http://storieinmovimento.org/2016/03/16/contro-calendario-civile-dax-renato/
Dalla stessa parte ci ritroverai! Giorno della memoria, giorno del ricordo e 25 aprile nel calendario civile italiano
di Lidia Martin
«Chi non ha memoria non ha futuro» è lo slogan spesso usato in Italia per promuovere iniziative con lo scopo di non dimenticare, celebrare o festeggiare alcuni eventi/processi storici, e in cui, a volte, storici e storiche sono chiamati a impersonare lo scomodo ruolo di “esperti”. Sottotraccia a questo imperativo si potrebbe leggere una qualche reverenza nei confronti delle figure deputate a ricostruire, analizzare e divulgare la nostra storia. In realtà alcune spie di disagio1 che provengono dal vasto dibattito su uso o abuso pubblico del passato e, in alcuni casi, la rivendicazione di uno statuto disciplinare che riconosce solo a storici e storiche questo ruolo fanno emergere un contesto diverso. Un contesto in cui la presenza di altri attori «alla lunga interroga la capacità degli storici di fare il loro mestiere oppure no»2.
In queste coordinate e privilegiando una riflessione interna alla categoria che mettesse in comune strategie e strumenti per orientarsi nel complesso rapporto tra storia e memoria e tra storia e propaganda, Storie in movimento aveva promosso un dialogo sul calendario civile italiano durante il VI Simposio di storia della conflittualità sociale (Amelia, 15-18 luglio 2010)3. L’intento era aprire uno spazio di discussione che, a partire da noi, interrogasse direttamente forma e contenuto del lavoro storico in operazioni pubbliche di ricordo/memoria/commemorazione. La scelta di focalizzare lo sguardo attraverso la lente del calendario civile nasceva dalla riflessione che alcune ricorrenze imponessero di fatto, in date prefissate, i temi e le questioni del dibattito pubblico, culturale e politico a partire da dissonanti letture che venivano fatte o date del passato; ma anche perché non ci erano sfuggite le ricadute dell’introduzione – dall’alto e in anni recenti – nel calendario civile italiano di altre quattro giornate che in qualche modo volevano contribuire a ri-fondare l’identità italiana nella fase successiva agli anni novanta, letti da molti come il passaggio dalla prima alla seconda repubblica4. Per preparare il dialogo ad Amelia avevamo fatto un’ulteriore selezione, concentrandoci su giorno della memoria, giorno del ricordo e 25 aprile, perché in quell’occasione – parafrasando Ridolfi – ci interessava indagare il rapporto tra la storia del paese e la sua memoria pubblica non attraverso il ruolo assunto dalle istituzioni5, ma in relazione a quella domanda diffusa di storia che ci sembrava esprimersi nei tanti momenti di approfondimento che in queste ricorrenze vengono organizzati nelle biblioteche, nelle sedi di partiti o di associazioni, nei centri sociali, etc. e che coinvolgono una platea diversa da quella dei convegni e delle cerimonie ufficiali, e che non di rado si concludono con dibattiti sul tempo presente e sulle possibili prospettive future.
Uso pubblico della storia, identità nazionale, memoria condivisa, storia militante, rapporto con i testimoni… i nodi emersi ad Amelia sono stati tanti, così come tanti sono stati i piani della discussione (storico, politico, didattico…), e non è mia intenzione darne conto ad anni di distanza. Vorrei però partire da quella che era stata la nostra intuizione, ovvero la funzione di alcune date del calendario civile italiano, e abbozzare una ricostruzione della loro genesi e delle forme di celebrazione, cercando di collocare questo lavoro nel solco che Hobsbawm aveva iniziato a tracciare per lo studio delle tradizioni inventate. Cioè considerando questi fenomeni come dei documenti che possono gettare «luce sul rapporto dell’uomo col passato, e dunque sull’oggetto e sul mestiere stesso dello storico» e tenendo presente che si realizzano in un processo in cui anche storici e storiche contribuiscono «in modo più o meno consapevole, a creare, demolire e ricostruire immagini del passato che non appartengono soltanto al mondo dell’indagine specialistica, ma anche alla sfera pubblica dell’uomo in quanto essere politico»6. Per questo approccio che vuole tenere insieme uno sguardo sul passato e uno sul presente, ho scelto di sviluppare l’analisi in base a come giorno della memoria, giorno del ricordo e 25 aprile si susseguono nel calendario solare, cioè a come si presentano all’uomo e allo storico di oggi, invece che alla storicizzazione della nascita delle diverse tradizioni.
Giorno della memoria
Il giorno della memoria è stato istituito in Italia con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 a partire dal Ddl 4557 presentato dai deputati Furio Colombo (Democratici di sinistra-Ulivo), Elio Massimo Palmizio (Forza Italia) e Simone Gnaga (Alleanza nazionale), e assorbendo due precedenti proposte di Istituzione di una giornata nazionale dedicata a tutti i deportati nei campi di concentramento nel corso della guerra del 1939-19457 che, in linea con altri paesi europei, identificavano nel 27 gennaio 1945 – la scoperta delle truppe sovietiche del campo di concentramento di Auschwitz – la ricorrenza in cui commemorare le vittime del nazismo. Il testo approvato come legge è composto sostanzialmente dai due articoli della proposta Colombo-Palmizio-Gnaga8, a cui la commissione Affari costituzionali in sede di istruttoria aveva introdotto un emendamento per esplicitare la promozione di iniziative «in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado», con l’intento di sottolinearne la funzione pedagogica.
Dal punto di vista del cerimoniale istituzionale il 27 gennaio è una delle “giornate celebrative nazionali e internazionali”, cioè non un giorno festivo come il 25 aprile ma una occasione in cui gli organi pubblici sono invitati a dare luogo a eventi collegati alla circostanza che si intende celebrare. Per capire come officiarlo la questione si sposta su definire cosa si celebra di preciso il giorno della memoria. Lo stesso Colombo, primo firmatario della proposta di legge, si rende conto della difficoltà di costruire una cerimonia per «non un trionfo ma una tragedia […] non un giorno luminoso, ma un buco nero della storia» ed esce dall’impasse rilanciando il tributo ai giusti che si opposero alle leggi razziali9. Una pratica che finisce per andare ad alimentare l’immagine del bravo italiano, quell’«autoritratto collettivo rassicurante e autoassolutorio, comodamente accettato dall’intero Paese»10, e che rischia nuovamente di lasciare nell’ombra le complicità del regime fascista – termine che come è stato già notato non viene mai pronunciato durante il dibattito parlamentare – nella persecuzione del popolo ebraico, rimozione su cui si basava quel senso comune nazionale di responsabilità limitata che per Colotti è stato anche l’alibi del ritardo temporale e metodologico della storiografia prodotta in Italia su questi temi11. Continua a leggere
























