Campeggia matriarcale 26/30 agosto
Campeggia matriarcale a Le Campate
Programma :
Campeggia matriarcale a Le Campate
Programma :
http://www.nomuos.info/agosto-no-muos-campeggio-al-presidio-e-manifestazione/.
Il 6 e il 9 agosto di 70 anni fa, gli Usa lanciavano le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Il Movimento No Muos invita antimilitaristi, pacifisti, antimperialisti e tutte le individualità affini a commemorare il tragico evento nella sughereta di Niscemi dove in quei giorni si allestirà il terzo campeggio estivo No War e dove l’8 agosto ci sarà la manifestazione nazionale No Muos.
Dopo anni di lotte e pressioni popolari il Muos è sotto sequestro, ma il nostro obiettivo resta lo smantellamento, oltre che dello stesso Muos, anche dell’intera base americana e la completa smilitarizzazione della Sughereta. È là che, da più di vent’anni, sono installate le 46 antenne NRTF, le cui radiazioni costituiscono un permanente pericolo per la salute pubblica e danneggiano la fauna e la flora di una delle più belle riserve naturali di sugheri secolari d’Europa.
La salute e l’ambiente minacciato dalle nocività sicuramente ci preoccupano, ma ancor più ci inquieta la presenza di queste basi militari che con le loro funzioni di guerra continuano a seminare morte e distruzione e a perpetrare pericolose competizioni tra i vari blocchi di potere, invece di iniziare a percorrere le vie d’uscita da questo sistema che attenta quotidianamente alla vita delle popolazioni umane, animali e della Terra intera.
Stiamo vivendo un vero e proprio bilancio di guerra economico e umanitario: mentre in occidente paghiamo queste scellerate politiche guerrafondaie con i tagli allo stato sociale (sanità, scuola, edilizia popolare), nelle altre parti del mondo questo sistema minaccia direttamente le vite delle popolazioni che subiscono gli attacchi di quella o di quell’altra potenza, per beceri interessi di dominio e di controllo dei territori e delle loro risorse.
Bombardate e affamate, le popolazioni di questi paesi, strette fra dittatori e/o oligarchie e presunti salvatori umanitari dall’altra parte, non vedono altra possibilità che emigrare verso paesi in cui possono salvare la propria pelle, imbarcandosi in viaggi della morte, non potendo scegliere altri modi “legali”, dal momento che le politiche securitarie della Fortezza Europa non prevedono corridoi umanitari; se nel frattempo non affogano nel Mar Mediterraneo, i migranti e i profughi che sbarcano vivi sono immediatamente destinati a centri di “accoglienza”, CIE e Cara gestiti in maniera clientelare, come mostra l’inchiesta siciliana di Mafia Capitale.
È ora di dire a basta a tutto ciò, ai Muos, ai Cie, alle galere etniche, agli steccati eretti contro le persone migranti, ai continui tagli allo stato sociale, alle nocività, alle grandi opere, a tutto quel sistema che mentre si arricchisce decreta la miseria e la morte di miliardi di individui.
Chiediamo con forza l’uscita dalla NATO e lo smantellamento di tutte le basi militari, in primis di quelle americane la cui presenza è stata imposta senza mai essere stata discussa (e neanche approvata) in sede parlamentare ma tramite diretti trattati fra enti governativi e organismi militari.
Chiediamo libertà di movimento per tutti i popoli e, a tal fine, l’attivazione di corridoi umanitari che consentano l’arrivo in Europa ,in condizioni di sicurezza, dei profughi e dei migranti in generale.
Appoggiamo le lotte, i movimenti di ribellione che dal Kurdistan alla Palestina, dall’Ucraina all’America Latina, si sollevano contro lo sfruttamento e il dominio degli imperialismi, la nostra lotta è idealmente e praticamente legata alla loro Resistenza.
In tale scenario, risultano quanto mai arroganti le dichiarazioni della Console USA che, su una delle più diffuse testate siciliane, intimidisce la Magistratura italiana minacciando ridicole sanzioni. Al contempo, però, riconosce a un movimento di opposizione la concreta capacità di mettere sabbia nella sanguinaria macchina da guerra.
Il movimento No Muos anche quest’anno, per la terza volta, organizza il Campeggio Antimilitarista No Muos nel Presidio Permanente di lotta, in Contrada Ulmo, nei pressi della Base USA a Niscemi, dal 6 al 9 agosto.
Nel 2015 peraltro, ricorre il Centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale. Anche allora si registrava un combattivo ed esteso fermento contro la guerra e oggi ne raccogliamo l’eredità ideale, morale, politica, culturale e antimilitarista.
Dal 6 al 9 agosto cade anche un altro tragico anniversario: il lancio delle bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki.
Ricorrenze significative che ora più che mai ci impongono di opporci a qualsiasi attività militare, in prima persona senza attendere la lenta e asservita politica istituzionale rinchiusa nei palazzi del potere.
In questo momento dal Medio Oriente fino all’Ucraina il clima di tensione è tale che è reale il rischio che scoppi brutalmente un nuovo conflitto mondiale nel quale la Sicilia sarebbe in prima linea insieme con il resto d’Italia.
A conferma di questi timori, infatti, nella base militare del 37^ stormo di Trapani Birgi verrà ospitata dal 28 ottobre al 6 novembre, la più grande esercitazione della Nato dalla caduta del muro di Berlino. Durante il campeggio si deciderà la data per un’altra manifestazione nazionale antimilitarista e No War a Trapani Birgi, volta a impedire l’esercitazione nella base trapanese, come già in Sardegna i movimenti antimilitaristi sono ben riusciti a fare.
Invitiamo ogni realtà a portare un documento che parli della rispettiva storia o dell’attività antimilitarista del proprio territorio, per progettare assieme la pubblicazione di un libro che raccolga le testimonianze locali accanto ai contributi di artisti e intellettuali. L’obiettivo è quello di lanciare una campagna nazionale di presentazioni, conferenze, dibattiti e agitazioni per rendere di dominio pubblico l’urgenza di abbracciare l’istanza antimilitarista e il rifiuto della guerra a livello popolare, rompendo il muro dell’indifferenza. Una campagna che proponiamo si concluda la prossima estate a Niscemi con un Festival Internazionale contro la guerra, il militarismo e la militarizzazione.
di Alle
Il Referendum ci da la possibilità di comprendere ed assimilare che il no è possibile. Che dire no alla Troika non è un’utopia. Ma è importante anche sottolineare che non si tratta si una questione economica. Il debito c’è e rimane anche dopo il referendum, l’austerity c’è e rimane anche dopo il referendum e anche la crisi economica esisterà ancora. Il nodo è se riusciamo a ribellarci a chi per anni c’ha detto che la causa della recessione è colpa del popolo italiano, greco, spagnolo. Noi, secondo la loro propaganda per anni abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Ma nei nostri paesi la corruzione e la ricchezza hanno viaggiato sempre a senso unico. La crisi economica è ricaduta sulle classi che esistono per produrre e riprodurre ricchezza, che siano o meno all’interno del mondo del lavoro. I salari sono stati bloccati, i diritti deregolati, e mentre i nostri redditi si facevano sempre più esiguui con la scusa del problema dell’inflazione, i profitti si facevano sempre più alti. Basta guardare le statistiche. Sottolineamo dunque che l’unico debito che esiste è quello che la nostra classe dirigente e la Troika hanno con noi. Ma c’è un’altra questione che secondo me è importante, a differenza di come dicono tanti, oggi la Grecia non ha dato prova di essere democratica. La Grecia ci ha dimostrato che la democrazia, come sistema di governo, è finita e con lei i principali strumenti di raccolta della domanda dal basso: i partiti e i sindacati. Questi hanno deteriorato la loro funzione e quelli che vediamo sono gli ultimi brandelli di un sistema che è morto e che ha bisogno di essere stravolto. Il fatto che si sia usato uno strumento democratico per eccellenza come il referendum, non vuol dire che la democrazia esiste. E’ stato usato, giustamente, perché non c’era altra scelta. I Greci, infatti, sono stati chiamati a fare una scelta riguardo la propria dignità, non sono stati chiamati a decidere come organizzare in maniera differente una società che per come è stata organizzata fino ad ora è andata al collasso. La questione è quindi il rifiuto, la capacità di opporsi ai diktat, all’austerity, alla miseria, ma la questione è anche riuscire ad immaginarsi un modo differente di fare comunità, di produrre, di vivere. E questo non può essere delegato ai partiti. Non può essere delegato ai governi e tantomeno ad un’Europa che è sorretta esclusivamente da un patto economico neoliberale. Io credo che siano proprio le persone che hanno subito in questi anni il peso della crisi, che vedono la disuguaglianza farsi sempre più importante e sempre più lontana la questione della distribuzione della ricchezza, che devono essere capaci di esprimere se stesse e la propria classe. Devono capire che forme organizzative darsi e quale espressione culturale, economica, sociale è meglio per se. Possiamo e dobbiamo immaginare un modo altro di stare al mondo. Non ci salverà l’uomo nuovo che va al governo, il partito illuminato ma solo la nostra capacità di riacquisire finalmente un po’ di autodeterminazione. Un secolo di stato e di welfare state ci ha fatto assimilare inevitabilmente la necessità di un altro al di sopra di noi. Lo stato come padre padrone che elargisce ai propri figli ciò di cui hanno bisogno. Lo Stato come entità collettiva capace di decidere per il bene dei propri membri. Ma nel momento in cui lo stato è finito, la democrazia superata e davanti a noi abbiamo un’entità sovranazionale come l’Europa ci scopriamo incapaci di pensare alle nostre comunità. Incapaci di immaginarci un modo differente di vivere. Solo guardando al passato riusciamo a vedere un’alternativa ma che non è plasmabile al nostro tempo finché non riusciremo ad autodeterminare e autorganizzare il nostro presente. Siamo abituati a percepirci come vittime. Quindi il problema sta nella capacità anche di rifiutarsi di ricevere ordini sul nostro destino ma anche di rifiutarsi di leggere se stessi e la propria classe con gli occhi del nemico. Un nemico che ci ha fatto autonarrare come percettori di decisioni altrui convinti di partecipare al processo decisionale e ci ha fatto anche perdere la capacità di decidere secondo i nostri bisogni. Dobbiamo liberare le capacità creative della nostra parte invece di subire esclusivamente le volontà distruttive dall’altra. Rifiutarsi, prendere coscienza delle nostre potenzialità e infine creare.
Tutto quello di cui abbiamo bisogno è dentro di noi.
Durante l’estate, manderemo sempre nel nostro orario sintesi, approfondimenti, commenti, registrazioni…….
MATERIALI
i materiali di seguito riportati sono quelli che abbiamo nominato a vario titolo negli approfondimenti o che abbiamo visionato, ma con cui non necessariamente concordiamo.
– susan brownmiller “Contro la nostra volontà” (1976)
– joanna Bourke “Stupro. storia della violenza sessuale” (2009)
– te paske “Il rito dello stupro: il sacrificio delle donne nella violenza sessuale” (1987)
– marco cavina “Nozze di sangue” –> il capitolo II sul diritto di proprietà sul corpo del coniuge (in particolar modo della moglie) e sul debito coniugale (medioevo ed età moderna)
– angela davis “Bianche e nere”(1985)
– lorenzo benadusi ” Lecito e illecito. nascita della sessuologia e invenzione delle perversioni nell’italia tra 800 e 900″, zapruder n.6, genn-apr 2005.
– chiara volpato “Deumanizzazione” (2011) cap. sull’oggettivazione sessuale
-“Diario del mese”-rivista-numero monografico sullo stupro , n.6, 2006, reperibile alla Fondazione Lelio e Lisli Basso.
Oggi, dall’alba, la polizia sta tentando di sgomberare lo spazio popolare Neruda a Torino, occupato da una trentina di famiglie sfrattate.
di Alessandra Daniele
La donna bruna scuote la testa.
– Questa proprio non ce la facciamo a farla passare per una vittoria del PD.
La collega le dà un’occhiataccia.
– Ce la dobbiamo fare. Chi è stato il primo a chiedere più flessibilità dei parametri economici?
– Chi è stato?
– Siamo stati noi – Scandisce la collega.
– Ma quando?
– Due anni fa.
– Beh, ma in Tv, mica in Europa. E non siamo stati affatto i primi…
– Solo quello che succede in Tv ha importanza – la zittisce la collega – Preparati ad andare in onda. E ricordati il trucco.
– Devo promettere un altro bonus da 80 euro?
– Il make up. Sembri uno zombie.
La bruna si guarda riflessa sulla porta a vetri. Accenna una smorfia.
– E se mi fanno una domanda di economia?
– Non te la fanno.
– Perché?
– Non ne capiscono un cazzo neanche loro.
– Nemmeno gli economisti?
– Soprattutto gli economisti.
– E se mi chiedono cosa succede adesso?
La collega sbuffa.
– Ma chi vuoi che lo sappia, chi se l’aspettava una vittoria così schiacciante del No? Sta saltando tutto. È un disaster movie.
– Tipo Independence Day?
– Tipo Sharknado.
La bruna dà un’altra occhiata al suo riflesso.
– Non potresti andare in onda tu?
– Io sono sull’altra rete.
– Quella più facile – piagnucola la bruna.
– Facile un cazzo. Ci sono il leghista bisunto, il comunista terrone, e la grillina paranoica. E il pubblico in studio.
– Questa volta non ce la facciamo – ripete la bruna – ormai ci hanno sgamato. Stiamo sul cazzo a tutti. Non ci crede più nessuno. Se si rivotasse in Italia…
– In Italia non si voterà piu finché non avremo messo a posto la legge. – taglia corto la collega – o perderemo di nuovo pure contro quello che vuole tre marò al prezzo di due. Fatti sistemare il trucco, e vai in onda.
“Coordinate di fondo.”Qualche sera fa una ragazzina di 16 anni qui a Roma è stata stuprata da un militare che, spacciandosi per poliziotto e con la scusa di un controllo di documenti l’ha portata in un luogo isolato e l’ha violentata.
Sentiamo la necessità di riprendere le fila di tanti ragionamenti sulla violenza sulle donne che sono stati fatti in questi anni perché abbiamo la sensazione che le coordinate di fondo si siano sfilacciate.
Il maschile e il femminile sono costruzioni sociali funzionali ai modelli economici in cui sono inserite. Il capitalismo ha usato la struttura patriarcale secondo le sue esigenze specializzando estremamente i ruoli perché ha la pretesa di ottenere il massimo sfruttamento dell’individuo messo al lavoro, che sia lavoro di cura e riproduttivo, che sia lavoro produttivo di plusvalore. Tanto è vero che il femminismo da molto tempo dice che nel capitalismo mai come in passato il femminile è stato così femminile e il maschile così maschile.
E’ chiaro che, nel tempo, il capitale ha rimodulato i modelli del maschile e del femminile con spostamenti, accomodamenti, trasformazioni, dovuti alle esigenze del suo impianto economico ed anche come risposta alle lotte di genere e di classe che si sono succedute. Per cui molte donne sono state messe al lavoro produttivo e molte donne sono state cooptate nell’ingranaggio di potere in cambio della loro promozione sociale individuale. Ora la fase neoliberista prevede due percorsi, quello delle donne che sono disposte a perpetuare il dominio mettendosi al servizio del potere e quello delle donne che non servono e che vengono ricacciate pesantemente nel loro ruolo.
Ma questo non riguarda solo le donne, il neoliberismo è un’ideologia che ripropone pesantemente i ruoli nella società: gerarchia, autorità, meritocrazia…..ognuno/a dovrebbe essere contento/a della propria collocazione di classe perché “naturale”.
Questa premessa è importante perché la violenza sulle donne è il risultato della metabolizzazione nel sociale del modello economico-politico e, in questo momento particolare, patriarcale e neoliberista.
Il modello maschile è incentrato sul ruolo guida, all’interno della famiglia e del sociale, e sul possesso, affettivo, materiale, ideologico…..e non deve essere necessariamente una posizione esplicita (la famiglia è cambiata molto e le donne apparentemente hanno un peso che prima non avevano) basta che questo ruolo gli venga riconosciuto in qualche modo e il possesso e il dominio presuppongono gerarchia e riconoscimento dell’autorità per cui se qualcosa non viene “liberamente elargito” si prende, con le buone o con le cattive, perché ne va dell’orgoglio sociale maschile. Mentre per le donne il rifiuto è una delusione, per gli uomini il rifiuto è un’onta.
Ora, è statisticamente documentato che il pericolo maggiore di violenza per le donne viene dagli uomini che sono loro vicini a qualche titolo perché sono questi uomini che vedono venire meno o vogliono esplicitare il possesso affettivo…fisico….o il carisma…o la sicurezza dell’immagine sociale…. e che, quindi, esprimono con la violenza fino al femminicidio la pretesa del loro ruolo.
Quando è un immigrato a esercitare violenza contro una donna, parte la retorica securitaria della caccia al migrante e viene presa la palla al balzo per sfornare leggi forcaiole e di controllo sociale, militarizzazione dei territori e via dicendo..
Ma non è la condizione personale che produce violenza contro le donne bensì il possesso e il dominio che accompagnano la costruzione del ruolo maschile e quindi può essere qualsiasi maschio ad agire queste categorie di dominio…..marito o amante, figlio o fratello, padre o prete, vicino di casa o maestro, migrante o deputato, compagno di scuola o intellettuale…..civile, militare o poliziotto….
Ma quando la violenza su una donna viene esercitata da un uomo in divisa, assume connotati ancora più gravi.
La divisa porta con sé un’ esaltazione del ruolo maschile. Chi la indossa ha fatto una scelta, è uno che crede nell’autorità e nella gerarchia, nell’uso della forza come regolatrice dei rapporti sociali, nel riconoscimento che deve avere come portatore di ordine e di disciplina, nella necessità di assoggettamento delle soggettività ribelli, è uno che viene abituato a prendersi quello che vuole e che il ruolo sociale gli deve, il tutto aggravato dalla situazione di soggezione in cui si trova chi entra in contatto con lui. E questo vale per tutte le varie divise che si muovono in questa società, anzi è proprio nella società neoliberista che il confine tra forze di polizia e forze armate diventa sempre più labile. All’esercito vengono affidati compiti di controllo sociale, le famose “strade sicure”, e la militarizzazione di interi territori nazionali, la Val di Susa e L’Aquila sono solo gli esempi più macroscopici. Impossibile non ricordare lo stupro avvenuto fuori da una discoteca di Pizzoli, proprio vicino a L’Aquila, da parte di un militare addetto alla “sicurezza” del territorio o quello nella caserma del Quadraro a Roma fatto da tre carabinieri e un vigile urbano. Addirittura la “virilizzazione” valeva anche per i militari di leva, quando la leva c’era ancora: quelli che accettavano autoritarismo e gerarchia, vale a dire i valori di quell’ambiente, erano spesso autori di atti e fatti di sopraffazione e di violenza, il così detto “nonnismo”. E’ proprio contro questo e questi che nacquero i Proletari in Divisa, i PID di Lotta Continua.
Ci dobbiamo, però, ricordare sempre che stiamo parlando di questa società, in cui viviamo e che subiamo, della sua impostazione, dei suoi ruoli e degli scopi che il modello patriarcale e capitalista si prefigge ma non intendiamo assolutamente assimilare chi si arma e combatte per la libertà, siano uomini o donne, per l’ autodeterminazione, contro il sopruso e l’ingiustizia, alle divise che circolano in questo contesto sociale. La guerra di Spagna è stata un bell’esempio di lotta in cui le Mujeres Libres sono state trainanti e decisive nello scompaginamento dei ruoli patriarcali.
Molto spesso ci viene detto che i poliziotti, i militari e via dicendo sono gente di estrazione sociale povera e figli di povera gente che finiscono a fare quel mestiere per necessità. Ma questo non li assolve affatto, anzi li condanna doppiamente perché hanno consapevolmente tradito la propria classe di appartenenza e nemmeno li assolve la necessità perché la maggior parte di quelli che sono nelle loro condizioni fanno scelte diverse e antitetiche.
E ci fa venire la pelle d’oca pensare che tutte queste divise sono state allevate da una donna che ha trasmesso loro dei valori contro la classe di appartenenza e contro se stessa. A conferma di quanto siano introiettati i valori patriarcali dalle donne che si fanno catena di trasmissione della loro stessa oppressione. E’ per questo che è imprescindibile la visione di genere anche nei contesti antagonisti e rivoluzionari.
Combattere la violenza contro di noi significa combattere anche il modello socio-economico che la alimenta, combattere i ruoli, la gerarchia, la meritocrazia, l’autoritarismo, lo sfruttamento…portare avanti una lotta di genere e di classe….in una parola uscire da questa società.
le coordinamente

Durante l’estate, manderemo sempre nel nostro orario sintesi, approfondimenti, commenti, registrazioni…….
di Alessandra Daniele
http://www.carmillaonline.com/2015/06/28/il-tassativo/
In qualsiasi talk show, chiunque stia parlando – un presidente, un premio Nobel, il superstite ad una strage – qualunque sia l’argomento in discussione – una guerra, una crisi economica, una riforma costituzionale – c’è sempre un momento, di solito ogni dodici minuti, nel quale il conduttore o la conduttrice lo interrompe in modo categorico ed irrevocabile, dicendo “devo mandare la pubblicità”.
A volte la chiama addirittura “il tassativo”.
Di solito l’ospite non protesta più di tanto, al massimo chiede che al rientro in studio gli venga consentito di finire il suo ragionamento, cosa che non succede quasi mai.
E parte la pubblicità.
Più o meno gli stessi spot su tutti i canali, più o meno con lo stesso messaggio implicito: siate belli, siate giovani, siate efficienti, sposatevi, fate bambini, tanti bambini.
Crescete e moltiplicatevi.
Comprate una macchina e una casa più grande.
Il familismo non è soltanto il principale strumento usato per vendere prodotti, il familismo è il principale prodotto che viene venduto, perché da esso deriva tutto il resto, è la pietra d’angolo di tutto il sistema.
Per questo i ruoli di genere negli spot restano pietrificati. Gli uomini inventano ed esplorano, le donne smacchiano e dimagriscono.
Scrivono lettere alle ascelle. Si pisciano addosso in ascensore. E se mai inventano qualcosa, è un assorbente. Anche le “avventurose” gemelle dell’olio d’oliva si lanciano col paracadute, ma sempre in cucina vanno a finire.
Nella pubblicità il familismo è legge divina. Le rare eccezioni durano poco, e vengono subito rettificate. Al single con la cucina piena di pacchi di pasta è stata affibbiata una famiglia numerosa e una moglie che cucini al suo posto. La tizia che aveva osato rifiutare al compagno infantiloide un figlio come scusa per comprare una macchina nuova è stata messa incinta di due gemelli.
La gravidanza è l’unica pancia che risparmia alle donne l’inesorabile prova costume. Mentre gli uomini “dominano la strada” sul loro nuovo SUV scolpito dal vento.
Negli spot, le automobili non vengono mai banalmente costruite. Sorgono da superfici di metallo liquido, si condensano da luccicanti vortici di frammenti, si materializzano magicamente al sollevarsi d’un vaporoso drappo da prestigiatore.
Nell’immaginario pubblicitario gli operai non esistono.
Gli unici lavoratori visibili negli spot sono realistici come gli elfi di Babbo Natale. Commessi che sgusciano di casa alle tre di notte per andare a riordinare gli scaffali, romantici contadini che accarezzano i pomodori e limonano i limoni, cuochi che parlano con le galline.
L’ambientazione è sempre onirica, patinata e retrò.
Evidentemente nessuno di loro lavora per denaro. Lo fanno per passione.
Per amore.
Finito il break pubblicitario, si torna in studio a parlare di guerra, di crisi economica, di riforma costituzionale.
E tutto sembra solo rumore di fondo, chiacchiera da bar senza importanza.
Perché lo è.