisti.

Abbiamo ad esempio più volte discusso le trasformazioni che attraversano il campo giuridico. Il doppio binario, repressivo e premiale (https://coordinamenta.noblogs.org/post/2018/05/27/podcast-delliniziativa-la-norma-e-la-legalita-del-25-maggio-2018/), che caratterizza il nostro presente, nel senso di attribuire sempre più spazio – accanto a misure prettamente coercitive e sanzionatorie (siano penali o, sempre più, amministrative) riservate a chi sciopera, a chi manifesta, alle donne che si difendono da sole dalla violenza, a chi, in generale, si oppone al sistema o a singoli suoi aspetti – a strumenti “incentivanti”, atti comunicativi e retorici (di cui i decreti emergenziali di questa fase rappresentano l’ennesimo esempio, v. ad es. https://jacobinitalia.it/lemergenza-per-decreto/) e varie misure di tipo premiale, volte a creare e diffondere, anche mediante l’estorsione del nostro coinvolgimento affettivo, un’ adesione “spontanea” a determinati modelli di comportamento “standard” (https://coordinamenta.noblogs.org/post/2019/10/20/autovalorizzazione-etica-della-devozione-profilazione/). Una diffusione sempre più capillare di norme, normette, codici di comportamento e prassi istituzionali mirate a creare e alimentare la cultura della gerarchia, della valutazione ossessiva, della meritocrazia, del politicamente corretto e quindi della colpa, della vergogna e della delazione.

L’egemonia culturale del pensiero neoliberista – alla quale hanno ampiamente contribuito tutti i movimenti “riformisti”, cresciuti infatti in gran numero negli ultimi anni – si è insediata nel senso comune che ha oggi perso ogni connessione con il buon senso.

In tempi di Corona Virus risuona tutta l’attualità di quel passaggio dei Promessi Sposi: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune” …

Questa pandemia rappresenta, però, un momento di alterazione della “normalità neoliberista” e le “rotture”, le “crepe” del tessuto di quella che ci presentano come normalità sono spazi di possibilità per l’azione politica… come, ad esempio, lo è stata la prima guerra mondiale per la rivoluzione d’ottobre.

Ma quante/i di noi vogliono davvero uscire da questo sistema?  

Ci sarà sicuramente un salto di qualità nella normalità imposta, perché, come insegna l’esperienza storica, le misure di governo adottate in momenti emergenziali difficilmente decadono con il passare dell’emergenza, tendendo invece a stabilizzarsi e a instaurare una «nuova normalità».

Per questo, la critica e l’attivazione politica (sebbene in modalità tutte da immaginare) non possono essere procrastinate al “post-pandemia”. Per questo, occorre respingere con forza la retorica individualizzante e spoliticizzata del “qui si muore” (brillantemente identificata e criticata in questo articolo: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/la-viralita-del-decoro/#more-42374), e rivendicare lo spazio pubblico della riflessione critica e politica.

Contro la normalizzazione di questo momento emergenziale, con questo contributo collettivo vorremmo contribuire alla costruzione di discorso in duplice senso: Continuare a pensare/Continuare a lottare[…]

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Premessa della premessa/ la coordinamenta verso l’8 marzo

Premessa della premessa

Il quinto incontro di autoformazione femminista di sabato 30 gennaio su “Il multilavoro delle donne nel capitalismo neoliberista” è stato molto bello e interessante e Nic e le Donne In Cantiere hanno accolto le partecipanti con questo striscione con cui ci fa molto piacere aprire il percorso di analisi e di organizzazione verso l’8 marzo! Grazie a tutte!

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Dalle detenute del carcere di Trieste

Riceviamo e pubblichiamo

DALLE #DETENUTE DEL CARCERE DI TRIESTE

Proposta di #battitura nazionale dentro le carceri per il 1 febbraio

Oggi 23 gennaio si è svolto un presidio sotto il carcere di Trieste.
Fin da subito i detenuti e le detenute hanno raccontato che da giorni vanno avanti gli scioperi del carrello, e questa mattina si è svolta anche una battitura. Notizia quest’ultima uscita anche su TgR del FVG.
Come altre volte dalla sezione femminile ci sono arrivate notizie sulla situazione interna. Situazione che si presenta simile in tutte le carceri italiane in questo periodo. Le detenute raccontano della totale assenza di attività al di fuori della cella. Questa situazione fa si che esse stiano la maggior parte del tempo rinchiuse, dinamica questa che va avanti da mesi portando all’esasperazione le persone. Alcune si rifugiano nelle cosiddette “terapie”, altre iniziano ad avere problemi di tenuta psicofisica, senza contare l’assenza dell’assistenza sanitaria, come una detenuta epilettica che da 4 mesi attende delle visite, o altre che non vedono la psicologa da molto tempo nonostante le loro problematiche e richieste. Inoltre la posta raccomandata arriva sempre in ritardo di 14 giorni, senza contare che alla nostra casella postale non arrivano lettere né dal maschile né dal femminile nonostante la posta inviata.
È evidente che la situazione dentro è il risultato delle politiche del Ministero di Giustizia e del DAP, ma anche dei magistrati di sorveglianza, i quali fanno si che le carceri rimangono sovraffollate. Dalle loro parole si capisce che la discussione dentro sul ruolo di psicofarmaci, terapie alternative, prevenzione della diffusione del Covid-19 e vaccini, è in corso.
Le detenute chiedono esplicitamente di divulgare a tutti i detenuti e detenute delle carceri, a parenti, amici e solidali fuori, a giornali e media, le ragioni della battitura che faranno il 1 febbraio alle ore 15.30 e chiedono una presenza di supporto all’esterno.
Le loro rivendicazioni sono:
1) Essere sottoposte a tamponi ed esami del sangue sierologici, piuttosto che essere costrette alla vaccinazione.
2) Indulto
3) Domiciliari per le persone con problemi sanitari e gravi patologie e per i detenuti in residuo di pena
Seguiranno aggiornamenti riguardo al presidio di sostegno alla battitura delle detenute.
Invitiamo i compagni e compagne a divulgare con i propri canali questa proposta delle detenute di Trieste.
Assemblea contro il carcere e la repressione

liberetutti@autistiche.org

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Gli incestuosi sono uomini come gli altri

Alcuni giorni fa, ai primi di quest’anno, in Francia è stato reso pubblico da Camille Kouchner un caso di incesto all’interno della sua famiglia che ha fatto molto scalpore. Questa la notizia: <Accusato di abusi e incesto, si dimette il noto politologo francese Olivier Duhamel. Il racconto nel libro della figlia acquisita, Camille Kouchner, in cui denuncia il suo patrigno di aver abusato del fratello gemello quando erano adolescenti.>

Riportiamo da incendo.noblogs.org un’intervista ad un’antropologa francese che si è occupata per molti anni di questa problematica e che ha scritto un libro riedito da poco sull’argomento. Mentre condividiamo l’analisi che lei fa dell’incesto come elemento strutturante della società patriarcale in quanto legato alla figura maschile di dominio  ed uso dei corpi che il maschio ritiene gli appartengano e condividiamo il fatto che gli incestuosi siano uomini come gli altri, troviamo debole la conclusione che auspica una sensibilizzazione della società come se una problematica strutturale non mettesse in causa l’organizzazione sociale nel suo complesso.

N.B. nell’intervista vengono nominati i bambini al maschile ma ci si riferisce a bambini e bambine, ragazzini e ragazzine…

<GLI INCESTUOSI SONO UOMINI COME GLI ALTRI>

Per l’antropologa Dorothé Dussy non dovremmo vedere l’incesto come una patologia ma come un meccanismo strutturale dell’ordine sociale.

L’antropologa Dorothé Dussy, autrice dell’opera <Le Berceau des dominations, amthropologie de l’inceste>(La culla delle dominazioni, antropologia dell’incesto) (fuori catalogo, ripubblicato da Pocket in aprile) ha condotto per anni interviste a vittime e autori d’incesto.

-Nel tuo libro parli della banalità dell’incesto e arrivi al punto di dire che struttura l’ordine sociale …

-Questo è l’intero paradosso di un ordine sociale che ammette l’incesto ma lo proibisce in teoria. Da settant’anni in Nord America, in Europa, in Francia: resta la stessa prevalenza di abusi sessuali su minori all’interno della famiglia, che varia dal 5% al ​​10% dei bambini secondo i sondaggi. Non è una successione di piccole congiunture che si accumulano, piuttosto un meccanismo strutturante dell’ordine sociale. Si fonda sul silenzio attorno alle pratiche incestuose: i bambini – e i loro parenti con loro – vengono socializzati con questa ingiunzione a tacere e a perpetuarla una volta che sono adulti. Viene così trasmesso di generazione in generazione.

-Quali sono i meccanismi di questa legge del silenzio?

-Non possiamo capire come funzioni l’incesto se ci atteniamo strettamente al rapporto tra chi mette in atto e chi subisce l’incesto: dobbiamo considerare anche l’intorno. L’incestuoso – non necessariamente il padre, ma il patrigno, lo zio, il cugino, il fratello maggiore – è quasi sempre un uomo che gode di una posizione dominante all’interno della famiglia. Ed è tutta quanta vincolata al silenzio: il coniuge, gli altri figli, i nonni, il resto dell’entourage frequentato nella quotidianità o in vacanza. Dall’aggressore alla vittima, il vincolo al silenzio si gioca su più registri: quello della seduzione, della clandestinità (“È il nostro piccolo segreto”) o della minaccia (“Tua madre soffrirà se parli”). Spesso non servono nemmeno le parole. L’incesto funziona sempre attraverso un meccanismo di retribuzione: quelli che mettono in atto l’incesto costruiscono la sensazione di aver estorto un servizio sessuale al bambino in cambio di un regalo. Questo dà loro l’impressione di aver pagato la vittima e che l’atto non sia quindi un problema.

-Anche una volta rivelato, la famiglia spesso preferisce negare o sminuire l’incesto e fare quadrato attorno all’autore?

Sì. Il cuore dell’ordine sociale è il funzionamento incestuoso della famiglia. Questa può funzionare molto bene, anche con un membro che ne aggredisce altri quotidianamente per anni. D’altro canto se il fatto venisse svelato, si fermerebbe tutto. Quindi, per mantenere l’ordine familiare, la famiglia si chiude nel silenzio. In generale, escludendo la vittima che svela i fatti. La famiglia Duhamel è un caso da manuale: i bambini Kouchner non vedevano più la loro madre. A parte la zia e alcune persone che hanno preso le distanze, tutti hanno continuato a frequentare questa cerchia familiare. Chi ha svelato è stato escluso.

-Gli autori di incesto sono spesso molto ben integrati nella società. Dobbiamo scostarci quindi dal mito del mostro incestuoso? Continua a leggere

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