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Femminismo: paradigma della Violenza/Non Violenza
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1 maggio a Torino/Per salvarci dobbiamo cambiare sistema
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Il lavoro che non c’è e che non ci sarà più
<Il lavoro che non c’è e che non ci sarà più>
Elisabetta Teghil
Il lavoro così come l’abbiamo conosciuto sta sparendo, il lavoro non ci sarà più così come l’ha sempre pensato la società lavorista quella in cui si viveva fino a non molto tempo fa, quella in cui il lavoro rappresentava il titolo normale e pressoché esclusivo di partecipazione alla vita sociale, quello che poteva definire una persona “è un grande lavoratore” oppure ”è uno scioperato, un nullafacente, un ozioso, uno sfaccendato”, quello che faceva, seppure nello sfruttamento capitalistico, l’operaio orgoglioso del proprio lavoro e della propria manualità nella consapevolezza di produrre ricchezza con le proprie mani, quello che smascherato con la teorizzazione del rifiuto del lavoro aveva permesso alla società tutta degli anni ’70 di inseguire desideri e sogni nel tentativo di riprendersi la vita.
Quel lavoro non c’è più e non ci sarà più.
Il lavoro ora è precario, saltuario, a termine, ad incarico, a progetto, addirittura scivola nel volontariato spesso gratuito senza neppure il rimborso spese, quello a tempo indeterminato non esiste più se non in sacche residuali che vanno a sparire oppure con la nuova nozione di tempo indeterminato che mente a se stessa come è solito fare il neoliberismo, la contrattazione è sempre più individuale e, di fatto, si può venire licenziati e licenziate in qualsiasi momento. Ormai i lavoratori/trici perdono quasi tutti i processi intentati contro il datore di lavoro e se avviene la reintegrazione dopo una sentenza del tribunale questa viene bellamente disattesa in mille modi. Gli orari sono molto variabili, i gruppi di lavoro non si conoscono, il rinnovo del contratto è in funzione della disponibilità e della dedizione, non c’è più trasmissione del sapere da una generazione all’altra, quella trasmissione di conoscenze che era anche trasmissione di valori. Il luogo di lavoro non è più momento di socialità, di rapporto, di crescita culturale nello scambio reciproco delle esperienze e di crescita politica. Continua a leggere
Pubblicato in 1 maggio, La Parentesi di Elisabetta, Lavoro
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1 MAGGIO 2021
1 MAGGIO 2021/ non si può lottare per il lavoro se non si lotta contro il controllo sociale

Il lavoro diventa sempre più precario, fragile, volatile.
Il paradosso è che si parla sempre più di lavoro proprio nel momento in cui viene sempre più stravolto. Lo stesso paradosso che avviene per l’ambiente, per la natura, per gli aiuti al terzo mondo, per la povertà, per l’oppressione delle donne.
L’emergenza costruita dal potere per la così detta pandemia ha accelerato la crescente precarizzazione già in atto, aspetto specifico di una crisi più vasta e duratura che non è casuale, ma voluta dal capitale nella stagione neoliberista. La fantasia del capitale è sfrenata e senza limiti. Le varianti che ha saputo immaginare e creare sono tantissime: quelle a progetto, a termine, il lavoratore/trice che si fissa la remunerazione da solo/a, strumento attivo della propria svendita e, infine, ciliegina sulla torta, lo smart working.
Ma ora tantissimi lavori, tra l’altro in nero, sottopagati, malpagati, saltuari sono proprio spariti e una miriade di persone non si sa bene come faccia a tirare avanti, a mettere insieme il pranzo con la cena, ad avere un tetto sopra la testa.
E chi ha un lavoro degno di questo nome è ricattato pesantemente. Già nella sanità chi non fa la vaccinazione anti Covid, una vaccinazione che di fatto è una sperimentazione di massa, subisce vessazioni, radiazioni, demansionamenti, minacce, decurtazioni di stipendio, ma tutto questo ben presto sarà allargato ai dipendenti pubblici, agli insegnanti…a tutti. Chi non avrà il pass vaccinale non potrà nemmeno emigrare in cerca di fortuna altrove. Nei lavoratori predomina così la paura e la depressione e questo si risolve in una lotta per la sopravvivenza.
Il lavoro è sempre meno un posto di riferimento, è sempre più un fattore di disorientamento e incertezza. La scarsa attenzione per gli esclusi è l’altra faccia della moneta, e la filigrana è il disinteresse per le generazioni future, ma paradossalmente si risolve anche nel rimuovere ogni speranza di sicurezza nei confronti della propria vecchiaia. Ed è tutto accompagnato da un’amnesia nei confronti del passato, anche prossimo.
Si sta compiendo il progetto neoliberista di creare da una parte lavoratori/trici addomesticati e asserviti e dall’altra una massa di esseri umani inutili che vivranno sotto i ponti senza alcuna prospettiva se non quella di vivere di espedienti ai margini di una società blindata.
Per questo battersi per una vita che valga la pena di essere vissuta significa in questo momento lottare prima di tutto contro il controllo sociale, contro le telecamere, contro i militari e la polizia nelle strade, contro le multe e le sanzioni amministrative, contro il coprifuoco, contro i dispositivi elettronici sui posti di lavoro che controllano produttività, tempi, orari e ritmi, badges magnetizzati, video di sorveglianza, cellulari di servizio, posta elettronica, contro le coercizioni emergenziali di qualsiasi tipo siano anche se presentate con nobili motivazioni, contro le limitazioni agli scioperi, contro la digitalizzazione dei documenti, contro le patenti a punti, contro la sperimentazione sui nostri corpi…
Mantenere l’agibilità degli spazi di lotta/ Opporsi al controllo/ Riconquistare il terreno della vita.
Coordinamenta femminista e lesbica
qui il volantino 1 MAGGIO 2021
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Tutta la nostra solidarietà!
Tutta la nostra solidarietà come femministe a Marina Petrella e Roberta Cappelli e agli altri compagni sotto minaccia di estradizione dalla Francia perché il femminismo è uno solo, quello che percorre strade di liberazione, strade di uscita da questa società. Il capitale sta portando un attacco senza precedenti alle oppresse e agli oppressi, è di un’arroganza senza confini. Il neoliberismo è caratterizzato da un delirio di onnipotenza e non esistono zone neutre, schierarsi è una necessità.

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Apologia di ribellione e oltraggio all’oppressore
Apologia di ribellione e oltraggio all’oppressore
https://radiocane.info/apologia-oltraggio/
Esprimere solidarietà nei confronti dei detenuti e delle detenute in lotta? Dichiarare la propria vicinanza coi compagni inquisiti? Denunciare la gestione criminale della pandemia nelle carceri? Atti che si potrebbero dire minimali per ogni coscienza radicale, ma che per la Digos giustificano l’apertura di indagini per oltraggio e istigazione a delinquere. È quanto successo a più riprese ad alcuni compagni e compagne dell’Assemblea permanente contro il carcere e la repressione di Udine e Trieste ai quali gli inquirenti sembrano voler far pesare penalmente ogni parola “che, superando la sterile libertà di indignarsi, rivendichi la libertà di lottare”. Due compagne di Udine e Trieste ci raccontano di questa situazione e del contesto da cui nasce.

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Untados/Aterciopelados

En el país del sagrado corazón
a nadie se le puede dar la absolución,
cuando el billete es emperador.
Ya no hay decencia que valga, no hay honor.
La horrible ley de la selva de cemento:
supervivencia para el más violento.
Honor y escrúpulos son un invento
de un pasado lejano. Polvoriento.
Todos estamos untados.
Todos quedamos involucrados.
Todos andamos armados.
Queremos harto billete de contado.
Aquí no quedan inocentes,
todos aquí somos delincuentes.
Los hay de muchos pelambres y colores:
de cuello blanco, esos son los peores.
Aquí política es sinónimo de robo.
Millonarios sueldos y papayas de oro,
animal social como los leones,
es la presa, riqueza.
Somos depredadores.
Todos estamos untados.
Todos quedamos involucrados.
Todos andamos armados.
Queremos harto billete de contado.
Todos estamos untados.
Todos quedamos involucrados.
Todos andamos armados.
Queremos harto billete de contado.
Todos estamos untados.
Todos quedamos involucrados.
Todos andamos armados.
Queremos harto billete de contado.
Nel Paese del sacro cuore
a nessuno può essere data l'assoluzione,
quando il denaro è imperatore.
e non c'è decenza, non esiste l' onore.
La orribile legge della selva di cemento:
sopravvive il più violento.
Gli scrupoli sono un'invenzione
di un passato lontano. Polveroso.
Siamo tutti corrotti.
Siamo tutti coinvolti.
Andiamo tutti in giro armati.
Vogliamo molto denaro...
Qui non ci sono innocenti.
siamo tutti delinquenti
di molte specie e colori:
quelli con il colletto bianco sono i peggiori.
Qui la politica è sinonimo di furto.
milionari, denaro e papaya d'oro,
animali sociali come i leoni,
e la preda è la ricchezza
siamo tutti predatori.
Siamo tutti corrotti.
Siamo tutti coinvolti.
Andiamo tutti in giro armati.
Vogliamo molto denaro...
Siamo tutti corrotti.
Siamo tutti coinvolti.
Andiamo tutti in giro armati.
Vogliamo molto denaro...
Cosa è una vittima

“Questo culto è, in terzo luogo, generatore di colpa. Il capitalismo è, presumibilmente, il primo caso di culto che non toglie il peccato, ma genera la colpa. In ciò questo sistema religioso sta nella caduta di un immenso movimento. Un immensa coscienza della colpa, che non sa togliersi il peccato, fa ricorso al culto non per espiare in esso questa colpa, bensì per renderla universale, martellarla nella coscienza e infine e soprattutto includere Dio stesso in questa colpa per infine interessare lui stesso all’espiazione.” W. Benjamin a proposito della dimensione religiosa del capitalismo.
Vi proponiamo un interessante testo che pur portando una firma maschile, fuori dalla nostra linea editoriale che prevede firme solo di donne, riteniamo estremamente utile pubblicare per l’indagine sul paradigma vittimario, quella costruzione politico-giuridico-sociale che il sistema di potere usa per impedire la comprensione della natura e della causa delle cose.
Cosa è una vittima
di Gregorio Moneti [ a questo link potrete trovare un ulteriore approfondimento https://www.rivisteweb.it/doi/10.7383/98199]
1. Premessa. – 2. La vittima sacrificale. – 3. La vittima espiatoria. – 4. La vittima vincitrice. – 5. La vittima sconfitta. – 6. Una definizione pura di vittima. – 7. Non essere più vittime. Il diritto penale minimo – 8. Il femminismo materialista e il post vittimismo. – 9. Conclusioni.
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Premessa
La vittima ha nel diritto penale un ruolo fondamentale ma per lo più nascosto, misconosciuto. Questa è anzitutto il principale elemento di giustificazione dell’intero impianto giuridico, della potestà di punire, del monopolio statale della forza e della violenza legittima.
Nonostante sia sempre più presente nel dibattito pubblico, ed oggetto di specifici studi specialistici, la vittima è rimasta comunque un oggetto indefinito, tautologicamente ricondotto al soggetto che ha subito un torto.
Più che chiedersi chi è vittima e perché, bisognerebbe preliminarmente domandarsi cosa è una vittima.
Sosteneva Girard (2011, 35) che un qualsiasi sistema giuridico si basa su di una giustificazione, una teologia della giustizia, che “può anche scomparire… e la trascendenza del sistema restare intatta”.
Ricercare una definizione minima del concetto di vittima vuol dire quindi demistificare la struttura profonda del nostro sistema penale, della nostra identità collettiva, facendo a pieno i conti con la nostra storia.
Si tratta di affrontare un percorso lungo e complesso che qui non potrà che essere solo abbozzato. Al fine di proporre una prima ipotesi della definizione minima che ci siamo preposti di ricercare tenteremo di individuare quattro modelli archetipi di vittima, provando ad isolare una caratteristica minima comune sulla base della quale sia possibile fondare delle ipotesi.
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La vittima sacrificale
Il primo modello archetipo che dobbiamo qui affrontare è quello della vittima sacrificale.
Il sacrificio pur nelle forme più disparate e spesso esclusivamente simboliche attraversa la storia dell’umanità.
Rene Girard (2011, 17) lo individua quale elemento fondante di ogni società.
In particolare il sacrificio assolverebbe una ben precisa funzione preventiva di tutela della comunità, consistente ne lo “sviare in direzione di una vittima relativamente indifferente, una vittima sacrificabile, una violenza che cerca di colpire i suoi stessi membri, coloro che intende proteggere a tutti i costi”.
Affidandoci all’opera del filosofo francese possiamo allora dire che un soggetto è sacrificabile anzitutto se su di esso può essere esercitata una violenza senza timore che questa si propaghi all’interno della comunità secondo lo schema mimetico della vendetta, del contagio, della contrapposizione interna.
La vittima sacrificale è il soggetto sacrificabile su cui la violenza si ferma senza possibilità di diffondersi ulteriormente.
L’idea alla base del sacrificio si fonda su di una concezione della violenza quale elemento ineliminabile della società umana; ineliminabile ma gestibile, isolabile appunto su di un soggetto esterno o espellibile, capace di trattenere su di sé la violenza, catturandola preventivamente al di fuori prima che si propaghi all’interno. Continua a leggere
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Passacaglia della vita/ Rosemary Standley
O come t’inganni/ Se pensi che gli anni/ Non hanno a finire
O come t’inganni
Se pensi che gli anni
Non hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
Se pensi che gli anni
Non hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
È un sogno la vita
Che par sì gradita
È breve il gioire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morir
Che par sì gradita
È breve il gioire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morir
Non val medicina
Non giova la china
Non si può guarire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
Non giova la china
Non si può guarire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
I giovani, i putti
E gli uomini tutti
Tutt’hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
E gli uomini tutti
Tutt’hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
I sani, gl’infermi
I bravi, gl’inermi
Tutt’hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
I bravi, gl’inermi
Tutt’hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
La morte crudele
A tutt’è infedele
Ognuno svergogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
A tutt’è infedele
Ognuno svergogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
È pur o pazzia
O gran frenesia
Par dirsi menzogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
O gran frenesia
Par dirsi menzogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
Si muore cantando
Si muore sonando
La cetra o sampogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
Si muore sonando
La cetra o sampogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
Si muore danzando
Bevendo, mangiando
Con quella carogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
Bevendo, mangiando
Con quella carogna
Morire bisogna
Morire bisogna, morire bisogna
O come t’inganni
Se pensi che gli anni
Non hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
Se pensi che gli anni
Non hanno a finire
Bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morire
Bisogna morire, bisogna morir
Bisogna morire, bisogna morir
Iniziative il 25 aprile a Lecco, Bologna, Trieste, Ala, Bolzano, Genova…
Iniziative il 25 aprile a Lecco, Bologna, Trieste, Ala, Bolzano, Genova…
ilrovescio.info
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25 aprile 2021

25 aprile 2021
NON E’ PIU’ TEMPO DI PROCESSIONI
Per molti anni il 25 aprile è stata una ricorrenza per ribadire la lotta antifascista, anche se le Istituzioni comprese quelle partigiane <ufficiali> come l’ANPI si sono da subito espresse a tutela dell’ordine costituito snaturando, e sapendo bene cosa questo significasse, l’essenza stessa della Resistenza come lotta per il rifiuto di istituzioni coercitive, repressive e distruttive delle libertà personali, sociali e politiche e come tentativo di creare una società diversa. Gli anni ’70 sono stati emblematici rispetto a questo modo di strumentalizzare il lascito della Resistenza e di manipolare la storia e la memoria: mentre compagne e compagni riallacciavano rapporti con le partigiane e i partigiani che donavano loro anche le armi che avevano nascosto e che si erano rifiutati di dare allo Stato alla fine della guerra, le istituzioni, in tutte le varie articolazioni comprese quelle così dette di sinistra, demonizzavano la violenza politica, parlavano di opposti estremismi e portavano corone che grondavano menzogna sulle lapidi di chi per la Resistenza aveva dato la vita.
Man mano, dalla fine degli anni ’80, mentre il neoliberismo portava avanti la sua sistematica demolizione dei riferimenti politici, dei principi, degli ideali, degli immaginari per un’altra società, abbiamo assistito ad una trasformazione sempre più drammatica dei significati della ricorrenza tanto che la sinistra antagonista ha finito spesso per manifestare in piazza insieme alle Istituzioni contro un fascismo sempre più identificato solamente con quello in orbace. Qualche sussulto di consapevolezza è avvenuto più che altro per le prese di posizione fuori posto e fuori luogo della Brigata ebraica rispetto alla presenza palestinese nei cortei.
Ormai il 25 aprile è stato ridotto ad un rituale privo di significato o meglio risignificato dalle istituzioni a proprio uso e consumo.
Non è più tempo di processioni. Non è più tempo di corone di fiori. Non è più tempo di discorsi. E’ tempo di verità.
E’ tempo di riconoscere chi è il nemico, vale a dire le istituzioni neoliberiste in tutte le loro sfaccettature, dalla destra tradizionale alla sinistra riformista, vale a dire il PD e accoliti, principali artefici della naturalizzazione del neoliberismo nel nostro paese, che rappresentano il nazismo odierno. Lo Stato etico ha la pretesa di decidere delle nostre vite, di presentarsi come detentore del bene e del giusto, ha l’arroganza di proibire e permettere, aprire e chiudere, di farci spostare o di non farci spostare, di vaccinarci obbligatoriamente per sperimentazione e per profitto, di imporci il pass vaccinale, ha la faccia tosta di dirci che possiamo lavorare ma non ci possiamo divertire, che tutto quello che succede è colpa nostra e ricadrà sulle nostre teste. Vuole fare di noi schiavi/e obbedienti e riconoscenti.
Questo è il fascismo di oggi. Questo è quello contro cui dobbiamo batterci. La posta in gioco è altissima, ne va della nostra possibilità di vivere una vita che valga la pena di essere vissuta.
Non dobbiamo fare processioni di giorno, dobbiamo scendere per le strade di notte.
Saluti e baci, le coordinamente
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I ratti dell’immaginario
I ratti dell’immaginario

Dedicato a Giovanna e a tutti coloro che subiscono ma, ancora, resistono
Prima li sentivamo muoversi nei muri, come i topi del celebre racconto di H. P. Lovecraft, poi hanno iniziato a muoversi per le stanze di casa e per le vie delle città e oggi sono venuti allo scoperto rivelandoci tutto l’orrore di questa società che si sarebbe voluto tener nascosto dietro a pareti di discorsi democratici, progressisti e green moltiplicati e riproposti all’infinito dai media.
Si sono presentati così, a volto scoperto con la scusa della pandemia e dei provvedimenti di urgenza, con i Dpcm, con i lacrimogeni sparati in faccia a chi si oppone ai loro devastanti e inutili progetti, con la criminalizzazione dei lavoratori in lotta, con la distribuzione di anni di reclusione o di sorveglianza speciale per chi si ostina a battersi contro le miserie dell’esistente e, per finire in “gloria”, con generali in pompa magna che vorrebbero farci credere di essere al servizio della società e della “nostra” salute.
Negano l’evidenza della gestione fallimentare della pandemia e dell’esistente, negano o ignorano l’assoluta dipendenza di ogni loro decisione dalle necessità immediate o future del capitale, rovinano le mezze classi fingendo di rappresentarle e si accaniscono sui lavoratori salariati e i giovani in una epocale trasformazione del lavoro e della distribuzione che lascerà sul campo milioni di disoccupati oppure di lavoratori destinati a compiti sempre più umili, non garantiti e sottopagati.
Per fare ciò, però, non possono accontentarsi di disciplinare la società e il lavoro ma, come si è già detto su queste pagine (qui) devono anche riuscire a reprimere e disciplinare ogni aspetto dell’immaginario, individuale o collettivo.
Per raggiungere questo obiettivo hanno dovuto andare oltre i limiti della normale produzione di narrazioni tossiche cui ci hanno abituato da tempo le fake news sistemiche e di Stato; hanno superato i limiti di una produzione culturale mainstream, contro cui questa rivista si batte ormai da molti anni poiché ritiene l’immaginario un campo di battaglia fondamentale per la definizione del nostro futuro, e hanno iniziato a porre severi limiti alla libertà di immaginare, in ogni sua forma ed espressione.
In tale ipotesi la libertà d’opinione sarà definitivamente seppellita e si potrà essere liberi di immaginare soltanto se si immaginerà ciò che il Capitale e lo Stato riterranno utile e proficuo immaginare. La capacità di immaginazione sarà trasformata in reato della mente, in associazione a delinquere del desiderio e dovrà essere rigidamente controllata da una sorta di polizia politica dei sogni. Continua a leggere
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Andare a fondo
Andare a fondo. Dai vaccini biotech alle terapie digitali

Se negli ultimi mesi abbiamo scritto parecchi testi su (e contro) la vaccinazione biotecnologica di massa, non è per una sorta di ossessione, ma perché la consideriamo una questione fondamentale. Ripetiamo ancora una volta che il punto decisivo non sono i danni sanitari immediati che essa può provocare, bensì le gigantesche incognite sui suoi effetti a medio-lungo termine (sui corpi e sui virus) e, ancor più, le sue conseguenze sociali. Basta pensare all’enorme quantità di dati sanitari personali che l’industria farmaceutica sta raccogliendo grazie alla vaccinazione di milioni di individui. Questo è il vero segreto di Pulcinella dietro la secretazione degli accordi fra Unione Europea e “Big Pharma”, ben più dei costi delle fiale o dell’immunità legale garantita alle industrie in caso di reazioni avverse gravi o di morti. Come è emerso pubblicamente nel caso dello Stato di Israele – mentre alle nostre latitudini va ancora in scena la sinistra commedia sul consenso informato e sulla “privacy” –, la concessione dei dati medici a Pfizer è stato uno degli elementi chiave nella geopolitica dei vaccini. Quei dati sono probabilmente più preziosi degli stessi profitti immediati (a cui non caso AstraZeneca ha dichiarato di rinunciare “finché dura la dichiarazione di pandemia”, garantendo ai propri azionisti che gli incassi arriveranno con le future – e periodiche – rivaccinazioni). Del tutto a proposito, l’amministratore delegato di Pzifer ha definito lo Stato di Israele «il laboratorio del mondo». Far somministrare il proprio vaccino a un’intera popolazione e raccoglierne via via i dati sanitari è decisamente il sogno di ogni multinazionale. E possiamo anche avanzare un’ipotesi sulla direzione in cui saranno usati quei dati: verso le terapie digitali o bioelettroniche, in grado di sostituire proteine, molecole e princìpi attivi con minuscoli software ingeribili. Si tratta di un mercato per cui i giganti del digitale si stanno fondendo da tempo con l’industria farmaceutica (ad esempio Google – tramite la controllata Verily Life Sciences – con Glaxo, per fare due nomi). Le terapie digitali – di cui non a caso si sente parlare sempre più spesso in televisione o alla radio – sono in commercio negli Stati Uniti dal 2017, anno in cui la FDA ne ha autorizzato l’impiego. Su quel mercato l’Europa è decisamente in ritardo. Non che manchino – soprattutto in Germania – le aziende biotech che hanno già prodotto i loro ritrovati nano-info-bio per curare l’ipertensione, il diabete o l’obesità. Cosa manca? La società in cui farle funzionare. Continua a leggere
Pubblicato in Capitalismo/ Neoliberismo
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Appello del Comitato Solidale Grup Yorum
Ricordiamoci di Helin Bolek 
APPELLO DEL COMITATO SOLIDALE GRUP YORUM
www.osservatoriorepressione.info
Il 24 aprile mobilitazione per Ali Osman Kose/ il prigioniero politico Ali Osman Köse deve essere rilasciato
Ali Osman Köse è un prigioniero politico che ha combattuto tutta la vita per la libertà del popolo turco e della sua terra. È stato arrestato durante la lotta per un paese indipendente, democratico e socialista e ha trascorso 37 anni dei suoi 65 anni di vita in carcere.
La sua prima reclusione risale al 1984 dopo che il 12 settembre 1980 la giunta militare prese il potere in Turchia, sostenuta dagli USA.
Ali Osman Köse ha vissuto molte operazioni repressive nelle prigioni turche, la più significativa delle quali è stata l’Operazione Ritorno alla Vita. Dal 19 al 22 dicembre 2000, l’esercito e la polizia hanno preso d’assalto 20 prigioni turche in cui erano reclusi prigionieri politici. Da due mesi infatti più di 1000 prigionieri politici di sinistra erano impegnati in una protesta portata avanti con lo sciopero della fame a tempo indeterminato per impedire l’introduzione delle prigioni di isolamento di tipo F. Durante questa operazione militare sono state usate armi chimiche, sono morti 28 detenuti e ci sono stati più di 300 feriti.
Ali Osman Köse è in cella di isolamento di tipo F dal 2000. Questo regime di prigionia ha compromesso ulteriormente il suo stato di salute ed è arrivato al punto di non poter più essere lasciato solo. Il parere di un medico indipendente conferma che non può alzarsi senza appoggiarsi da qualche parte o essere aiutato da qualcuno. Ha difficoltà motorie e di coordinazione, non può camminare da solo, lavarsi i vestiti, farsi la doccia, né può mangiare adeguatamente. Ha problemi di udito, di vista e di pressione alta. Ha seri danni alla memoria dovuti ai prolungati scioperi della fame, che gli impediscono di ricordare (tra l’altro) quando prendere le sue medicine. Ultimamente gli è stato diagnosticato un tumore di 9 centimetri al rene e gli è stato deliberatamente impedito un trattamento chirurgico urgente. Continua a leggere
Pubblicato in Carcere, Internazionalismo
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18 aprile/ Grave un’attivista NoTav/la polizia spara candelotti ad altezza d’uomo
Giovanna è grave, è ricoverata alle Molinette. La polizia ha sparato candelotti ad altezza d’uomo raggiungendola in pieno volto. All’ospedale ha subito pressioni da un’operatrice nonostante le sue condizioni. La polizia ha tentato di interrogarla entrando nella stanza dell’ospedale mentre dentro gli ospedali, per le norme anticovid, non fanno entrare neanche i parenti a confortare i propri cari in gravi condizioni. In poche righe è condensato tutto: violenza del potere, arroganza, discrezionalità assoluta, una donna che intimidisce un’altra donna! La lotta NoTav è una cartina di tornasole.

Questo il resoconto di notav.info
Si è svolta questa mattina alle 12,30, al Centro Polivalente di San Didero, la conferenza stampa del Movimento No Tav per denunciare e fare chiarezza sui gravi fatti accaduti ieri sera a seguito della meravigliosa giornata di lotta e del lungo e partecipatissimo corteo che ha attraversato i paesi della Valle da San Didero a San Giorio.
Il movimento No Tav, infatti, ha poi concluso la giornata di mobilitazione di ieri, con un saluto ai presidianti che ormai da giorni resistono sul tetto del presidio all’interno delle recinzioni.
Le forze dell’ordine hanno avuto una reazione spropositata a questo atto di solidarietà del Movimento, scatenando un fitto lancio di lacrimogeni ad altezza uomo colpendo una ragazza in pieno volto.
Questa generosa donna è una valsusina acquisita fin dagli albori del Movimento No Tav. Infatti, è sempre stata presente dal 2005 in poi con sua figlia, ha anche vissuto in Valsusa per qualche tempo e in ogni occasione possibile è sempre pronta a sostenere la lotta No Tav.
Giovanna attualmente si trova all’ospedale Molinette con due emorragie celebrali e plurime fratture al volto. Ha inoltre subito pressioni da un’operatrice nonostante lo stato fortemente provato per le lesioni subite e l’estrema situazione di fragilità, colpevolizzandola per il fatto di essere stata ferita nell’ambito di una iniziativa del movimento no tav violando quel patto di sicurezza e protezione che si dovrebbero trovare in una condizione normale nel momento in cui si varcano le porte dell’ospedale. E’ notizia di questa mattina, inoltre, che la polizia è andata alle Molinette entrando nella stanza di Giovanna cercando di interrogarla contrariamente a quanto definiscono le norme anti-covid che vietano l’entrata di esterni, compresi i parenti, in ospedale.
Presente alla conferenza anche Loredana Bellone, consigliere comunale di San Didero, che ha sottolineato come l’occupazione militare del territorio del proprio Comune, sia un fatto molto grave e come sia inaccettabile che le forze di polizia non permettano il normale svolgimento della vita quotidiana del paese. Ha inoltre denunciato il comportamento ignobile delle forze dell’ordine che hanno causato il grave ferimento di Giovanna.
Troviamo inaccettabile questo comportamento così come troviamo inaccettabile la scelta di violenza praticata e perpetrata dalle forze dell’ordine ogni volta che la popolazione valsusina decide di opporsi ai cantieri dell’alta velocità.
Da lunedì cittadini e amministratori sono in mobilitazione opponendosi alle operazioni propedeutiche alla costruzione di un nuovo autoporto, cantiere collaterale del progetto, ormai monco, della Torino- Lyone. Quello che si trovano di fronte sono forze militari che si muovono nella notte, spropositate per numero e violenza, accompagnate da idranti e gas lacrimogeni lanciati ad altezza uomo.
Ieri sera si è sfiorata una tragedia che possiamo definire annunciata.
Perchè purtroppo queste modalità le abbiamo già incontrate negli anni passati quando già in altre occasioni il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo, ha causato diversi ferimenti gravi quali ad esempio la perdita di un occhio, svariate fratture al volto e alla testa. Lo diciamo infatti da anni, è inaccettabile che le forze di polizia, in uno stato democratico, violino ogni convenzione dei diritti umani partendo dalla privazione del diritto di manifestazione arrivando a sparare ad altezza uomo lacrimogeni al CS che ricordiamo essere vietati dalla convenzione di Ginevra.
Fuori le patriarche dalle nostre vite!
Fuori le patriarche dalle nostre vite! Noi non siamo come voi.
Il 21 aprile la Procura di Torino deciderà in merito alla richiesta di sorveglianza speciale avanzata dalla PM Emanuela Pedrotta per Boba, militante torinese e storico redattore di Radio Blackout.
<Noi, dal nostro punto di vista, siamo orgogliosi di porci in aperta opposizione ad un sistema che sfrutta, devasta e impoverisce e che per perpetuarsi usa la censura, la repressione e il controllo.
Noi non siamo come voi>
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