
da Resumen Latinoamericano segnalato da Nicoletta Poidimani
TORNADA: Som en acte de protesta, som mans fredes vora el foc, som la veu de la revolta, nétes de la por i el dol. Disfressades d’utopia, emprendrem lluny del dolor, la recerca de la vida a cavall de la raó. TORNADA Coincideixen les mirades, fixades en l’horitzó, potser avui farem victòria, potser enterrarem el plor. TORNADA Doncs ens mantindrem alçades, ja no ens veuran de genolls, el Sol mantindrà la flama, la Lluna encendrà passió. TORNADA x4
Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Domenica 28 luglio un centinaio di solidali si sono incontrat* per il consueto presidio sotto le mura del CPR di Ponte Galeria. Questa volta l’intenzione era di estendere il saluto anche ai reclusi della sezione maschile, riaperta a inizio giugno. Tre blindati e un gruppo di celere erano già schierati a bloccare la strada; la polizia si è mostrata subito molto tesa all’avvicinarsi de* solidali, ed ha impedito di raggiungere il maschile. Le persone presenti si sono quindi raggruppat* in prossimità dell’entrata del CPR, e da lì i numerosi cori rivolti ai reclusi e alle recluse hanno cercato di rompere il silenzio del CPR.
La sezione maschile ha subito una ristrutturazione volta a riparare i danni della rivolta del 2015 che ne aveva comportato la chiusura, e con l’occasione è stata introdotta una nuova organizzazione interna. I reclusi sono ora divisi in sei grandi celle, non comunicanti tra loro, e non ci sono zone comuni. I pasti sono consumati all’interno delle celle e i cellulari sono sequestrati all’arrivo. La comunicazione all’esterno è consentita solo attraverso telefoni pubblici tramite schede prepagate.
Evidente è la sempre maggiore attenzione che le prefetture delle città dove si trovano i CPR pongono per tentare di ostacolare il più possibile la comunicazione tra chi è rinchius* – con l’intenzione di prevenire forme di organizzazione collettiva – e tra chi è dentro e chi è fuori: qualsiasi forma di contatto e solidarietà dall’esterno viene ostacolata, l’isolamento rimarcato. Se ogni tanto leggiamo articoli di giornalist* e associazioni che hanno il permesso di entrare, che si focalizzano sulle storie individuali e fanno leva sul pietismo e la vittimizzazione, di certo le resistenze e le lotte quotidiane – individuali e collettive – che le donne e gli uomini di tutti i centri di detenzione per migranti dell’Occidente portano avanti contro le violenze, le umiliazioni e i soprusi devono rimanere nascoste, la voce delle persone direttamente interessate deve essere zittita.
All’esterno sono visibili le nuove mura e le reti sul tetto, più alte e resistenti. Tutto questo non ha comunque impedito la rivolta e l’evasione, avvenuta solo pochi giorni dopo l’inaugurazione, che ha permesso a dodici uomini di tornare in libertà.
Numerosi interventi in diverse lingue al microfono e il ritmo della murga hanno cercato di raggiungere i/le reclus* di entrambe le sezioni, purtroppo si sono udite risposte flebili e sporadiche. Probabilmente, come successo in passato, le persone sono state rinchiuse prima dell’inizio del presidio in zone lontane dalle mura.
Oltre ai cori di solidarietà sono state comunicate le numerose notizie provenienti dai CPR di tutta Italia, le rivolte a Torino, lo sciopero della fame nel CRA di Lione e nel CPR di Pian del Lago, la morte di Sahid nel CPR di Torino.
I CPR sono l’ultimo anello del sistema delle frontiere, che opera in tutto il mondo per gestire e controllare la capacità delle persone di muoversi liberamente, alla ricerca di nuove opportunità o per fuggire dai conflitti del colonialismo capitalista.
Solidarietà a chi resiste e lotta nei centri di detenzione!
Contro ogni gabbia
Piccolo passo/3[…] L’asservimento delle donne è stato praticato e perpetuato estorcendo la nostra partecipazione emotiva ai dispositivi dello sfruttamento. Il corpo è la nostra fabbrica, la famiglia la nostra azienda. Il lavoro di cura e riproduttivo è un lavoro non pagato a cui siamo spinte con il ricatto affettivo. E una volta dentro, non esiste distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero, dobbiamo essere disponibili ventiquattro ore su ventiquattro, dobbiamo riconoscere il nostro ruolo ed esserne appagate poiché solo così potremo essere felici, potremo dare un senso, un senso pieno, alla nostra esistenza. Lo sfruttamento patriarcale ci espropria alla fine anche della nostra emotività: dobbiamo provare solo i sentimenti che sono stabiliti.
Il neoliberismo ha esteso questi dispositivi di sfruttamento oltre la famiglia, oltre il lavoro riproduttivo. Ha femminilizzato il lavoro salariato. L’azienda neoliberista pretende da lavoratori e lavoratrici una dedizione assoluta, e spesso e volentieri gratuita, una partecipazione emotiva alle sorti della stessa, una continua reperibilità. Sempre più spesso, sempre più diffusamente, “portiamo a casa” il lavoro e non riusciamo più a godere del, poco, tempo libero che ci viene lasciato.
Ma il neoliberismo vuole anche altro. Un mettersi in gioco continuamente per dimostrare quanto si è bravi/e, un’attesa continua del riconoscimento del merito e quindi una continua dipendenza dal giudizio. L’ossessione valutativa, portato dell’ideologia meritocratica, viene naturalizzata spingendo uomini e donne a riconoscere “affettivamente” la filiera gerarchica. Accettazione supina della propria inadeguatezza e quindi dei rimproveri che ci vengono mossi, delle umiliazioni a cui siamo tutte e tutti quotidianamente costretti, della concorrenzialità con i propri simili; una disponibilità ad assumere la scala di valori vincente e quindi a stigmatizzare tutti quelli che si comportano in maniera deviante.
Ma anche questo, come donne, è un meccanismo che conosciamo bene. Da sempre noi donne dobbiamo dimostrare di essere brave, di essere all’altezza. Il giudizio altrui ha sempre contato moltissimo; lo “sguardo maschile”, sicuramente, ma anche quello delle altre donne a cui è stato attribuito il compito di “cani da guardia” del sistema, portato a termine stigmatizzando tutte le altre donne che non accettano la norma, la normalità, che non vogliono rientrare nei ranghi della scala di valori codificata. Nel mondo del lavoro salariato, poi, il nostro impegno nel dimostrare quanto valiamo si è addirittura centuplicato. Come in famiglia, anche negli altri luoghi di lavoro, dobbiamo accettare rimproveri e rimbrotti perché chi li fa sa meglio di noi qual è il nostro bene. Ci costringono a interiorizzare il senso della nostra inadeguatezza: è un nostro difetto, atavico, proprio perché, in fondo, non siamo in grado di scegliere il “meglio” per noi.
E come hanno potuto ottenere da noi tutto questo? Attraverso la costruzione dei ruoli sessuati e non, la santificazione dell’autorità, la continua affermazione della logica del possesso, la retorica della responsabilità e del sacrificio, spingendoci ad introiettare la legalità con la minaccia dello stigma sociale, del ricatto affettivo ed economico, della repressione poliziesca.
In altri termini: hanno normalizzato e naturalizzato lo sfruttamento, l’oppressione, la mortificazione, la degradazione. La descrizione del nostro presente, costruito sulle gerarchie di genere, classe e razza, è diventata prescrizione del presente. Continua a leggere

http://www.notav.info/post/la-valsusa-paura-non-ne-ha-2/
Avevamo detto che avremmo portato più gente possibile al cantiere, per far vedere a tutti da vicino contro cosa lottiamo e lo abbiamo fatto, con grande impegno.
A differenza di tanti, il movimento No Tav mantiene sempre le sue promesse.
Sappiamo che tutta l’informazione si sta concentrando su “come” abbiamo raggiunto il cantiere ma il “come” che tanto fa notizia, è esattamente lo stesso modo in cui lo abbiamo fatto molte altre volte.
A noi interessa valorizzare quanti giovani e meno giovani sono partiti dal Festival per raggiungere la Val Clarea, con un tempo a dir poco incerto, e ci hanno spinto ad andare fino in fondo, sorpassando zone rosse e cancelli in metallo.
Un pacifico fiume in piena fatto di migliaia di volti di ogni età è partito da Venaus per arrivare a Giaglione e trasformarsi in un torrente in piena che si è diviso in mille rivoli tentando raggiungere il cantiere della vergogna. Il dispositivo di sicurezza tanto decantato dal ministro Salvini, con i suoi 500 agenti, faceva… acqua da tutte le parti! I jersey sono venuti giù e una marea di bandiere crociate ha violato la zona rossa.
Eravamo veramente tanti, sorridenti e determinati a ribadire che nonostante le parole di Conte e il voltafaccia delle stelle al governo, non ci saremmo fermati neanche un attimo, come avviene da tutti questi anni.
Tanti pensavano di poter chiudere il capitolo della lotta No Tav con un sospiro di sollievo, come se si trattasse di chiudere una parantesi nella storia del nostro paese. Hanno fatto male i loro conti. Qui c’è un libro appena aperto fatto di resistenza e determinazione, con tante pagine ancora da scrivere. Sono 20 anni che politici e giornali provano a scrivere patetici coccodrilli, recitando un de profundis della lotta No Tav pregando che si possa finalmente mettere la parola fine all’esercizio di coerenza e determinazione che ha preso corpo in questa valle. Tra lo stupore generale nei giorni scorsi, abbiamo reagito all’infame decisione del governo dicendo che per noi “Non è cambiato niente”. La giornata di oggi ne è la prova. Siamo dalla parte giusta della storia.
Avanti Notav!

Cosa cambia ora? Continua a leggere

Il disegno di legge Pillon è solo l’ultimo atto di un lungo percorso iniziato una decina di anni fa che ha mirato passo dopo passo a far completamente perdere la comprensione di cosa sia il patriarcato, di quali siano le modalità di oppressione della donna in questa società, di quale sia la struttura dell’oppressione di genere.
Negli anni ’70, sotto la spinta dei movimenti, del movimento femminista in particolare ma non solo perché l’analisi di quali siano i meccanismi di asservimento del genere femminile è un’analisi che non può assolutamente prescindere dalla comprensione di come funzioni la società nel suo complesso, era stato riconosciuto che le donne erano sì socialmente e giuridicamente soggetto svantaggiato in tutti i sensi, ma che questo era dovuto ad una precisa scelta strutturale che le voleva in una condizione subalterna a tutto campo. Qualunque problema si affrontasse, quindi, non si poteva prescindere da questa valutazione di fondo. Era stata varata, così, una legislazione di tutela sia nelle separazioni che nell’affidamento dei figli. Tutela che non era dovuta alla sensibilità delle istituzioni bensì ai rapporti di forza modificati dalle lotte. Questo tipo di impostazione man mano è mutata sotto la spinta del cambiamento in senso neoliberista della società. Il rapporto di forza si era di nuovo modificato con uno sbilanciamento molto pesante in favore delle classi dominanti.
La nuova visione infatti non era limitata all’ambito dell’oppressione di genere, ma era ed è parte dell’impostazione neoliberista che mette sullo stesso piano aggressori ed aggredite, ma anche sfruttatori e sfruttati, oppressori ed oppressi e mira a far perdere di vista il funzionamento effettivo della società. Continua a leggere
La legalità è lo strumento di chi detiene il potere, la legittimità è di chi con le proprie forze, con le proprie lotte difende la propria vita e il proprio territorio dalla devastazione e dal saccheggio. Chi lotta in Val di Susa lotta anche per noi, per la nostra possibilità di autodeterminazione, per la possibilità di decidere delle nostre vite e noi donne sappiamo che cosa significhi tutto questo.


[…] La maschera bianca è un percorso su un tema che riteniamo fondamentale nella fase attuale della lotta femminista. Abbiamo deciso di affrontare un nodo centrale dell’oppressione patriarcale di questo momento storico proprio perché siamo convinte che ogni momento che noi attraversiamo ha i suoi modi specifici di mettere in atto l’oppressione nei nostri confronti e il neoliberismo, infatti, ha una modalità precisa e specifica. Se non si affrontano gli snodi, cioè quei passaggi che caratterizzano il momento storico, si rischia di usare categorie di analisi e strumenti di lotta che appartengono a un periodo che non esiste più, a una società a cui continuiamo a fare riferimento ma che nei fatti è superata: stiamo attraversando un cambiamento epocale, una trasformazione socio-economica profondissima e se usiamo strumenti inadeguati, le lotte, paradossalmente, non solo non sono incisive ma addirittura possono supportare il sistema di potere.
Di fatto è necessario ripartire dal “che cos’è il patriarcato” perché il patriarcato è un modello economico, tanto più nella strutturazione che ne ha dato il capitale. Esso prevede un nucleo produttivo gerarchizzato in cui vengono definiti in maniera precisa i ruoli sessuati, e ciò in vista di una produttività ottimale: perché questo di fatto è lo scopo (non è che il patriarcato si diverte a distribuire oppressione a destra e a manca così per gioco). Il ruolo maschile è dominante, quello femminile subordinato.
A questa configurazione fondante che si è strutturata nel capitalismo, il capitalismo neoliberista ha apportato delle varianti, perché anche il capitale si modifica e anche il capitale si pone nel suo percorso di autoespansione in modi diversi.
Le lotte di classe e quelle femministe degli anni ’60 e ’70 da un lato e la ridefinizione degli assetti capitalistici dall’altro hanno portato dei cambiamenti nello specifico dell’oppressione di genere attraverso l’emancipazionismo. Le donne hanno conquistato la possibilità del lavoro all’esterno e sono state quindi investite anche del lavoro produttivo, ma non per questo sono state sgravate da quello riproduttivo e di cura; anzi, la scelta neoliberista dello smantellamento dello stato sociale provoca uno sfruttamento doppio in quella che Silvia Federici definisce una «nuova accumulazione primaria».
Il neoliberismo ha la caratteristica di porsi, con l’ipocrisia senza confini che lo definisce, come una società che tutela i diritti umani, quelli delle donne, quelli delle diversità sessuali, come una società “antirazzista, antisessista, antifascista”, tollerante, includente, democratica. Attraverso il politicamente corretto, poi, porta avanti tutta una serie di modalità di approccio al sociale che dovrebbero garantire la migliore società possibile.
Questo percorso di analisi lo abbiamo intitolato «la maschera bianca» perché tra le costruzioni che riguardano la razza e il sesso c’è un rimando continuo, e molto simili sono i meccanismi che a queste due matrici di oppressione fanno capo. Ci sono delle connessioni strettissime tra l’integrazionismo che caratterizza la relazione con le immigrate e gli immigrati e l’emancipazionismo, meccanismo fondante del rapporto che la struttura neoliberista instaura con le donne.
In questo parallelo tra la modalità di porsi del neoliberismo nei confronti delle immigrate e degli immigrati e la modalità di porsi nei confronti delle donne abbiamo trovato un supporto molto utile nelle analisi di Colette Guillaumin, femminista materialista francese che ha portato avanti dagli anni ’70 degli studi estremamente importanti sul razzismo e il sessismo e sugli stretti legami tra le modalità proprie di queste oppressioni.
Le razze non esistono: sono fatti sociali, non realtà.
Di fatto, è il razzismo come ideologia che produce la nozione di razza e non la razza che produce il razzismo; e le razze come i sessi, essendo costruzioni sociali, sono una forma di ideologia ancorata ad una naturalizzazione dei fenomeni sociali.
Prima di tutto vengono individuate delle caratteristiche di alcuni gruppi e queste caratteristiche vengono definite come naturali e definendole come naturali si nascondono, chiaramente, quelli che sono invece i percorsi socio-economici che le hanno definite.
Guillaumin parla di «marchi»: il marchio è la base della classificazione dei gruppi umani e li pone in un ordine gerarchico che a sua volta è basilare per la formazione dell’ideologia razzista. La prima forma di marchiatura serviva a rendere visibili le forme di relazione tra i gruppi sociali. Per esempio possono avere questa funzione determinati vestiti, ma anche marchi indelebili fatti direttamente sul corpo, come i marchi che venivano messi agli schiavi e alle schiave e ai deportati e deportate. Nell’Ottocento, invece, si passa ad un marchio così detto naturale, cioè che qualifica come naturali le caratteristiche dei gruppi sociali, volendo quindi occultare le vere relazioni sociali, e offuscando il legame di subordinazione.
Il legame tra il razzismo e il sessismo è molto stretto perché è l’individuazione di caratteristiche che provoca il concetto di differenza.
Le donne diventano un gruppo per differenza.
Il maschio non viene nominato mai. Il maschio occidentale non viene nominato mai perché lui è, esiste, è già, è di per sé; le donne vengono nominate in quanto donne perché non sono quello che esiste in virtù di un assunto dato. E così anche per la razza: il bianco è, non viene nominato, gli altri appartengono alla gente di colore.
Poi entra in ballo la legge e il conseguente concetto di legalità, che tanto si è radicato nel comune sentire di questa fase neoliberista, codifica tutto quello che abbiamo detto finora. Così, come dice Colette nella citazione che abbiamo riportato in apertura, «il carattere “naturale” (la razza, il sesso) essendo divenuto una categoria legale, interviene nei rapporti sociali come tratto costrittivo e imperativo».
Ancora, a proposito dei legami tra sessismo e razzismo, un passo di Etienne Balibar del 1988: «in altri termini ciò che accade non è che camminano in parallelo un razzismo etnico e un razzismo sessuale o sessismo, ma piuttosto razzismo e sessismo funzionano insieme, in particolare un razzismo presuppone sempre un sessismo».
In effetti, tra uomini e donne si è sviluppata storicamente un’asimmetria. Senza entrare nei modi e nei termini di questa, vogliamo ora solo notare che è un’asimmetria per cui le donne sono “differenti” dagli uomini, mentre gli uomini non sono “differenti”, gli uomini sono. La differenza sessuale è stigma di un antico rapporto di dominio e di sopraffazione, è l’emblema dell’ideologia naturalizzante dei rapporti sociali tra i sessi.
A questo punto è importante introdurre una nota.
Il razzismo, come il sessismo, non si presentano sempre sotto le stesse vesti, cambiano a seconda di come lo ritiene opportuno la società in cui siamo infilate, in questo caso cambiano a seconda di come ritiene utile il neoliberismo.
Sempre da Colette Guillaumin: «mentre l’idea di una barriera somatica rappresenta un tipico, non ambiguo, credo razzista» cioè quello è nero, è fatto così, è fatto colà, «c’è una certa ambiguità nel parlare astrattamente di differenze culturali noncuranti delle relazioni attraverso le quali i gruppi coinvolti vengono costituiti. Sotto certi aspetti questo trend antirazzista moderno rappresenta soltanto una continuazione dell’atteggiamento razzista tradizionale»[…]
Questa nostra lotta è la lotta di chi
non vuole più servir
di chi è ormai cosciente della forza che ha
e non ha più paura del padrone
di chi vuol trasformare il mondo in cui
viviamo
nel mondo che vogliamo
di chi ha ormai capito che è ora di lottare
che non c’è tempo di aspettare
Canzoniere pisano,1971
Note a partire dallo sgombero di stamattina a Primavalle, qui a Roma.
Siamo convinte che in qualsiasi tipo di lotta sia necessaria una visione strategica, sia necessario porsi il problema di smontare i momenti fondanti del neoliberismo e questo significa impostare lotte politiche. Questa mattina c’è stato lo sgombero di un fabbricato occupato a Primavalle, l’ex scuola in via Cardinal Capranica. Non è una novità, gli sgomberi di stabili occupati, abitativi e/o sociali, sono stati la norma per anni in questa città sotto la gestione del PD e collaterali. Quindi niente di nuovo sotto il sole. E’ una problematica che non può essere affrontata da un punto di vista umanitario, né questa né quella sull’immigrazione, né quella sulla precarietà delle esistenze…né tutte le altre ancora. E’ necessario smontare i cardini su cui è ancorata l’impossibilità di diffondere e difendere le occupazioni vale a dire la legalità, la non violenza, la delega. Perché diffondere e difendere le occupazioni è frutto di un rapporto di forza che non può essere basato su un posizionamento pietistico ma sulla consapevolezza della differenza tra sfruttatore e sfruttato, dominante e dominato, oppressore e oppresso. Il paradigma del diritto va completamente ribaltato, non è una questione di diritti, è una questione di riprendersi quello che ci appartiene, che è già nostro e ci è stato sottratto. La legalità non è altro che la mistificazione dei rapporti di forza e la loro traduzione in norme che i subalterni sono costretti ad osservare pena la condanna sociale e penale. Smontare quindi il paradigma della legalità a cui è strettamente legato quello della non violenza è un passaggio necessario, fondante e imprescindibile di qualsiasi lotta si voglia portare avanti. Ma smontare il feticcio della legalità comporta diffondere disubbidienza civile in tutti gli ambiti, dal non pagare i biglietti dell’autobus al non pagare le multe, dal rifiutarsi di pagare tasse e gabelle alla rifiuto del controllo attraverso i tornelli, le impronte digitali…l’elenco è talmente lungo che non si sa da dove cominciare e dove finire, ma una cosa è certa: su tutto questo non c’è neppure una parvenza di inizio di lotta.
Questo è uno stralcio della prima pagina di Lotta Continua dell’11 dicembre del 1970 perché la storia e la memoria sono uno strumento potente per il presente e per ricordare sempre che solamente noi stesse/i possiamo e dobbiamo farci carico della nostra liberazione.
[…]
in queste città
SIAMO TUTTI STRANIERI, SIAMO TUTTI EMIGRATI
Tutto ciò che esiste, l’intera società, la ricchezza delle nazioni, l’abbiamo costruito noi, è il prodotto del nostro lavoro sfruttato, della nostra miseria. E’ TUTTO NOSTRO!
PRENDIAMO TUTTO, PRENDIAMO LA SOCIETA’, PRENDIAMOCI LA CITTA‘
Prendiamoci le case, le scuole, i trasporti, gli asili. Le piazze, le strade devono diventare i luoghi in cui riconoscerci, unirci, discutere, decidere e lottare. Impariamo a vivere in un modo nuovo: impariamo ad odiare i nostri nemici e ad essere solidali con i nostri compagni. […]
Le coordinamente
Tutta la nostra solidarietà e vicinanza alle compagne e ai compagni di Nuoro, Sassari e a S’IdeaLibera con cui abbiamo condiviso riflessioni, pensieri e idee.
Le compagne della coordinamenta
A distanza di qualche giorno dalle perquisizioni che hanno coinvolto alcuni compagni di Nuoro, Sassari e il nostro spazio, vorremmo condividere alcune brevi riflessioni su quanto è accaduto, riflessioni nate dalle discussioni interne al Collettivo, che rappresentano quindi il nostro piccolo punto di vista. Innanzitutto pensiamo che tutto ciò che accade, a noi e intorno a noi, possa essere usato come spunto per la discussione e il confronto politico, un modo per mantenere vivo il dibattito e per affrontare in modo consapevole la realtà che ci attornia. Quindi speriamo che queste righe rappresentino un’occasione per riflettere su repressione e solidarietà.
Per prima cosa vogliamo esprimere la nostra vicinanza alle altre compagne e compagni che con noi hanno ricevuto la perquisizione. In secondo luogo vogliamo ringraziare le tante persone e realtà che hanno prontamente espresso la loro solidarietà e che abbiamo sentite vicine a noi.
Chi ci conosce sa bene che da sempre il nostro Collettivo si è occupato di lotta al carcere e alla repressione, in tante occasioni abbiamo manifestato la nostra solidarietà a chi veniva inquisito e rinchiuso. Di recente abbiamo cercato nel nostro piccolo di portare oltre le mura delle sezioni di alta sicurezza le voci delle compagne e dei compagni in sciopero della fame, perché sentivamo la loro lotta come la nostra, le loro pratiche come le nostre.
La composizione del Collettivo è da sempre eterogenea, riunendo e facendo dialogare visioni e pratiche diverse ma accomunate dal desiderio di rovesciare l’esistente. Quindi la logica dei colpevoli/innocenti e delle pratiche buone/pratiche cattive non è mai stata la nostra, anzi la abbiamo sempre osteggiata, non solo perché espressione della visione statale contro cui lottiamo, non solo perché manipolabile dallo Stato nelle famigerate pratiche di divisione dei movimenti, ma soprattutto perché riconosciamo l’importanza di fare nostre pratiche diverse tra loro. Sentiamo ugualmente importanti le iniziative di controinformazione, i cortei, i volantinaggi, le azioni dirette ecc. Insomma, penna o sasso sono per noi entrambi validi strumenti di lotta contro le varie forme di saccheggio dei territori, di annichilimento delle persone e di oppressione dei popoli. Riconosciamo le nostre diversità politiche, la diversità delle pratiche che proponiamo, ma ci sentiamo parte di un’unica comunità in lotta. Ecco perché pensiamo che nei momenti in cui lo Stato bussa alla nostra porta, a quella dei nostri compagni e compagne nell’isola così come di quelli oltre mare, sia importante manifestare la nostra solidarietà rivendicando pari dignità e pari forza alle diverse pratiche con cui lottiamo.
Questi ultimi anni ci stanno offrendo tante occasioni per capire come per lo Stato non vi sia differenza se appendi uno striscione, se interrompi un’esercitazione, se attacchi un manifesto o se metti dei granelli di sabbia negli ingranaggi di questa assurda macchina che ci controlla e ci sfrutta. Per lo Stato sono tutte espressioni di “insubordinazione” di chi non accetta i confini in cui ci vorrebbero relegare. Ebbene, non fa differenza neanche per noi e queste pratiche le rivendichiamo tutte nostre. La repressione, quindi, ci offre una grande opportunità: urlare a gran voce ciò che rivendichiamo, tracciare un solco profondo tra la logica del dividi et impera e la logica della solidarietà. Non ci sentiamo vittime di questo sistema: siamo semplicemente dall’altra parte della barricata e questo comporta necessariamente diventare bersaglio della repressione. E’ parte del gioco che abbiamo accettato di intraprendere. Riteniamo quindi importante, anche in occasioni come questa, rilanciare la posta in gioco, non solo mettendo in luce i meccanismi con cui lo Stato persegue i “fuori dal margine”, ma anche rivendicando la nostra differenza, il nostro cercare, pur con tante contraddizioni, di non accettare l’inaccettabile, di non smettere di immaginare e lottare per una terra libera.
Tante pratiche, un’unica lotta.
Collettivo S’IdeaLibera

[…] 7. Il questore, avvalendosi della forza pubblica, adotta efficaci misure di vigilanza affinche’ lo straniero non si allontani indebitamente dal centro e provvede a ripristinare senza ritardo la misura nel caso questa venga violata.
8. Ai fini dell’accompagnamento anche collettivo alla frontiera, possono essere stipulate convenzioni con soggetti che esercitano trasporti di linea o con organismi anche internazionali che svolgono attivita’ di assistenza per stranieri.
9. Oltre a quanto previsto dal regolamento di attuazione e dalle norme in materia di giurisdizione, il ministro dell’Interno adotta i provvedimenti occorrenti per l’esecuzione di quanto disposto dal presente articolo, anche mediante convenzioni con altre amministrazioni dello Stato, con gli enti locali, con i proprietari o concessionari di aree, strutture e altre installazioni, nonche’ per la fornitura di beni e servizi. Eventuali deroghe alle disposizioni vigenti in materia finanziaria e di contabilita’ sono adottate di concerto con il ministro del Tesoro. Il ministro dell’Interno promuove inoltre le intese occorrenti per gli interventi di competenza di altri ministri.
Legge N.40/1998 Turco-Napolitano/ Art.12 commi 7,8,9
Di CPR si muore! lo sappiamo ormai da tanti anni. Di detenzione amministrativa si muore. L’ultima vittima di una lunga serie è un ragazzo morto qualche giorno fa nel CPR di Torino. Al di là delle prese di posizione partecipative e dei cori umanitari ci sono due elementi di riflessione che dovrebbero essere fondanti nell’analisi. Da una parte la gente, ma anche gran parte della sinistra antagonista, sembra non rendersi conto che la detenzione amministrativa non è un problema di migranti, è un problema che riguarda tutti e tutte. Lo Stato si è arrogato il diritto di rinchiudere dentro dei campi di internamento delle soggettività che non sono gradite perché “irregolari”. Ma l’irregolarità può essere decretata per qualsiasi cosa, chiunque potrà essere internato per una condizione e non per qualche cosa che ha commesso, non per un reato. Non sarà quindi giudicato da un tribunale, non potrà difendersi da un’accusa, la decisione è amministrativa e riguarda solo quello che sei in quel momento. E’ un principio che chiarisce e inquadra il rapporto tra potere e sudditi, che definisce la società neoliberista per quello che è nella sostanza, una società improntata su principi nazisti. Lo strappo rispetto al diritto borghese così come noi lo conoscevamo è stato attuato con la Legge Turco -Napolitano n. 40 del 1998 e questo dovrebbe essere più che sufficiente per sotterrare sotto una valanga di risate le esternazioni che adesso va facendo la socialdemocrazia riformista. Si. una valanga di risate, perché un abisso di indecenza non può ottenere altra risposta.
Dall’altra parte c’è un coinvolgimento molto forte di molte strutture sociali e ambienti lavorativi, oltre alle varie polizie, nella gestione dei CPR e del corollario che prima e dopo li accompagna. C’è chi cura la parte documentaria e amministrativa, chi rastrella, chi controlla, chi pulisce, chi fornisce, chi gestisce, chi supervisiona, chi stende statistiche e progetti, chi dovrebbe curare, chi dar da mangiare, chi cambiare le lenzuola. Continua a leggere

Dopo mesi concitati, nel tentativo di dare una degna risposta allo sgombero dell’Asilo e all’arresto di sei compagni e compagne, nel tentativo di mantenere viva la voglia di lottare in questa città, ci prendiamo ora il tempo di fare alcuni ragionamenti su questo teorema inquisitorio partorito dalla Questura, fatto proprio dalla Procura e avvallato da una GIP. Un teorema che per il momento non ha retto il primo impatto con il Tribunale del Riesame, dopo tre mesi sono infatti usciti dal carcere cinque compagni, ma che costringe ancora Silvia tra quelle mura e in condizioni di detenzione particolarmente afflittive.
A indagini ancora aperte vale la pena spendere sopra queste carte qualche parola, tra le altre cose perché contiene alcune indicazioni che sono il segno dei tempi su come costringere certi anarchici al silenzio, seppur non del tutto nuove. Già quindici anni fa infatti si poteva leggere in un libretto, dal titolo ‘L’anarchismo al bando’, di come le strategie repressive mirassero a “togliere agli anarchici ogni possibilità di agire in gruppi di più persone articolando anche alla luce del sole il loro intervento, proprio in quanto finalizzato all’insurrezione generalizzata”.
Questo lavoro di analisi uscirà a puntate, una alla settimana, che si concentreranno su alcune specificità dell’operazione Scintilla e della lotta contro i Centri di detenzione per immigrati. A scriverle sono alcuni compagni, alcuni imputati e indagati in quest’inchiesta, altri no, che nel corso degli anni si sono battuti contro la detenzione amministrativa.
La pienezza
Le lotte reali sono un fatto sociale, e quindi anche la lotta contro la reclusione amministrativa dei senza-documenti non è una sfida a singolar tenzone contro lo Stato lanciata da un manipolo di sovversivi. Come tutte le lotte reali procede per alti e bassi, è fatta di iniziative individuali e collettive, dentro e fuori i Centri, ed è per questo che il tentativo di ricondurre il tutto al disegno criminoso di un’associazione sovversiva non può che risultare una forzatura. Le raffinate e alquanto noiose menti della Questura non hanno saputo fare di meglio che descrivere un fantomatico “progetto criminoso” composto di ancora più improbabili fasi: dall’epoca dei proclami incendiari di cui I Cieli bruciano sarebbe la punta di diamante nonché il vero “documento programmatico” si è passati alle azioni violente e infine si è ripiegati sull’istigazione alle rivolte dei reclusi. Il linguaggio farraginoso della Procura non può minimamente sfiorare la realtà di una lotta complessa e variegata, tutt’altro che consequenziale, sia nelle persone che vi hanno partecipato sia nelle azioni e iniziative messe in campo negli anni. Una lotta che ha avuto il suo picco distruttivo a cavallo tra 2011 e 2012, quando la capienza dei centri in tutta la penisola era ai minimi storici e si iniziava a ipotizzare la loro reale scomparsa, cosa che la controparte non ha minimamente considerato, a riprova dei reali intenti che persegue e della narrazione che le fa comodo utilizzare. Il linguaggio della Procura, come in tante altre inchieste anche molto recenti, non solo piega la descrizione di una lotta ai propri scopi ma anche quella del gruppo stesso di compagni che l’hanno portata avanti: “l’azione degli associati, rimasta celata dietro la mera attività contestativa e appunto sociale della matrice di appartenenza, si è di fatto sviluppata ed evoluta ponendosi a metà strada tra l’insurrezionalismo sociale e quello più propriamente lottarmatista” – “azione celata dietro attività pubbliche e cosiddette sociali”.