8 marzo 2021/TEMA 1

La <cura>, il <lavoro di cura>, l’odio di classe.

di Elisabetta Teghil

I nostri avversari sono gli avversari dell’umanità. Non è vero che abbiano “ragione dal loro punto di vista”: il torto sta nel loro punto di vista. Forse è inevitabile che siano così, ma non è necessario che esistano. E’ comprensibile che si difendano, ma essi difendono preda e privilegi, e comprendere in questo caso non deve significare perdonare.

Bertolt Brecht

 Nel contesto attuale di emergenza attuata per la così detta pandemia c’è un discorso che rimbalza  in varie accezioni su testate giornalistiche, in interpellanze parlamentari, in articoli di opinione, in prese di posizione politiche negli ambiti più diversi. E’ quello della <cura>.

Si dice che abbiamo perso di vista un aspetto molto importante della vita cioè il prendersi cura del pianeta in cui viviamo, degli altri, dei più fragili,della società nel suo complesso e di noi stesse/i e  che quindi abbiamo trascurato le cose che contano. Chi ha trascurato cosa? E che noi donne che siamo particolarmente attrezzate e sensibili alla cura degli altri dovremmo essere considerate con particolare attenzione, gratificate, anche economicamente, e prese come esempio.

Note di premessa

Il lavoro di cura è quel carico di lavoro quotidiano, ininterrotto ed estorto gratuitamente che il sistema patriarcale e capitalista, in questo momento neoliberista, pretende dalle donne e che viene “naturalizzato” come congeniale al genere femminile. Le donne in parole poverissime sarebbero naturalmente adatte, oppure nell’accezione più avanzata avrebbero delle caratteristiche costruite dal patriarcato ma che ormai fanno parte del loro modo di relazionarsi paricolarmente positive,e quindi, così dicono, sarebbero portate ad occuparsi dei figli, degli anziani, del marito e parenti vari, del menage familiare con tutte le incombenze interne ed esterne che questo comporta, a ricostituire la forza lavoro, anche la propria e non solo quella del marito o del compagno che dir si voglia, a procreare nuovi esseri viventi per mantenere e perpetuare la specie.

Il lavoro di cura, in un contesto sociale come quello attuale che ha sdoganato a suo uso e consumo l’emancipazionismo, assume connotati particolari dato che le donne emancipate, per non parlare di quelle di potere e collaterali, lo scaricano sulle donne <di servizio> nel vero senso della parola. Un tempo infatti si usava chiamare <donna di servizio> la domestica, ma ora il termine assume connotati quanto mai politici in senso allargato dato che la promozione di poche significa l’asservimento di tutte le altre. Poi, la maggior parte delle donne <qualunque> ormai è caricata di un doppio lavoro, di cura e salariato e, con lo smart working, sono multitasking entrambi. A margine: questa lingua dell’impero da cui siamo sommersi/e è assolutamente insopportabile.

Gli uomini che si prestano, attualmente, ad aiutare sono tanti. Bontà loro, perchè è una disponibilità personale e una dichiarata attenzione verso le donne, poverine… disponibilità che può essere ritirata però in qualsiasi momento come d’altra parte tutte le concessioni elargite dall’alto.

Queste note di premessa sono di dominio pubblico.

Il potere è prodigo di consigli e sollecita la società tutta a darsi da fare per aiutare, tutelare…ad avere responsabilità verso gli altri mettendo in atto quelle caratteristiche che hanno sempre affibbiato a noi donne, che non hanno niente di naturale ma che vengono spacciate come tali: attenzione, dedizione, gentilezza, pazienza, calma, obbedienza, coraggio, forza d’animo, responsabilità, sacrificio…e capacità di occuparsi di un mare di cose contemporaneamente, il multitasking per l’appunto come dicevamo prima trasferito pari pari nello smart working….E’ chiaro tra l’altro che le donne in questo contesto hanno visto centuplicare il loro carico di lavoro, ma la strumentalizzazione che ne fa questo sistema anche attraverso le donne che si prestano lascia senza fiato.

Giorni fa è passata una notizia che esprime compiutamente gli intenti di questa società e allo stesso tempo lascia trasecolate, nel senso che sappiamo benissimo come funzionano le cose ma contemporaneamente non riusciamo a smettere di stupirci.

Il 2 febbraio scorso, Ladynomics, un conosciuto gruppo di ricercatrici di economia e di politica di genere ha partecipato all’audizione informale alla Camera dei Deputati portando il suo contributo al <Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza>

[…] La crisi Covid, contrariamente alla lettura mediatica che ne è stata data, non è una guerra, né è nata come crisi economica, come avvenuto invece nel 2008. Si tratta invece di una crisi di cura, sanitaria e sociale. Per questo motivo le donne, sulle quali grava ancora la maggior parte del lavoro di cura sia gratuito che retribuito, sono state allo stesso tempo le principali protagoniste, negli ospedali, nella ricerca, nella didattica a distanza, nel volontariato, nelle famiglie, ma anche le principali vittime, a partire dalla perdita dei 344.000 posti di lavoro tra il 3°Trimestre 2019 e il 3° trimestre 2020 (Istat), legati soprattutto alle occupazioni a contatto con il pubblico, oltre ai 99.000 registrati nel solo mese di dicembre 2020 (Istat). Certamente, la crisi di cura sanitaria e sociale scatenata dal Covid si va a sommare ad altri tipi di crisi di cura, quella del pianeta dovuta crisi climatica, e quella prodotta dall’impatto sociale della rivoluzione tecnologica. Si tratta di tre crisi di cura differenti che si stanno manifestando tutte contemporaneamente e alle quali il PNRR deve dare una risposta equilibrata. Declinare rispetto ad una definizione ampia di cura la visione globale del piano darebbe quindi una maggiore consapevolezza sugli obiettivi che si vogliono raggiungere.[…]

C’è un assoluto abuso del termine resilienza che dovrebbe definire la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà mentre viene usato, volutamente e consapevolmente, senza nessun riferimento alla collocazione e alla tenuta sociale dei subalterni che affogano in una morte psicofisica e politica caratterizzata da ripiegamento, ritiro, rassegnazione, indifferenza o fuga in un immaginario millenarista. Le persone hanno perduto, insieme al lavoro, i mille legami sociali, le scadenze, gli impegni che definivano  e scandivano la loro vita. Le persone sono private non solo di un’attività o di un salario ma della loro stessa ragione di essere sociale e posti di fronte alla nuda verità della loro condizione. Escluse dal gioco e dalla comprensione del gioco e stanche di aspettare qualcosa che non arriverà mai, di vivere in questo tempo in cui non accade nulla e che comunque non sono in grado in nessun modo di determinare, espropriate delle speranze e degli investimenti nel presente e nel futuro, le persone sono private del gioco della vita. Questo produrrà un immenso silenzio della gente e/o azioni violente  soprattutto tra i giovani, di tipo americano, fine a se stesse, un  mezzo disperato per esistere davanti agli altri, per poter accedere a una forma riconosciuta di esistenza sociale. Con buona pace di sociologi, psicologi, professionisti dell’interpretazione, investiti del mandato di conferire senso, di trovare le ragioni, di mettere ordine, l’unica strada che hanno i subalterni è appropriarsi della ragione delle cose senza delega alcuna.

E ancora da un testo intitolato <Riconoscere il lavoro di cura. Una lezione da imparare dalla pandemia> di articoloUNO

[…] Prendersi cura è un’attività complessa, che richiede energia, tempo, risorse. Comprende la cura dei figli, l’accudimento degli anziani, tutto il lavoro domestico non retribuito ed invisibile, spesso appaltato alle donne straniere, un’attività di riproduzione sociale e di mantenimento dei legami sociali quasi totalmente sulle spalle delle donne.[…] Lo shock della pandemia ha ricordato alle donne e agli uomini la centralità della cura: cura delle relazioni, dei beni, del territorio. Ed ha messo in evidenza i punti di debolezza e le fragilità strutturali che nelle nostre società ne impediscono il dispiegarsi come paradigma di interesse generale.[…]

Toh! E che cos’è che impedisce il dispiegarsi della cura?

E infine un articolo del sole24ore intitolato <L’importanza di essere comunità di cura/ Il lavoro agile consente di progettare e comunicare tutelando il nostro corpo>

[…]  i tempi dell’oggi mi paiono tempi in cui riconoscere e riconoscersi nella comunità di cura.[…]  Mai come oggi va affrontata e praticata come alternativa al rancore alla paura e al dilagante desiderio di immunitas. Non è buonismo, ma realismo l’urgenza di mettere in mezzo la comunità di cura tra rancore e immunitas.[…]

Questi sono solamente alcuni esempi perché l’argomento è così diffuso che c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Vengono continuamente sovrapposti i concetti di cura e lavoro di cura. Mentre il lavoro di cura è un lavoro a tutti gli effetti e per di più, quasi sempre, estorto gratuitamente, la cura è tutt’altra cosa.

La <cura> è attenzione e tutela verso chi e cosa ci è caro/a sia affettivamente che materialmente ma soprattutto, in relazione a queste note, politicamente ( anche se tutti questi aspetti in effetti non sono disgiunti), è attenzione nei riguardi di noi stesse e quindi è autodeterminazione, è decidere secondo le nostre esigenze e i nostri desideri e quindi è autonomia, è scelta perchè presuppone scegliere verso chi è indirizzata, è conoscenza alternativa a quella che ci propina il potere come asettica e neutrale, è decisione consapevole e quindi capacità di disobbedire, è il contrario della delega, è quindi collocazione di genere e di classe.

Uno dei ritornelli che ci accompagna da diversi anni ormai è quello della così detta convivenza civile, della democraticità del confronto, della capacità di gestione dei conflitti. Queste categorie vengono rimbalzate in ogni momento del sociale, nella scuola, nel lavoro, nel fare politico e di primo acchito potrebbero sembrare indirizzate ad un miglioramento dei rapporti sociali. Ma, in realtà rappresentano uno strumento molto forte di controllo, uno strumento che mira ad infilarsi in ogni più piccolo rapporto umano ed è diretta emanazione dell’ideologia neoliberista. L’ideologia neoliberista ha una pretesa che è quella di vietare ogni forma di conflitto e di declinare tutto nel suo interesse e di sacrificare tutto alla sua conservazione e autoespansione. Così è cassata ogni lettura della società divisa in classi, ogni ribellione ad un ordine imposto ed eternalizzato secondo il paradigma per cui ogni deviazione da questa impostazione è incapacità di comprensione o deviazione delinquenziale. In questo contesto il richiamo alla comunità si rivela assolutamente depurato da ogni connotato di classe e fa riferimento ad un insieme di individui senza identità specifica che compongono la società, il famoso <siamo tutti nella stessa barca> che è rimbalzato continuamente in questo periodo di così detta emergenza. Ne deriva quindi che la responsabilità dei mali non è sociale ma personale, quindi è chiaro il meccanismo della colpevolizzazione, vale a dire che siamo noi che non siamo stati/e in grado di individuare e porre rimedio a< i punti di debolezza e le fragilità strutturali che nelle nostre società[…] impediscono il dispiegarsi [della cura] come paradigma di interesse generale> come evidenzia uno degli articoli sopra citati.

D’altra parte sono anni che ci bombardano con le tecniche per vivere meglio , per aumentare il nostro benessere, per imparare ad eliminare il conflitto dalla nostra vita e dalla società con la capacità di ascolto, con la comprensione del punto di vista dell’altro, con la consapevolezza che la violenza genera violenza… ma in realtà per riprogrammare una società in cui chi è sfruttato non reagisce e non pretende ma si sente inadeguato e introietta di non aver fatto tutto il possibile per evitare situazioni negative. Questa è la comunità a cui il sistema fa riferimento.

Decidere dove indirizzare la nostra attenzione e la nostra volontà di tutela e di reciproco scambio presuppone quindi interrogarsi prima di tutto sul significato di comunità.

Da chi è costituito l’altro a cui ci rivolgiamo? Una comunità esiste perché si riconosce in un progetto politico. In se stessa non è portatrice di significati a prescindere, può essere reazionaria, cattolica, libertaria, antagonista… e quindi quella a cui ci rivolgiamo deve avere chiari connotati di classe.

Il neoliberismo spinge continuamente alla spoliticizzazione, vorrebbe far dimenticare l’esistenza delle classi sociali, la differenza tra sfruttati e sfruttatori, vorrebbe farci dimenticare che la così detta comunità che propaganda è organizzata ad uso e consumo di chi detiene il potere e si basa sullo sfruttamento di chi è oppresso. E a noi non interessa affatto tutelare e curare gli oppressori.

Il sistema di potere vorrebbe colpevolizzarci e coinvolgerci nelle sue responsabilità ma non siamo noi ad aver distrutto il pianeta per il profitto, non siamo noi ad aver affossato lo stato sociale, non siamo noi ad aver demolito la sanità pubblica…e non siamo noi a trarre vantaggi economici stellari da tutto questo.

Vorrebbe trasformarci in dame di san vincenzo che si occupano del cibo caldo e delle coperte per i poveri, in samaritani/e che si occupano dei moribondi, in ragazzini/e volenterosi/e che raccolgono bottiglie di plastica, in sante donne che non si lamentano per il troppo lavoro di cura ma che chiedono solo un po’ di attenzione economica e morale, in servi obbedienti e affezionati che salvano il padrone.

Noi invece non siamo affatto buone, rifiutiamo il <lavoro di cura> e abbiamo <cura> solo di chi decidiamo noi. La cura è necessariamente odio di classe perché significa essere coscienti del male che ci viene fatto e che viene fatto a chi ci è caro/a  e prendere adeguati provvedimenti.

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