I tornelli sono un simbolo!

I tornelli sono un simbolo!

Ieri sera reparti di celere in assetto antisommossa entrano nella biblioteca dell’Università di Bologna, al numero 36 di via Zamboni. Gli studenti e le studentesse avevano riaperto i locali dopo la chiusura da parte dell’Alma Mater in risposta alla rimozione da parte degli student* dei tornelli che ne limitavano gli accessi. Lo sgombero ha provocato la resistenza degli studenti nella biblioteca da loro quotidianamente frequentata. I locali del 36 sono stati letteralmente devastati dalla polizia. La protesta è dilagata nelle strade circostanti.

I tornelli sono un simbolo della società neoliberista del controllo e dell’assuefazione. Sono stati messi in tutti i posti di lavoro  contro i così detti “furbetti” e nessuno/a ha protestato, sono stati messi in tutte le metropolitane con la scusa della “sicurezza” e nessuno/a si è indignato, sono stati messi nei supermercati, nelle banche perfino nelle strade….li vogliono mettere perfino nei bar degli uffici così i “lavativi” non possono perdere troppo tempo e troppi caffè…mancavano solo le scuole…

La lotta al tornello è presa di coscienza del funzionamento di questa società e sottrazione al consenso.

Qui la nostra iniziativa del novembre del 2013

SALTIAMO I TORNELLI !

Il nostro 25 novembre  è tutti i giorni dell’anno.

Contro la svendita dei beni pubblici, contro lo smantellamento dello Stato sociale, contro il controllo delle nostre vite, pratichiamo l’illegalità.

Il femminismo è rompere la legalità in cui ci vogliono imbrigliare!

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Tout le monde déteste la Police

“Tout le monde déteste la Police”

Necessità imprescindibile per il femminismo in questo momento storico è la chiarezza politica, distinguere sempre l’ aggressore e l’aggredito/a, l’oppressore e l’oppresso/a, individuare il nemico, avere la consapevolezza che le “patriarche” sono parte integrante del potere.

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Martedì 7 febbraio alla Consultoria Autogestita

Martedì 7 FEBBRAIO ALLA CONSULTORIA AUTOGESTITA

consultoriautogestita facebook

Per proseguire il percorso di Cose Nostre, che ha visto due cicli di incontri (uno sul ciclo mestruale e uno sulla vagina), abbiamo pensato a un terzo ciclo di ricerca – anche materiale – dentro noi stesse, che interesserà l’utero e il seno.

Come abbiamo fatto per gli altri cicli, non intendiamo fermarci a una “patina superficiale”, ma vorremmo scovare i tabù, che in merito sono ancora molto forti.

Abbiamo tardato un po’ l’inizio degli incontri perché ci siamo rese conto subito, anche parlandone tra noi, di quanti aspetti stavano emergendo, e di quanto ci sarebbe da approfondire.

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Denun-cie per chi denuncia

Denun-cie per chi denuncia

dumbles.noblogs.org

Il 7 gennaio si era svolta a Gorizia, davanti alla prefettura, un presidio contro la proposta del ministero dell’interno di aprire un CIE in ogni regione.
Per il Friuli si tratterebbe della ri-apertura di quell’oscena esperienza di reclusione e deprivazione di ogni diritto che è stato il CIE di Gradisca.
E’ quindi anche contro la sua riapertura che si è manifestato ricordando e leggendo le testimonianze dirette di quelle persone che lì vi erano rinchiuse.
Ebbene, la semplice lettura di una lettera, sembra aver costato a Sara, la compagna che l’ha riportata, una denuncia da parte del sap sindacato di polizia.
Perciò, nel dare la nostra solidarietà a Sara, qui sotto riportiamo la lettera con la quale nel 2010 i reclusi di Gradisca raccontavano ciò che lì dentro accadeva ed i motivi del loro sciopero della fame.

La lettera dei prigionieri di Gradisca:

“Noi stiamo scioperando perché il trattamento è carcerario, abbiamo soltanto due ore d’aria al giorno, una al mattino e una la sera, siamo tutti rinchiusi qui dentro, non possiamo uscire.
Ci sono tre minorenni qui dentro, sono tunisini e hanno sedici anni, ci chiediamo come mai li hanno messi qui se sono minorenni?
Il cibo fa schifo, non si può mangiare, ci sono pezzi di unghie, capelli, insetti. Siamo abbandonati, nessuno si interessa di noi, siamo in condizioni disumane.
La polizia spesso entra e picchia. Circa tre mesi fa con una manganellata hanno fatto saltare un occhio ad un ragazzo, poi l’hanno rilasciato perché stava male e non volevano casini, e quando è uscito, senza documenti non poteva più fare nulla contro chi gli aveva fatto perdere l’occhio.
Ci trattano come delle bestie.
Alcuni operatori [della cooperativa Connecting People che gestisce il Centro, n.d.r.] usano delle prepotenze, ci trattano male, ci provocano, ci insultano per aspettare la nostra reazione, così poi sperano di mandarci in galera, tanto danno sempre ragione a loro.
C’è un ragazzo in isolamento che ha mangiato le sue feci. L’hanno portato in ospedale e l’hanno riportato dentro. È da questa mattina che lo sentiamo urlare, nessuno è andato a vederlo, se non un operatore che l’ha trattato in malo modo.
Il direttore fa delle promesse quando ci sono delle rivolte, poi passano le settimane e non cambia mai niente.
Da due giorni siamo in sciopero della fame e il medico non è mai entrato per pesarci o per fare i controlli, entra solo al mattino per dare le terapie.
Continueremo a scioperare finché non cambieranno le cose, perché sei mesi sono troppi e le condizioni troppo disumane.
Questo non è un posto ma un incubo, perché siamo nella merda, è assurdo che si rimanga in queste gabbie. Sappiamo che molta gente sa della esistenza di questi posti e di come viviamo. E ci si chiede, ma è possibile che le persone solo perché non hanno un pezzo di carta debbano essere rinchiuse per sei mesi della loro vita?”

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I Nomi delle Cose del 1/02/2017

La Coordinamenta verso l’8 marzo!!!

I Nomi delle Cose, lo spazio di riflessione della Coordinamenta femminista e lesbica/Anno 2016/2017-Nuova Stagione 

i-nomi-delle-cose

Puntata del 1/02/2017

“La maschera bianca”-prima parte

INTEGRAZIONISMO ED EMANCIPAZIONISMO NELLA FASE NEOLIBERISTA DEL CAPITALE.

Le costruzioni che riguardano la “razza” e il “sesso” si rimandano l’un l’altra. I meccanismi di oppressione messi in atto sono molto simili come sono molto simili i percorsi di repressione, di addomesticamento, di coinvolgimento nelle strutture di potere.

“L’istituzionalizzazione, la trasformazione  della nozione di gruppo naturale  in categoria  ratificata dallo Stato non è stata il risultato di saperi scientifici […] ma del giuridico. la razza diviene una categoria legale effettiva come categoria della natura( categoria originaria non divina e non socio-umana) alla fine del XIX secolo negli Stati Uniti( le leggi Jim Craw), nel 1935 nella Germania nazista ( le leggi di Norimberga), nel 1948 in Sud Africa (leggi dell’apartheid) […]In tal modo , il carattere “naturale”(la razza ,il sesso) essendo divenuto una categoria legale, interviene nei rapporti sociali  come tratto costrittivo e imperativo.”

Colette Guillaumin<Razza e Natura. Sistema di marchi, idea di gruppo naturale e rapporti sociali> 1977

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Patti Smith/ Because The Night

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La Parentesi di Elisabetta del 25/01/2017

“Ultima barricata”

Il movimento si sta ponendo il problema reale di come muoversi dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale. Le lotte sono sempre più variegate: da quelle contro licenziamenti, precarietà, condizioni di lavoro, a quelle contro una scuola sempre più gerarchizzata, meritocratica, autoritaria, privatistica, da quelle per il diritto all’abitare, alla sanità, alla pensione, a quelle contro la devastazione dei territori, contro le installazioni militari…. un elenco senza fine, specchio di una devastazione sociale a tutto campo……..ma c’è una necessità imprescindibile perché tutto questo abbia una possibilità di incidere. Le lotte devono avere connotati, da subito e immediatamente, politici.

Il neoliberismo tende alla spoliticizzazione delle lotte, a ridurle a rivendicazioni corporative e categoriali. Il conflitto capitale lavoro, la strutturale oppressione patriarcale, l’irriducibile conflitto di genere e di classe che si dispiega nella società capitalista/neoliberista, viene spostato in una rivendicazione di diritti lesi, di patrocini da ricercare delegando quindi la propria tutela alle associazioni dei consumatori, alla class action, ai centri antiviolenza…

Esempio di come non può e non deve essere una lotta è lo sciopero delle donne chiamato per l’8 marzo.

E’ interclassista e spoliticizzato…..non individua l’aggredita e l’aggressore, l’oppresso e l’oppressore, e quindi non individua il nemico…il problema che si pone è il riconoscimento, la tutela da parte dello Stato e il collaborazionismo  per la stesura di un fantomatico Piano Nazionale contro la violenza di genere. Come il Piano Nazionale contro la povertà di cui si sbandiera tanto in questi giorni, come se la povertà fosse un evento ineluttabile a cui lo Stato con la sua proverbiale sensibilità cercherebbe di porre rimedio.

Ci sarebbe da ridere, se la consapevolezza della devastazione politica che comporta tutto ciò non ci soffocasse la risata in gola.

Che la scelta dello sciopero delle donne non sia un errore o una svista in buona fede, ma faccia parte di un progetto più ampio in cui veniamo strumentalizzate e piegate ai fini del potere ce lo dicono una serie di iniziative similari: la Lobby Europea delle Donne con le sue strategie quinquennali, le manifestazioni delle femministe, chiamiamole così per semplificazione, con le orecchiette rosa contro Donald Trump… Non sono altro che parte di una manovra che serve ad accerchiare e soffocare le ultime resistenze di chi ancora si ostina a ragionare in termini politici e, soprattutto, con la sua testa.

Le Patriarche hanno fatto propri i valori di questa società, sono adepte della cultura neoliberista, svuotano di contenuto le parole femministe recitando rosari di belle parole e supportano invece lotte corporative a difesa dei loro privilegi. Vivono solo nel presente, propagandano la necessità di un realismo che è invece manipolazione e occultamento dei veri obiettivi del neoliberismo in tutte le sue articolazioni.

Per fare questo lo strumento privilegiato è la grancassa e la diffusione mediatica del loro pensiero e delle loro iniziative. Bisognerebbe fermarsi a riflettere su quanto sia forte l’egemonia del sistema, tanto forte da essere in grado di mobilitare il movimento attraverso strutture, associazioni, gruppi culturali e/o politici creati ad hoc. Non dovrebbe essere difficile smascherarli e smascherarne i veri obiettivi che sono inscritti in maniera molto chiara nella trama politica che portano avanti. Eppure non è così.

Infatti, una nuova griglia oggi ricostruisce la dimensione simbolica, politica, sociale del patriarcato, nascosta dietro l’attenzione alla nostra oppressione. E’ in questo contesto che nascono e prosperano le Patriarche, nuova parte della classe dirigente, che condanna al silenzio e all’oblio chi non si intruppa, mentre estende sempre di più la fascia delle donne impoverite, intimidite, disoccupate, precarie, emarginate.

Sono artefici delle “rivoluzioni colorate al femminile”. Come le rivoluzione colorate sono state e sono lo strumento di destabilizzazione di intere aree geografiche, governi, Stati, asimmetrici agli interessi neoliberisti, così le Patriarche mobilitano le donne quando gli interessi neoliberisti chiamano e si fanno organizzatrici di manifestazioni davanti alle ambasciate dei paesi da aggredire o di marce contro soggettività sgradite all’iper borghesia, sventolando in piazza diritti delle donne, delle minoranze, delle diversità sessuali, tutela dalla violenza maschile, necessità di “democrazia”. Ora scendono in piazza contro Trump, ma dove erano quando è venuto a Roma Obama? Donald Trump è l’esponente della destra reazionaria e isolazionista, Barack Obama della destra interventista che ha caratterizzato le presidenze americane nell’ultimo dopoguerra e di quella neoliberista nel solco dei presidenti americani da Reagan in poi. Una “destra moderna” che si maschera dietro un linguaggio e un abito di sinistra e usa a man bassa il politicamente corretto. Trump è il prodotto avvelenato scaturito dalla reazione all’interventismo e al neoliberismo.

Se non vogliamo che si produca un Trump anche in Italia, il movimento tutto, compreso quello femminista, ha la necessità impellente di dire le cose come stanno e, sottraendosi all’egemonia neoliberista dominante,  rendere le lotte direttamente politiche.

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La memoria/27-01-2017

Che cos’è la memoria?

“…Le singolarità e i corpi non ubbidiscono a giudizi di valore a prescindere, possono rendersi complici della missione di sottomettere  con ogni mezzo le molteplici culture, diversità e inclinazioni o rifiutarsi di piegarsi al pensiero unico e dominante  senza neanche essere, a loro volta, un contropensiero unico, inventando il proprio gioco, le proprie regole del gioco, conservando un’irriducibile alterità e, in questo, realizzandosi…”

 https://drawingsbynina.wordpress.com/  

“…riappropriazione di una cultura conflittuale, di cui sono portatori i movimenti femministi e antagonisti in genere, che viene sempre più marginalizzata e criminalizzata. Riappropriazione che passa per la lotta contro i deliri securitari e il controllo sociale, contro la devastazione dei territori, la medicalizzazione, la gerarchia, l’espropriazione costante di tempi e modi di vita, contro lo sfruttamento e, in generale, contro l’oppressione e la violenza di razza, genere e classe; riappropriazione che deve anche confrontarsi con l’enorme patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità dal pensiero e dall’azione femminista. Vorremo trovare insieme forme di autodifesa e autorganizzazione che rifiutino la logica della vittimizzazione e della delega, mettere a valore l’esperienza accumulata in anni di lotte e farci noi stesse luogo di trasmissione di tale sapere. Riscoprire ciò che fu il movimento femminista rivoluzionario e saper rideclinare i suoi principi sulle nuove forme che il potere ha assunto all’interno della società pacificata e neoliberista, che procede frammentando il processo di soggettivazione per rendere sempre più problematico il riconoscimento di classe e di genere ed erodere spazi di autonomia e alterità. La trasmissione del sapere tra generazioni e all’interno della stessa è una grande forza, l’unica forse in grado di confrontare esperienze di lotta in ottica sincronica e diacronica, in modo da poter estrapolare elementi di continuità e invece di discontinuità tra ciò che combattevano le nostre madri e ciò che dobbiamo difendere e combattere oggi…”

“…L’esperienza passata condiziona quella futura, per questo è necessario conquistare una memoria autonoma e collettiva del movimento femminista. La memoria è l’occasione per produrre nuove possibilità e dare un senso agli eventi presenti e futuri. Il femminismo è nato dalla prassi consapevole di soggetti che intendevano liberarsi e la liberazione di noi tutte è il programma del passato, del presente e del futuro.[…] Il femminismo, oggi, viene percepito nel comune sentire come qualcosa di opportunistico, con connotazioni negative e corporative, con lo stesso meccanismo con cui la sinistra socialdemocratica ha consegnato i giovani della periferia al fascismo.

La grande vittoria del patriarcato è di aver stravolto il carattere originario e originale del femminismo e lo ha fatto attraverso la componente socialdemocratica.

E la vittoria della componente socialdemocratica  è passata attraverso l’area della comunicazione sociale, attraverso la produzione di falsificazioni, la manipolazione e l’intossicazione della memoria femminista con il controllo preventivo e la condanna dei comportamenti potenzialmente antagonistici.

Il femminismo è scardinamento dei ruoli e, proprio perché il personale è politico, è scardinamento dell’organizzazione sessuata della società.

Ma, dato che nessun ambito sociale vive di sé e per sé, è scardinamento e rifiuto dei ruoli organizzativi della società tutta.

La socialdemocrazia è impostata per conservare, mentre il femminismo è un programma che fa della memoria uno strumento di consapevolezza e di forza per uscire da questa società.

Il nostro impegno è piccolo e grande allo stesso tempo e non è merce di contrattazione.

L’obiettivo è la nostra liberazione.

L’inganno parte dall’idea, volutamente falsificata, che questa società abbia nel DNA la possibilità di potersi rinnovare e che il patriarcato sia qualcosa di altro rispetto all’involucro capitalista in cui in questa stagione si perpetua. Continua a leggere

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Solidali con le donne in CARCERE e nei CIE

Roma – Sul presidio al CIE di Ponte Galeria del 21/01

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Roma – Sul presidio al CIE di Ponte Galeria del 21/01

Sabato 21 Gennaio siamo tornatx, come ogni mese, di fronte alle mura del centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria.

Anche stavolta il dispiegamento di forze poliziesche è stato ingombrante già da stazione Ostiense, dove controllori allertati dagli sbirri presidiavano le scale per obbligarci a fare i biglietti – aspettandoci poi per il ritorno da Fiera di Roma – mentre di fronte alle mura del CIE ancora una volta hanno inutilmente provato a costringerci su un marciapiede, mobilitando la celere a ogni tentativo di fare dei passi avanti per riappropriarci della strada.

Nonostante i clamori mediatici, difficilmente qualcunx raggiunge queste mura, perciò come solidali cerchiamo di mantenere le comunicazioni fra dentro e fuori quel lager. Il nostro intento non è quello di entrare in delegazioni o chiedere condizioni “più umane”, ma piuttosto portare solidarietà e supporto a quelle donne che continuano a vivere sulla propria pelle la detenzione e le deportazioni. Lo facciamo per rompere il silenzio dei soprusi quotidiani che ogni gabbia porta con sé. Il presidio non ha visto invece la  partecipazione di chi crede che le inchieste, le riforme più umane e  l’impiego di fondi più importanti possano migliorare la situazione di chi è privatx della propria libertà.Una trentina di solidali ha rotto la quotidianità obbligata con grida, cori, interventi dal microfono e musica, raccontando di altre proteste portate avanti dalle persone migranti in Italia e non solo, ma anche portando messaggi di solidarietà in diverse lingue. Sul finale, poi, qualche abile tennista ha fatto sì che il numero di telefono scritto nelle palline raggiungesse l’altra parte delle mura.

La comunicazione con le donne recluse, possibile solo attraverso cellulare questa volta, ci ha fatto sapere che la nostra rabbia è arrivata all’interno, spezzando la routine dell’isolamento.
Se da dentro continuano a raccontare di pasti farciti di tranquillanti, per sedare la rabbia di chi vuol vivere libera, e riscaldamenti rotti; di lavoratori che, con fare amichevole, promettono e illudono le recluse, fino a portare allo strenuo della sopportazione, da fuori abbiamo scelto da che parte stare e continueremo a batterci perché delle prigioni non restino che macerie. Perché ognunx sia liberx di scegliere dove vivere.

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“Uteroghiamoci”, il terzo ciclo di Cose Nostre

Dalla Consultoria  Autogestita

Care tutte

finalmente abbiamo pubblicato il calendario definitivo di
“Uteroghiamoci”, il terzo ciclo di Cose Nostre.

Gli incontri saranno:
martedì 7 febbraio
martedì 28 febbraio
martedì 21 marzo
martedì 11 aprile
sempre dalle 20.30 alle 22.30, presso la Consultoria Autogestita – via
dei Transiti 28, Milano.

 Vi aspettiamo!

La Consultoria
Consultoria Autogestita
via dei Transiti 28, Milano
https://consultoriautogestita.wordpress.com/

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Las Migas

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I Nomi delle Cose del 18/01/2017

 I Nomi delle Cose, lo spazio di riflessione della Coordinamenta femminista e lesbica/Anno 2016/2017-Nuova Stagione 

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Puntata del 18/01/2017

“La storia politica del pantalone”

“Che cos’è un pantalone? Noi sappiamo che è un capo di abbigliamento che ci veste dalla vita fino ai piedi separando le due gambe. Questa cosa a prima vista molto banale, ha tuttavia una storia che non è banale affatto perché piuttosto che un capo di vestiario, i pantaloni sono un simbolo. “Chi ha la culotte ha il potere” si diceva prima che i pantaloni rimpiazzassero la culotte che si arresta all’incavo del ginocchio.

Intorno al XVIII° e XIX° secolo , il pantalone, di origine popolare, viene adottato dagli uomini delle classi superiori. Questo costruisce la loro mascolinità mentre è interdetto alle donne. La ragione della storia straordinaria della sua universalità risiede proprio in questo, in questa sovrapposizione tra genere e potere. A suo modo questo libro racconta la conquista da parte delle donne dei pantaloni, ma allo stesso tempo analizza ciò che fa resistenza a questa conquista.

Il costume riflette l’ordine sociale e lo crea, permettendo chiaramente il controllo degli individui. Fornisce un genere, perfino un “cattivo genere”Si può disfare questo genere?”

Christine Bard <Une histoire politique du pantalon>Seuil,2010 

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20 gennaio alla Panetteria Occupata!

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Assemblea Nazionale alla Sapienza 22 gennaio 2017

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Siamo quelli che hanno detto NO in piazza alla Leopolda di Firenze il 5 novembre, il 27 novembre a Roma e il 4 dicembre nelle urne. Siamo scesi in piazza in decine di migliaia di persone a Roma, venendo dalle grandi città e dalla province, dai territori devastati dalle grandi opere, dalle periferie e dalle zone terremotate. Siamo le stesse persone che, tra milioni di altre, hanno respinto la riforma costituzionale: i giovani e giovanissimi, gli abitanti del Sud Italia e tutti coloro per cui la povertà è un certezza e il futuro un dubbio.

La partecipazione al voto è stata un segnale di rifiuto all’arrogante progetto di Renzi e del Partito Democratico sull’immiserimento dell’Italia. Un progetto fatto da abbassamento del costo del lavoro con il Jobs Act, speculazione sui territori con lo Sblocca Italia, la negazione dei più basilari diritti con il Piano Casa, la privatizzazioni dei beni e dei servizi pubblici a causa del pareggio di bilancio, la trasformazione delle scuole in aziende con la Buona Scuola.

Sappiamo bene che tanti partiti politici, anche xenofobi e razzisti, hanno rivendicato la vittoria del NO, ma non possiamo non notare come nelle città in cui le lotte territoriali hanno prodotto una partecipazione popolare la delegittimazione della riforma abbia raggiunto percentuali di voto importanti: dalla Val Susa alle assemblee dei quartieri di Napoli, dalla Laguna veneziana alle coste trivellati dei nostri mari.
Pochi minuti dopo l’esito del referendum abbiamo visto gli sconfitti riciclarsi ai posti di governo, mostrando arroganza e disprezzo nei confronti delle volontà di chi è andato alle urne.
Renzi prima ha messo in atto l’ultimo show con le sue dimissioni, poi si è trasformato in Gentiloni, personaggi come la Boschi venivano addirittura promossi mentre i ministri delle riforme mantenevano le loro poltrone e difendevano il loro operato, disposti a tutto pur di garantire la continuità clientelare del Partito Democratico.

Sapevamo da subito che il 4 dicembre non sarebbe stato il punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase di mobilitazione che si opponga, al di là di Renzi, a chi pensa di mantenere lo status quo, ovvero la generalizzazione della miseria per i molti e dell’arricchimento di pochi. Gentiloni non è altro che la continuità delle misure di austerità e impoverimento imposte dall’Unione Europea, e sono queste le politiche che dobbiamo contrastare.
E’ questo governo che rappresenterà l’Italia nei prossimi mesi in chiave internazionale, attraversando passerelle di autocelebrazione delle virtù dell’Unione Europea come quella prevista per il 25 Marzo a Roma. La stessa Europa che mentre smantella i diritti, indirizza le responsabilità della sua gestione fallimentare della crisi contro i più poveri, soprattutto i migranti. Per questo motivo la data dell’anniversario dei Trattati di Roma rappresenta una possibilità di mobilitazione per ridare corpo e voce al NO sociale. Capiamo insieme come.
I tanti temi delle realtà e dei comitati che hanno animato la campagna “C’è chi dice NO” hanno trovato negli scorsi mesi dei momenti di condivisione. La loro mobilitazione allude ad un cambiamento radicale delle condizioni di vita del presente e non si limita ad opporsi alle riforme strutturali dei governi della crisi.

Non ci interessa la competizione elettorale tra partiti, ma le ragioni che hanno portato diciannove milioni di cittadini ad esprimersi contrariamente alla riforma costituzionale.
Sono i contenuti reali delle lotte e delle iniziative sociali a dover essere messi al centro di un dibattito collettivo e aperto con una grande occasione di confronto, che proponiamo per domenica 22 gennaio alle ore 13.30 all’Università della Sapienza a Roma.

MOVIMENTI E TERRITORI DEL NO SOCIALE

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21 gennaio 2017 al CIE di Ponte Galeria!

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