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Femminismo: paradigma della Violenza/Non Violenza
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La Parentesi di Elisabetta del 30/11/2016 e Podcast
Il lavoro e il tempo della vita
“Ho pensato a quanto spiacevole sia essere chiusi fuori e ho pensato a quanto peggio sia essere chiuse dentro” Virginia Woolf
clicca qui
Il lavoro diventa sempre più precario, fragile, volatile. E’ in atto una crescente precarizzazione e questo è un aspetto di una crisi più vasta e duratura che non è casuale, ma voluta dal capitale nella stagione neoliberista. La fantasia del capitale è sfrenata e senza limiti. Le varianti che ha saputo immaginare e mettere in atto sono tantissime: quelle a progetto, a termine e, l’ultima invenzione, il lavoratore/trice che si fissa la remunerazione da solo/a, strumento attivo della propria svendita. Il paradosso è che si parla sempre più di lavoro proprio nel momento in cui viene sempre più stravolto. Lo stesso paradosso che avviene per l’ambiente, per la natura, per gli aiuti al terzo mondo, per la povertà.
Nei lavoratori predomina la paura e la depressione e questo si risolve in una lotta per la sopravvivenza. Al contratto sociale si sostituisce sempre più il contratto commerciale fondato sul rapporto esterno e sul subappalto. Il lavoro è sempre meno un posto di riferimento, è sempre più un fattore di disorientamento e incertezza. La scarsa attenzione per gli esclusi è l’altra faccia della moneta, e la filigrana è il disinteresse per le generazioni future, ma paradossalmente si risolve anche nel rimuovere ogni speranza di sicurezza nei confronti della propria vecchiaia. Ed è tutto accompagnato da un’amnesia nei confronti del passato, anche prossimo.
Alle normali vittime si sono aggiunti i ceti medi, gli operai qualificati/e, i tecnici/che e i liberi/e professionisti/e. In definitiva la borghesia imperialista o sovranazionale, comunque la si voglia chiamare, ha rotto unilateralmente il patto sociale. Mentre la precarietà e l’instabilità del lavoro rendono drammatico il nostro presente, le multinazionali impongono l’alienazione gioiosa nelle imprese. Per queste il lavoro è diventata una nuova religione, chi lavora deve lavorare di più e guadagnare di meno. Superlavoro che lascia poco spazio agli affetti, al tempo libero, alla comunità, all’impegno civile e politico. Si vive sul luogo di lavoro e quest’ultimo è esasperato nei tempi, negli orari, nel ritmo da chi interessatamente presenta il lavoro come una grande e bella avventura attraverso un clima di crociata contro i concorrenti, contro la burocrazia e i colleghi. Come nelle religioni c’è l’indottrinamento permanente, seminari di formazione, stage per fare punteggio, corsi di aggiornamento sono il credo dell’impresa. La sua missione, gli obiettivi, vengono declinati come un catechismo. Allo stesso modo si diffonde il concetto di responsabilizzazione. Il lavoro è femminilizzato nel senso che non c’è più differenza tra il momento privato e quello lavorativo e quest’ultimo si incardina in ogni momento della giornata. Non c’è più l’ufficio del personale e il capo del personale, tutto si traduce nella gestione delle risorse umane. La precarietà del posto, l’aumento del carico di lavoro sono accompagnate dalla mistica della realizzazione personale.
Il lavoratore/trice deve dare se stesso/a completamente all’impresa ma quest’ultima non si fa nessun problema quando deve licenziare, indifferente alle conseguenze. I dipendenti, al lavoro e spesso anche fuori, devono essere raggiungibili e reperibili in qualsiasi momento e si utilizzano le nuove tecnologie, badges magnetizzati, video di sorveglianza, cellulari di servizio, posta elettronica… tutta una serie di protesi tecnologiche.
Ma tutto questo a noi non è nuovo. A noi donne è sempre stata chiesta la dedizione assoluta al nostro lavoro-non lavoro, il lavoro riproduttivo e di cura. Nel lavoro di cura e riproduttivo non esiste la differenziazione tra il tempo del lavoro e il tempo libero, non esistono ferie e vacanze. Il coinvolgimento nelle sorti dell’impresa, vale a dire della famiglia, intesa anche nella sua accezione più varia ed allargata o ristretta, moderna o post moderna, è totale. Il tempo della vita è assimilato al tempo del lavoro e il tempo del lavoro a quello della vita in una perenne sovrapposizione e coincidenza. Il capitale, in particolare, è stato così bravo, poi, da ammantare il tutto di connotati romantici. L’amore romantico è quello che permette il nostro asservimento volontario al lavoro di cura e riproduttivo, quell’alienazione gioiosa che il neoliberismo vuole oggi dai lavoratori e dalle lavoratrici per cui ci si realizza solamente in una dedizione assoluta e senza rimpianti perché questo è il nostro unico orizzonte possibile. E per chi non ci sta, come per le streghe, stigma, condanna ed esclusione sociale. La nostra esperienza di genere oppresso può essere più che mai utile in questo passaggio storico per suggerire, escogitare, trovare e mettere in atto vie di fuga e percorsi di ribellione. Più che mai genere e classe e meno che mai quote rosa e recinti protetti.
Un fenomeno che caratterizza l’attuale momento e sfugge ad ogni censimento è quello dei sottoccupati/e. Per i disoccupati/e, i dati sono taroccati perché basta lavorare un giorno in un mese per essere arruolati tra gli occupati. La sottoccupazione invece sfugge ad ogni tipo di censimento ed è spesso inglobata nella definizione “impieghi atipici”, termine generico che indica tutti quei lavori che in un modo o in un altro derogano dalla normativa prevista dai contratti di lavoro a tempo indeterminato, per modo di dire perché il tempo indeterminato non esiste più, o a tempo determinato. Al suo interno ricade anche il lavoro a tempo parziale. E’ in questa categoria che si trova la maggior parte dei sottoccupati e, in maniera particolare le donne, con l’equivoco non tanto innocente di farla passare per una libera scelta. Il lavoro a tempo parziale si è sviluppato in alcuni settori: commercio, alberghi, ristorazione, servizi a privati e pertanto i “working poors” non sono più un’esclusiva americana. Non poteva essere altrimenti stante il ruolo degli Usa come Stato del capitale e come culla del neoliberismo e quindi il fenomeno non poteva che irradiarsi anche nell’Europa occidentale.
L’ultima trovata, i lavoratori/trici diventano associati, termine neutrale, magari anche accattivante, che maschera il ruolo subalterno e la dimensione di super sfruttamento e che poi fa coppia con il ruolo del lavoratore manager di se stesso. Tutto questo porta con sé il ritiro nel privato, la rassegnazione, l’indifferenza alla politica e il tempo libero poco e rarefatto diventa tempo morto. Come nelle bidonvilles e nelle favelas del terzo mondo le classi subalterne tentano sempre di più la fortuna al gioco che promette vincite facili e una svolta nella vita.
Tutto ciò è violenza, violenza strutturale, e il neoliberismo si incarna in una sorta di macchina infernale che si impone agli stessi ceti borghesi. Gli effetti del neoliberismo realizzato sono la miseria di una parte sempre più grande delle società economicamente più avanzate, lo straordinario aumento del divario tra i redditi, la progressiva scomparsa degli universi autonomi.
Questo si realizza con una fondamentale rimessa in discussione delle forme attuali e costituzionali della democrazia rappresentativa e di una vera privatizzazione della decisione pubblica. E’ l’affermazione del “governo d’impresa”. In questo quadro le democrazie parlamentari sono subordinate all’impresa e si trasformano pertanto in un regime. Così come da decenni la politica statunitense è pervasa dalla cancrena degli interessi delle multinazionali che tramite le lobby al Congresso hanno trasformato quel paese in una loro dittatura senza alcuna mediazione politica. Questo è il destino che la socialdemocrazia sta attuando nei paesi europei e in Italia questo avviene attraverso il PD, destra moderna che naturalizza il neoliberismo da noi.
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NO,NO,NO! e poi NO!

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Il Paradigma di Gaza
Il Paradigma di Gaza
MERCOLEDI’ 30 NOVEMBRE PRESENTAZIONE DEL LIBRO: ” GAZA E L’INDUSTRIA ISRAELIANA DELLA VIOLENZA” – S.GIORGIO DI NOGARO – H.20,30 Sala Conferenze Villa Dora – con la partecipazione del coautore Alfredo Tradardi
La Striscia di Gaza, da quasi un secolo, è un luogo di sofferenza e di resistenza. Non è l’unico in questo mondo sconvolto da conflitti, ma costituisce il paradigma di riferimento dell’industria della violenza contemporanea.
La violenza contro i palestinesi è un continuum che oscilla tra un minimo quotidiano, a bassa intensità, con i suoi morti, i suoi feriti e le sue distruzioni, completamente trascurata dai media, alle punte delle operazioni militari con il loro risvolto voyeuristico di fronte allo spettacolo del dolore. Né va dimenticata la violenza che si esercita contro i palestinesi cittadini di Israele e quella contro i profughi che vivono nei campi allestiti a partire dal 1947-1948 nei paesi arabi del Medio Oriente. Per questo possiamo parlare di un vero e proprio paradigma dell’industria della violenza. Un paradigma certo intrecciato a un colonialismo di insediamento sul quale si basa il sionismo come identità dello Stato israeliano, ma che si sta rivelando un modello concentrazionario specifico, nel quale ha un ruolo sempre più determinante l’industria militare.
Gaza diventa allora una campo di concentramento a cielo aperto, utile come laboratorio di sperimentazione delle nuove armi, testate in corpore vili, e un esempio concentrazionario per la repressione dei mondi offesi.
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Uteroghiamoci! Il terzo ciclo di Cose Nostre da gennaio 2017
Uteroghiamoci!
Il terzo ciclo di Cose Nostre da gennaio 2017

Care tutte, per impegni altri (la vita a volte è complicata!) siamo costrette a
rinviare il terzo ciclo di incontri di Cose Nostre, che riprenderemo da
gennaio 2017.
Ci siamo rese conto che abbiamo proposto il tema dell’utero e del seno
come naturale prosecuzione del discorso, ma che in realtà è molto
complesso da affrontare, soprattutto perché vi sono molti più tabù che
non rispetto ai genitali esterni.
Ci siamo rese conto che questo discorso è ancora più personale dei
precedenti, e che c’è bisogno della voce di molte donne per trasformare
qualcosa di privato in qualcosa di condivisibile anche sul piano
politico degli strumenti di autodeterminazione.
Crediamo che sia necessario un lavoro preparatorio più importante di
quello fatto in passato. Chiediamo quindi a tutte coloro che vorranno,
di inviarci alla nostra mail consultoria@autistiche.org (con oggetto
“Contributi Cose Nostre 3”) dei contributi, che possono essere spunti da
letture, video, link, riflessioni personali, esperienze, o – perché no –
una lettera scritta al vostro utero o al vostro seno, e vale tutto: che
l’abbiate appena (ri)scoperto, che lo conosciate bene, che non lo
abbiate più a causa di interventi chirurgici, che ve lo siate
dimenticato per tutto questo tempo, che sentiate il peso delle politiche
sul corpo, che abbiate trovato le vostre personali strategie di
resistenza e vogliate metterle in comune.
Ciò che manderete sarà utilizzato per l’elaborazione, ma non distribuito
e/o pubblicato.
Un abbraccio a tutte
Consultoria Autogestita
via dei Transiti 28, Milano
https://consultoriautogestita.wordpress.com/
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Una donna, senza volto coperto, con il megafono e un bel cappello rosso!
Non solo analisi del testo
Ieri la pioggia mi ha aiutata a districare i pensieri che il vento a CapoFrasca ha mischiato con molte cose.
La giornata di mercoledì lunga e intensa lascia un segno forte di lotta che non smette mai, che oggi rileggendo la cronaca sul giornale di ieri trovo quasi tutta irreale: dunque analizzo, leggo e rileggo e mi rendo conto che raccontare l’accaduto, quello vero sia indispensabile.
Il potere della narrazione di alcuni giornalisti è davvero incredibile, sono le domande delle interviste ad essere “FUORI” e le risposte seguono senza dubbio la stessa linea:
* Chiedere al questore se ad una manifestazione di protesta, l’ennesima contro le basi militari, ci si aspettano scontri è come chiedere a qualcuno appena uscito dal parrucchiere se si è tagliato i capelli.
* Chiedere perché ci sono state le cariche è come chiedere a chi c’era perché tagliare le reti.
* Dire che l’obiettivo era far degenerare la situazione è far finta di non sapere cos’è una manifestazione di protesta, dispiacersi per come è andata a scapito dei pacifisti è dimenticarsi di chi ha incominciato a picchiare.
* Chiedere qual è il segnale dato dal taglio delle reti e far finta di non capire che essere contro presuppone un’ azione per lo meno di disturbo, vuol dire far finta di non sapere cosa è già successo a Teulada l’anno scorso a novembre e a Capo Frasca due anni fa.
* Stupirsi perché alcune cesoie erano state portate negli zaini potrebbe voler dire che la prossima volta le troveremo in loco?
* Infine riprendo esattamente dal quotidiano “la provocazione: una donna oltrepassa la rete divelta”; una donna, senza volto coperto, con il megafono e un bel cappello rosso, una donna che non si può lasciare sola a cui ci si avvicina tutti con la propria faccia e che viene attaccata pesantemente da chi, fra gli altri, poi dovrebbe essere stato ferito in volto. Parte la carica e solo dopo la sassaiola. Solo dopo la sassaiola, lo confermano tutti i video che ho visto. Lo confermo io che c’ero.
* La seconda carica non si fa attendere e davvero c’è chi è ferito e sanguina.
La storia della giornata finisce con un lungo corteo, arriviamo dove si vede il mare.
Abbiamo tagliato le reti perché è l’unico modo per riprenderci ciò che appartiene a tutti noi, la terra.
Torneremo alle reti, non solo quelle di Capo Frasca.
25 nov. 16
un’altra donna alla manifestazione
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3 dicembre a Viareggio!

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Gli Scritti Cazzari
di Alessandra Daniele
Il panico per l’eventuale sconfitta al referendum ha trasformato Renzi in uno spambot. Da settimane spedisce agli italiani pacchi di junk mail, lettere piene di promesse credibili quanto l’allungamento del pene.
Visto che evidentemente non bastano a spacciare la sua Cazzariforma autoritaria e truffaldina, Renzi passerà alle minacce esplicite.
Lettere minatore del tipo “Ricordati che sappiamo dove abiti, e questa busta lo dimostra”.
Finte cartelle Equitalia che annunciano un ritorno con una pesante tassa sulla seconda Camera se non rinunceremo al nostro diritto costituzionale di eleggerla.
Mail di phishing con scritto “Se vince il No, la password del tuo account bancario verrà craccata dagli hacker cinesi. Clicca qui per votare Sì”.
Biglietti sul parabrezza che dicono “I know what you did last summer. Se non voti Sì lo racconto a tutti”.
Poi passerà agli raffiche di sms e alle telefonate notturne come uno stalker a tutti gli effetti.
Il Cazzaro suda freddo perché sa che una sconfitta significherebbe quasi certamente la fine del suo governo, perché verrebbe scaricato innanzitutto dai suoi mandanti come sicario inefficiente.
La personalizzazione del referendum in realtà non è qualcosa che Renzi possa evitare. Chi l’ha incaricato di questo democraticidio non gli perdonerà un altro fallimento. Né a lui, né alla sua cricca di petulanti cortigiani spocchiosi quanto incapaci, che pretendono di cambiare la Costituzione palesemente sotto dettatura, visto che da soli non saprebbero cambiare nemmeno il toner della stampante.
E così il premier DC, Democazzaro, s’affanna a cercare di travestire la sua controriforma daRinnovamento, che è un po’ come travestire De Luca da Lolita.
Sotto il cerone renziano, Vincenzo De Luca è il vero volto del PD.
Il vero volto di questa controriforma borbonica.
Così giovane da essere stata compilata col novantenne Napolitano, e l’ottantenne Berlusconi che adesso finge di opporvisi, mentre tutte le sue reti continuano a fare propaganda per il Sì, insieme a tutto il Capitale nazionale e internazionale, da Marchionne e Briatore, a Goldman Sachs e JP Morgan che l’ha praticamente commissionata.
Una controriforma così democratica che grazie al premio di maggioranza del Cazzarum, l’incombente legge elettorale renziana, consegnerà ad un partito votato da circa 2 italiani su 10 la maggioranza assoluta d’una Camera di nominati, il controllo della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, della Rai, di tutte le Authority (dite ciao alla vostra Privacy), d’un Incasenato, cioè un Senato incasinato concepito apposta per non funzionare e all’occorrenza bloccare tutto il sistema, nonché di tutte le regioni a statuto ordinario, che per la clausola di supremazia governativa non potranno più decidere nemmeno di rifiutare una catena di inceneritori sul loro territorio.
Un vero e proprio golpe di fatto.
Che deve essere fermato.
Per avere questa Costituzione c’è chi ha combattuto, ed è morto.
A noi per adesso basta un No. Approfittiamone, prima che sia troppo tardi
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27 novembre a Roma/NO!NO!NO! e poi NO!!!


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Omara Portuondo/ Hasta la victoria siempre!
Hasta la victoria siempre!
Fidel Castro 13 agosto 1926/25 novembre 2016
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27 novembre 2016 NO!!!!

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27 novembre 2016 / Fuori il PD dalle nostre vite!!!
Il nostro volantino
Fuori il PD dalle nostre vite!
Votare NO!!!!! al referendum del 4 dicembre è un momento di resistenza al neoliberismo.
Nessuna condiscendenza nei riguardi della democrazia parlamentare e nemmeno riguardo all’istituto del referendum. Sappiamo benissimo che le decisioni delle consultazioni popolari vengono prese in considerazione solo se collimano con le decisioni già prese dal potere, altrimenti vengono assolutamente disattese. Vedere il referendum sull’acqua e quello sul finanziamento pubblico ai partiti tanto per fare degli esempi.
C’è una differenza, però, tra questi referendum e quello del 4 dicembre. Quest’ultimo rappresenta un passaggio nodale nel percorso neoliberista nel tentativo di avere un avallo popolare a un governo emanazione diretta delle multinazionali anglo americane e, quindi, per noi un momento importante nello smascheramento e nel riconoscimento del nemico. Non si tratta di una lotta interna tra fazioni del PD. Il posizionamento per il no di alcuni settori del Partito Democratico è assolutamente strumentale e non risponde ad un posizionamento politico diverso, anzi, proprio perché la credibilità di Renzi comincia a mostrare scricchiolii, si preparano a sostituirlo con qualcuno, magari del PD, che sia stato dalla parte del malcontento. Sta a noi essere molto precise/i nell’ individuare il ruolo dei vari personaggi. Inoltre, una posizione astensionista è dannosa non solo perché, non essendoci in questo referendum il quorum di fatto aiuta la vittoria del sì, ma contribuisce a rafforzare i concetti che il neoliberismo vuol far passare nel comune sentire, cioè che “sono tutti uguali”, che “tanto non cambierà niente”…. Noi dobbiamo cogliere tutte le possibilità per gettare granelli nell’ingranaggio neoliberista, zoccoli nella catena di trasmissione, per creare spazi per veicolare la conoscenza del nemico e di quello che rappresenta.
Il nemico è il neoliberismo incarnato nel PD che ha naturalizzato e naturalizza questa ideologia nella nostra società.
Votare NO al referendum significa dire No al Jobs Act, al TTIP, alla “buona scuola”, a Equitalia, alle “guerre umanitarie”, alla militarizzazione dei territori, ai Cie….. fino, nel nostro specifico, alla strumentalizzazione della violenza sulle donne. La strumentalizzazione della violenza maschile su di noi, come d’altra parte quella sulle diversità sessuali, la strumentalizzazione del razzismo, dell’antifascismo e dei diritti, sono un cardine della modalità neoliberista di affrontare il sociale, incar nata dalla socialdemocrazia riformista, tanto da costituire una società dell’antifascismo fascista, dell’antirazzismo razzista, dell’antisessismo sessista.
Per questo NO! NO!NO! e poi NO!
Coordinamenta femminista e lesbica
Coordinamenta.noblogs.org/coordinamenta@autistiche.org
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Non una di meno…alle loro condizioni!
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Corpo è rivoluzione!
Corpo è rivoluzione!
di Nicoletta Poidimani
http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1094
Interrompo, con un’intervista rilasciata a RadioCane, questi mesi di mio silenzio “pubblico”, dovuto alla necessità di concentrarmi su alcune profonde trasformazioni che riguardano la mia esistenza.
In quest’epoca di nauseante normalizzazione, molto probabilmente si leverà alto il coro delle rane aristofanee ascoltando queste mie parole.
Lascio dunque, parinettianamente, ai propri Brekekekex koax koax chi ha scelto di accomodarsi nella miseria dell’esistente, e ringrazio tutte/i coloro che, a 15 anni dalla morte di Luciano Parinetto, lo hanno voluto ricordare con me e con Gian Andrea Franchi, riempiendo lo spazio di Cox18 di intelligenza, emozioni, desideri e utopia.
Vai su RadioCane per ascoltare l’intervista.
Qui potete scaricare il pdf della mia postfazione alla riedizione di Corpo e rivoluzione in Marx, mentre qui potete ascoltare il podcast della presentazione in Cox18.
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La Val Susa con il popolo Sioux
La Val Susa con il popolo Sioux
COMUNICATO DEL MOVIMENTO NO TAV VAL DI SUSA AL POPOLO LAKOTA-SIOUX DEL NORD DAKOTA.
La Val Susa con il popolo Sioux
Il Movimento No Tav della Val Susa (ovest di Torino, Italia), riunito in Coordinamento Mercoledi 23 Novembre 2016, saluta e manda la sua solidarietà al coraggioso popolo Sioux di Standing Rock e alll’Indigenous Environmental Network in lotta contro la costruzione del Dakota Access Pipe Line (Dapl) sulle sacre terre Lakota.
La vostra causa, la protezione della Madre Terra e dell’acqua che ne è il sangue, è anche la nostra.
Da più di venti anni il Movimento No Tav si oppone con ogni mezzo alla costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità (Tav) da Torino a Lione, Francia, che porterebbe devastazione alla nostra Valle e prosciugherebbe il debito pubblico del nostro Paese. La forte pressione popolare ha costretto le lobbies industriali e i partiti politici a tagliare gradatamente il progetto iniziale e ridurlo a un unico tunnel di 57 km sotto le Alpi. Molti sono i governi che abbiamo visto cadere e molti sono i politici o esponenti del mondo industriale arrestati o perseguiti per corruzione o malversazioni, mentre noi siamo ancora vivi e vegeti. Il nostro obiettivo è la cancellazione definitiva del progetto
Stiamo soffrendo per la violenza poliziesca, la militarizzazione della Valle e la rappresaglia giudiziaria. Solo in questi giorni 38 attivisti sono stati condannati a un totale di 84 anni complessivi di prigione e più di mille sono i procedimenti giudiziari ad oggi contro di noi. Ma abbiamo costretto gli speculatori a proteggere il cantiere come un fortino: filo spinato, reti metalliche, blocchi di cemento, polizia e truppe speciali alpine richiamate dall’Afghanistan. Dal 2011 quando la polizia sgomberò il nostro presidio, assediamo il cantiere giorno e notte con la forza dei nostri numeri, con la nostra determinazione e con il sostegno di tutti i cittadini consapevoli, dei movimenti ambientalisti e per i diritti civili.
In tutti questi anni abbiamo imparato che tutte le Grandi Opere sono un furto di denaro pubblico, un modo subdolo di finanziare il sistema dei partiti e le mafie, di alimentare la corruzione; abbiamo imparato che le Grandi Opere sono spesso inutili e sempre devastanti per l’ambiente; che gli interessi che le sostengono riguardano la struttura portante del potere politico; che i media sono usati come arma contro ogni forma di dissenso perchè appartengono agli stessi poteri.
Cari amici, il nostro nemico comune è il capitalismo globale che sta distruggendo la Terra per il profitto
materiale. Su questo terreno siamo con voi e da oggi ci impegnamo a trovare le forme di pressione più efficaci per sostenervi.
I nostri cuori, i nostri pensieri e le nostre preghiere d’ora in poi saranno anche con voi.
No Tav. No Dapl!
Val Susa, 23 Novembre 2016
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