Piccolo passo/3

Le riflessioni dell’estate Piccolo passo/3

[…] L’asservimento delle donne è stato praticato e perpetuato estorcendo la nostra partecipazione emotiva ai dispositivi dello sfruttamento. Il corpo è la nostra fabbrica, la famiglia la nostra azienda. Il lavoro di cura e riproduttivo è un lavoro non pagato a cui siamo spinte con il ricatto affettivo. E una volta dentro, non esiste distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero, dobbiamo essere disponibili ventiquattro ore su ventiquattro, dobbiamo riconoscere il nostro ruolo ed esserne appagate poiché solo così potremo essere felici, potremo dare un senso, un senso pieno, alla nostra esistenza. Lo sfruttamento patriarcale ci espropria alla fine anche della nostra emotività: dobbiamo provare solo i sentimenti che sono stabiliti. 

Il neoliberismo ha esteso questi dispositivi di sfruttamento oltre la famiglia, oltre il lavoro riproduttivo. Ha femminilizzato il lavoro salariato. L’azienda neoliberista pretende da lavoratori e lavoratrici una dedizione assoluta, e spesso e volentieri gratuita, una partecipazione emotiva alle sorti della stessa, una continua reperibilità. Sempre più spesso, sempre più diffusamente, “portiamo a casa” il lavoro e non riusciamo più a godere del, poco, tempo libero che ci viene lasciato.

Ma il neoliberismo vuole anche altro. Un mettersi in gioco continuamente per dimostrare quanto si è bravi/e, un’attesa continua del riconoscimento del merito e quindi una continua dipendenza dal giudizio. L’ossessione valutativa, portato dell’ideologia meritocratica, viene naturalizzata spingendo uomini e donne a riconoscere “affettivamente” la filiera gerarchica.  Accettazione supina della propria inadeguatezza e quindi dei rimproveri che ci vengono mossi, delle umiliazioni a cui siamo tutte e tutti quotidianamente costretti, della concorrenzialità con i propri simili; una disponibilità ad assumere la scala di valori vincente e quindi a stigmatizzare tutti quelli che si comportano in maniera deviante.

Ma anche questo, come donne, è un meccanismo che conosciamo bene. Da sempre noi donne dobbiamo dimostrare di essere brave, di essere all’altezza. Il giudizio altrui ha sempre contato moltissimo; lo “sguardo maschile”, sicuramente, ma anche quello delle altre donne a cui è stato attribuito il compito di “cani da guardia” del sistema, portato a termine stigmatizzando tutte le altre donne che non accettano la norma, la normalità, che non vogliono rientrare nei ranghi della scala di valori codificata. Nel mondo del lavoro salariato, poi, il nostro impegno nel dimostrare quanto valiamo si è addirittura centuplicato. Come in famiglia, anche negli altri luoghi di lavoro, dobbiamo accettare rimproveri e rimbrotti perché chi li fa sa meglio di noi qual è il nostro bene. Ci costringono a interiorizzare il senso della nostra inadeguatezza: è un nostro difetto, atavico, proprio perché, in fondo, non siamo in grado di scegliere il “meglio” per noi.

E come hanno potuto ottenere da noi tutto questo? Attraverso la costruzione dei ruoli sessuati e non, la santificazione dell’autorità, la continua affermazione della logica del possesso, la retorica della responsabilità e del sacrificio, spingendoci ad introiettare la legalità con la minaccia dello stigma sociale, del ricatto affettivo ed economico, della repressione poliziesca.

In altri termini: hanno normalizzato e naturalizzato lo sfruttamento, l’oppressione, la mortificazione, la degradazione. La descrizione del nostro presente, costruito sulle gerarchie di genere, classe e razza, è diventata prescrizione del presente.

E allora, proprio noi, possiamo e dobbiamo smascherare questi meccanismi. 

Dobbiamo essere proprio noi, forti e consapevoli della nostra millenaria servitù ed esperienza, a dire che non bisogna riconoscere la filiera gerarchica e la meritocrazia in nessun posto né nel pubblico né nel privato.

Dobbiamo essere proprio noi destituire di fondamento la logica legalitaria: perché le norme e le leggi vanno disattese ogniqualvolta siano contro la nostra vita; perché la socialdemocrazia e il politicamente corretto sono dei mostri nascosti dietro una maschera affabile.

E non dobbiamo certo essere quelle che impongono nuove regole e stigma e divieti, non siamo noi che dobbiamo educare, bensì liberare.

L’approccio e l’approdo vanno completamente ribaltati: non siamo noi che dobbiamo sgomitare per posti di comando, per quote privilegiate, per finanziamenti statali con cui istituire osservatori e corsi di sensibilizzazione sulle questioni di genere.

In questo modo il femminismo diventa un ulteriore strumento di controllo sociale e si inserisce di diritto nell’Impero del Bene: quello in cui lo Stato etico assume le funzioni di tutore e di giudice, che sul fronte interno da una parte “comanda” e dall’altra “suggerisce”, “consiglia”, “spinge” sulla retta via, utilizzando un linguaggio affabile, spesso percepito come “di sinistra” per diffondere “tipi normali di comportamento” a cui tutti e tutte dobbiamo adeguarci per il nostro stesso bene, così come sul fronte esterno porta le sue “guerre umanitarie” a tutti quelli – popoli, Stati, territori, ambiti  – che non sono allineati o sono recalcitranti o sono asimmetrici agli interessi dell’occidente.

E non è la modalità corporativista che ci traghetterà fuori di qui. Solo abbandonando la visione categoriale e di orticello protetto e privilegiato potremmo ottenere rispetto politico e autorevolezza nella dimensione di una lotta portata a sintesi contro la legalità, la meritocrazia, la gerarchia e, quindi, contro lo sfruttamento e le oppressioni di genere, razza e classe.

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