Riflessioni su un tabù:l’infanticidio/seconda puntata

Réflexions autour d’un tabou : l’infanticide

(traduzione della Coordinamenta / seconda puntata )

qui la prima puntata

Ouvrage collectif paru en juillet 2009.

https://infokiosques.net/spip.php?article860

Infanticidio: un termine di senso comune

Ecco come il dizionario Petit Robert definisce il termine infanticida : <Chi uccide volontariamente un bambino e in particolare un neonato. Es. una madre infanticida> In quello che viene chiamato il <senso comune>, vale a dire quella miscellanea di idee assorbite che alimenta le conversazioni e costituisce la base dell’uso che ne fanno i media, il termine infanticida rinvia all’idea di madre, di <cattiva> madre. E i dizionari , con gli esempi scelti, non fanno altro che trasmettere questo pensiero dominante. Noi vorremmo proporre un altro sguardo e un altro approccio alla realtà dell’infanticidio mettendo in evidenza i connotati morali che sottendono una definizione presentata come neutra.

Storicamente il termine infanticidio appare quando l’atto diventa giuridicamente condannabile. Non è casuale che ciò corrisponda al momento in cui la dichiarazione di gravidanza e di parto diviene obbligatoria: Lo Stato all’inizio del Rinascimento cerca di controllare la popolazione e quindi di controllare quello che le donne fanno di questi futuri soggetti che sono i bambini che devono nascere. Infanticidio è oggi una parola che è sparita dal codice penale. Le donne ora sono accusate di <omicidio su minore di meno di quindici anni>. L’eliminazione di un neonato è così assimilata in termini legislativi all’omicidio di qualsiasi bambino fino a quindici anni. Facendo sparire la specificità dell’atto, la legge nega l’ineguaglianza concretamente reale tra uomini e donne nei rapporti con i bambini e pretende di ignorare che le oppressioni che costringono le donne a fare ricorso all’infanticidio esistono sempre.

Ma, malgrado la volontà di neutralità e di edulcoramento del legislatore, la parola riappare nella giurisprudenza e non ha mai abbandonato le colonne dei giornali. Perché? perché mette l’accento meno su di un atto ( l’orribile<omicidio>di cui parla il codice penale) che su una relazione (la filiazione) e uno stato (quello della madre) che sono molto specifici. Non soltanto questo termine evoca quasi esclusivamente l’immagine della madre, ma definisce come madri delle donne che commettono specificatamente questo atto proprio per non esserlo.

Queste <madri> infanticide sono costrette ad essere definite per quello che non hanno voluto: essere madri in quel momento. I rendiconti dei giornali a proposito delle inchieste e dei processi per infanticidio descrivono le donne coinvolte come dei mostri, delle pazze, o le due cose insieme, allo stesso tempo colpevoli e vittime. La questione delle oppressioni sociali che obbligano le donne a sbrogliarsela da sole con il problema della fecondità è assente. Se questi vari fatti provocano una tale risposta emotiva, è perchè riguardano dei neonati, allo stesso tempo esseri indifesi e promessa di futuro, e delle donne che sono caricate del ruolo della riproduzione della specie.

Nella società francese attuale dobbiamo fare i conti con due realtà intrecciate: quella del permanere dei vincoli biologici e quella delle tecniche che si evolvono continuamente. Qualunque cosa accada, la gestazione umana dura sempre nove mesi e il bambino umano è il meno autonomo dei piccoli dei mammiferi. Non riesce a sopravvivere alla nascita se altri esseri umani non sono disposti a prendersene cura. Allo stesso tempo l’evoluzione delle tecniche e il progresso in materia di medicina fetale condizionano il nostro rapporto con la vita. Oggi un feto può sopravvivere molto più presto e le tecniche di esame prenatale danno molto precocemente corpo al progetto di bambino nelle teste dei futuri genitori e dei loro parenti.

L’infanticidio tocca il sacro, il mito. Rimette in discussione lo status sacrale del bambino e il ruolo sacrale della madre che dà la vita. E’ per questo che è un tabù. Le donne sono così costrette al silenzio allo stesso tempo per la minaccia di una pesante condanna e per la riprovazione morale di tutta la società, ivi comprese loro stesse. Quindi, come per lo stupro o l’incesto, chi osa affrontare questa questione si accorge che ci sono tante che non sono soddisfatte del discorso corrente, che siano comprensive o che abbiano un atteggiamento di compatimento, che comunque si interrogano, che si sentono chiamate in causa, coinvolte per quella che non è una sordida storia individuale ma soprattutto una rivoltante storia collettiva.

E’ evidente che, per le donne che lo vivono, un aborto a nove mesi non è lo stesso di un aborto a tre mesi. Una volta detto questo, quello che a noi interessa qui, è la nostra situazione comune davanti a delle gravidanze indesiderate. E’ dal punto di vista delle donne, dal nostro punto di vista, che vogliamo elaborare una definizione dell’infanticidio. Ecco, dunque, qualche tentativo di definizione:

-atto con il quale una donna fa sparire il prodotto di una gravidanza non desiderata arrivata a termine;

-situazione nella quale si trova una donna determinata a non dare seguito a una gravidanza non desiderata arrivata a termine;

-atteggiamento che traduce la determinazione di una donna a fare sparire il prodotto di una gravidanza portata a termine;

Come ogni definizione, le nostre sono fredde e questo è voluto. Almeno sono esenti da ogni giudizio morale e ogni parola è pesata. E’ chiaro che non rendono conto dei mesi e delle settimane di solitudine, di paura, del barcamenarsi come possibile, sola, per rimuovere il feto. Non rendono conto di questa violenza vissuta, una di quelle legate alla dominazione, né del fatto che è la donna , sola, che si fa carico del problema, fuori dal controllo, fuori dal quadro legale,  per mancanza di altri mezzi di aiuto( che non hanno funzionato, che non sono stati utilizzati o che non esistono). Se ancora oggi delle donne ricorrono all’infanticidio significa che nessun altra soluzione a monte ha potuto essere messa in atto per evitare l’arrivo di un bambino che loro non possono avere.

 Il mondo che le ha isolate, poi le giudica e le condanna. Per finire ricordiamoci che una donna non è un’infanticida se non quando il suo atto diventa di pubblico dominio per una messa sotto accusa, le altre non saranno semplicemente madri in quella occasione.

Negazione della gravidanza

Nel cancan mediatico nei casi di infanticidio, si parla spesso di negazione della gravidanza. Perché? che cosa si intende? a cosa mira?

La nozione di negazione è di origine psicanalitica. Nomina < il rifiuto di riconoscere una realtà traumatizzante per il soggetto> ci dice il dizionario Petit Robert del 1996. E’ utilizzata per definire la situazione in cui una donna scopre improvvisamente di essere incinta dopo un tempo più o meno lungo in cui non lo sapeva, tempo che può andare comunque anche al termine della gravidanza. Può essere usata a discolpa per spiegare di fronte alla giustizia il gesto di una donna accusata d’infanticidio. Per la difesa si tratterà di spiegare che non si può parlare di crimine per una donna che non sa nemmeno che porta in grembo un bambino e quindi si contorce dal dolore senza sapere che è un parto quello che sta vivendo.

Sembra infatti che questa sia una delle sole spiegazioni accettabili dalla giustizia, dai media e dall’opinione pubblica per comprendere un infanticidio. E’ molto rischioso dire di fronte ad un tribunale e davanti alla società intera quando si è colpevolizzate e trascinate nel fango, che si è nascosta la gravidanza fino al temine e che non si voleva questo bambino. La pressione sociale è talmente forte che si può essere spinte a dire che l’avremmo tenuto bene questo bambino che tutto un processo penale e sociale fa improvvisamente esistere.

Non c’è necessariamente legame di causa effetto tra la negazione della gravidanza e l’infanticidio. Alcune donne scoprono di essere incinte al momento del parto e si sbarazzano del prodotto della gravidanza. Altre donne accettano di allevare il bambino che nasce al termine di una gravidanza non riconosciuta, alcune si  rassegnano altre ne gioiscono. E ci sono infanticidi che hanno luogo senza  che ci sia negazione della gravidanza messi in atto da donne che hanno piena coscienza della loro gravidanza e non vogliono il bambino.

Quello che sottintende la negazione della gravidanza, che si considera come una patologia o come un mezzo di difesa di fronte ad una realtà che non accettiamo, è che non è considerato <normale> il fatto di non sapere di essere incinta. Eppure molti sintomi della gravidanza possono essere confusi con malattie diverse e ci sono delle ragioni oggettive, logiche di non saperlo. Gli stessi medici possono sbagliarsi tanto i sintomi sono equivoci: si possono non avere le mestruazioni e non essere incinte, si possono avere ancora le mestruazioni ed essere incinte; mal di pancia e nausee non sono sintomi specifici di gravidanza. Esisterebbe un solo modo<normale> di essere incinta che sarebbe di saperlo, di accettarlo e di esserne felice. Tutto il resto può apparire come deviante e/o bisognoso di cure. E effettivamente non essere conforme a quello che si aspettano da noi può produrre dei malesseri profondi. Ciò che è in gioco nella spiegazione attraverso la negazione è di riportarci alla fatalità biologica insita nel nostro destino di donne.Obbligo che noi dovremmo assumere, accettare costi quel che costi e che gli psicologi e psichiatri si incaricano bene di ricordarci.

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