La coordinamenta verso l’8 marzo/Materiali

La coordinamenta verso l’8 marzo 2018/Materiali

Pubblichiamo l’introduzione da “Il sociale è il privato” 

 

Elisabetta Teghil, Bordeaux 2012.

La definizione di donna fa riferimento ad una strutturazione fittizia, frutto delle configurazioni socio-economiche e, perciò, della collocazione in cui la società ha ritenuto opportuno, di volta in volta.relegarci, collocazione funzionale alla struttura patriarcale e basata sull’asservimento e sull’oppressione. Per questo non ci appartiene, come non ci appartiene la definizione biologica del nostro essere che non ha più niente che rientri in una sfera del “naturale”, ormai completamente destrutturato da secoli di stratificazioni culturali, sociali ed economiche.

Per questo, la parola donna è semplicistica e fuorviante.

L’elemento che ci definisce è determinato dall’oppressione che subiamo che, quindi, individua un insieme oppresso a cui possiamo fare riferimento.

Il termine donna sarà, quindi, sempre usato con questa premessa.

La riappropriazione del termine donna avviene attraverso la riappropriazione delle categorie di oppressione che a quella parola sono legate. La violenza sulle donne è frutto della società patriarcale, un sistema economico/sociale basato sul dominio maschile che ha costruito ruoli e categorie che vedono il genere femminile in funzione subalterna e di servizio, di asservimento trasversale alle classi, e strutturato sul sistema binario oppressore/oppresso, trasversale ai tempi storici e che, attualmente, si intreccia in maniera inscindibile con la società capitalista nella sua versione neoliberista.

L’ideologia neoliberista, forma compiuta ed attuale del divenire del capitale, non vuole la liberazione degli esseri umani, ma pretende, addirittura, la fine di ogni forma simbolica a vantaggio esclusivo del valore mercantile.

La violenza del neoliberismo si manifesta nella sua pretesa di vietare ogni forma di conflitto, di differenza, di declinare tutto nel suo interesse e di sacrificare tutto alla sua conservazione ed autoespansione.

Il neoliberismo fagocita nell’universo mercantile tutto: il lavoro, la natura, la sostanza vivente e, pertanto, anche l’immaginario e la mente.

La cultura non conta più niente, l’aspetto coltivato è quello di saper produrre profitto che si realizza attraverso il passaggio obbligato del recare danno ai/alle più.

La globalizzazione non riguarda più la conquista al mercato di tutti i territori o la riduzione a merce di tutto ma, nelle sue necessità autoespansive, vuole impossessarsi anche degli aspetti più propriamente privati, anche del formarsi del soggetto e delle sue inclinazioni e pratiche sessuali.

La naturalizzazione del pensiero neoliberista, portata avanti dalla socialdemocrazia, che, oggi, altro non è che la destra moderna, in tutte le sue componenti ed articolazioni, comporta la nascita di un’iper-borghesia e la riconfigurazione dei rapporti sociali e delle pratiche culturali in conformità al modello neoliberista, e non significa altro che la mercificazione dei beni pubblici, la generalizzazione dell’insicurezza sociale, l’impoverimento dei diritti a partire dalle situazioni più esposte, non solo proletariato e sottoproletariato, ma anche lavoratori cognitivi, piccola e media borghesia.

Il capitale, in questa stagione, trova ed utilizza due figure esemplari, nell’ambito della produzione culturale, per il compimento dei suoi progetti: da una parte, l’esperto/a, che propone, dietro le quinte ministeriali e padronali o nell’ambito dei think tank, documenti d’impianto tecnico, spacciato per neutrale ed apolitico, infarciti, quindi, dal linguaggio economico, con grande uso di grafici; dall’altra, il/la transfuga del mondo universitario e cognitivo che si mette al servizio della classe dirigente e ha il compito di dare nobiltà e parvenza culturale al dominio del capitale così come oggi si esprime.

Queste due figure vengono promosse socialmente, seppure nell’ambito di un ruolo di servizio; a tutti gli altri/e lavoratori/trici cognitivi/e che si prestano viene riservato il ruolo di piazzisti/e nella società dei valori e dell’ideologia neoliberista.

È fondamentale, quindi, smascherare la crescita culturale che si trasforma in marketing mediatico che modella il ruolo delle ong e delle guerre neocoloniali, con uno stravolgimento forzato sui media, e che ha permesso il riciclaggio dell’imperialismo capitalista sotto la bandiera della morale, del diritto, dell’intervento umanitario, della difesa delle minoranze.

Mentre il femminismo ha cercato di portare a consapevolezza questo insieme di situazioni e di utilizzare politicamente le correlazioni per costruire un progetto di liberazione, nella risposta socialdemocratica i ruoli sessuali continuano ad essere definiti e le nuove esperienze ibridanti della sessualità, transessuali e transgender, non sono tese alla rimozione dell’organizzazione classista e sessista, ma ne costituiscono una variante, spesso al servizio della soluzione economicamente più redditizia.

Pertanto il “femminismo socialdemocratico” e l’ibridismo sessuale filo-occidentale diventano puntelli di questo ordine sociale.

In questo modo si avalla il principio che questa società sia positiva e la si eleva ad assoluto, rispetto al quale il divenire temporale deve essere considerato come una forma già precompresa ed organizzata.

Da qui, la radice, la causa ed il principio della violenza che la società stessa perpetra e che viene giustificata come difesa dell’ordine naturale e razionale. Accettando l’esistenza, l’ordine e la gerarchia delle classi sociali come naturali, le funzioni politiche dello Stato acquistano valenza sociale.

Da qui, il diritto all’uso della forza ed al monopolio di questa che lo Stato pretende di avere, per cui si sanziona il principio della violenza legalizzata ed istituzionalizzata.

Dimenticare tutto questo ha comportato devitalizzare l’impulso rivoluzionario del femminismo, deviandone la sensibilità, l’immaginazione e l’analisi verso forme di determinazione individuale e collettiva opposte alle premesse ideali.

I sentimenti umani di reciproco riconoscimento, di mutuo aiuto e di vicendevole costruzione delle proprie esistenze sono stati tradotti in promozione individuale e sostituiti da meccanismi di promozione sociale, isolando le soggettività indisponibili a questa soluzione e le tante non coinvolte in questo processo, mettendole nella condizione di essere represse. Chi ha fatto queste scelte si è resa complice del razzismo istituzionale che rinchiude nei cie per condizione, della discriminazione e persecuzione di comportamenti, etnie, nazioni o parti politiche della società.

La ricerca della felicità individuale e collettiva è stata capovolta in una realizzazione personale totalmente dimentica dell’originaria azione creativa e dialettica del femminismo, capovolgimento favorito attraverso l’indirizzo dei mezzi comunicativi e formativi di massa, per cui ogni riflessione e pratica eterodiretta rispetto alle pratiche dominanti viene rinchiusa nella logica del negativo e del patologico, da reprimere, utilizzando le componenti socialdemocratiche riformiste come agenti controrivoluzionari.

La visione esclusivamente emancipatoria della condizione della donna annulla l’idea e gli ideali di liberazione, rimuovendo l’orizzonte comune e collettivo della libertà.

Il neoliberismo vuole ridurre a merce tutte le forme in cui si organizzano i corpi e la società, comprese le preferenze e le inclinazioni sessuali, ma tutto quello che è forma di resistenza, per il suo dispiegarsi, lo vuole distruggere.

Le singolarità e i corpi non ubbidiscono a giudizi di valore a prescindere, possono rendersi complici della missione di sottomettere con ogni mezzo le molteplici culture, diversità e inclinazioni o rifiutarsi di piegarsi al pensiero unico e dominante senza neanche essere, a loro volta, un contropensiero unico, inventando il proprio gioco, le proprie regole del gioco, conservando un’irriducibile alterità e, in questo, realizzandosi.

Con violenza maschile sulle donne si intende, perciò, la violenza patriarcale esercitata dal maschio, ma anche dalle istituzioni o da altre donne nella logica del sistema patriarcale.

È chiaro, a questo punto, che si pone il problema importante di come si possa combattere contro la violenza maschile sulle donne.

La comprensione dei meccanismi attraverso cui la società patriarcale/neoliberista si esprime ci porta necessariamente a rompere con ogni meccanismo partecipativo e collaborativo.

Sono necessarie forme di autodifesa e autorganizzazione.

È necessario ribellarsi e aiutare le donne a ribellarsi.

È necessario combattere i meccanismi che, in questa configurazione sociale, incentivano ed aumentano la possibilità di violenza. Per questo l’autodeterminazione delle donne non può essere svincolata da una critica a tutto campo al sistema capitalistico/neoliberista.

La società neoliberista, infatti, sdogana la violenza gerarchica per favorire i rapporti di subordinazione e mercificazione. La liberazione delle donne è inseparabile dalla lotta di classe, dalla lotta per una società dove non ci sia sfruttamento e non può significare, in alcun modo, partecipazione alla gestione dell’attuale sistema di potere.

Tutto questo presuppone anche il rifiuto delle leggi securitarie e del controllo sociale, nonché il disvelamento dei meccanismi che opprimono e dividono buone/i e cattive/i, omologate/ e non omologate/i, “normali” e diverse/i.

Di conseguenza, la lotta contro i linguaggi e gli atteggiamenti e i comportamenti sessisti deve essere accompagnata dallo smascheramento delle parole politicamente corrette come “convivenza civile”, “sereno confronto fra i sessi”, “affido condiviso”, “partecipazione e scelta responsabile”, “educazione alla convivenza”… che strumentalizzano le lotte delle donne, confondono l’aggredita con l’aggressore e mettono sullo stesso piano chi la violenza la subisce e chi la esercita.

È fondamentale il rifiuto dei ruoli, in ogni campo, non soltanto di quelli che ci interessano da vicino, perché non ci sono compartimenti stagni e i cedimenti in un ambito trascinano, in un effetto domino, tutto il sociale e perché le sole lotte corporative sono fuorvianti, quando non dannose anche al nostro stesso percorso di liberazione.

E si pone la necessità di cercare di scardinare i microcosmi che perpetuano le dinamiche di sopraffazione e sono funzionali al sistema, come la famiglia, ma anche il concetto di coppia, sia etero che non, e la violenza esercitata dalle donne contro le altre donne, perché i meccanismi ed i valori della società patriarcale sono fortemente introiettati.

E partire sempre da noi, perché il personale è politico e il sociale è il privato.

Dovremmo impegnarci per la costruzione di un edificio concettuale da contrapporre all’attuale modello dominante, all’ideologia neoliberista. La costruzione di questo progetto non è affatto un’impresa facile perché si parte da una situazione di quasi “tabula rasa” e perché si è ancora suggestionate/i da partiti e partitini che si autopongono come di sinistra, mentre sono la traduzione in politica del progetto neoliberista.

Non si tratta di trovare un progetto bello e fatto e impacchettato, ma un modo di vedere e di analizzare la società che possa consentire nel tempo di sconfiggere l’ideologia neoliberista con un’altra concezione del mondo.

Avendo scelto di non aver più come nemico la borghesia, la “così detta sinistra” e il “femminismo socialdemocratico”, il nemico lo hanno creato all’interno del variegato mondo del dissenso, producendo ogni sorta di metastasi disumana, come la delazione e la consegna di ragazzi e ragazze alla polizia. Per un sistema politico-culturale-organizzativo di questo tipo, ogni forma refrattaria è virtualmente pericolosa. Mettere, da parte di alcune/i, in discussione le pretese egemoniche culturali e politiche della sinistra socialdemocratica, nonché i suoi valori, fa sì che vengano immediatamente etichettate/i come estremiste/i, violente/i, settarie/i.  L’autonomia nei riguardi del pensiero unico, dell’orizzonte consensuale che questi prospettano, è un crimine e, come tale, viene da loro, perseguito.

È la vittoria della violenza del “bene”.

L’ideologia neoliberista, falsificando le scritture storiche, si presenta come un credo, come la forma suprema della realizzazione umana.

Nella vita quotidiana, questo si trasforma nello sviluppo dell’individualismo, nella preminenza progressiva della merce su ogni altro elemento e nella mercificazione di tutti i rapporti, compresi quelli sociali ed affettivi, nel dominio del denaro, nella cultura che viene ridotta a mode che si susseguono con l’apparire esibizionistico che prende il posto dell’autonomia individuale, nel revisionismo storico accompagnato dall’appiattimento della storia stessa sull’evento immediato e l’informazione istantanea, nella strumentalizzazione delle lotte di liberazione e delle diversità e nella cooptazione di elementi provenienti da etnie, ceti, culture oppresse che, in cambio della loro personale promozione sociale, partecipano attivamente all’oppressione degli ambienti da cui provengono. E, ancora, fuga dal conflitto, disaffezione progressiva dalla politica, nobilitazione della violenza repressiva e delle guerre neocoloniali, con la moltiplicazione dei passaggi verso l’atto violento fatto dai cittadini/e verso chi è, o viene percepito/a, come diverso/a o più debole.

Accettare questa lettura della storia come natura significa leggere la nostra oppressione di genere come frutto naturale e non come stratificazione imposta nei secoli dalla società patriarcale così come si è andata configurando nelle varie epoche storiche.

Così come nella società è necessario saper distinguere tra l’endemico conflitto capitale-lavoro e la lotta di classe, perché il primo, da solo, non è sufficiente a mettere in discussione questa società, così noi donne non dobbiamo permettere che le nostre lotte siano relegate ad una generica conflittualità tra i sessi, ma dobbiamo incentrarle sul processo di liberazione.

La lezione che si può trarre è che il crinale è l’assunzione della coscienza di classe ed è questo il terreno dello scontro e questo è valido anche per noi donne rispetto alla coscienza di genere.

Riaffermare la nostra autonomia e autodeterminazione, sottraendoci a questi valori mortiferi tutti i giorni e in tutti i momenti della nostra quotidianità, dovrebbe diventare esercizio del nostro vivere, trasmissibile così anche ad altre/i: rompere l’assuefazione al controllo, ribaltare la colpevolizzazione in cui ci vogliono invischiare, recuperare la capacità di indignarci, rifiutare il feticcio della legalità, promuovere la criticità verso la meritocrazia, la gerarchia, l’autorità, smascherare l’uso improprio di parole come democrazia, riforme… esercitare il coraggio di esprimere apertamente la propria opinione, spezzare l’ipocrisia in cui ci vogliono imbrigliare.

This entry was posted in 8 marzo, I "nostri" libri, Violenza di genere and tagged , , . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *