12 ottobre a Capo Frasca!

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PIU’ DI 20 MORTI SOSPETTE A CAPO FRASCA SU 70 DIPENDENTI, MA MAI NESSUNA INDAGINE. “RACCOGLIEVAMO BOMBE SENZA PROTEZIONE, NESSUNA BONIFICA PER DECENNI E L’ACQUA DELLE FALDE ERA INQUINATA”

“Porca miseria! A Capo Frasca, tra militari e civili, ce ne sono una ventina, gente, purtroppo, ammalata, gente che è morta, però nessuno mai ha fatto un’indagine”. Sono parole pesanti, quelle del Maresciallo dell’Aeronautica Militare, Francesco Palombo, pronunciate il 27 settembre 2018 di fronte alla Commissione di inchiesta parlamentare sull’uranio impoverito. Parole che non hanno avuto grande eco, ma che aprono degli scenari tremendi su quanto accaduto in passato nel poligono militare sito nel comune di Arbus. Una ventina, tra malati e morti di tumore, sia civili che militari: numeri altissimi, se si pensa che a Capo Frasca non ci sono mai stati molti dipendenti, una settantina circa. “A Capo Frasca facevo le bonifiche del poligono, tutto quello che c’era da bonificare. Per lungo tempo senza protezione e senza niente” spiega Palombo rispondendo alle domande di Giampiero Scanu, allora presidente della Commissione e del deputato Mauro Pili. “Io non sto cercando niente, non sto cercando soldi, come tante persone. Io voglio soltanto che si curi il personale, le famiglie che hanno subito, la gente ammalata. A Capo Frasca non è mai stata fatta un’indagine di questo tipo. Anche il personale civile che lavorava con me, che raccoglieva bombe, non sa perché è malato”. Non solo la raccolta delle bombe, l’alto numero di morti e malattie potrebbe essere legato anche all’acqua: “Perché in tutti questi anni ci hanno fornito acqua da non usare per usi umani? Perché?”. Quell’acqua Palombo non la beveva, ma “finiva nel caffé, nel minestrone, nella minestrina, nel brodo, nella frutta, dapeprtutto!”.

Quello dell’acqua è un problema che non cita solo Palombo. A novembre del 2014 le denunce arrivarono dal deputato di Sel Michele Piras: “23 lavoratori su 70 hanno contratto il cancro a Capo Frasca: 12 sono deceduti, 7 sono invalidi permanenti, a nessuno è stato riconosciuto l’indennizzo”. Per decenni l’approvvigionamento idrico del poligono è stato dato da pozzi artesiani, spiega Piras, nonostante si fosse stabilito già dal ’94 che quell’acqua non era potabile. Cosa c’era in quell’acqua, ci chiediamo noi? Sicuramente batteri, ma le falde sono soggette all’inquinamento dovuto all’azione delle piogge: se la terra di Capo Frasca era inquinata dalle esercitazioni, quell’inquinamento negli anni sarebbe finito dentro la falda. Lo dice anche Giovanni Madeddu, armiere a Capo Frasca tra il 1968 e il 1987: “Un fatto è certo, anche a Capo Frasca non è mai stata effettuata una vera bonifica del territorio, sono stati lasciati per venti-trent’anni i residui delle esercitazioni delle Forze armate di tutto il mondo. Ricordo soprattutto una radura, dove si accumulavano i proiettili. Quando pioveva si creavano dei pantani e l’acqua poi filtrava nel terreno. La stessa acqua che poi – attraverso un sistema di pozzi artesiani – veniva utilizzata per ogni uso nel poligono o nei vicini poderi. E in diversi casi l’Asl ha rilevato anomalie e impedito che venisse utilizzata per scopi alimentari”.

Di casi ce ne sono tanti altri. C’è per esempio la storia raccontata dall’ex aviere Angelo Piras. “Ho svolto il servizio militare nel poligono di Capo Frasca nel 1997, due miei compagni d’armi sono morti giovanissimi, per colpa di due tumori rarissimi. Sarebbe potuto succedere anche a me, ringrazio la fortuna e il cielo se io adesso posso raccontarlo. Lo faccio per i miei amici che non ci sono più” raccontava Piras a Paolo Carta, giornalista dell’Unione Sarda. I due commilitoni si chiamavano Gianni Faedda e Maurizio Serra, colpiti da tumori alle parti genitali e al cervello: morti subito dopo la leva. C’è la storia di Ignazio Porcedda, cagliaritano ammalatosi di leucemia linfatica cronica: “Ero di leva a Capo Frasca tra il 1975 e il 1976, bonificavamo senza alcuna protezione”.

C’è soprattutto una richiesta, negli anni passati, da parte della Provincia di Oristano di estendere l’analisi epidemiologica realizzata a Quirra anche al territorio intorno a Capo Frasca. Richiesta mai messa in pratica. Qualcuno ha qualcosa da nascondere?

#12ottobre
#manifestadacapofrasca
#stopesercitazioni

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Sabato 28 settembre!

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28 settembre/presidio sotto le mura del CPR di Ponte Galeria

SOLIDARIETA’ AI RIVOLTOSI NEL CPR DI PONTE GALERIA – 28 SETTEMBRE PRESIDIO SOTTO LE MURA

I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono l’ultima catena del sistema di gestione dell’immigrazione, quell’anello che imprigiona le persone migranti in attesa del rimpatrio o dell’esito della domanda d’asilo. Sono luoghi di detenzione sparsi sul territorio italiano il cui numero, secondo i governi che si susseguono al potere, dovrebbe aumentare fino ad un CPR per regione italiana. Lo scopo sarebbe quello di rimpatriare le/i migranti clandestin* nei loro paesi d’origine, ma questo avviene in percentuali piuttosto basse per la mancanza di accordi bilaterali con le nazioni di destinazione e la difficoltà di identificazione della loro reale provenienza. Scopo principale del CPR rimane quindi quello di minaccia per le/i migranti senza regolare permesso di soggiorno, che possono essere sfruttatx nelle campagne, nelle fabbriche e nella logistica con la paura – se non rispettano gli estenuanti turni e la misera paga di lavoro – di vedersi rinchiusi nel CPR per un periodo che si è esteso fino a 180 giorni.
Questo è lo scopo che le politiche di immigrazione dello Stato intendono ottenere, gestire e selezionare solo i lavoratori e le lavoratrici più ricattabili per mantenere a zero il costo del lavoro e, di fatto, reintrodurre la schiavitù nel mercato economico. La lotta sovranista per il controllo delle frontiere nasconde l’intenzione di selezionare la mano d’opera gestendo le frontiere, del mare a sud o di terra a nord, aprendole o chiudendole in base alle esigenze di mercato.

L’estate è sempre un momento caldo di rabbia e resistenze. Le condizioni di vita all’interno dei centri sono sempre più dure così come la repressione di ogni forma di resistenza e organizzazione; nonostante ciò sono quotidiane le lotte delle persone rinchiuse. Tentativi e successi di fughe hanno costellato gli ultimi mesi, da Tenerife a Torino, da Plaisir a Roma, dove la riapertura della sezione maschile nel mese di giugno è stata inaugurata da una rivolta e dall’evasione di dodici persone. E ancora ieri 20 settembre gli uomini reclusi a Ponte Galeria hanno dato vita a una rivolta per protestare contro il rimpatrio di alcuni prigionieri; sono stati bruciati materassi e le fiamme hanno coinvolto 4 delle 6 aree in cui è suddiviso il lager. Alcune zone sono state probabilmente rese inagibili tanto da costringere chi gestisce il centro di detenzione a trasferire una decina di persone all’interno della sezione femminile del CPR.  E’ emersa subito forte e determinata la richiesta da parte dei rivoltosi di diffondere il più possibile quanto stava accadendo tra le mura del lager: all’interno dei CPR i contatti con l’esterno vengono sistematicamente ostacolati e, da quando è stato vietato l’utilizzo dei telefoni cellulari, far sapere a chi è fuori cosa avviene tra le sbarre di questa prigione per persone senza documenti è diventato ancora più difficile.

Crediamo che tutto questo sia funzionale a rimarcare l’isolamento delle persone recluse, a zittire le loro voci e a spezzare i legami di solidarietà tra chi è dentro e chi è fuori.

Crediamo anche che proprio per questo sia necessario continuare a sostenere chi resiste ogni giorno e si ribella contro le disperate condizioni di vita di questi lager, cercando di spezzare l’indifferenza e il silenzio che lo Stato vorrebbe calare su queste prigioni, comunicando con chi è reclus* e facendo uscire la voce di chi ha il coraggio di raccontare cosa succede nei CPR. Voci che raccontano i soprusi e le  sopraffazioni agite dalle forze dell’ordine e da operatori e operatrici, soprattutto se ci si oppone all’assurda quotidianità di quel luogo di cui la maggior parte delle persone non conosce l’esistenza, ma anche le più disparate forme di rivolta e resistenza.

In un momento in cui lo Stato, complice delle morti in mare, delle torture in Libia e responsabile della detenzione ed espulsione di migliaia di persone, reprime ogni forma di opposizione e solidarietà, non smettiamo di lottare contro questo sistema e continuiamo a tornare sotto quelle odiate mura.

SOLIDARIETA’ A TUTT* RIVOLTOS*
SOLIDARIETA’ ALLE PERSONE COLPITE DALLA REPRESSIONE DELLO STATO

CONTRO TUTTE LE GABBIE

SABATO 28 SETTEMBRE
ORE 16
FERMATA FIERA DI ROMA

NEMICHE E NEMICI DELLE FRONTIERE

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Dalla Sardegna/21 settembre 2019 Presidio al comando militare

Domani presidio al comando militare

Ieri una folta assemblea di indagati e solidali ha indetto un presidio di fronte al comando militare della Sardegna di via Torino a Cagliari.

Il presidio si terrà a partire dalle 17.30, con l’intento di rispedire al mittente le accuse di terrorismo, per chiarire una volta di più che se lottare contro l’oppressione e la violenza militare vuol dire essere colpevoli o addirittura terroristi, probabilmente lo siamo veramente in tanti, ma così non è! Chi genera terrore sono quelli che sganciano le bombe dagli aerei, che bombardano dalle navi, che usano le mine antiuomo e i missili comandati a distanza, che uccidono migliaia di persone in guerre e che hanno come unico scopo un infinito accaparramento di potere e risorse.

Abbiamo scelto il comando militare perché è il mandante occulto dell’operazione eseguita dalla procura che ha coinvolto 45 fra compagne e compagni, ma non solo, anche perché è il burattinaio che dirige l’occupazione militare della Sardegna.

IN SOLIDARIETA’ AI COLPITI DALLA REPRESSIONE

CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SARDEGNA

PER IL RILANCIO DELLE LOTTE ANTIMILITARISTE

DOMANI SABATO 21 SETTEMBRE ORE 17 E 30 PRESIDIO AL COMANDO MILITARE DELLA SARDEGNA – VIA TORINO – CAGLIARI.

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Aggiornamenti su Ponte Galeria.

La rivolta al CPR di Ponte Galeria sembra sia stata repressa. Non sappiamo come. Le notizie sono scarse e frammentarie. Una cosa è certa: i CPR sono campi di internamento. E’ mai possibile tollerare campi di internamento? E’ mai possibile che la nostra <civile società> faccia finta di non sapere, non vedere, non sentire?

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Fuoco e fiamme a Ponte Galeria

Ci giunge notizia che al CPR di Ponte Galeria qui a Roma sia in corso una rivolta che interessa 4 sezioni.  Vi informeremo sugli aggiornamenti.

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Questa mattina/arresti e divieti di dimora/la diretta con Stefania

Da radioblackout

14 MISURE CAUTELARI PER IL CORTEO DEL 9 FEBBRAIO IN RISPOSTA ALLO SGOMBERO DELL’ASILO OCCUPATO

Sono quattordici le misure cautelari, tre arresti e undici divieti di dimora nella provincia di Torino, ingiunte all’alba di questa mattina in diverse città. Lesioni aggravate, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e imbrattamento sono i reati contestati a vario titolo. I fatti a cui si fa riferimento sono gli scontri avvenuti durante il corteo del 9 febbraio scorso in risposta allo sgombero dell’Asilo Occupato. Evidentemente le procure soffrono di sindrome da ossessione anarchica. È cronica.

Appuntamento per aggiornamenti e parlare di prossime iniziative questa sera alle ORE 19 alle serrande della CASA OCCUPATA di CORSO GIULIO CESARE 45.Torino

Ascolta la diretta di questa mattina con Stefania:

Dall’estradizione di Vincenzo per il G8 di 18 anni fa alla repressione per il 2 febbraio

Questo l’impianto accusatorio che trapela a una prima lettura delle carte imbrattate da Pedrotta:

L’impianto giudiziale nelle carte della procura

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Opuscolo sulle lotte in Francia contro i CRA

[Opuscolo] In lotta contro i CRA! Voci e lotte dall’interno, solidarietà all’esterno per ostacolare la macchina delle espulsioni

 

Questo opuscolo è una traduzione della brochure En lutte contre les CRA ! scritta da alcunx compagnx in lotta contro le frontiere e la detenzione nell’inverno 2019.

Il racconto si ferma al mese di febbraio ma nei mesi successivi diversi focolai di rivolta sono scoppiati nei centri di detenzione amministrativa di Francia.

I comunicati di rivendicazione degli scioperi e delle manifestazioni dei mesi seguenti si possono trovare sul sito https://abaslescra.noblogs.org/. Alcuni sono
stati tradotti in italiano sul blog https://hurriya.noblogs.org/.

Qui trovate il pdf per la lettura o la stampa.

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Le donne che non difende nessuno

Le donne che non difende nessuno

MeranoLunedì pomeriggio è stato trovato un neonato senza vita in un cespuglio tra i frutteti di Lana e Cermes. Oggi sarebbe stata individuata – e fermata – e accusata di omicidio aggravato e occultamento di cadavere una donna polacca impegnata nella raccolta delle mele. Ora è piantonata in ospedale a Merano. Questa la notizia

Abbiamo evidenziato la nazionalità, che non avrebbe nessuna importanza, della donna ed il suo lavoro perché è chiaro che descrivono una precisa situazione sociale. 

I giudizi saranno pesanti, morali, penali, giuridici, sociali, tutti di condanna e non renderanno conto dei mesi e delle settimane di solitudine, di paura, del barcamenarsi come possibile, sola. Non renderanno conto della violenza vissuta, una di quelle legate alla dominazione economica, sociale, maschile, statale né del fatto che è la donna che si fa carico del problema per mancanza di altri mezzi di aiuto che, è evidente, non hanno funzionato, che non sono stati utilizzati perché,nella nostra civilissima società, non esistono o, meglio, esistono solo sulla carta e non nella vita vissuta.. Se ancora oggi delle donne ricorrono all’infanticidio significa che nessun altra soluzione a monte ha potuto essere messa in atto per evitare l’arrivo di un bambino che loro non possono e/o non vogliono avere. Il mondo che le ha isolate, poi le giudica e le condanna e continua a chiamarle madri, quello che loro non volevano essere. 

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Le donne che non difende nessuno

Le donne che non difende nessuno

Provincia di Benevento- Una donna di 34 anni avrebbe simulato un incidente stradale spingendo la sua Opel Corsa contro il guard rail, poi avrebbe preso in braccio il figlio neonato lanciandolo giù dalla scarpata. La donna poi lo avrebbe raggiunto per finirlo colpendolo con un pezzo di legno. Questa la notizia.

...la ribellione delle donne al patriarcato si esprime spesso in forme estreme, violente e disperate in cui  è dominante la sensazione di impotenza e di non aver vie d’uscita oppure di rabbia repressa per anni.

Queste donne non le difende nessuno perché l’infanticidio tocca il sacro, il mito. Rimette in discussione lo status sacrale del bambino e il ruolo sacrale della madre che dà la vita.  Per questo è un tabù. Nessuno cercherà le ragioni strutturali di questo atto, nessuno si chiederà che cos’è il patriarcato.  Le donne sono così costrette al silenzio, non racconteranno mai le loro ragioni, non prenderanno mai parola,  allo stesso tempo per la minaccia di una pesante condanna e per la riprovazione morale di tutta la società, ivi comprese loro stesse. Saranno preda di psichiatri e psicologi, studiosi della devianza, magistrati e giudici, saranno considerate pazze.  La società patriarcale non può accettare un tale rifiuto del ruolo e della maternità. 

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Quattro passi al Nido di Vespe il 5 ottobre!!!!

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11 settembre/Cile/Per non dimenticare

11 settembre 1973/per non dimenticare

Ogni anno, l’11 settembre, ricorre l’anniversario del colpo di Stato in Cile.

Tre riflessioni mi vengono subito in mente.

La prima riguarda il silenzio che lo circonda, accompagnato dalla rimozione nell’immaginario collettivo.

La seconda fa riferimento al fatto che il colpo di Stato è stato eseguito materialmente dai militari cileni, ma organizzato e su commissione degli Stati Uniti.

Tacendo su questo aspetto importante, si accredita  la vulgata corrente secondo cui il fascismo è altro rispetto alla società capitalista, mentre ne è una variante, scelta quando il sistema ritiene più opportuno utilizzarla e, dimenticando che la regia è sempre la stessa, siamo criticamente disarmate quando colpi di Stato e guerre umanitarie avvengono ai nostri giorni.

La terza riflessione che, per certi versi, ci interessa più da vicino, riguarda il fatto che si vuole far passare il colpo di Stato in Cile come il frutto di ambienti reazionari e oscurantisti.

Non è così.

La dittatura militare in Cile è stata il debutto del neoliberismo.

Tutte le elaborazioni del neoliberismo, che fino ad allora erano solo teoria, sono state applicate al Cile (…)

da “Il sociale è il privato” ed. Bordeaux 2012, pag.93

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San Basilio 8 settembre 1974/Fabrizio Ceruso

Storia e memoria/San Basilio, 8 settembre 1974

Per Fabrizio e per noi

<Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “proprio così com’è stato davvero”. Vuol dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. (…) il pericolo è uno solo: prestarsi ad essere strumento della classe dominante.
In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla.>
(Walter Benjamin, Sul concetto di storia, VI, ed. Porfido, 2007)

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E’uscita! E’uscita! E’uscita!

E’ uscita la nostra ultima autoproduzione! Eccola qua!

La presenteremo qui a Roma i primi di ottobre! Per avere delle copie o presentarla in altre città scrivere a coordinamenta@autistiche.org e qui a Roma dalla prossima settimana la potrete trovare alla libreria <Anomalia>, via dei Campani 73 a San Lorenzo.

[…] L’asservimento delle donne è stato praticato e perpetuato estorcendo la nostra partecipazione emotiva ai dispositivi dello sfruttamento.
Il corpo è la nostra fabbrica, la famiglia la nostra azienda. Il lavoro di cura e riproduttivo è un lavoro non pagato a cui siamo spinte con il ricatto affettivo. E una volta dentro, non esiste distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero, dobbiamo essere disponibili ventiquattro ore su ventiquattro, dobbiamo riconoscere il nostro ruolo ed esserne appagate poiché solo così potremo essere felici, potremo dare un senso, un senso pieno, alla nostra esistenza. Lo sfruttamento patriarcale ci espropria alla fine anche della nostra emotività: dobbiamo provare solo i sentimenti che sono stabiliti.
Il neoliberismo ha esteso questi dispositivi di sfruttamento oltre la famiglia, oltre il lavoro riproduttivo. Ha femminilizzato il lavoro salariato.
L’azienda neoliberista pretende da lavoratori e lavoratrici una dedizione assoluta, e spesso e volentieri gratuita, una partecipazione emotiva alle sorti della stessa, una continua reperibilità. Sempre più spesso, sempre più diffusamente, “portiamo a casa” il lavoro e non riusciamo più a godere del, poco, tempo libero che ci viene lasciato.
Ma il neoliberismo vuole anche altro. Un mettersi in gioco continuamente per dimostrare quanto si è bravi/e, un’attesa continua del riconoscimento del merito e quindi una continua dipendenza dal giudizio.
L’ossessione valutativa, portato dell’ideologia meritocratica, viene naturalizzata spingendo uomini e donne a riconoscere “affettivamente” la filiera gerarchica. Accettazione supina della propria inadeguatezza e quindi dei rimproveri che ci vengono mossi, delle umiliazioni a cui siamo tutte e tutti quotidianamente costretti, della concorrenzialità con i propri simili; una disponibilità ad assumere la scala di valori vincente e quindi a stigmatizzare tutti quelli che si comportano in maniera deviante.
Ma anche questo, come donne, è un meccanismo che conosciamo bene. Da sempre noi donne dobbiamo dimostrare di essere brave, di essere all’altezza. Il giudizio altrui ha sempre contato moltissimo; lo “sguardo maschile”, sicuramente, ma anche quello delle altre donne a cui è stato attribuito il compito di “cani da guardia” del sistema, portato a termine stigmatizzando tutte le altre donne che non accettano la norma, la normalità, che non vogliono rientrare nei ranghi della scala di valori codificata. Nel mondo del lavoro salariato, poi, il nostro impegno nel dimostrare quanto valiamo si è addirittura centuplicato. Come in famiglia, anche negli altri luoghi di lavoro, dobbiamo accettare rimproveri e rimbrotti perché chi li fa sa meglio di noi qual è il nostro bene.
Ci costringono a interiorizzare il senso della nostra inadeguatezza: è un nostro difetto, atavico, proprio perché, in fondo, non siamo in grado di scegliere il “meglio” per noi.
E come hanno potuto ottenere da noi tutto questo? Attraverso la costruzione dei ruoli sessuati e non, la santificazione dell’autorità, la continua affermazione della logica del possesso, la retorica della responsabilità e del sacrificio, spingendoci ad introiettare la legalità con la minaccia dello stigma sociale, del ricatto affettivo ed economico, della
repressione poliziesca.
In altri termini: hanno normalizzato e naturalizzato lo sfruttamento, l’oppressione, la mortificazione, la degradazione. La descrizione del nostro presente, costruito sulle gerarchie di genere, classe e razza, è diventata prescrizione del presente.[…] pp. 53-54

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La Parentesi di Elisabetta del 4/09/2019

“Il tempo delle cavallette”

 Le telefonate sono tutte registrate, questo indipendentemente dal fatto che ci sia un’indagine in corso e sono archiviate e vengono tirate fuori quando servono. E’ un dato che caratterizza la nostra società. Le telecamere di sorveglianza sono invasive oltre ogni misura, le motivazioni sono sempre nobili e passano attraverso gli utili idioti che dicono che tanto se non c’è niente da nascondere non si ha nulla da temere. Le prossime mosse saranno l’installazione in tutti gli ambienti pubblici e perché no anche nei condomini e perché no perfino nelle case. L’alibi sarà che la maggior parte delle violenze avvengono in famiglia. Come del resto l’invasivo controllo della velocità su strade e autostrade che serve a far fare cassa ai Comuni ma la motivazione nobile è la nostra sicurezza.

Viviamo, e lo sarà sempre di più, in un controllo serrato ventiquattro ore su ventiquattro in ogni momento della nostra vita. Le cimici ambientali sono diffuse e non solo e non soltanto per un’indagine magari con l’autorizzazione della magistratura ma anche negli spazi e nei locali pubblici. E il motivo vero è sempre e soprattutto il controllo dell’antagonismo e del dissenso in una situazione in cui le forze di polizia in tutte le loro articolazioni si sono affrancate dalla direzione politica e conducono una vita propria e si muovono a tutela delle corporazioni di cui fanno parte.

Indipendenza delle istituzioni poliziesche che non sono più in rapporto gerarchico con quelle politiche e che, ferma restando l’autonomia della gestione degli affari di propria competenza, continuano a lavorare in maniera subalterna agli Stati Uniti e, fatto nuovo, anche a Israele. I poteri forti utilizzano e strumentalizzano ogni possibile manifestazione di dissenso a partire dalla forma più compiuta di lotta di classe che c’è stata in Italia negli anni ’70 e ’80 cioè il fenomeno della lotta armata che non viene raccontata per quello che è ma viene attribuita ai servizi stranieri. E qui la fantasia si esprime compiutamente addebitando la etero direzione di quello che è accaduto ai servizi francesi, tedeschi, inglesi e via andare. Pertanto chi ha subito le torture, è stato ucciso/a, si è fatto anni di carcere e magari ci sta ancora, sarebbe anche stupido e masochista. Intanto tutti gli anni nell’anniversario delle stragi compiute in Italia, a partire da quella di piazza Fontana, il presidente del consiglio e il ministro degli interni di turno auspicano rivolti non si capisce a chi dato che sono loro detentori di quel sapere, che si faccia chiarezza.

La degenerazione politica invade tutti i campi. Continua a leggere

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