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Cose nostre.

Cose nostre. Un ciclo di incontri sul ciclo!

Le aperture serali della Consultoria sono un momento per costruire consapevolezza di noi stesse, dei nostri desideri e dei nostri limiti, per rompere con le nostre certezze, guardare alle nostre contraddizioni, organizzare la nostra lotta. Troviamoci in un’atmosfera calda e accogliente, e confrontiamoci sui temi che più ci stanno a cuore e le questioni che incidono sulla nostra salute.

Portiamo letture, condividiamo riflessioni personali, beviamoci qualcosa insieme!

COSE NOSTRE | Un ciclo di incontri sul ciclo.

Mercoledì 30 settembre, dalle 19 alle 22 | Assenza e presenza del ciclo: significati culturali e sociali.

Mercoledì 21 ottobre, dalle 19 alle 22 | Il vissuto corporeo del ciclo.

Mercoledì 11 novembre, dalle 19 alle 22 | Le età in cui il ciclo non c’è.

Durante gli incontri sarà possibile prendere i materiali che ci hanno portato ad avere nuovi spunti, ad approfondire delle riflessioni. Portatevi una chiavetta USB: no copyright!

E in programmazione per dicembre… FESTA IN ROSSO!

consultoria 1

 

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L’Italia è sotto controllo totale della NATO

Intervista di Tatiana Santi ad Alex Zanotelli.

Fonte: http://it.sputniknews.com/italia/20150916/1167336.html.

L’Italia è sotto il controllo totale della NATO. A dimostrarlo sono le numerosissime basi militari americane sparse per il Paese, la trasformazione della Sicilia in un centro tecnologico di droni, aeroporti adibiti a massicce esercitazioni internazionali, sistemi di guerra probabilmente pericolosi per la salute come il Muos.

Ora, come può l’Italia avere una politica estera indipendente se è totalmente militarizzata dalla NATO? I media questa domanda non se la pongono, del resto le basi militari americane sono praticamente un tabù sulla stampa italiana.

I cittadini però potranno pur sapere quello che avviene sul loro territorio? Nel frattempo si avvicina la più grande esercitazione NATO dai tempi della guerra fredda, la “Trident Juncture 2105”, ospitata anche dal Belpaese. L’importante è essere consapevoli del ruolo fondamentale che ha l’Italia nei giochi di guerra firmati NATO. C’è però chi lancia l’allarme e dice “no” alla guerra e alla Nato come Padre Alex Zanotelli, che ha gentilmente rilasciato un’intervista in merito a Sputnik Italia.

– Padre Alex, qual è il suo punto di vista sulle esercitazioni NATO “Trident Juncture 2015” che si svolgeranno in Italia quest’autunno?

– Siamo davanti alla più grande esercitazione militare mai fatta dopo il crollo del muro di Berlino. Le esercitazioni si svolgeranno dal 3 ottobre fino al 6 novembre con la partecipazione dei rappresentanti di tutte le fabbriche di armi. Parliamo di una cosa imponente che esprime la militarizzazione di questo nostro sistema economico e finanziario. Il comando centrale sarà proprio Napoli, a Lago Patria. Ecco perché noi a Napoli ci stiamo mobilitando per una manifestazione nazionale del 24 ottobre nel cuore di queste esercitazioni. Continua a leggere

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Miseria e arroganza del suprematismo

Miseria e arroganza del suprematismo

Dal blog dakobaneanoi, un interessante intervento di Dilar Dirik, giustamente impietoso nel mostrare le miserie della whiteness e dei suoi privilegi.
Buona lettura!

L’immaginazione di alcuni esponenti della sinistra che vanno in Rojava dai paesi a capitalismo avanzato e si aspettano di trovare lì una rivoluzione senza macchia, perfetta, priva di contraddizioni, liscia e compiuta – e buttano via tutto quando non appare come se la sono raffigurata nelle loro versioni imbiancate che servono solo a rinforzare la loro struttura ideologica – illustra molto bene una questione più ampia della sinistra in Occidente: essa è troppo d’élite per conoscere le realtà sociali di base (perché la maggior parte di queste persone interessate non sono affatto “la base”: sono ontologicamente borghesi, a prescindere dalla loro presunzione), troppo positivista per cogliere le profonde questioni sociali che hanno molto più a che fare con le speranze e i dolori  storico-emotivi delle persone che con le strutture teoriche, e troppo pigra per sforzarsi e provare la fatica di mobilitare quello che astrattamente chiamano “il popolo”.

Il maggior problema  della sinistra bianca è quello di essere più occupata a parlare di radicalismo in modo inaccessibile, con compagni di lotta che godono degli stessi privilegi e dello stesso vocabolario, piuttosto che risolvere veramente i nodi gordiani della società.

In particolare, il maschio bianco istruito ha il lusso e il privilegio di poter visitare ogni luogo di rivoluzione, di appropriarsene a suo piacere e di criticarlo, senza clausole e senza mai sentire la necessità di guardare nel proprio cortile. [Non potrò mai perdonare l’arroganza della donna che, dopo aver trascorso tre giorni in Rojava, ha detto con disinvoltura “Sono andata in Afghanistan nell’anno X ed erano molto meglio organizzati di voi, ragazzi”].

Con un gigantesco senso di proprietà senza responsabilità, può unirsi a livello internazionale, separarsi a livello locale, e viceversa.

Egli non ha alcuna identità, come invece la hanno le persone che vivono attraverso le rivoluzioni: trascende etnia, nazionalità, genere, classe, sessualità, fisicità, ideologia.

È l’incarnazione del difetto, lo status quo, non può vivere o conoscere il significato della devianza. Non sa che la maggior parte delle lotte inizia con una richiesta di riconoscimento, di un posto nella storia, perché è lui a scriverlo. Così egli spesso non riesce a cogliere le motivazioni rivoluzionarie al di là della teoria.

Ecco perché rinuncia così facilmente alla solidarietà con le lotte per un purismo ideologico che è forse una delle più grandi espressioni del suo privilegio – può permettersi di essere ideologicamente puro in modo dogmatico, teoricamente coerente, perché il suo interesse per una lotta non è questione di vita o di morte, non è questione di sopravvivenza, ma di mero interesse personale.

Avendo incontrato molte di queste persone nell’ambito della solidarietà per il Rojava, la maggior parte delle quali è completamente ignara del danno emotivo che sta creando, mi sembra che il fascino che esercitano su di loro l’anarchismo, la democrazia radicale, il femminismo, ecc., spesso abbia più a che fare con il rifiuto dell’autorità per proteggere le proprie anguste libertà individuali che non con l’organizzare davvero una società che sia politicamente consapevole.

Quanti fra questi credono davvero che una madre di dieci figli che non sa leggere possa avere una maggiore consapevolezza politica di loro? Quanti darebbero fiducia a questa donna perché diventi responsabile delle decisioni? Quanti di coloro che rifiutano la leadership di Öcalan in modo così dogmatico in realtà mettono se stessi e “il popolo” sullo stesso livello? Quanti avrebbero la pazienza e lo spirito di sacrificio per dedicarsi completamente ad una comunità, al punto da essere disposti a morire per quella? Continua a leggere

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I soldati israeliani uccidono una ragazza palestinese

Una studentessa palestinese è stata uccisa dai soldati israeliani ad un check point perché non ha voluto farsi perquisire dai soldati maschi.

http://contropiano.org/articoli/item/33011

L'esercito israeliano uccide una ragazza disarmata

Un omicidio in diretta, sotto gli occhi delle telecamere, a un check point israelino nei pressi di Hebron, in Cisgiordania. Una ragazza palestinese di 18 anni, Hadeel Hashlamon, studentessa assolutamente disarmata, è stata di fatto fucilata sul posto dai soldati di Tsahal.

Per circa mezz’ora è rimasta a terra, trascinata come un animale o un pacco, ancora viva. Quando l’ambulanza è finalmente arrivata non c’era però più nulla da fare.

Nei video si vedono i soldati sparare, a distanza. Non si nota nessun coltello, come invece hanno dichiarato gli assassini subito dopo, per giustificarsi. Al contrario, li si può osservare ridacchiare e mostrare assoluta indifferenza per quella giovane donna rantolante ai loro piedi.

L’unica sua “colpa” è quella di aver rifiutato di farsi perquisire dai soldati maschi, come riportato daall’associazione Youth Against Settlements. «Hadeel arriva al check point. Si rifiuta di farsi perquisire da soldati di sesso maschile. Si dirige verso l’uscita e viene colpita: prima alle gambe, poi al petto. Cinque proiettili in tutto. Nella sua borsa c’erano soltanto dei libri».

Un crimine orrendo che ha scatenato, naturalmente, le proteste degli abitanti di Hebron e nuove violenze dai parte degli sgerri dell’apartheid.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=fk3mAhJjDxA

 

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Sfidiamo il presente!

sfidiamo il presente

24 – 25 – 26 – 27 Settembre – Roma quattro giornate di confronto, discussione e incontro

#Sfidare il presente!

Lotte e conflitti nel movimento e per i movimenti

Con ritmo irregolare ma costante gli ultimi anni hanno definitivamente messo in luce come la promessa di un mondo capace di regolare da sé il mercato del lavoro, la produzione e la redistribuzione delle risorse sia stata tradita. Dopo decenni di egemonia sostanzialmente incontrastata, l’ideologia neoliberista scricchiola. Un’epoca storica si affaccia sull’orlo di una crisi di nervi, una civiltà intera è sospesa e trattenuta su un baratro. Crisi, recessione e ristrutturazione definiscono il piano instabile e in tensione del presente globale, costellato da un progressivo aumento della violenza sistemica per riprodurre un comando sempre più rapace e distruttivo di vite e ambienti. Uno scenario con cause di lungo periodo e novità recenti, entro il quale stanno continuamente ricombinandosi gli equilibri di potere senza riuscire però a trovare stabilità.

Nei territori in cui viviamo conflitti di ogni genere attraversano il tessuto sociale, mostrandoci che non siamo tutti sulla stessa barca, con buona pace di chi affermava la necessità di remare insieme.

Un caleidoscopio eterogeneo di lotte, forme di rifiuto, campi di contesa e contrapposizione, talvolta espliciti talaltra carsici, latenti, potenziali, delinea un informe spazio di potenzialità per aprire fratture nel nostro tempo. Queste correnti sociali, nell’attuale carenza di forme magnetiche che possano aggregarle e di forze che possano completamente liberarne le energie, sono ancora contenute in limiti che vanno ricercati anche nelle idiosincrasie e nelle carenze di capacità politica antagonista. Tuttavia all’interno di questo magma gli ultimi anni hanno anche prodotto, dentro tale quotidiano movimento, centinaia di attiviste/i e militanti che stanno coraggiosamente crescendo nelle lotte e nello scontro, spendendosi con generosità e osando laddove è necessario. Continua a leggere

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#Colosseo#lavoltabuona#cultura ostaggio dei sindacati (secondo Renzi)

#Colosseo#lavoltabuona#cultura ostaggio dei sindacati(secondo Renzi)

 di Nella

Oltre all’uso a buffo dell’aggettivo “buono” che quasi mi ricorda quando a mensa, da bambina, ti presentavano quei piatti orribili dicendoti: “Mangia è buono!!” questo è lo stesso effetto che mi fa quando ne parla Renzi, uno che rappresenta il presente e il futuro della politica neoliberista.

Secondo Franceschini la gestione dei beni culturali dovrebbe essere pubblica perché “la misura è colma” “sono beni essenziali”. Posto il fatto che sarebbe necessario definire cosa è necessario visto che i beni necessari come la casa, un esempio per tutti, ce li tolgono, ricordiamoci che proprio loro hanno provveduto a gestire il patrimonio culturale come un bene commerciale da privatizzare e esternalizzare, rendendo possibile l’accesso alla cultura solo a pochi e sempre sotto la forma di Grande Evento.

Tutto svuotato, rimane solo l’apparenza.

Seguiamo delle mode imposte dal neoliberismo, basti pensare all’Expo che ha coinvolto la produzione culturale mainstream e accademica con stage, corsi universitari, mostre come l’ultima sulla nutrizione all’Ara Pacis.

Poi, cosa succede ai lavoratori e alle lavoratrici, alle persone, non conta,  non importa che abbiano contratti da fame, orari spezzati, che non vengano pagate le indennità o gli straordinari, interessa solo che stiano al loro posto, puliti e ordinati, tutto in funzione del turista, manco più del cittadino/a, alla faccia di chi ancora sostiene che i poteri forti non sono transnazionali.

Non difendo certo i sindacati confederali come CGIL, CISL, UIL ma mi fa ridere che la “carissima Susanna” sia ri-diventata di sinistra solo per aver detto che è normale fare un’assemblea di lavoratori e che addirittura sia il Fatto a giustificarli dicendo che hanno rispettato la burocrazia!!

Compila il modulo per fare il ribelle, grazie!

L’egemonia culturale neoliberista oramai ha reso il cittadino/a medio/a COLLABORAZIONISTA, un individuo che si arrangia come può per non morire,  che si sposta di un centimetro alla volta ma non verso il miglioramento ma per adeguarsi allo status quo.

Mi ricorda tanto il film “L’arte di arrangiarsi” dove il borghese sopravvive perché camaleontico.

In tutto questo la solidarietà sembra morta, o comunque anche qui non è per tutt# esiste solo se hai una tua rete di salvataggio. Nessuno appoggia i lavoratori, anzi  questi vengono linciati sulla pubblica piazza perché il turista di turno è indignato per il disagio o vengono precettati come è successo agli autisti dell’Atac, perché lo sciopero non deve disturbare “il primo giorno di scuola” e il cittadino qualunque si infuria e si indigna chiedendo licenziamenti.

La colpa è più in alto non guardate per terra.

A questo si aggiunge pure il collaborazionismo legato a un perbenismo di facciata:  adéguati a chi ti ordina di pascolare solo in quello spazio recintato, indìgnati per una scritta e pulisci i muri o  dipingi i muri solo se ti danno il permesso! l’arte di strada è di moda, ma di “strada” non  è rimasto nulla, nemmeno la location.

L’arte non è per tutti, il lavoro deve essere sfruttato.

Altro che lavoratori unitevi! Ci vorrebbero unire  ma contro chi “imbratta” e chi “provoca disservizio”; questo è facile perché sono stati distrutti e smontati tutti i luoghi di resistenza al neoliberismo, siamo nell’epoca del transnazionale. Però c’è qualcosa che si può fare, un nemico vicino da combattere e  che sappiamo dove trovare, parlo del PD che da molto tempo ormai attua leggi che permettono lo smantellamento di Cultura, Sanità, Scuola e Diritti.

Potremmo non pagare i biglietti dell’autobus, del cinema e dei musei, e sia chiaro che autoridursi le spese non c’entra niente  con il non pagare gli stipendi, perché dato che la cultura è profitto sono le grandi multinazionali che al massimo ci rimettono con gli incassi, non il lavoratore.  Non ci facciamo irretire con l’idea che noi siamo l’azienda e  che  se lavoriamo meglio miglioriamo anche la nostra vita. La nostra vita dovrebbe essere altro.

Se un governo “permette” ai privati, all’economia transnazionale di mortificarci, di avvilirci, di calpestarci e di sottometterci oltre ogni misura, allora il patto sociale è rotto da chi ci opprime e quindi dovremmo riprenderci quello di cui abbiamo bisogno, e con bisogno voglio intendere tutto ciò che vogliamo. E noi vogliamo tutto!

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Amalia Rodrigues

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Bikini Kill/wdc 1992

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giovedì 24 settembre

ADESSO BASTA! E’ ORA DI SCEGLIERE!

Negli ultimi mesi si sono verificati molti casi di violenza sulle donne
negli spazi che, come compagne e compagni, viviamo. E’ nata spontanea la
voglia di vederci per dare delle risposte, ma anche per costruire un
luogo di riconoscimento e di presa di posizione pubblica contro la
violenza.

Speravamo che definendoci compagno o compagna avessimo ormai assunto
l’antisessismo e la lotta al patriarcato come necessari, innanzitutto
mettendo in discussione gli atteggiamenti maschilisti e di possesso che
agiamo nelle relazioni, sia intime che collettive.

Evidentemente non è così, se bastassero l’asterisco e la chiocciola
quando scriviamo avremmo fatto la rivoluzione!

Le compagne femministe hanno sempre preso posizione e fatto un lavoro
comune(anziché di nuovo collettivo) sulla violenza, ma continuano a
scontrarsi con le dinamiche che s’innescano intorno all’ aggressore:
minimizzare, sminuire e isolare la compagna, relegare la violenza
all’ambito del privato. Una vera e propria rete di protezione interna
che può arrivare a far passare la reazione all’aggressione come un
attacco alla realtà politica in cui è avvenuta la violenza.

Quando si dice «non vogliamo fare processi» in realtà si produce un
meccanismo di giustificazione per cui si elude il confronto collettivo e
si istituiscono mille processi informali alla donna, alimentati dal
chiacchiericcio, che costituiscono un’ennesima violenza.

Nominare la violenza e le sue dinamiche per scardinarle non è fare un
processo. Parlare di antisessismo, maschilismo, patriarcato, criticarsi
nell’agire oppressivo, porsi delle domande fà sì che si possano dare
delle risposte collettivamente.

Ora è necessaria un’assunzione di responsabilità e una presa di
coscienza dei privilegi del proprio genere e dei ruoli assunti come
maschi, soprattutto se bianchi ed eterosessuali.

E’ ormai necessario che i compagni si formino sulle questioni di genere
e scelgano concretamente le pratiche per combatterli, scardinando i
meccanismi di delega e i ruoli educativi normalmente attribuiti alle
compagne.

Che genere di relazioni vogliamo? Ci possiamo fidare di rapporti non
basati sull’antisessismo? Vogliamo continuare a condividere spazi con
compagni che tengono stretti i propri privilegi? Che genere di conflitto
possiamo agire nei nostri spazi? Quali strumenti ci diamo per costruire
luoghi in cui siamo a nostro agio? In cui siamo libere di arrabbiarci,
usare il sarcasmo o l’ironia contro il sessismo e il machismo dei
compagni?

Adesso basta! E’ ora di scegliere!

Le relazioni di potere ci tolgono forza nelle lotte che portiamo
avanti. Affrontarle e sovvertirle è imprescindibile! I panni sporchi non
si lavano in famiglia, ma collettivamente.

Per questo abbiamo iniziato ad incontrarci come donne in un’assemblea
aperta ed in continua evoluzione. Vogliamo costruire una rete di
sorellanza in cui sia possibile riconoscersi, ascoltarsi, sostenersi
reciprocamente e trovare insieme le pratiche di autodifesa.

Il prossimo incontro sarà giovedì 24 settembre alle 19 dalle Cagne
Sciolte, via ostiense 1

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Le donne nigeriane e non solo

Sull’espulsione di massa dal CIE di Ponte Galeria

http://hurriya.noblogs.org/post/2015/09/18/sullespulsione-di-massa-dal-cie-di-ponte-galeria/

Durante questa lunga estate di prigionia, numerose delegazioni istituzionali e para istituzionali hanno attraversato i corridoi del CIE, per accendere i riflettori sulle loro storie e per acquisire consenso in un momento di forti tensioni sul tema dell’immigrazione . Dichiarazioni, interviste, comunicati stampa e interrogazioni parlamentari hanno dipinto queste donne infantilizzandole e negando, attraverso lo stigma della “vittima di tratta”, la loro scelta di intraprendere un viaggio. Il focus mediatico nasconde la macchina delle espulsioni e la violenza delle frontiere, creando storie e personaggi, “dimenticando” sistematicamente che dietro queste storie ci sono delle persone. Questa narrazione, ed il fare di loro un gruppo, è stata funzionale a dividerle dal resto delle persone recluse, creando allo stesso tempo una differenziazione “tecnica” fra chi porta sul corpo segni evidenti di tortura e chi no, come se solo questo potesse definire l’identità o la storia di una persona. Sappiamo che ognuna di loro ha una storia diversa, tanto quanto tutte le persone internate nei CIE. Continua a leggere

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Settembre andiamo, è tempo di….. lottare

“…La donna merce è senza <coscienza per sé> è coscienza del capitale che opera per il suo tramite. Dominio reale del capitale significa assoggettamento della coscienza individuale delle donne ai programmi di comportamento patriarcali; è il trionfo della <coscienza illusoria di sé>, una catena che va spezzata e si può spezzare solo ponendo le proprie pratiche sociali in rapporto antagonistico con l’intera società borghese patriarcale…”

orto insorto

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San Gennaro non è NATO a Napoli

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Gli ossessionati del gender

Gli ossessionati del gender

http://dumbles.noblogs.org/2015/09/14/gli-ossessionati-del-gender/#more-6016

genderazioni1Solo una cieca ossessione e un fanatismo integralista possono spingere a sostenere una campagna come quella contro una fantomatica “teoria gender” che, in alcune scuole del comprensorio di Trento, si concretizza semplicemente come educazione alle relazioni di genere.
Questo giro, poi, gli invasati del “maschio e femmina Dio li creò”, a corredo della loro campagna anti-gender, hanno scelto un’immagine, che alla loro stupida ottusità, probabilmente voleva rappresentare i danni che la nefasta teoria arreca agli adolescenti.
Solo che il volto ritratto nella foto è quella di Leelah Alcorn, trasgender, suicidatasi a 17 anni perchè il mondo intorno a lei, ad iniziare dai suoi genitori, non ammetteva né permetteva che un corpo di ragazzo possa sentire un’identità ed una sensibilità altra da quella biologicamente determinata.
Il risultato è che i responsabili morali ed ideologici della morte di Leelah usano la sua immagine per propagandare quella morale e quelle idee che hanno spinto Leelah al suicidio.
Un tremendo cortocircuito, una vergogna assoluta; propria e tipica dei peggiori integralismi.

genderazioni2

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Opponiamoci all’esercitazione Trident Juncture 2015

Appello

Manifestazione nazionale a Napoli il 24 ottobre.

trident juncture 2015

OPPONIAMOCI ALL’ESERCITAZIONE TRIDENT JUNCTURE 2015

NO ALLA NATO, ALLE AGGRESSIONI IMPERIALISTE E ALLE SPINTE VERSO UN NUOVO SCONTRO MONDIALE

Le contraddizioni causate dal dominio capitalistico ancora una volta stanno producendo crisi economica, rafforzamento della competizione tra le grandi potenze, aggressioni dirette ed indirette ai popoli dei Paesi più deboli e rafforzamento del militarismo. Ancora una volta si stanno creando le condizioni per un nuovo conflitto mondiale che tutte le classi dirigenti dicono di non volere ma che rafforzano ogni giorno di più con le loro scelte economiche, politiche e militari.

Le potenze occidentali, con capofila gli USA, per quanto in competizione anche tra di loro, perseguono al momento una politica unitaria nei confronti delle potenze emergenti di Russia e Cina ma soprattutto nella manomissione e aggressione verso i Paesi più deboli. Di tale politica unitaria la NATO è il dispositivo principale: uno strumento di convergenza e di coordinamento degli interessi dominanti dell’imperialismo euro-atlantico, uno strumento offensivo al servizio delle mire espansionistiche ed interventistiche delle grandi potenze occidentali, a scala planetaria, che tanti disastri stanno provocando in giro per il mondo. Dalla ex Jugoslavia all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia, passando per il sostegno ai cosiddetti “rivoltosi” di Ucraina e Siria, la Nato ha seminato morte e distruzione contro popolazioni e Paesi che non rappresentavano nessuna minaccia per l’Europa e per gli USA.

Ma il crescente militarismo, la corsa agli armamenti da esso indotto e la militarizzazione dei territori degli stessi Paesi facenti parte della NATO si rivela essere un potente strumento in mano ai governanti e alle classi dirigenti per disciplinare anche le proprie popolazioni, per imporre una gestione sempre più autoritaria delle istituzioni, per ridurre le possibilità di ribellarsi alle conseguenze della crisi ed alle politiche che l’accompagnano a difesa dei grandi poteri economici finanziari ed industriali.

Per tale motivo la lotta contro la NATO rappresenta uno dei nodi principali per contrastare il crescente militarismo, la politica di aggressione e le spinte verso una Terza guerra mondiale.

Dal 3 ottobre fino al 6 novembre si svolgerà in Italia, Spagna e Portogallo la «Trident Juncture 2015» (TJ15), definita dallo U.S. Army Europe «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino». Con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi (28 Nato più 5 alleati), questa esercitazione servirà a testare la forza di rapido intervento – Nato Response Force (NRF) – (circa 40mila effettivi) e soprattutto il suo corpo d’élite (5mila effettivi), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), enfaticamente soprannominata “Spearhead” (punta di lancia), in grado di essere schierata in meno di 48 ore per rispondere “alle sfide alla sicurezza sui nostri fianchi meridionale e orientale”. In altre parole ad intervenire rapidamente, portando la “guerra preventiva”, ovunque si ritengono minacciati gli interessi occidentali estendendo, quindi, l’azione della Nato ad ogni angolo del mondo.

Parteciperanno all’esercitazione, oltre ad alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali e governative, anche varie associazioni cosiddette umanitarie e diverse ONG, a dimostrazione della funzione collaterale alle politiche interventiste delle grandi potenze che molte di esse svolgono. Soprattutto vi parteciperanno le industrie militari di 15 paesi pronte a fare altri profitti fornendo le nuove armi di cui la Nato avrà bisogno.

Sebbene rappresenti un appuntamento decisivo per certificare le nuove strategie interventiste, Trident Juncture 2015 non è la sola grande esercitazione militare messa in campo dalla Nato.

Dall’“esplosione” della crisi ucraina le esercitazioni a ridosso dei confini russi sono più che raddoppiate. Decine di migliaia di uomini e centinaia di mezzi hanno partecipato alle manovre aereo-navali nel mar Nero,  al largo delle coste sia di Romania e Bulgaria che della Georgia, nel mar Baltico, al largo della Norvegia e delle Repubbliche baltiche, rafforzando di fatto la presenza navale Nato. E ancora, esercitazioni terrestri in Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e nei Paesi baltici cui si sta accompagnando un crescente processo di riarmo con il trasferimento in questi Paesi di centinaia di carri armati, pezzi di artiglieria ed altri mezzi militari e l’avvio del programma di dispiegamento della cosiddetta “Difesa antimissile” in Polonia.

Una provocatoria stretta  militare sulla Russia che,  insieme alle pressioni sulla Cina con il dispiegarsi di mezzi militari nel Mar Cinese, aumenta il rischio di uno scontro diretto tra grandi potenze, portandoci dritti ad un nuovo conflitto militare internazionale.

Ma l’esercitazione è anche una prova di forza diretta a quei Paesi o pezzi di Paesi (ormai) riluttanti ad accettare supinamente il dominio dell’imperialismo. E’ di appena qualche giorno fa il minaccioso appello che i principali membri della Nato, Italia in primis, hanno indirizzato “a tutte le fazioni libiche” perché arrivino ad un “governo di concordia nazionale che, in cooperazione con la comunità internazionale, possa garantire la sicurezza al Paese (alias agli affari dei “nostri” imprenditori, al “nostro” petrolio, alle “nostre” coste) contro i gruppi di estremisti violenti che cercano di destabilizzarlo”.

Un pretesto, quello del terrorismo e dell’ISIS, che, insieme alla lotta contro i trafficanti di esseri umani, serve a legittimare le guerre e le occupazioni militari in corso in alcuni Paesi e le nuove aggressioni, al Medio e Vicino Oriente come ai Paesi dell’Africa Nord e sub-sahariana. Il via libera alla missione navale EuNavForMed con cinque navi militari, due sottomarini, l’uso dei droni, tre elicotteri e un migliaio di soldati per bloccare la partenza dei migranti dalle coste libiche, è solo la fase preparatoria di un nuovo intervento in Libia di cui l’Italia si candida ad essere capofila. Così come l’annuncio da parte di Francia e Gran Bretagna dell’invio di aerei in Siria per bombardare ufficialmente le postazioni dell’ISIS, ma di fatto l’esercito siriano, è un salto di qualità in direzione di un’aggressione diretta alla Siria.

Come al solito le diplomazie dei governi occidentali si vestono da (presunti) pompieri dopo che hanno provveduto essi stessi ad appiccare l’incendio. Così ora si crea un allarme per l’arrivo di tanti immigrati come se le politiche di strozzinaggio e di rapina prima e di aggressione militare diretta ed indiretta poi, di cui sono stati artefici, non fossero la causa scatenante di questo enorme afflusso di immigrati. Così l’emergenza immigrati viene strumentalizzata per giustificare un ulteriore livello di militarizzazione e per creare consenso alle politiche interventiste facendo leva sulla più bieca propaganda razzista di cui in Italia è capofila la Lega di Salvini. Le orribili scene di morte, che, data la presenza dei barconi, l’esercitazione nel Mediterraneo rischia di moltiplicare, e la repressione di questi giorni verso chi fugge da guerra, fame e devastazione ambientale rendono ancora più doveroso uno schieramento netto al fianco degli immigrati ed una mobilitazione forte contro queste odiose campagne xenofobe.

Opporsi alle esercitazioni per dire no alla politica di aggressione della Nato ed alla politica militarista del nostro governo è necessario.

Non possiamo essere complici della politica imperialista di distruzione e sfruttamento. Non possiamo più accettare che mentre ci chiedono continui sacrifici per “uscire dalla crisi economica”, mentre tagliano salari e pensioni, la sanità, la scuola, i trasporti, rendendo precaria la nostra stessa sopravvivenza, continuano a spendere miliardi per le spese militari che hanno ormai raggiunto cifre spaventose (la spesa militare italiana, secondo il SIPRI, nel 2014, è stata di circa 30 miliardi di dollari).

Non possiamo permettere che mentre si strozzano Paesi come la Grecia e si spendono centinaia di milioni per impedire l’arrivo dei migranti o per tenerli in lager come i CIE, ogni minuto si spendono nel mondo, con scopi militari, 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno con il solo obiettivo di accrescere i profitti e difendere i privilegi delle classi dominanti.

L’esercitazione Trident Juncture 2015 sarà guidata dal Jfc Naples, comando Nato (con quartier generale a Lago Patria, Napoli) agli ordini dell’ammiraglio USA Ferguson, che è a capo delle Forze navali USA in Europa e delle Forze navali del Comando Africa. Non è occasionale: il Jfc Naples, infatti, si alternerà annualmente con Brunssum (Olanda) nel comando operativo della Nato Response Force, confermando il ruolo decisivo di Napoli nelle strategie dei comandi militari.

E’ per questo che, a partire dalla Sicilia, dalla Sardegna, da Poggio Renatico (Ferrara), da Pratica di Mare e Pisa, tutti coinvolti nell’esercitazione, proponiamo di costruire insieme una forte mobilitazione contro la Trident Juncture, la militarizzazione dei territori e le politiche di guerra, su tutto il territorio nazionale da far confluire in una manifestazione nazionale a Napoli il 24 ottobre.

Anche negli altri Paesi coinvolti dall’esercitazione – ad es., a Saragoza e Barbate, in Spagna – gli attivisti antimilitaristi hanno avviato una campagna di opposizione alle manovre Nato e stanno preparando mobilitazioni.

Lavoriamo sin da ora a coordinare le tante opposizioni che si daranno dentro e fuori dall’Italia per allargare e dare continuità ad un movimento contro la Nato e la guerra.

Napoli 24 ottobre 2015 Manifestazione Nazionale per dire:

  • No all’esercitazione militare NATO “Trident Juncture 2015”
  • No alle aggressioni militari e a qualsiasi ingerenza e manomissione portata avanti dalle potenze imperialiste
  • No alle campagne razziste e xenofobe
  • Si al diritto d’asilo per tutti i profughi e immigrati;
  • Si al taglio delle spese militari e l’incremento delle spese sociali per: casa, lavoro, servizi sociali, reddito garantito, provvedimenti a difesa del territorio e dell’ambiente…

Napoli 10/09/15

Per info, adesioni e contatti: assembleanowar.na@gmail.com

Promotori: Alex Zanotelli Padre comboniano/Comitato napoletano “Pace e disarmo”/Rete Napoli No War

 

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