Riflessioni su un tabù: l’infanticidio/ terza puntata

Réflexions autour d’un tabou : l’infanticide

(traduzione della Coordinamenta / terza puntata )

qui la prima puntata 

qui la seconda puntata

Ouvrage collectif paru en juillet 2009.

https://infokiosques.net/spip.php?article860

Un bambino, che cos’è? 

Si parla di infanticidio, termine che evoca l’atto di uccidere un bambino. Ora, si tratta veramente di questo? che cos’è un bambino? Un bambino quando<è>? La risposta non può essere trovata in uno stadio di evoluzione biologica del feto, non c’è un momento<naturale>a partire dal quale si può parlare di un bambino. Se si guardano i tempi legali di aborto nei paesi che lo autorizzano (quattordici settimane in Francia, ventotto settimane a Barcellona in alcune cliniche pagando caro, nessun limite di tempo in Quebec), per esempio, è chiaro che questi tempi corrispondono ad un arbitrio sociale proprio di ogni paese. Ogni società decide il momento a partire dal quale l’aborto non è più accettabile e diventa un atto condannabile perché non permette la vita di un bambino. 

Lo status di bambino, il<valore> della sua vita è una costruzione sociale. 

Nell’alto Medioevo veniva presa in considerazione la data di introduzione dell’anima nel corpo del<feto> (che era di quaranta giorni per i maschi e di ottanta per le femmine?!) Oggi non è più l’introduzione dell’anima ma la vivibilità del feto, sempre più precoce grazie ai progressi della medicina, che serve di base a quelli che vogliono creare uno statuto giuridico per l’embrione. La scienza si sovrappone alla religione. Contrariamente a quello che ci vorrebbero far credere, è comunque tutto arbitrario.

In altri tempi  e in altre società, il bambino non ha un’esistenza piena anche dopo la nascita: in certe civiltà, bisogna aspettare diverse settimane, anche più mesi, per dare un nome al nuovo nato; in altre il piccolo non può essere visto da altre persone che non siano i genitori prima di molte settimane, la sua esistenza sociale non inizia così che qualche tempo dopo la sua nascita; presso i Romani, il padre aveva il diritto di vita e di morte sui suoi figli ben oltre la loro nascita.

Ora, da questo punto di vista, se le lotte delle donne hanno permesso certe conquiste (contraccezione, aborto)  si assiste allo stesso tempo ad una tendenza alla sacralizzazione del bambino che deve nascere che va di pari passo con il posto sempre più importante del bambino nelle società occidentali. Le proiezioni sui bambini, oggi meno numerosi e il più delle volte <scelti>, sono importanti e pesano sulle madri che li portano dentro e li fabbricano. Queste proiezioni sono di ordine individuale ma anche sociale: il bambino <raro> non può deludere, rappresenta una sfida per la sopravvivenza della specie ma anche una riproduzione di identità, una salvaguardia del patrimonio culturale ( perché si dà tanta importanza al tasso di fecondità delle donne francesi e si controlla altrettanto l’ingresso di bambini venuti da altri paesi?), è anche una sfida economica…

Questa collocazione data ai bambini spiega il giudizio che la nostra società attribuisce all’atto chiamato infanticidio e a quelle tra noi che vi sono costrette.

Un bambino non esiste se non quando c’è un progetto di bambino, se non quando la donna che lo porta lo fa esistere come tale, quindi sin dai primi minuti se lo si desidera. Nella specie umana si nasce da un atto biologico e da un riconoscimento (infatti si dice<concepire> un bambino). Quando non si vuole un bambino, quando non lo si aspetta, è un problema, è una galera, una catastrofe ma non un bambino. La donna allora non è madre, non uccide un bambino, sistema un problema.

Giudizio mediatico

I <casi> d’infanticidio sono resi pubblici in seguito a delle scoperte fortuite, delle denunce che innescano un procedimento giudiziario. Come per tutti i casi anomali, la mediatizzazione riguarda il procedimento giudiziario. I giornalisti prendono le loro informazioni dalla polizia che ha proceduto all’arresto e ha scoperto l’oggetto del delitto. Questo momento è fortemente mediatizzato, con foto del luogo, dei conoscenti, del paese e della chiesa, con delle interviste ai passanti, ai vicini, che permettono la costruzione di un discorso che gioca sul sensazionalismo.

Il trattamento mediatico è essenzialmente basato su un giudizio morale che fa sì che la condanna sia evidente e la punizione necessaria. I media, con la polizia e la giustizia, contribuiscono a creare un bambino che non è mai esistito e della scoperta di un feto morto fanno un crimine e della donna una criminale. Comunque chiamano questa donna <madre infanticida> assegnandole una maternità che lei ha rifiutato in questo caso e ,che questa donna abbia o no dei bambini, sarà sempre definita dalla giustizia e dai media come <madre>.

Tutti i clichés sono messi in opera per parlare di una donna criminale perché lei è prima di tutto una <donna> e viene giudicata prima di tutto in funzione del ruolo femminile in particolare come madre potenziale. Le donne accusate d’infanticidio sono descritte come dei mostri, tanto più se hanno dei figli, perché una madre esemplare non può uccidere dei bambini, secondo il ruolo monolitico e bloccato della buona madre. Il vocabolario giornalistico usa a piacimento il termine <bambino>, citando alle volte perfino un nome, o trasformando il termine<feto>usato da un testimone con quello di bébé. <Chi sono queste madri che uccidono i loro figli?> si è potuto leggere sulla prima pagina di un giornale. Mentre non c’è  bambino e quindi non c’è madre,  perché si rovescia di nuovo su di loro quello che non hanno voluto essere e quello che non sono dato che non c’è nessun bambino? Tutti gli articoli senza eccezione si rifanno a questa denominazione: <la madre del bambino ha ricordato…>,<la madre di famiglia ha confessato…><la prigione si chiude per la madre infanticida>,<il mistero della madre infanticida>…

Quando si tratta  della negazione della gravidanza invocata dalla difesa di alcune donne, lo sguardo sulle donne accusate risulta differenziato a seconda della classe sociale. Si può leggere< Perché delle donne colte, attive, possono non accorgersi di essere incinte?> Si deve quindi dedurre che delle donne ignoranti, disoccupate, possono non realizzare di essere incinte, ma che per delle borghesi risparmiate da queste difficoltà sociali, questo non è concepibile? Proprio come per una madre che ha già uno o più figli, il rifiuto di una gravidanza per negazione o per infanticidio non è ammissibile. Gli articoli della stampa trattano raramente degli uomini, inoltrando senza commenti la loro dichiarazione di ignoranza riguardo alla situazione. Quando si tratta di uomini di un contesto considerato <arretrato> o <barbaro>sono più volentieri considerati come complici o messi sotto i riflettori. Un giornale ricordava nel dicembre 2008<il padre che l’avrebbe sgozzata se avesse saputo che era rimasta incinta, tutta la famiglia nel piccolo appartamento che non si è accorta di niente, che non ha visto niente…> questo succede in periferia e i genitori, le due sorelle, i tre fratelli dovranno rispondere nell’inchiesta e testimoniare di fronte alla corte d’assise.

La propaganda pubblica e mediatica dell’infanticidio potrebbe contribuire in qualche modo a levare il tabù? non è più possibile dire che non si sapeva, che non si sa adesso che ci sono donne che vivono tutto ciò. Ma questo modo di pubblicizzare la cosa alimenta al contrario il tabù e non tiene in nessun conto la realtà del nostro vissuto di fronte ad una gravidanza non desiderata. Prima di ogni altra cosa i media creano e sfruttano lo spettacolo della nostra sofferenza.

La lotteria penale 

Le <donne infanticide>, già sotto il rullo compressore giudiziario, si ritrovano anche di fronte all’obbrobrio dell’opinione pubblica alimentata dal trattamento mediatico. In questo contesto ci si concentra sulla conoscenza del tipo di madri, se lo erano già, del tipo di compagne, se hanno avuto dei complici, se il neonato era vivo o no. La vita di queste donne  è scrutata al microscopio giudiziario-poliziesco e una miriade di esperti (psichiatri, medici legali) andrà ad isolare gli elementi che possono annullare, attenuare o aggravare la nozione di assassinio al processo. La situazione familiare, la classe sociale, lo stato mentale anche tutto ciò entrerà in gioco al momento del verdetto.

Nella maggior parte dei processi la linea difensiva è quella della negazione della gravidanza: le donne, come il loro contesto familiare, sono state colte di sorpresa dall’arrivo di questo nuovo nato che non si aspettavano. Lo<stato di stordimento> nel quale si trovano queste donne al momento del parto le rendono dunque irresponsabili dei loro atti. Ma rimarrà sempre nei loro confronti un sospetto di dissimulazione che le presenta come manipolatrici. Da qui a parlare di premeditazione c’è un breve passo che la giustizia compie spesso per rifiutare l’esistenza della negazione. Un’altra domanda importante<ha avuto la volontà di dare la morte?>. La posta in gioco è alta. Il codice penale punisce l’omicidio con trentanni di reclusione. I fatti commessi su un minore di meno di quindici anni e i fatti commessi da un familiare sono due circostanze aggravanti che possono comportare l’ergastolo. Le <donne infanticide> cumulano queste due circostanze aggravanti. Se è provato che non volevano uccidere, le donne potrebbero essere in questi casi condannate per  mancanza di cura. E’ sorprendente constatare la disparità delle pene: assoluzione, messa in prova o reclusione da cinque a quindici anni, quando la linea difensiva è esplicitamente sempre la stessa nel corso di questi processi. La pesantezza delle pene dipende, in parte, dalla capacità dei giudici, dei procuratori e dei giurati di comprendere cos’è la negazione di gravidanza, di disfarsi dei loro preconcetti sulla gravidanza in generale pretendendo che una donna sappia di essere incinta e che questo sia visibile. Devono in tal modo ammettere che l’arrivo di un bambino non è necessariamente un regalo e può essere vissuto come una violenza. Sarà sempre rimproverato alle accusate di non avere preso provvedimenti in tempo. E’ molto difficile adottare un’altra linea difensiva che non sia quella della negazione di gravidanza. Come fare ad ammettere, in effetti, che questa gravidanza non voluta non è stata interrotta in tempo e che l’arrivo di un bambino era inconcepibile senza che la giustizia, i media e l’opinione pubblica non rivestano queste donne dell’abito del mostro? E’ con questo costume cucito addosso che arrivano in prigione. In carcere i due terzi delle donne hanno dei figli da cui, nella maggior parte dei casi, sono separate. La maternità è al centro delle preoccupazioni e delle conversazioni. Questa permette di salvaguardare uno status quando la carcerazione nega socialmente gli individui e costituisce una base comune tra le detenute, come solidali. Sarebbe ingenuo pensare che il segreto del dossier processuale venga rispettato. Le solidali segnalano rapidamente la presenza di un'<infanticida>. Questa viene chiamata< additata> come i violentatori vengono chiamati<additati>. Ed è, per la maggior parte del tempo, isolata, anche maltrattata, dalle detenute e dal personale penitenziario. Si vede, dunque, doppiamente condannata, dalla giustizia e da quelle come lei, perché doppiamente colpevole: di un delitto contro la legge e di un delitto contro l’ordine morale.

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