La Parentesi di Elisabetta del 21/12/2016 e Podcast

“Lo sciopero delle donne: interclassismo e spoliticizzazione.”

“Da una sovrastruttura all’altra: ovvero come girare in tondo senza cambiare di posto” Christine Delphy < Un féminisme materialiste est possible> Agosto 1982

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Che cosa significa “sciopero delle donne” ? Interrompere il lavoro che una donna presta, di qualunque tipo esso sia e a qualunque titolo, significa far pesare alla controparte, in questo caso allo Stato quanto conti il lavoro delle donne nella società.

E’ quindi una richiesta di riconoscimento.

Ma una richiesta di riconoscimento è tutta interna al sistema, sia al patriarcato sia al capitalismo, che  ha assunto il patriarcato a seconda delle sue esigenze, e, in questo momento specifico,  rispetto alle esigenze della sua fase neoliberista.

Quindi la richiesta può essere riassunta in questi termini: se io non vengo riconosciuta per quello che valgo in questa società e per l’apporto che do, mi rifiuto di lavorare, e, allo stesso tempo, se la mia vita non vale e quindi non vengo tutelata dalle istituzioni rispetto alla violenza maschile, io mi rifiuto di dare il mio apporto a questa società.

E’ quindi una richiesta non solo  di riconoscimento  ma anche di  tutela.

Ma il patriarcato è una configurazione economica piramidale, gerarchizzata, autoritaria in cui la parte maschile è investita del ruolo guida e la parte femminile è in una posizione subalterna. E questo per una efficace messa al lavoro dei soggetti. Chiaramente il patriarcato viene assunto e reimpostato dal sistema a suo uso e consumo ed, infatti, il capitale, in questa sua fase, attraverso l’emancipazionismo ha caricato le donne anche del lavoro all’esterno in modo da ottenere due risultati: sfruttarle anche come salariate e inglobare, quelle che si prestano, nelle situazioni di comando e/o di potere e/o di trasmissione dei valori neoliberisti così che sostengano il sistema e perpetuino lo sfruttamento di tutte le altre e degli oppressi tutti. L’emancipazione delle donne è, comunque, sempre, sub iudicio, perché la loro condizione di lavoratrici in cui  sono soggetti di serie B, è evidente nel diritto che il capitale si arroga di rimandarle “a casa” qualora il loro lavoro non serva più o la loro disponibilità non sia più utile. E per far questo non occorrono leggi o proclami speciali, basta che attraverso i canali con cui il sistema produce egemonia culturale, faccia passare segnali ad hoc……la maternità è bella…le femministe casalinghe che rifiutano la carriera… le donne che lavorano sono troppo stressate…è necessario recuperare i valori del tempo dedicato a se stesse e alla famiglia… il lavoro è un falso mito… e così via a seconda di quello che serve.

Ma il lavoro principale che il sistema pretende dalle donne, a titolo tra l’altro gratuito, è quello riproduttivo e di cura, ed è questa la grande vittoria del patriarcato, aver fatto passare per “naturale” un lavoro  vero e proprio e averlo fatto passare per “non-lavoro”.

Quindi, scioperare come donne significa interrompere il lavoro che possiamo definire “all’esterno” o anche il lavoro di cura e riproduttivo che è il nodo centrale del nostro asservimento patriarcale? E se interrompere il lavoro di cura può essere tutto sommato fattibile, come si interrompe il lavoro riproduttivo? A meno che il lavoro riproduttivo non venga identificato con il lavoro sessuale, ma è una visione limitata ed è una forzatura, visto che il lavoro sessuale è un’altra attività vera e propria che ci viene accollata sia che sia a titolo oneroso che a titolo gratuito.

Fondamentalmente quindi scioperare significa far presente alla controparte che le donne lavorano nella società a tutti i livelli e che quindi pretendono riconoscimento e tutela dallo Stato.

Ma tutto questo  non ha niente di femminista e tantomeno di rivoluzionario, anzi è una dichiarazione  esplicita di subalternità sia al maschile che allo Stato perché si chiede alla controparte riconoscimento della propria esistenza.

Questo tipo di modalità di lotta poteva avere un senso  nei periodi storici in cui le donne erano escluse del tutto dalla vita sociale effettiva ed erano tutte fuori dai circuiti produttivi e decisionali, relegate, tutte, in modi diversi a seconda della classe sociale, al lavoro riproduttivo e di cura, dove risiedeva principalmente, anche se non esclusivamente, il perpetuarsi del rapporto di dominio patriarcale.

Oggi, nella stagione neoliberista, la nuova frontiera del perpetuarsi della società patriarcale passa anche attraverso la cooptazione di donne che in cambio della loro promozione personale vendono le altre donne e svendono la lotta femminista e spacciano la loro promozione personale per emancipazione.

Oggi, ci sono donne che fanno il lavoro sporco di licenziare altre donne,  che reprimono, giudicano, condannano, forti di una divisa o di una carica istituzionale, che comandano le cariche nelle piazze contro chi osa ribellarsi, che giustificano, sponsorizzano e partecipano alle guerre umanitarie, che propagandano i valori neoliberisti e patriarcali attraverso la stampa e i media, che veicolano la medicalizzazione dell’esistenza di tutte le altre donne , forti di un camice bianco… L’operaia dovrebbe scioperare insieme alla dirigente aziendale di turno che la licenzia, la compagna insieme alla poliziotta che la manganella nelle piazze? quella che occupa la casa insieme all’assistente sociale che le toglierà i figli  dato che fornisce un pessimo esempio educativo? la secondina insieme alla carcerata? la magistrata insieme alla NoTav…la migrante insieme a Livia Turco che l’ha messa in un Cie ? la disoccupata insieme a Susanna Camusso che ha firmato tutti gli accordi più nefandi sul lavoro? perché tutte sono utili alla società e con il loro lavoro danno un contributo fattivo alla “Nazione”?

Tutto questo risponde a quella fascistizzazione dello Stato che sta attuando il neoliberismo, fascistizzazione  che si manifesta  anche e proprio nel far dimenticare che la società è divisa in classi per cui, in questo caso, ogni donna nel suo ruolo e al suo livello sociale , nella sua collocazione dovrebbe essere contenta di avere il riconoscimento del proprio lavoro e, tutte insieme, ottenuto il riconoscimento e la tutela dovrebbero lavorare per costruire, tutte insieme, questa società migliorata e migliorabile..

Una modalità di lotta interclassista, come è lo sciopero delle donne, ha dei connotati profondamente reazionari e neoliberisti ed incentiva la svendita delle donne al potere.

E’ la spoliticizzazione delle lotte che il neoliberismo propugna da molti anni, in tutti gli ambiti, per cui la protesta e la ribellione devono perdere i connotati di classe e le rivendicazioni devono essere delegate ai rappresentati di categoria o alle associazioni di consumatori o alla Class action.

In questo modo si fornisce un paravento dietro il quale la società patriarcale e neoliberista può nascondere i propri obiettivi reali  quali l’inasprimento della disoccupazione, la precarizzazione della vita, le crescenti disuguaglianze, le guerre umanitarie, il ruolo di cura  da cui dicono di voler affrancare le donne, ma in cui ne viene prepotentemente confermata la stragrande maggioranza. Poiché questi obiettivi sono inconfessabili, si veicolano come emancipazione, come transizione che dovrebbe condurre  alla nostra liberazione così come nella società il neoliberismo viene presentato come “moderno” e dovrebbe condurre alla crescita, alla piena occupazione, alla giustizia sociale e, nei paesi del terzo mondo, alla democrazia. La donna viene ridotta ad una dimensione conformista indotta dal “politicamente corretto”. Il conformarsi diventa una variante del consumo, in definitiva l’unica attività umana che definisce l’essenza dell’individuo.

Non c’è più il riconoscimento del nemico, la comprensione e la chiarezza su come opera ora il patriarcato e sugli obiettivi che si pone. La trasversalità della nostra oppressione, che è reale, non ha niente a che fare con l’interclassismo. E’ necessaria  la consapevolezza che solo uscendo dalla dimensione interclassista, fuorviante e fraudolenta, è possibile la presa di coscienza di genere indispensabile per combattere il nostro asservimento.

Mai come in questo momento storico, proprio per l’uso specifico dell’emancipazionismo che fa il dominio neoliberista e patriarcale, il femminismo è stato attraversato dalla classe. Mai come in questo momento è necessario scardinare i ruoli sessuati insieme all’organizzazione gerarchica, autoritaria, verticistica e mercificante del potere.

 

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