Riflessioni femministe per l’Estate 2020/ Christine Delphy

La produzione di Christine Delphy, femminista materialista francese, non è stata tradotta in italiano ed è una grave lacuna perché sia dal punto di vista storico che teorico fornisce un apporto fondamentale per la comprensione del percorso femminista e degli assunti fondamentali che lo informano. Vi suggeriamo, per chi sa il francese ma anche per le altre perché il francese scritto è piuttosto semplice per chi è di lingua italiana, di leggere questo testo di cui vi abbiamo tradotto l’incipit contenuto in una pubblicazione del 2013 e quindi reperibile.

Il nemico principale

Christine Delphy

Articolo pubblicato su Partisan n° special <Libération des femmes.Année zéro> novembre 1970 e ora lo potete trovare su C. Delphy, “L’ennemi principal 1.économie politique du patriarcat” Editions Syllepse 2013.

<Dalla nascita di un Movimento di liberazione delle donne, in Francia, negli Stati Uniti e ovunque la questione sia stata affrontata, il punto di vista marxista è stato rappresentato da una linea elaborata, al di fuori dei movimenti femministi, comune ai partiti comunisti tradizionali e ai gruppi di sinistra e diffusa nel movimento da militanti venuti da questi ultimi.

Questa linea è apparsa in generale all’insieme delle donne del movimento come insoddisfacente sia in termini di teoria che in termini di strategia: 1) non rende conto dell’oppressione comune delle donne; 2) è centrata non sull’oppressione delle donne bensì sulle conseguenze di questa oppressione nei confronti del proletariato.

Questo non è possibile se non al prezzo di una contraddizione eclatante tra i principi a cui si rifà questa linea e l’applicazione che fa effettivamente nei riguardi delle donne. In effetti il materialismo storico si fonda sull’analisi degli antagonismi sociali in termini di classe, le classi stesse sono definite per la loro collocazione nel processo di produzione. Ora, quando si pretende di applicare questi principi allo studio della condizione delle donne in quanto donne, si omette puramente e semplicemente di analizzare i rapporti specifici delle donne rispetto alla produzione, vale a dire di procedere ad un’analisi di classe. I risultati di una tale lacuna teorica non si sono fatti attendere:

  • L’oppressione delle donne è vista come una conseguenza secondaria ( e derivata da) della lotta di classe come è definita attualmente, vale a dire dalla sola oppressione del proletariato da parte del capitale;
  • L’oppressione delle donne laddove il capitalismo in quanto tale è stato distrutto è attribuita a delle cause puramente ideologiche, cosa che implica una definizione non marxista ma idealista dell’ideologia come un fattore che può sussistere in assenza di un’oppressione materiale che questa serve a razionalizzare;
  • Questi postulati entrano in contraddizione con la dinamica del movimento; la presa di coscienza da parte delle donne di una doppia esigenza, teorica e politica: trovare le ragioni strutturali che fanno si che l’abolizione dei rapporti di produzione capitalisti in sé non sia sufficiente a liberare le donne; costituirsi in forza politica autonoma.

Appena nato, il movimento si è dunque confrontato con una contraddizione. Nel momento stesso in cui si è costituito in forza rivoluzionaria la sola analisi che inserisce la lotta delle donne in una prospettiva rivoluzionaria globale elude la prima di queste esigenze-la ricerca delle cause dell’oppressione specifica delle donne. E non offre alcuna base teorica alla seconda, permette ma non fonda la necessità della costituzione di un movimento autonomo.

Le conseguenze di questa contraddizione si fanno immediatamente sentire[…]>

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