La Parentesi di Elisabetta del 10/7/2019

“I CPR non sono un problema umanitario, sono una questione politica”

[…] 7. Il questore, avvalendosi della forza pubblica, adotta efficaci misure di vigilanza affinche’ lo straniero non si allontani indebitamente dal centro e provvede a ripristinare senza ritardo la misura nel caso questa venga violata.

8. Ai fini dell’accompagnamento anche collettivo alla frontiera, possono essere stipulate convenzioni con soggetti che esercitano trasporti di linea o con organismi anche internazionali che svolgono attivita’ di assistenza per stranieri.

9. Oltre a quanto previsto dal regolamento di attuazione e dalle norme in materia di giurisdizione, il ministro dell’Interno adotta i provvedimenti occorrenti per l’esecuzione di quanto disposto dal presente articolo, anche mediante convenzioni con altre amministrazioni dello Stato, con gli enti locali, con i proprietari o concessionari di aree, strutture e altre installazioni, nonche’ per la fornitura di beni e servizi. Eventuali deroghe alle disposizioni vigenti in materia finanziaria e di contabilita’ sono adottate di concerto con il ministro del Tesoro. Il ministro dell’Interno promuove inoltre le intese occorrenti per gli interventi di competenza di altri ministri.

Legge N.40/1998 Turco-Napolitano/ Art.12 commi 7,8,9

 

Di CPR si muore! lo sappiamo ormai da tanti anni. Di detenzione amministrativa si muore.  L’ultima vittima di una lunga serie è un ragazzo morto qualche giorno fa nel CPR di Torino. Al di là delle prese di posizione partecipative e dei cori umanitari ci sono due elementi di riflessione che dovrebbero essere fondanti nell’analisi. Da una parte la gente, ma anche gran parte della sinistra antagonista, sembra non rendersi conto che la detenzione amministrativa non è un problema di migranti, è un problema che riguarda tutti e tutte. Lo Stato si è arrogato il diritto di rinchiudere dentro dei campi di internamento delle soggettività che non sono gradite perché “irregolari”. Ma l’irregolarità può essere decretata per qualsiasi cosa, chiunque potrà essere internato per una condizione e non per qualche cosa che ha commesso, non per un reato. Non sarà quindi giudicato da un tribunale, non potrà difendersi da un’accusa, la decisione è amministrativa e riguarda solo quello che sei in quel momento. E’ un principio che chiarisce e inquadra il rapporto tra potere e sudditi, che definisce la società neoliberista per quello che è nella sostanza, una società improntata su principi nazisti. Lo strappo rispetto al diritto borghese così come noi lo conoscevamo è stato attuato con la Legge Turco -Napolitano n. 40 del 1998 e questo dovrebbe essere più che sufficiente per sotterrare sotto una valanga di risate le esternazioni che adesso va facendo  la socialdemocrazia riformista. Si. una valanga di risate, perché un abisso di indecenza non può ottenere altra risposta. 

Dall’altra parte c’è un coinvolgimento molto  forte di molte strutture sociali e ambienti lavorativi, oltre alle varie polizie, nella gestione dei CPR e del corollario che prima e dopo li accompagna. C’è chi cura la parte documentaria e amministrativa, chi rastrella, chi controlla, chi pulisce, chi fornisce, chi gestisce, chi supervisiona, chi stende statistiche e progetti, chi dovrebbe curare, chi dar da mangiare, chi cambiare le lenzuola.

A questo punto vi voglio riproporre lo stralcio di uno scritto dell’ottobre del 2010 contenuto in “Ora e Qui” Lettere di una femminista, 

“C’è qualcuna che sostiene che i CPT-CIE sono come i campi di internamento ed altre che trovano eccessivo ed improprio il paragone. I campi di internamento alla fine degli anni ’30 furono introdotti in italia non per persone che avevano commesso reati, ma per persone che avevano un determinato status. Infatti, i primi ad esserci rinchiusi furono i nomadi italiani. Allora Rom e Sinti stranieri non ce n’erano. Non a caso, la regione con il maggior numero di campi di internamento e la prima dove furono istituiti fu l’Abruzzo,dove la comunità di nomadi italiani era più numerosa. A questi, nel corso degli anni, si aggiunsero tanti altri italiani la cui unica colpa era quella di appartenere ad un’etnia. Fra questi, occorre ricordare gli slavi che abitavano in Italia.

L’Italia votava alla società delle nazioni (l’ONU di allora) tutte le mozioni a tutela delle minoranze e sottoscriveva tutti i più nobili protocolli a tutela delle stesse, salvo disattenderli sistematicamente. In questo notiamo che non c’è nessuna differenza fra ieri e oggi. Però, faceva un’eccezione per la minoranza di lingua tedesca, guarda caso, per via dell’alleanza con la Germania. Anche in questo caso non c’è nessuna differenza. I diritti umani, l’asilo politico, i protocolli internazionali sono subordinati ad alleanze ed interessi. Battezzati con i Rom, i campi di internamento cominciarono a proliferare in tutta Italia; ce ne furono anche per sole donne, naturalmente con direttrici donne!! Allora, emerge chiara una prima similitudine: l’internamento nei campi di ieri e nei CIE di oggi, non è per reato, ma per condizione. Anche allora, commissioni di vario tipo visitavano i campi , prime fra tutte quelle della Croce Rossa che, almeno allora, si asteneva dal gestirli direttamente. Trovavano sempre tutto in ordine, non si scandalizzavano della loro esistenza (ma, già, non era il loro compito) ma, proprio perché va detto tutto, una volta, in un campo, consigliarono l’aumento della razione quotidiana di spaghetti e, in un altro, un cambio di lenzuola in più al mese. Tante persone lavoravano per e intorno ai campi: dalla polizia che andava a prendere a casa o per strada le persone da internare e svolgeva opera di controllo, al personale, spesso civile, dal direttore/direttrice a tutte le altre figure e alle ditte che fornivano il necessario per il funzionamento degli stessi. Anche qui non notiamo nessuna differenza. E c’era la stampa che, da una parte, demonizzava le pericolose figure degli internati e, dall’altra,  faceva finta di non sapere dell’esistenza dei campi, se non quando raccontava le lamentele e le paure dei cittadini che avevano “la sventura”, poverini, di viverci accanto. Ma c’erano anche professori, accademici e persone che si rappresentavano come intellettuali e come tali venivano accreditati, che davano, sulla validità dell’internamento, motivazioni importanti, degne del loro ruolo, fino al delirio delle teorie sulla superiorità della razza. Alcuni di questi faranno una brillante carriera e uno diventerà presidente del consiglio nell’Italia repubblicana. La stragrande maggioranza dei professori universitari e degli intellettuali di allora brillerà per il silenzio. Però, poi, alcuni, scriveranno dei dotti saggi sulle brutture dei campi di internamento, con relativi convegni e carriere, sempre nell’Italia repubblicana. E infine, tutti insieme, ognuno nel suo ambito, i poliziotti nel picchetto d’onore, i politici scoprendo le targhe, i professori con la lettura delle prolusioni  parteciperanno alle iniziative in ricordo. Chi ci sarà fra trent’anni vedrà questo anche per i CIE. Fino a qui è tutto uguale. Però una differenza c’è. La storia non è ragioneria ,ma qualche volta i conti bisogna farli. Nella nostra democratica repubblica, nei CIE, c’è un numero considerevole di pestaggi, all’ordine del giorno, numerosi casi di morte, sempre rubricata come naturale, di suicidi e di gesti dolorosi di autolesionismo[…] Chi si infligge orrende mutilazioni, come quella donna che si è cucita la bocca, siccome siamo tanto civili e progredite/i, viene portata/o nel reparto di neurologia e psichiatria di un ospedale perché qualche esperto/a ci deve mettere a posto con la coscienza e dirci che non è disperata/o ,ma soltanto pazza/o. Dopo la guerra, gli operatori dei campi di internamento, chiamati a rispondere del loro lavoro ( continuano a chiamarlo così!) si sono prodigati a raccontare quanto erano buoni e quanto bene avevano fatto. Qui c’è una differenza: gli attuali operatori, già adesso, senza aspettare domani, ci raccontano quanto bene fanno e quanto sono buoni[…] Nessuna dica non sapevo, non immaginavo, non credevo. Non ci sono zone neutre: o si è contro o si è complici.[…]

Mi viene in mente la dichiarazione di Adolf Eichmann quando fu processato”Io non ho ucciso nessuno, ho solo organizzato i trasporti” o quanto disse J.P.Sartre a proposito dei francesi e della guerra d’Algeria “ Falsa ingenuità, fuga, malafede, solitudine, mutismo, complicità rifiutata e, insieme, accettata, è questo quello che abbiamo chiamato, nel 1945, la responsabilità collettiva. All’epoca non era necessario che la popolazione tedesca sostenesse di aver ignorato l’esistenza dei campi.” Ma andiamo” dicevamo, “Sapevano tutto!” Avevamo ragione, sapevano tutto, e soltanto oggi siamo in grado di comprenderlo: perché anche noi sappiamo tutto……..Oseremo ancora condannarli? Oseremo ancora assolverci?”

E dato che i pensieri si rincorrono e mi vengono in mente i presidi sotto il CPR di Ponte Galeria a Roma dove ci si ritrova in poche/i e sempre gli stessi/e o quando si parla con le persone per la strada e si chiede “ma lei sa cos’è un CPR? e la detenzione amministrativa?” e ti guardano con occhio stralunato e magari qualcuno, molto raramente, ti dice  “Ah, si, quei posti dei migranti ” e non sai se gioca un ruolo maggiore l’ignoranza, l’indifferenza o la malafede,  vi aggiungo anche le righe che seguono scritte  nel maggio del  2013 e contenute in <Femminismo materialista> perché sono convinta della necessità di affrontare il problema dei CPR e delle problematiche relative all’immigrazione da un punto di vista assolutamente politico e non umanitario. Non siamo dame di san vincenzo rosse, il problema umanitario ce lo siamo già poste da tempo immemore quando abbiamo deciso e scelto da che parte stare.

“La settimana scorsa, all’alba di un giorno qualunque, a Milano, un giovane ghanese ha ucciso tre persone, a caso, le prime incontrate per strada.
I media hanno parlato di follia omicida, hanno intervistato la gente del quartiere sotto shock, un quartiere alla periferia della città, hanno parlato della storia delle vittime, dei parenti, degli amici, di vite sconvolte e di città impaurite.
Il rispetto del dolore per chi ha perso il figlio, il padre, l’amico è dovuto e imprescindibile.
Ma non è stata spesa una parola sul giovane nero che, dicono sempre i media, parla solo un dialetto del Ghana e un inglese stentato.
Nessuno/a si è chiesto come mai passasse la notte nei ruderi di Villa Trotti, un edificio abbandonato a poca distanza dal luogo dei fatti. Nessuno/a si è domandato il perché di due richieste d’asilo respinte e di due decreti di espulsione pendenti o come e dove trovasse da mangiare o perché fosse qui in Italia.Se la disperazione, l’impotenza, la rabbia, il dolore per una vita che non è vita, per un’esistenza terribile, si trasformano in violenza contro se stesse e se stessi, come è successo per Nabruka, che si è impiccata a Ponte Galeria alla vigilia del rimpatrio, allora è una notizia che strappa qualche “poverina” e basta lì. Se si trasformano in autolesionismo come per quella donna che, sempre in un Cie, si è cucita la bocca proprio per poter gridare al mondo che esistono persone senza storia, senza presente e senza futuro e senza possibilità di parola, allora viene spedita in un centro psichiatrico perché non è disperata, ma solo pazza. Se, poi, i/le migranti affogano in mare, diventano, forse, un numero nelle statistiche di qualche associazione e le madri che li cercano non hanno risposta [oppure vengono strumentalizzati da disparati interessi politici].
Ma se questa rivolta si trasforma in aggressione verso un mondo che è responsabile di tutto questo, allora si chiedono leggi securitarie, si chiede l’esercito nelle strade, come ha fatto il Comune di Milano che, nella persona del sindaco, ha anche avuto l’impudenza di costituirsi parte civile contro l’immigrato.
Nessuno/a che abbia avuto il coraggio di dire perché persone come Kobobo, questo è il nome dell’immigrato ghanese, sono qui, perché sono costrette ad emigrare da paesi in cui le potenze occidentali portano via tutto, persino l’aria, l’acqua e la terra che non è più abitabile. Nessuno/a che si sia chiesto che cosa può pensare di noi una persona costretta a vivere e a fare la fame lontano da casa, senza un posto dove dormire, dove mangiare, priva perfino della dignità.
Mi chiedo se le tre persone che sono state uccise si siano mai domandate che cos’è un CIE, se abbiano mai alzato lo sguardo a via Corelli per sapere cosa ci fosse là dentro, se abbiano mai speso un minuto per condannare le guerre neocoloniali.
Mi ha colpito molto il fatto che Kobobo abbia ucciso con un piccone. Non è un’arma, è un arnese da lavoro, come quelli dei contadini medioevali che ammazzavano i signori e i loro servi e i loro animali e le loro donne e i loro figli con i forconi, le falci, i martelli in una resa dei conti tanto violenta quanto la disperazione e l’orrore in cui vivevano.
Erano le jacqueries.
E anche questa è stata una jacquerie, non collettiva, ma personale, non privata, ma personale.
Invece di invocare sicurezza per paura del “ritorno della notte e dell’uomo nero”, come ha detto un telegiornale di Stato alla fine del servizio, sarebbe il caso che la gente si guardasse attorno e cominciasse a chiedersi la ragione delle cose perché, come canta De Andrè nella Canzone del Maggio, “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

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