8 marzo 2021/ TEMA 2

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<Le parole svuotate>

Abbiamo veramente dimenticato quello che scrivevamo e dicevamo anni fa? O stavamo giocando?

Il neoliberismo ha decretato la fine della storia, ha deciso che questa è la migliore società possibile, ha smontato gli immaginari di società diverse, ha  cambiato il senso delle parole che definivano i riferimenti politici e molte altre le ha svuotate, se ne è appropriato con la sussunzione strumentale delle istanze antagoniste attraverso i soggetti che si sono prestati e le ha anestetizzate in modo che non potessero più nuocere. Questo era successo già prima che si instaurasse il così detto periodo emergenziale, veniva già portato avanti il gioco del <facciamo finta che…>

Ma la gestione della così detta emergenza da parte del potere  ha strappato il velo e ha messo completamente a nudo questo meccanismo. Le contraddizioni sono talmente evidenti e pesanti che ci vuole una notevole dose di pelo sullo stomaco per continuare a non nominarle.

Ci sono tre parole in particolare che smascherano con chiarezza posizionamenti e intenti,  tre parole di cui rimane solo il simulacro e che è necessario riempire di contenuti politici all’attualità pena la completa scomparsa di ogni realtà antagonista e di classe: autonomia, autodeterminazione, autorganizzazione.

Autonomia. L’autonomia è un modo di lettura della società capitalista/patriarcale, dei suoi protagonisti, del modo di distribuzione dei suoi poteri, della dinamica del suo sviluppo, che prevede la presa in carico direttamente da parte nostra dei nostri desideri e la consapevolezza della possibilità di realizzarli. Pertanto, è una teoria di liberazione. E’, quindi, il rifiuto della delega, non solo perchè la delega dà ad altri soggetti, al di fuori di noi, l’autorizzazione a lottare, chiedere, decidere al nostro posto, ma, soprattutto, perchè questi soggetti, non essendo noi, portano avanti, per noi, esigenze che, nella migliore delle ipotesi, credono nostre, nella peggiore e più comune, sono invece loro[…]  Per questo solamente la realizzazione di un’organizzazione autonoma dei soggetti sociali sfruttati può modificare il senso stesso delle relazioni umane e far si che non si riproducano forme di gerarchia e dominio. L’autonomia, permette la nostra crescita e il nostro arricchimento affrancate dal dominio del plusvalore, è sintesi sociale diversa e contrapposta a quella della società neoliberista patriarcale, alla società seriale che si realizza nell’universo dei ruoli. E’ affermazione di una diversità irriducibile. E’ capacità di esprimere rottura e identità politica, di scardinare il controllo sociale che si manifesta nel dominio culturale e sociale prima ancora che in quello militare e repressivo. E’ la riappropriazione di un tempo liberato dal lavoro salariato, dal lavoro di cura, dai ruoli, ed è coscienza e tessuto di comunicazione e organizzazione sociale. E’ la non partecipazione alle cicliche ristrutturazioni capitalistiche e patriarcali e la capacità di allargare i propri spazi. (1)

Autodeterminazione. E’ la capacità di scegliere e decidere con gli strumenti della conoscenza costruita in autonomia la strada da percorrere, di qualsiasi scelta si tratti e in qualsiasi campo. E’ la capacità, determinandone quindi la possibilità, di scegliere quello che riteniamo meglio per noi senza ricorrere agli esperti e alle esperte, a tutele istituzionali, statali, patriarcali. E’ la capacità alla fine di decidere della nostra vita. (2)

Autorganizzazione. L’autorganizzazione è la ricerca e la messa in atto, all’interno di un insieme oppresso, di strumenti per poter realizzare i desideri espressi dall’autonomia. Autonomia e autorganizzazione sono due entità che si rapportano dialetticamente, non c’è un prima e un dopo. L’autorganizzazione è quindi il riconoscimento che i settori subordinati in un’organizzazione sociale di oppressione e sfruttamento, sono in grado di produrre al proprio interno gli strumenti necessari per liberarsi. Ci sono degli elementi di base che definiscono l’autorganizzazione in un’ottica femminista, ossia che sono in grado di produrre all’interno dell’insieme di genere, oppresso dalla società patriarcale/capitalista, strumenti necessari al percorso di liberazione: – l’orizzontalità dei processi decisionali che non ha nulla a che fare con la “teoria del consenso”, con le “decisioni a maggioranza” e con la così detta “democrazia dal basso” che fa sempre riferimento, comunque, ad un’autorità superiore, ad esempio lo Stato, a cui rimettere le decisioni prese. – il lavoro politico per la presa di coscienza di genere che è costituito dal rapportarsi con le “donne” che costituiscono l’insieme oppresso e dall’analisi delle contraddizioni e delle oppressioni, in un rapporto dialettico tra teoria e pratica. – la messa in comune delle esperienze e delle sperimentazioni così che la condivisione crei realmente una crescita collettiva facendo fronte alla sproporzione che nella società capitalistica c’è tra chi può accedere ad un’istruzione qualificata e alla cultura e chi non ha le possibilità materiali per sperimentare e conoscere. – l’anti-istituzionalità perché un reale percorso di liberazione è alternativo e incompatibile con le strategie e le finalità che hanno le componenti istituzionali. Queste (partiti, partitini, sindacati, associazioni ecc..) mirano o a incentivare lo sfruttamento o tutto al più a migliorare le sproporzioni esistenti tra le classi, i generi, le etnie mentre il nostro obiettivo è l’eliminazione delle classi, dei generi ecc … E’ evidente quindi che non esistono scorciatoie o compromessi sulle prospettive che dobbiamo darci come femministe e che deve essere sempre chiara la necessità dell’uscita dalla società patriarcale e capitalista quale obiettivo e continuo riferimento delle nostre lotte.(3)

Quindi cosa significano ora, come si declinano in questo contesto?

Anche se non abbiamo la forza di mettere in atto quello che vogliamo e quello che desideriamo questo non significa che non dobbiamo dirlo a gran voce perché il primo passo di qualsiasi lotta è nominare le cose e dirsi la verità. Sentire quello che si autodefinisce oggi movimento femminista reclamare a gran voce il <diritto all’autodeterminazione> senza rendersi conto della contraddizione in termini, come l’ha felicemente definita una compagna dell’autoformazione femminista, che comporta questa affermazione, la dice lunga su quanto si siano perse coordinate politiche e senso delle parole.

Come abbiamo potuto farci chiudere in casa dallo Stato in nome di un presunto bene di una collettività che non ci appartiene? Non avremmo dovuto per prima cosa verificare in autonomia se il pericolo che veniva sbandierato era reale, quanto era reale e quali dovevano essere le risposte di genere e di classe? Come abbiamo potuto accettare il coprifuoco, la militarizzazione dei territori, la gestione militare di un problema sociale? Come abbiamo potuto condividere un richiamo alla salvaguardia della nazione ? Come abbaiamo potuto accettare la sostituzione del concetto di qualità della vita con quello di salvezza da una malattia ? Come abbiamo potuto perdere di vista i progetti che il capitale sta portando avanti  con la scusa dell’emergenza?  Come abbiamo potuto accettare di metterci le mascherine e dimenticare i passamontagna? Come possiamo accettare senza colpo ferire che ci mettano le mani addosso con un vaccino sperimentale che ci userà come cavie su larga scala?

Coordinamenta femminista e lesbica/marzo 2021

(1),(2),(3) le parti in corsivo sono tratte dagli ATTI dell’Incontro Nazionale Separato <Il personale è politico, il sociale è il privato> contro la violenza maschile sulle donne-Roma, giugno 2012

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