Aziendainsanitarialocale

Da “I Nomi delle Cose” del 28/10/2015

“Desmonautica

la rubrica di Denys ogni ultimo mercoledì del mese.

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“Azienda insanitaria locale”

gocce di sangue È un giorno come tanti, in azienda. Dottoresse e dottori sottopagati hanno subito mobbing nella misura atta a promuovere la mancanza di tatto nei confronti della clientela, come previsto dal Piano dei Servizi Sanitari dell’anno corrente. Enormi passi avanti sono stati fatti finanziando la ricerca, nell’obiettivo di arrivare alla sintesi di farmaci atti a curare la degenerazione progressiva della pubblica intelligenza. Si è tuttavia ancora ben lungi da risultati significativi. Le infermiere risparmiano quanto basta per pagarsi la terapia psicologica di cui avranno bisogno per liberarsi dal complesso della crocerossina. Poliziottoni nerboruti placcano zombie che assaltano la scalinata dell’edificio metà bianco metà color mattone. Tempo fa un signore che fumava una sigaretta in giacca di jeans bofonchiò che in realtà erano vivi e volevano solo accedere alle cure che spettavano loro di diritto, ma nessuno gli ha creduto e hanno manganellato pure lui. Poi l’hanno preso, l’hanno trascinato su per le scale, l’hanno portato in ambulatorio, gli hanno sentito il battito con lo stetoscopio, ma pare che quello incitasse all’adunata sediziosa, perciò l’hanno picchiato a colpi di ecografo e l’hanno refertato dicendo che aveva sbattuto la testa. La firma al referto l’ha messa il giudice. La macchina dei numeretti scandisce a intervalli irregolari il giusto colpo della disciplina su una coltre di pensionati che hanno fatto la leva obbligatoria, ma risultano ancora virtualmente incapaci di rispettare una fila. Ci sono donne e uomini e umani e circa tre cani, uno dei quali presenzia nella variante morfologica di esperto diagnosta. Una pover’anima dai lunghi capelli castani e boccolosi, la pelle olivastra, gli occhi d’ambra e le bocca lucidalabbrata lancia sguardi annoiati agli schermi degli sfortunati che dovranno presentarsi agli sportelli, seduta tra i corridoi laterali dell’accettazione. Apre una noiosa rivista femminile tra quelle lasciate sulle penose sedie arancioni. Un venticinquenne s’avvicina.
— Mioddioooo. Cos’hai? — la fissa lui, allucinato. Ha un paio di croste da latte tardive, una sul mento e una sul cranio mezzo rapato.
— In che senso? — osserva lei, perplessa.
— Sei grassa. Ah, ah! L’ho detto. Ma quanto sono fico?
— Ah — risponde lei, continuando nella lettura. Ha già sfogliato la recensione di un album di musica tibetana, un articolo sulle proprietà del succo d’avocado e un editoriale sulle opportunità della ceretta ascellare per  donne in carriera.
— Te l’ho già detto che sei grassa? — il ragazzuolo fa uno spernacchiamento ayurvedico e incomincia a saltellare su un piede solo. Hop, hop, hop. Si porta un dito alle natiche e se lo riporta al naso, annusando con perizia.
— Sì, me l’hai già detto. Mi stai scocciando.
— Sei una brutta merda schifosa. Ehi, non offenderti. Lo dico per la tua salute. Oltre due millimetri di fianco largo sei obesa. Non lo dico io, è la realtà oggettiva dei fatti. Se misuri te non vale, la misurazione è a discrezione di chi misura. Tiro fuori il metro e ti dico io. Fai schifo. Cristo, ma non ce l’hai uno specchio a casa?
— Mi prendi per il culo?
— Sei grassa, dio mio, sei grassa. Nessun uomo ti troverà mai attraente. Nessuno, capisci? Nessuno. Anzi, no. Aspetta. C’è pure la categorie tette giganti su questo sito. Aspetta un attimo.
Il brufolato si tira giù la zip e incomincia a masturbarsi con vigore. Ansima fuori qualche interiezione e un piccolo fiotto bianco sporca il pavimento, l’asticella del desiderio gli torna moscia, poi qualcuno dice qualcosa contro gli immigrati e gli vien duro di nuovo. L’inserviente del piano terra caccia una madonna al cielo e pulisce la chiazza. Non è molto contento. Oggi ha già dovuto togliere tre neonatini putrescenti. Da quando i genitori hanno smesso di vaccinare i figli è una noia assai frequente. Pare che i genitori preferiscano un bambino privo di controindicazioni improbabili ai duecentomila che se ne vanno al camposanto senza l’ombra d’un dubbio. D’altra parte, bisogna scendere a patti con l’incertezza che ci riserva il vivere, e poi son spese di mantenimento. Precise indicazioni dell’Unione Europea ne ordinano la riduzione, pena una gigantesca sanzione. Il giovanotto continua nell’arte molesta dell’importunio.
— Lasciami stare.
— Sei grassa, perdio. Sei grassa. Vuoi fare qualcosa? Al sovrappeso è associato un aumento del rischio dello screzio cardiocircolatorio. Vuoi portarti da sola sull’orlo della morte per colpa della tua pigrizia, culona infingarda? Signora, lasci che la informi sui benefici di una dieta equilibrata che col suo stipendio non può permettersi. Oh, comunque ormai tutte ingrassano a dismisura e pretendono di sembrare gran fighe. Che troie. Ahahaha, ho detto troie, oink, snort! E poi oh, fanno le modelle, e i calendari, alcune pretendono persino di esistere. Ma che scherziamo? Nessuno vuole dire queste cose, che palle il politicamente corretto. La mia è un’opinione impopolare.
Da dietro la macchinetta del caffé escono fuori tre cloni per un istante e gli fanno eco.
— Nessuno vuole dirlo, opinione impopolare, opinione impopolare, opinione impolare. Nessuno vuole dirlo: opinione impopolare!
La radio, la televisione, i blog e tutti gli adolescenti, prepubescenti, adultescenti dalle mode usuali o alternative divulgano con giubilio l’opinione impopolare.
— Vai via! — urla. Il suo numero è stato chiamato, e va allo sportello appropriato al fine di sbrigare le sue faccende di salute.
— I soldi del ticket, signorina.
— Subito, aspetti solo un attimo — estrae una lametta dalla borsetta e si fa un taglio sul polso sinistro, facendo sgocciolare bene il sangue nel buco del vetro che la separa dall’addetta allo sportello.
— Ventisei, ventisette, ventotto e cinquanta. Tutto apposto. Arrivederci! — l’impiegata versa tutto in un provetta e la mette nella cassa. Lei se ne va via gettando la rivista.  Il tizio, magicamente, sparisce.

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