25 novembre 2018/ Le Patriarche

“Le Patriarche”  

Non ci si adatta mai a questa società con il suo ordine stabilito fatto di oppressione, di gerarchia, di ingiustizia, di razzismo, di privilegi, tanto intollerabile quanto si constata che è talmente radicato nella nostra cultura che può apparire spesso accettabile e persino naturale.

La società patriarcale nelle modalità in cui viene subita è l’esempio più evidente di questa paradossale sottomissione. Un rapporto sociale particolarmente odioso che ci tocca tutte da vicino, che permea la società, ne è diventato un tratto distintivo conosciuto e riconosciuto da ognuna/o.

Sinora il perpetuarsi di questo rapporto di dominio risiedeva, non esclusivamente, ma per certi versi principalmente, in seno alla famiglia che, giustamente, ha catalizzato l’attenzione del femminismo, così come del resto in altre istanze quali la scuola e le istituzioni. Oggi, nella stagione neoliberista, la nuova frontiera del perpetuarsi della società patriarcale passa anche attraverso la cooptazione di donne che in cambio della loro promozione personale vendono le altre donne e svendono la lotta femminista. Per fare questo spacciano la loro promozione personale per emancipazione.

Non è emancipazione quando si fa il lavoro sporco di licenziare altre donne, quando si reprimono e si condannano, forti di una divisa e di una carica istituzionale, quando si giustificano le guerre umanitarie, non è emancipazione quando si partecipa alla medicalizzazione dell’esistenza delle altre donne, né quando si partecipa da posti di responsabilità negli ospedali, mimetizzate con un camice bianco, alla guerra alla 194. Non sono donne emancipate, sono Patriarche, la versione femminile di quegli odiosi maschi che sono stati e sono il puntello, i protagonisti e i fruitori della società patriarcale e che nel momento che hanno visto la terra tremare sotto i piedi hanno chiamato le loro alter ego al femminile.

I motivi della lotta femminista sono ancora validi ed ancora più urgenti ed oggi abbiamo la consapevolezza che non dobbiamo fare i conti solo con i maschi, ma anche con le Patriarche.

Occorre chiedere ad un’analisi materialista conto dell’economia, del valore d’uso, dei beni simbolici per liberare tutte le forze della rivoluzione femminista, per uscire dalla società androcentrica che vive nei maschi, nelle donne e nelle diversità che si fanno complici.

La memoria delle socialdemocratiche non ricorda, assolve. La memoria di poche, quelle diventate potere, vorrebbe diventare memoria di tutte. E in questo modo disconosce e lascia nel buio le eterne invisibili. E tutto si risolve per le socialdemocratiche nel recitare la sciocca litania della propria bravura che diventa la propria sacralizzazione.

I media.. le accademiche… non aiutano a capire la realtà e a ricostruire la memoria. Incapaci volutamente di riconoscere le proprie origini, proiettano il tempo presente nel futuro come la propria ripetizione. Per loro, domani è un altro oggi. L’organizzazione patriarcale del mondo, cambiato l’abito di scena, come in teatro, rappresenta lo stesso dramma.

E, sempre secondo loro, l’ingiustizia o è una fatalità o è stata rimossa e, pertanto, non si può uscire da questo falso dilemma.

La violenza patriarcale richiede cattiva memoria, amnesia, oblio.

La nostra memoria è nell’aria che respiriamo, a differenza delle Patriarche che mettono nella memoria quello che vogliono trovarci, proprio come fa la polizia durante le perquisizioni.

Non esiste lotta femminista muta, è inutile ingannarla e manipolarla, la memoria femminista rifiuta di lasciarsi imbavagliare. La lotta batte ancora, viva, nelle vene del tempo presente.

Per noi, femministe materialiste, non vuole essere un approdo, ma un porto di partenza, non rinnega la nostalgia, ma preferisce la speranza.

Le Patriarche, volutamente prive di qualsiasi legame con la realtà, adepte della cultura neoliberista, ne hanno abbracciato i principi e i valori e hanno i loro punti di riferimento esclusivamente nel presente così come si è imposto e pretendono di sapere tutto e citano, citano….a conferma che dimmi chi citi e ti dirò chi sei.

Le Patriarche hanno interiorizzato i valori di questa società e scelgono con gran cura i propri maestri e professori. Se una è fuori dal serraglio e dal clan sarà sistematicamente negata, mentre verrà elevato al rango di guida chiunque appartenga a quel mondo di manipolazione e di occultamento che si può definire il trionfo dell’ideologia neoliberista nella società in tutte le sue articolazioni.

Questo comincia dal momento in cui si adotta il metodo graduale e felpato delle regole del consenso, il rispetto per le presunte autorità e per le istituzioni riconosciute ed ancora la conformità a tutte le loro azioni nonché ai loro elaborati, magari in sintonia con l’opinione dominante che coincide con quella riformista e socialdemocratica, con la stessa operazione per cui, per comunità internazionale, si intende quella occidentale.

Le Patriarche vivono soltanto nel presente, attente alle mode passeggere, soggette alle loro regole e norme in conformità al loro ruolo teso a rendere redditizio il loro addestramento, come del resto l’animale che riceve il premio dal padrone quando fa la cosa giusta.

Non sono le nostre amate streghe, ma lo stregone che presenta le sue conclusioni rivestite da una fraseologia apparentemente ragionevole e per risultare convincenti devono dire ogni tanto un minimo di cose accattivanti e plausibili.

Hanno ridotto il femminismo ad una questione femminile perché l’hanno chiuso in rivendicazioni corporative a difesa di privilegi di collocazione sociale.

La loro forza è di fornire un paravento dietro il quale la società patriarcale e neoliberista può nascondere i propri obiettivi reali quali l’inasprimento della disoccupazione, la precarizzazione della vita, le crescenti diseguaglianze, le guerre umanitarie, il ruolo di cura da cui dicono di essere affrancate e in cui viene prepotentemente confermata la stragrande maggioranza delle altre donne. Poiché questi obiettivi sono inconfessabili, si veicolano come emancipazione, come transizione, che dovrebbe condurre alla nostra liberazione così come nella società il neoliberismo viene presentato come “moderno” e dovrebbe condurre alla crescita e, nei paesi del terzo mondo, alla democrazia.

Per fare questo lo strumento privilegiato è la grancassa e la diffusione mediatica del loro pensiero e delle loro iniziative.

Ma, mentre il femminismo materialista si sviluppa partendo dalla realtà, nel nostro ambito dalla condizione di genere e nell’ambito sociale dall’economia, le Patriarche preferiscono partire da una posizione di principio che interiorizza e racconta di una società che non c’è.

Noi, invece, siamo realizzate come soggetti attivi della nostra storia.

Hanno ridotto il femminismo a merce, una merce come tutte le altre ed è ancorato alla legge del mercato per cui la sua offerta è determinata dalla sua domanda. E in questo momento la domanda è alta perché strumentalizzare la violenza esercitata su di noi permette lo sdoganamento della violenza istituzionale e si vende bene e c’è un ritorno economico e di immagine.

Le Patriarche coniugano alle posizioni di potere alcuni segni di coesione culturale. Le posizioni di potere derivano dai posti che occupano all’interno dei gruppi mediatici, statali, parastatali, finanziari, accademici…..E’ spartizione di posti chiave, di influenze. Per quanto riguarda la coesione culturale, hanno assunto a modello la classe dirigente americana e internazionale. Attuano il principio del cuculo che depone le uova nei nidi degli altri uccelli e così le depongono nell’ambito del movimento femminista, lo trascinano a dibattere temi e problemi estranei ,esterni, devianti, e loro poi si rivolgono altrove abbandonando il nido furtivamente usato. Spingono componenti femministe a scegliere tra i loro valori, mutatis mutandis, tra quelli vincenti, e irridono chi non si presta e non si adatta. Le discussioni in cui vorrebbero irretirci sono spesso,non a caso, produzioni di matrice anglo-americana.

Le Patriarche realizzano in questo modo una forma moderna di endogamia e di innalzamento del loro status, e per far questo di fatto devono denigrare tutte le altre presentandole come retrograde o radicali o settarie o estremiste….Come nella stagione in cui le multinazionali distruggono l’ambiente e vengono create le oasi, così nella stagione neoliberista in cui la condizione delle donne è sempre più disperata, viene enfatizzata l’attenzione all’oppressione di genere per ridurla ad una questione di area protetta e le Patriarche si offrono come direttore, guide, rangers e mettono in preventivo l’abbattimento dei capi problematici o in sovrannumero.

Una nuova griglia, oggi, ricostruisce la dimensione simbolica, politica, sociale del patriarcato, nascosta dietro l’attenzione alle donne. E’ in questo contesto che nascono le Patriarche, nuova classe dirigente, che condanna all’odio e al silenzio chi non si intruppa, mentre si estende sempre di più la fascia delle donne intimidite,impoverite, disoccupate, emarginate.

Le Patriarche vogliono instaurare una pace sociale propizia al capitale, al patriarcato e, per far questo, devono fare leva su un’informazione e una comunicazione manipolata e le vecchie e nuove oppressioni vogliono farle passare attraverso la retorica di una libertà di scelta che ricorda la libertà di scelta del consumatore. Il piatto è unico, ma si può scegliere il condimento.

Il femminismo, ridotto alla stregua del marketing, dovrebbe per loro investire tanto i simboli quanto i beni materiali. Nella loro cultura, la priorità viene data alla loro auto valorizzazione, vorrebbero le donne consumatrici del loro fardello di oppressione di genere.

La donna viene ridotta ad una condizione conformista, indotta più dal “politicamente corretto” che dalla sanzione e quest’ultima rimane come condanna di tutto ciò che viene presentato come superato, vetero, retrogrado, estremista. Il conformarsi diventa una variante del consumo, in definitiva l’unica attività umana che definisce l’essenza dell’individuo.

Raccontano la lotta femminista come una favola a lieto fine e perciò racchiudono il futuro nel presente, per cui la loro indignazione si esercita nei confronti di singoli personaggi e di singoli ambienti circoscrivendo le situazioni con uno spostamento che non permette di comprendere che la mostruosità è nella nostra società.

Tutto si dovrebbe risolvere nella capacità delle autorità, che per loro hanno la A maiuscola, di controllare la vita privata e di imporre forme prescritte di godimento, di sessualità, di vita politica. Il futuro è un mondo governato da un’ élite anglosassone che guida un’indistinta folla di subalterne/i prive/i di valori ed ottuse/i dall’ignoranza, e a cui, con spirito disinteressato e, magari, di servizio, si impegna a rischiarare la strada e a indicare la retta via.

Il programma delle Patriarche trae la propria forza politica, economica e sociale da coloro dei quali esprime l’interesse.

In effetti, il discorso socialdemocratico e riformista, non è un discorso come gli altri perché ha dalla sua tutte le forze di quel mondo di rapporti di forza che esso stesso contribuisce a far diventare ciò che è. Aggiungendo, così, a questi rapporti di forza, la propria forza propriamente simbolica.

Pertanto, quelli delle Patriarche, sono i valori neoliberisti applicati al mondo delle donne e delle diversità: insicurezza generalizzata, diseguaglianza crescente, disperazione e solitudine, sotto l’egida del dominio del capitale in tutte le sue articolazioni, compreso il momento culturale.

E’ un “femminismo senza femminismo” che mira a spezzare lo spazio di solidarietà e di resistenza alle leggi ingiuste che, invece, del femminismo è sostanza e che è nato anche come argine all’esclusione.

L’intera loro esistenza e, soprattutto la loro formazione intellettuale, il più delle volte puramente astratta e libresca, le tiene segregate dal mondo reale, compreso quello economico e sociale, rendendole particolarmente inclini a scambiare il loro esclusivo mondo per l’esistente tutto, rendendole cieche dei guasti dell’ideologia neoliberista che comporta la miseria sempre più crescente non solo nel Terzo Mondo ma anche nelle società economicamente più avanzate con l’aumento del divario tra i redditi, la progressiva pauperizzazione della piccola e media borghesia, l’umiliazione delle libere professioni, il riaffermarsi dell’istruzione di casta e la progressiva scomparsa degli universi autonomi di produzione culturale ed, ancora, la distruzione di tutte le istanze collettive

In effetti una macchina infernale che rende tutto merce.

Perciò le Patriarche si rinchiudono nelle Città delle Dee e percepiscono tutto ciò che sta all’esterno come oscuro, violento, minaccioso e si cullano nelle reciproche approvazioni, nella soddisfazione di sentirsi uguali, pur nelle apparenti diversità, che non sono alterità, ma solo alternanze, così come nella vita politica e nelle elezioni.

Le Patriarche sono come quei colonizzati che vogliono minimizzare il loro grado di dipendenza e relativizzare la dimensione della loro oppressione e interagiscono con i colonizzatori nell’illusione che esista con loro un qualche rapporto di reciprocità e dimenticano che il potere reale si situa da una sola parte.

Per fare questo, puntualmente, si mobilitano e ci vorrebbero mobilitare su temi, conflitti, lontani o passati, per farci ignorare le ingiustizie vicine e presenti. Officianti sulla carta stampata, nelle varie trasmissioni, vorrebbero farci passare per realtà le falsificazioni che riguardano la nostra vita quotidiana, specialiste nel rimodellare il passato e nel giustificare il presente, nel farci accettare come normale o come rimossa l’oppressione dell’essere umano sull’essere umano e, magari, a rendercene complici.

Per questo è necessario resistere, opporre resistenza personale e interpersonale alla marea montante della normalizzazione e rimanere serenamente e fortemente ribelli alle molteplici oppressioni, renitenti alla chiamata della leva, ferme nel nostro individualismo sempre solidale, con una lucidità che respinge la disperazione, la delusione.

Rimanere rivoluzionarie è il solo mezzo per mantenerci vive.

Elisabetta Teghil, Femminismo materialista, pp. 174-181

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