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Femminismo: paradigma della Violenza/Non Violenza
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Questa mattina/arresti e divieti di dimora/la diretta con Stefania
Da radioblackout
14 MISURE CAUTELARI PER IL CORTEO DEL 9 FEBBRAIO IN RISPOSTA ALLO SGOMBERO DELL’ASILO OCCUPATO

Sono quattordici le misure cautelari, tre arresti e undici divieti di dimora nella provincia di Torino, ingiunte all’alba di questa mattina in diverse città. Lesioni aggravate, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e imbrattamento sono i reati contestati a vario titolo. I fatti a cui si fa riferimento sono gli scontri avvenuti durante il corteo del 9 febbraio scorso in risposta allo sgombero dell’Asilo Occupato. Evidentemente le procure soffrono di sindrome da ossessione anarchica. È cronica.
Appuntamento per aggiornamenti e parlare di prossime iniziative questa sera alle ORE 19 alle serrande della CASA OCCUPATA di CORSO GIULIO CESARE 45.Torino
Ascolta la diretta di questa mattina con Stefania:
Dall’estradizione di Vincenzo per il G8 di 18 anni fa alla repressione per il 2 febbraio
Questo l’impianto accusatorio che trapela a una prima lettura delle carte imbrattate da Pedrotta:
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Opuscolo sulle lotte in Francia contro i CRA
[Opuscolo] In lotta contro i CRA! Voci e lotte dall’interno, solidarietà all’esterno per ostacolare la macchina delle espulsioni

Questo opuscolo è una traduzione della brochure En lutte contre les CRA ! scritta da alcunx compagnx in lotta contro le frontiere e la detenzione nell’inverno 2019.
Il racconto si ferma al mese di febbraio ma nei mesi successivi diversi focolai di rivolta sono scoppiati nei centri di detenzione amministrativa di Francia.
I comunicati di rivendicazione degli scioperi e delle manifestazioni dei mesi seguenti si possono trovare sul sito https://abaslescra.noblogs.org/. Alcuni sono
stati tradotti in italiano sul blog https://hurriya.noblogs.org/.
Qui trovate il pdf per la lettura o la stampa.
Le donne che non difende nessuno
Le donne che non difende nessuno
Merano–Lunedì pomeriggio è stato trovato un neonato senza vita in un cespuglio tra i frutteti di Lana e Cermes. Oggi sarebbe stata individuata – e fermata – e accusata di omicidio aggravato e occultamento di cadavere una donna polacca impegnata nella raccolta delle mele. Ora è piantonata in ospedale a Merano. Questa la notizia
Abbiamo evidenziato la nazionalità, che non avrebbe nessuna importanza, della donna ed il suo lavoro perché è chiaro che descrivono una precisa situazione sociale.
I giudizi saranno pesanti, morali, penali, giuridici, sociali, tutti di condanna e non renderanno conto dei mesi e delle settimane di solitudine, di paura, del barcamenarsi come possibile, sola. Non renderanno conto della violenza vissuta, una di quelle legate alla dominazione economica, sociale, maschile, statale né del fatto che è la donna che si fa carico del problema per mancanza di altri mezzi di aiuto che, è evidente, non hanno funzionato, che non sono stati utilizzati perché,nella nostra civilissima società, non esistono o, meglio, esistono solo sulla carta e non nella vita vissuta.. Se ancora oggi delle donne ricorrono all’infanticidio significa che nessun altra soluzione a monte ha potuto essere messa in atto per evitare l’arrivo di un bambino che loro non possono e/o non vogliono avere. Il mondo che le ha isolate, poi le giudica e le condanna e continua a chiamarle madri, quello che loro non volevano essere.
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Le donne che non difende nessuno
Le donne che non difende nessuno
Provincia di Benevento- Una donna di 34 anni avrebbe simulato un incidente stradale spingendo la sua Opel Corsa contro il guard rail, poi avrebbe preso in braccio il figlio neonato lanciandolo giù dalla scarpata. La donna poi lo avrebbe raggiunto per finirlo colpendolo con un pezzo di legno. Questa la notizia.
...la ribellione delle donne al patriarcato si esprime spesso in forme estreme, violente e disperate in cui è dominante la sensazione di impotenza e di non aver vie d’uscita oppure di rabbia repressa per anni.
Queste donne non le difende nessuno perché l’infanticidio tocca il sacro, il mito. Rimette in discussione lo status sacrale del bambino e il ruolo sacrale della madre che dà la vita. Per questo è un tabù. Nessuno cercherà le ragioni strutturali di questo atto, nessuno si chiederà che cos’è il patriarcato. Le donne sono così costrette al silenzio, non racconteranno mai le loro ragioni, non prenderanno mai parola, allo stesso tempo per la minaccia di una pesante condanna e per la riprovazione morale di tutta la società, ivi comprese loro stesse. Saranno preda di psichiatri e psicologi, studiosi della devianza, magistrati e giudici, saranno considerate pazze. La società patriarcale non può accettare un tale rifiuto del ruolo e della maternità.
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Quattro passi al Nido di Vespe il 5 ottobre!!!!

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11 settembre/Cile/Per non dimenticare
11 settembre 1973/per non dimenticare
Ogni anno, l’11 settembre, ricorre l’anniversario del colpo di Stato in Cile.
Tre riflessioni mi vengono subito in mente.
La prima riguarda il silenzio che lo circonda, accompagnato dalla rimozione nell’immaginario collettivo.
La seconda fa riferimento al fatto che il colpo di Stato è stato eseguito materialmente dai militari cileni, ma organizzato e su commissione degli Stati Uniti.
Tacendo su questo aspetto importante, si accredita la vulgata corrente secondo cui il fascismo è altro rispetto alla società capitalista, mentre ne è una variante, scelta quando il sistema ritiene più opportuno utilizzarla e, dimenticando che la regia è sempre la stessa, siamo criticamente disarmate quando colpi di Stato e guerre umanitarie avvengono ai nostri giorni.
La terza riflessione che, per certi versi, ci interessa più da vicino, riguarda il fatto che si vuole far passare il colpo di Stato in Cile come il frutto di ambienti reazionari e oscurantisti.
Non è così.
La dittatura militare in Cile è stata il debutto del neoliberismo.
Tutte le elaborazioni del neoliberismo, che fino ad allora erano solo teoria, sono state applicate al Cile (…)
da “Il sociale è il privato” ed. Bordeaux 2012, pag.93
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San Basilio 8 settembre 1974/Fabrizio Ceruso
Storia e memoria/San Basilio, 8 settembre 1974
Per Fabrizio e per noi
<Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “proprio così com’è stato davvero”. Vuol dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. (…) il pericolo è uno solo: prestarsi ad essere strumento della classe dominante.
In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla.>
(Walter Benjamin, Sul concetto di storia, VI, ed. Porfido, 2007)
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E’uscita! E’uscita! E’uscita!
E’ uscita la nostra ultima autoproduzione! Eccola qua!
La presenteremo qui a Roma i primi di ottobre! Per avere delle copie o presentarla in altre città scrivere a coordinamenta@autistiche.org e qui a Roma dalla prossima settimana la potrete trovare alla libreria <Anomalia>, via dei Campani 73 a San Lorenzo.

[…] L’asservimento delle donne è stato praticato e perpetuato estorcendo la nostra partecipazione emotiva ai dispositivi dello sfruttamento.
Il corpo è la nostra fabbrica, la famiglia la nostra azienda. Il lavoro di cura e riproduttivo è un lavoro non pagato a cui siamo spinte con il ricatto affettivo. E una volta dentro, non esiste distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero, dobbiamo essere disponibili ventiquattro ore su ventiquattro, dobbiamo riconoscere il nostro ruolo ed esserne appagate poiché solo così potremo essere felici, potremo dare un senso, un senso pieno, alla nostra esistenza. Lo sfruttamento patriarcale ci espropria alla fine anche della nostra emotività: dobbiamo provare solo i sentimenti che sono stabiliti.
Il neoliberismo ha esteso questi dispositivi di sfruttamento oltre la famiglia, oltre il lavoro riproduttivo. Ha femminilizzato il lavoro salariato.
L’azienda neoliberista pretende da lavoratori e lavoratrici una dedizione assoluta, e spesso e volentieri gratuita, una partecipazione emotiva alle sorti della stessa, una continua reperibilità. Sempre più spesso, sempre più diffusamente, “portiamo a casa” il lavoro e non riusciamo più a godere del, poco, tempo libero che ci viene lasciato.
Ma il neoliberismo vuole anche altro. Un mettersi in gioco continuamente per dimostrare quanto si è bravi/e, un’attesa continua del riconoscimento del merito e quindi una continua dipendenza dal giudizio.
L’ossessione valutativa, portato dell’ideologia meritocratica, viene naturalizzata spingendo uomini e donne a riconoscere “affettivamente” la filiera gerarchica. Accettazione supina della propria inadeguatezza e quindi dei rimproveri che ci vengono mossi, delle umiliazioni a cui siamo tutte e tutti quotidianamente costretti, della concorrenzialità con i propri simili; una disponibilità ad assumere la scala di valori vincente e quindi a stigmatizzare tutti quelli che si comportano in maniera deviante.
Ma anche questo, come donne, è un meccanismo che conosciamo bene. Da sempre noi donne dobbiamo dimostrare di essere brave, di essere all’altezza. Il giudizio altrui ha sempre contato moltissimo; lo “sguardo maschile”, sicuramente, ma anche quello delle altre donne a cui è stato attribuito il compito di “cani da guardia” del sistema, portato a termine stigmatizzando tutte le altre donne che non accettano la norma, la normalità, che non vogliono rientrare nei ranghi della scala di valori codificata. Nel mondo del lavoro salariato, poi, il nostro impegno nel dimostrare quanto valiamo si è addirittura centuplicato. Come in famiglia, anche negli altri luoghi di lavoro, dobbiamo accettare rimproveri e rimbrotti perché chi li fa sa meglio di noi qual è il nostro bene.
Ci costringono a interiorizzare il senso della nostra inadeguatezza: è un nostro difetto, atavico, proprio perché, in fondo, non siamo in grado di scegliere il “meglio” per noi.
E come hanno potuto ottenere da noi tutto questo? Attraverso la costruzione dei ruoli sessuati e non, la santificazione dell’autorità, la continua affermazione della logica del possesso, la retorica della responsabilità e del sacrificio, spingendoci ad introiettare la legalità con la minaccia dello stigma sociale, del ricatto affettivo ed economico, della
repressione poliziesca.
In altri termini: hanno normalizzato e naturalizzato lo sfruttamento, l’oppressione, la mortificazione, la degradazione. La descrizione del nostro presente, costruito sulle gerarchie di genere, classe e razza, è diventata prescrizione del presente.[…] pp. 53-54
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La Parentesi di Elisabetta del 4/09/2019
“Il tempo delle cavallette”
Le telefonate sono tutte registrate, questo indipendentemente dal fatto che ci sia un’indagine in corso e sono archiviate e vengono tirate fuori quando servono. E’ un dato che caratterizza la nostra società. Le telecamere di sorveglianza sono invasive oltre ogni misura, le motivazioni sono sempre nobili e passano attraverso gli utili idioti che dicono che tanto se non c’è niente da nascondere non si ha nulla da temere. Le prossime mosse saranno l’installazione in tutti gli ambienti pubblici e perché no anche nei condomini e perché no perfino nelle case. L’alibi sarà che la maggior parte delle violenze avvengono in famiglia. Come del resto l’invasivo controllo della velocità su strade e autostrade che serve a far fare cassa ai Comuni ma la motivazione nobile è la nostra sicurezza.
Viviamo, e lo sarà sempre di più, in un controllo serrato ventiquattro ore su ventiquattro in ogni momento della nostra vita. Le cimici ambientali sono diffuse e non solo e non soltanto per un’indagine magari con l’autorizzazione della magistratura ma anche negli spazi e nei locali pubblici. E il motivo vero è sempre e soprattutto il controllo dell’antagonismo e del dissenso in una situazione in cui le forze di polizia in tutte le loro articolazioni si sono affrancate dalla direzione politica e conducono una vita propria e si muovono a tutela delle corporazioni di cui fanno parte.
Indipendenza delle istituzioni poliziesche che non sono più in rapporto gerarchico con quelle politiche e che, ferma restando l’autonomia della gestione degli affari di propria competenza, continuano a lavorare in maniera subalterna agli Stati Uniti e, fatto nuovo, anche a Israele. I poteri forti utilizzano e strumentalizzano ogni possibile manifestazione di dissenso a partire dalla forma più compiuta di lotta di classe che c’è stata in Italia negli anni ’70 e ’80 cioè il fenomeno della lotta armata che non viene raccontata per quello che è ma viene attribuita ai servizi stranieri. E qui la fantasia si esprime compiutamente addebitando la etero direzione di quello che è accaduto ai servizi francesi, tedeschi, inglesi e via andare. Pertanto chi ha subito le torture, è stato ucciso/a, si è fatto anni di carcere e magari ci sta ancora, sarebbe anche stupido e masochista. Intanto tutti gli anni nell’anniversario delle stragi compiute in Italia, a partire da quella di piazza Fontana, il presidente del consiglio e il ministro degli interni di turno auspicano rivolti non si capisce a chi dato che sono loro detentori di quel sapere, che si faccia chiarezza.
La degenerazione politica invade tutti i campi. Continua a leggere
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Colombia. Farc, la rosa e il fucile
Farc, la rosa e il fucile
di Geraldina Colotti
https://www.facebook.com/geraldina.colotti
Con un lungo documento di analisi, le Farc – Ep tornano a essere Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito del Pueblo, e lasciano ai compagni e alle compagne che non condividono la loro scelta l’acronimo Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comun) con il quale si erano trasformate in partito politico scegliendo il simbolo della rosa con la stella al centro, nell’agosto del 2017. Si consuma così una lunga e travagliata scissione che, a partire dal gruppo dirigente, ha progressivamente reso esplicite differenze di merito e di metodo che non hanno trovato composizione.
Da una parte, l’ex vicesegretario delle Farc, Ivan Marquez, che ha ripreso le armi insieme a due altri dirigenti storici, Jesus Santrich – recentemente uscito dal carcere – e Hernan Dario Velasquez, nome di battaglia el Paisa. Dall’altro, Rodrigo Londoño, presidente del partito politico Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, che ha respinto il ritorno alle armi per ribadire che la maggioranza degli ex guerriglieri intende mantenere gli impegni presi con gli accordi di pace del 2016.
Entrambi i gruppi si richiamano allo spirito delle origini, rappresentato dalla figura del fondatore, Manuel Marulanda (Tirofijo), morto del 2008. Le Farc di Marquez parlano di una seconda “Marquetalia”, una rifondazione della guerriglia nella continuità dei principi che ne hanno ispirato la formazione, oltre cinquant’anni fa. Quelle di Londoño ribattono che Marulanda ha “insegnato a mantenere la parola”, e che la loro parola, oggi, “è pace e riconciliazione”. La pace del sepolcro, purtroppo, che si è imposta dopo la firma degli accordi del 2016, secondo un copione già visto in Colombia, e che da allora ha già portato alla morte di 500 dirigenti contadini e indigeni e di 150 ex guerriglieri.
Questo è il primo punto di riflessione, che attiene all’analisi delle forze in campo e al bilancio della praticabilità del passaggio politico a tre anni dagli accordi dell’Avana. Quale possibilità di incidere hanno i pochi parlamentari delle Farc in un sistema tossico e bloccato com’è quello colombiano, fin dall’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitan, avvenuto nell’aprile del 1948? Quali speranze restano agli “accordi di pace” ridotti a mero enunciato in un contesto internazionale in cui lo stato colombiano mantiene in America Latina lo stesso ruolo di gendarme che ha Israele per il Medioriente? Continua a leggere
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Rumori dal mare!/6-7 settembre 2019 in Sardegna
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Con Stefania/ Renoize 2019

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Roma-Fino a quando esiste un lager in città
In questi giorni alcune compagne e compagni di Roma stanno ricevendo diverse notifiche di indagine riguardanti l’ultimo presidio davanti il CPR di Ponte Galeria del 28 luglio scorso.

Il presidio, nonostante fosse piuttosto numeroso, non riuscì nell’intento di raggiungere la sezione maschile a causa del dispiegamento ingente di forze dell’ordine.
Farsi sentire fuori da quelle mura è una testimonianza di solidarietà che regolarmente, da anni, vede decine di persone scegliere di rompere l’isolamento che il centro di espulsione romano vorrebbe creare intorno le persone recluse. Questa necessità si fa ancora più forte da quando, con l’apertura della sezione maschile a fine maggio, lo stato ha scelto di impedire l’utilizzo di telefoni cellulari ai reclusi.
Chi ha partecipato ai presidi davanti Ponte Galeria sa bene quanto fastidio provoca la presenza solidale all’esterno.
Nel tentativo di rompere la comunicazione tra dentro e fuori le forze dell’ordine ne hanno provate tante: trasferimenti punitivi nei confronti di chi sceglieva di relazionarsi con i solidali all’esterno, chiusura delle celle per impedire alle persone di affacciarsi in cortile e sentire le urla del presidio, spargere voce che il presidio fosse contro gli immigrati e dunque bisognava diffidare dalla presenza nemica fuori le mura, blocchi dei convogli e checkpoint per chi intendeva raggiungere il lager con il treno, limitazioni ridicole su come e quanto i partecipanti al presidio potevano muoversi su un marciapiede o su una strada inutile, mai trafficata.
Ne ricordiamo tante, alcune davvero buffe data la posizione del lager rispetto la città, a cui aggiungiamo le secchiate di denunce per quasi ogni presidio svolto. Denunce che non hanno mai fermato nessuno dal tornare ogni mese davanti le mura di Ponte Galeria.
Questa volta le notifiche di indagine riguardano manifestazione non autorizzata, adunata sediziosa, oltraggio a pubblico ufficiale, vilipendio, violenza o minaccia. Accuse interessantissime ma mai come quando sulle carte di vecchie denunce comparve un bellissimo “AMMERDE” come pretesto.
Non abbiamo molto da aggiungere, sicuramente la rivolta e l’evasione di massa di inizio luglio, così come le resistenze quotidiane, sono il coraggio a cui guardiamo.
Torneremo al più presto fuori da quelle mura infami, finché di Ponte Galeria non resteranno che macerie.
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“TIFO”/ Intervista a Lidia Martin
“TIFO” / Intervista a Lidia Martin
Per ascoltare l’audio clicca qui
Abbiamo deciso di intervistare Lidia Martin perché da poco è uscito il numero 48 della rivista Zapruder “Storie in movimento”, che potete trovare qui http://storieinmovimento.org/2019/06/18/quarantottesimo-numero/, dedicato allo sport o meglio non proprio allo sport ma al Tifo, un argomento che a noi come coordinamenta interessa molto e a cui vorremmo dedicare degli approfondimenti e delle iniziative. Dato, poi, che Lidia oltre ad essere una storica è anche una femminista, a noi fa molto piacere discutere con lei ed è proprio lei che insieme ad Alice Corte e Alessandro Stoppoloni ha curato questo numero 48.
Quindi, Lidia, ci farebbe piacere prima di tutto farti una domanda che ci siamo poste subito appena abbiamo visto il numero perché siamo state colpite piacevolmente e anche attratte dal titolo che avete scelto, cioè “Tifo”, non un generico titolo sullo sport ma un titolo che ci ha trasportate in un ambito che apre tantissimi scenari e quindi vorremmo chiederti la ragione di questo titolo e gli obiettivi che voi come curatori vi eravate ripromessi.
Lidia: Rispondere a questa domanda mi fa molto ridere e adesso capirai perché. Faccio un piccolissimo passo indietro su come funziona Zapruder. E’ una rivista di storia della conflittualità sociale che nasce all’interno di un progetto che è quello dell’Associazione Storie in movimento che è una delle tante eredità che ha lasciato il movimento dei movimenti di Genova 2001 ed è forse una delle più longeve. Dico questo perché alcuni degli approcci che erano quelli della partecipazione, dell’orizzontalità che erano propri di quel movimento, noi come Zapruder continuiamo a portarceli dietro e a praticarli e le proposte di numero di Zapruder vengono presentate nel corso dell’assemblea generale che si svolge una volta all’anno. La proposta di questo numero quindi nasce così: Alice Corte e Alessandro Stoppoloni, come curatori, l’hanno presentata all’assemblea di Parma, c’è stata una discussione, il numero è stato accettato perché è piaciuto. Entrambi erano partiti dal fenomeno ultras cercando di allargare lo sguardo più in generale sul tema della tifoseria e sui conflitti che genera nel senso sia di identità e di appartenenza sia di conflittualità rispetto al sistema.
Zapruder nel lontano 2004, in uno dei primissimi numeri, il numero 4, curato da Carmelo Adagio e Chiara Giorgi, affrontava la questione dello sport come identità ma non prendeva assolutamente in considerazione il fenomeno della tifoseria, della partecipazione, quella dimensione diciamo più popolare. Non so dirti poi perché, dato che io non facevo parte ancora della redazione, però il mantra che era rimasto era questo cioè che il numero non si era occupato della tifoseria. Era stata una scelta dei curatori perché si sarebbe aperto un mondo che allontanava da quelle che erano le loro intenzioni. Invece la proposta che è arrivata da Alessandro e Alice era fortemente centrata sul momento di partecipazione e anche di conflitto. E quindi avevano presentato questo titolo che forse era Tifo, forse era Tifosi, non mi ricordo, e così ce lo siamo trascinato per tutta la realizzazione del numero. Poi, il numero è andato in impaginazione, abbiamo fatto la correzione delle bozze, stava uscendo in stampa e siccome questo numero esce con una grafica nuova, una casa editrice nuova, un formato nuovo, ad un certo punto dentro la redazione ci si è posti il problema che forse il titolo era troppo semplice e abbiamo cercato un titolo alternativo, un titolo di quelli nostri che fanno giochi di parole…ci siamo scervellati per una settimana senza arrivare da nessuna parte e alla fine abbiamo mantenuto Tifo e quindi mi fa piacere il vostro interesse perché si vede che il titolo funziona, che piace nella sua essenzialità.
Coordinamenta: sì, a noi è piaciuto proprio per questa sua semplicità molto diretta.
Lidia: e poi, soprattutto, perché gioca, diciamo così, su un doppio senso, come viene accennato nel testo di Giuseppe Cilenti in apertura del numero. Il Tifo richiama una malattia. Noi in accademia.edu abbiamo un profilo, il “social network degli intellettuali” come lo chiamo io, in cui vengono inseriti i lavori che poi vengono catalogati a seconda delle definizioni. Quando ho inserito l’indice del numero per far sapere che lo avevamo pubblicato, questo è stato catalogato sotto la malattia. Quindi ho dovuto trovare delle modalità alternative per far sapere che non si trattava della malattia. Mi fa piacere perciò che a voi invece sia piaciuto così proprio perché era diverso. Il numero poi ha un sottotitolo “Conflitti, identità, trasformazioni”, le declinazioni secondo le quali abbiamo cercato un po’ di costruire il numero e questa nostra narrazione. Continua a leggere
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