L’accoglienza per Sandrine

L’accoglienza per Sandrine

Nell’epoca della post verità l’accoglienza è, come titolano sul blog Hurrya, qualcosa che segrega ed uccide.

Così è morta Sandrine, in questo contesto dove una parola che dovrebbe significare rifugio e protezione è in realtà tutt’altro.

Questo hanno denunciato le proteste delle persone del centro per richiedenti asilo di Conetta, in provincia di Venezia.

Quello che sono e come vengono gestiti questi centri è tutto ben documentato qui; sono la continuazione del grande business che i cie realizzavano alla grande sulla pelle de* migranti.

E dal momento che occorre fingere di dare una riposta ai deliri securitari, alle paure sempre opportunamente sollecitate che indicano in ogni migrante un possibile terrorista, il 2016 si è chiuso con la previsione dell’apertura di un centro di identificazione ed espulsione in ogni regione.

I cie erano dei lager; lo saranno ancora perchè chi li ripropone non può pensare nulla di meglio.

Perciò noi saremo sempre a contrastarli e combatterli.

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Sabato 7 gennaio ore 16:30 presidio antifascista all’Alberone

Riceviamo da lavoratriciaciinfo@gmail.com

NESSUNO SPAZIO A PADRONI E FASCISTI!

 

Dal 1970 la sede del Comitato di Quartiere Alberone è un luogo aperto alla città che si autorganizza, che lotta per i propri bisogni, che costruisce spazi di solidarietà e cultura altra dal pensiero unico dominante.
In questi 47 anni diversi gruppi di donne e uomini hanno fatto vivere questo spazio secondo le diverse esigenze che innervavano i soggetti proletari nel divenire storico. Pur quindi nelle differenti esperienze che hanno animato e animano i collettivi che si sono ritrovati e si ritrovano nella sede dell’Alberone un filo rosso è costante: la ricerca di percorsi per la trasformazione dello stato di cose presenti, cioè per l’affermazione della vita contro la morte del capitale.
In questi percorsi alcuni principi si sono sempre mantenuti vivi ed anzi arricchiti di nuovi linguaggi e più ricche riflessioni e pratiche: l’antifascismo, l’antirazzismo e l’antisessismo.

Il 7 gennaio di ogni anno, dal 1979, siamo costretti a presidiare questo luogo per impedire ai fascisti, nel giorno dell’anniversario dei morti di Acca Larentia, di compiere impunemente le loro provocazioni nel quartiere.
Anche quest’anno vogliamo ribadire con fermezza che nei nostri quartieri non c’è spazio per l’apologia del fascismo, il razzismo, il sessismo, l’omofobia, il settarismo religioso e l’odio verso chiunque venga percepito come “diverso”.

Per altro stiamo vivendo una fase di acuta crisi del sistema capitalistico, che padroni e speculatori – con l’uso delle marionette partitiche e istituzionali – utilizzano per condurre un duro attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne attraverso le politiche di taglio ai servizi sociali, la riduzione dei salari, il saccheggio e la devastazione dei territori. In questi momenti il ruolo storico dei fascisti di indirizzare la rabbia popolare anziché contro i veri responsabili delle nostre miserie – padroni e reggiborsa – contro i più deboli, emerge in tutta evidenza, ieri con le leggi sulla razza oggi contro gli immigrati. Coloro che soffiano sul fuoco del razzismo e della paura del diverso, che invocano la legalità contro le occupazioni abusive, che parlano di “degrado”, sono gli stessi personaggi che, dietro le quinte, speculano e rubano milioni di denaro pubblico (quindi di lavoratrici e lavoratori che contribuiscono per oltre l’80% alle entrate fiscali dello Stato) attraverso la gestione dei campi rom, dell’accoglienza dei rifugiati, dell’emergenza abitativa e del ciclo dei rifiuti.

Se dunque la connivenza tra fascisti, malavita organizzata e gruppi affaristici e clientelari trasversali al mondo della politica è il sistema attraverso il quale mantenerci subalterni e sfruttati; noi staremo il 7 gennaio in piazza come in tutti gli altri 364 giorni dell’anno per costruire nei territori, nelle scuole e nei posti di lavoro vertenze reali portatrici di istanze di cambiamento radicale dello stato di cose presenti.

SABATO 7 GENNAIO DALLE ORE 16,30
DAVANTI LA SEDE DEL COMITATO DI QUARTIERE ALBERONE
VIA APPIA NUOVA, 357
PRESIDIO ANTIFASCISTA

COMPAGNE E COMPAGNI ANTIFASCISTE/I DI ROMA

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6 gennaio 2017 “AMORE E LOTTA”

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Capodanno NOTAV con il botto!

Capodanno No Tav con il botto!

Come da tradizione ecco che si rinnova l’appuntamento per capodanno. Dalle ore 20.00 cena al presidio di Venaus e a seguire dalle 23.00 brindisi in val Clarea.

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31 dicembre 2016/ ODIO IL CARCERE

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Aqui nadie muere companeras

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Gli italiani sono bianchi?

GLI ITALIANI SONO BIANCHI? Come l’America ha costruito la razza – pdf

da  mojumanuli.noblogs.org

GLI ITALIANI SONO BIANCHI? Come l’America ha costruito la razza [pdf]

GLI ITALIANI SONO BIANCHI? Come l’America ha costruito la razza a cura di Jennifer Guglielmo e Salvatore Salerno è edito da Il Saggiatore, ma il cartaceo è ormai fuori catalogo. Siccome ci tenevo molto a che venisse letto e diffuso, ho fatto “un paio di giri” e finalmente eccolo – di nuovo – online (più giù ringraziamenti) ????

cover-2%2c-toc-1-copia“Sin dall’inizio, il nostro obiettivo è stato quello di creare uno spazio per un lavoro culturale antirazzista d’equipe. Il risultato è un nutrito dialogo pubblico e la prima antologia mai pubblicata dedicata al rapporto specifico e peculiare che gli italiani hanno avuto con la razza in America.

Per rappresentare il libro abbiamo scelto il titolo Gli italiani sono bianchi? Perchè mette sul tavolo la questione della pratica del razzismo da parte degli italiani americani e pone la domanda: continueremo a scegliere la bianchezza? Il titolo rimanda anche alle complesse e contraddittorie esperienze vissute dagli italiani rispetto alla razza negli Stati Uniti, dove hanno sperimentato sia le pesanti discriminazioni razziali, sia i molti privilegi della bianchezza.” da GLI ITALIANI SONO BIANCHI? Come l’America ha costruito la razza – Introduzione Bugie bianche, verità scure di Jennifer Guglielmo

Ripeto come un disco rotto che il fatto che le voci e le esperienze della migrazione non tornino (quasi) mai indietro o comunque non vengano raccolte nel luogo “di partenza” sia una grossa mancanza, una perdita…quindi leggere finalmente delle storie che si fanno largo, muovendo “dall’altra parte” è come una boccata d’aria, tanto più per le questioni che sono andate a sviscerare.

Queste voci sono importanti e preziose perché ci raccontano una storia molto più articolata di quella che conosciamo, e una storia che è anche la nostra. Ci spiegano come la linea del colore, costruita negli Stati Uniti, sia una divisione di potere, legata non solo al fattore “razza”, o etnia, ma a quello di provenienza, alla classe, ai processi di colonizzazione. Se dagli USA questa costruzione sociale e politica ha rimbalzato negli immaginari, percezioni, politiche del resto del Mondo, al contempo la sua costruzione negli Stati Uniti è stata influenzata anche da pregiudizi e politiche dei luoghi di origine delle persone migranti, per cui nel caso degli/le italianx americanx le politiche di razzializzazione del Sud, della Sicilia e della Sardegna attraversarono l’Atlantico e pervasero il modo di pensare dei bianchi nati sul suolo americano.

E ci danno anche una visione che è un’opportunità che chi emigra/migra conosce bene: una differente lettura di “sé” non solo grazie ad un contesto differente rispetto a quello da cui si è partitx, ma attraverso gli occhi dell’”altro da sé”, o meglio ancora degli “altri da sé”. E’ un qualcosa che contribuisce a ridefinire le proprie identità, è a volte straniante ma molto molto interessante.

“Praticamente tutti gli immigrati italiani sono arrivati negli Stati Uniti senza essere consapevoli dell’esistenza della linea del colore. Ma impararono in fretta che essere bianchi significava riuscire a evitare molte forme di violenza e di umiliazione, assicurarsi, tra gli altri privilegi, l’accesso preferenziale alla cittadinanza, al diritto di proprietà, a un’occupazione soddisfacente, a un salario con cui si poteva vivere, ad abitazioni decorose, al potere politico, allo status sociale e a un’istruzione di buon livello. <<Bianco>> era sia la categoria nella quale erano più frequentemente collocati, sia una consapevolezza che adottarono e respinsero allo stesso tempo.” dall’Introduzione Bugie bianche, verità scure di Jennifer Guglielmo

Amo molto questa raccolta. Per quello che significa per me individualmente e per quello che ci porta per una risignificazione collettiva.

Penso che ci dia un utile cambio di prospettiva sulle questioni relative alla “razza”, alla classe, alle colonizzazioni, al proprio collocarsi e riconoscersi nella Storia e nei processi contemporanei, in particolare come persone legate all’esperienza degli italianx americanx ma più in generale per il valore che queste storie hanno al di là del fatto che ci coinvolgano o meno. Partendo dal mio definirmi come sarda, penso che questa storia ci riguardi anche se nello specifico non sono emigratx o oriundx sardx a raccontarla, apparteniamo però alle popolazioni e categorie sociali che l’hanno condivisa. Sono convinta che queste storie ci diano delle chiavi di lettura nuove, per ripensarci e riposizionarci, capendo che spesso la lettura della storia non ha un solo verso, e che gli stessi soggetti possono avere ruoli differenti, scelte collettive e individuali praticabili. Mi riferisco anche ai processi di colonizzazione, che non solo abbiamo subito ma ai quali abbiamo anche preso parte, e coi quali dovremmo confrontarci…riconoscersi come soggetti colonizzati non ci esime infatti dal mettere le mani sulla storia delle colonizzazioni in Africa – negate e nascoste sotto il tappeto – alle quali anche italiani del Sud, i Siciliani e i Sardi hanno preso parte.

Sono felicissima di pubblicare sul blog quest’antologia di scritti preziosi, e anche se il lavoro non è mio faccio un paio di ringraziamenti:

intanto grazie infinite a Jennifer Guglielmo per il suo lavoro, per aver reso fruibili incontri, pensieri, storie realizzando con altrx questa raccolta e per aver acconsentito a diffonderla in rete. Grazie ad Edvige Giunta per avermi messa in contatto con lei.

Ringrazio Bà perché a questo sono arrivata anche grazie ai confronti con lei, per avermi regalato un’altra raccolta di testi di scrittrici italiane americane anni fa e per avermi passato inizialmente Gli italiani sono bianchi? in pdf, che aveva scaricato a suo tempo da un blog che ora non si trova più e grazie a “Purroso”, del suddetto blog che ha scansionato e rielaborato. E poi Roberto ché mi ha risolto l’appiccico delle parti di pdf e Paolo per la traduzione di questa mia breve introduzione.

Spero vivamente che questo scritto sia riconosciuto per il suo valore nella costruzione di una letteratura ed immaginari post coloniali in Italia come in Sardegna.

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Laura Nyro “Wedding Bell Blues”

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Marisol/anda jaleo

https://youtu.be/6y1DVm-t6Qk

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La Parentesi di Elisabetta del 21/12/2016 e Podcast

“Lo sciopero delle donne: interclassismo e spoliticizzazione.”

“Da una sovrastruttura all’altra: ovvero come girare in tondo senza cambiare di posto” Christine Delphy < Un féminisme materialiste est possible> Agosto 1982

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Che cosa significa “sciopero delle donne” ? Interrompere il lavoro che una donna presta, di qualunque tipo esso sia e a qualunque titolo, significa far pesare alla controparte, in questo caso allo Stato quanto conti il lavoro delle donne nella società.

E’ quindi una richiesta di riconoscimento.

Ma una richiesta di riconoscimento è tutta interna al sistema, sia al patriarcato sia al capitalismo, che  ha assunto il patriarcato a seconda delle sue esigenze, e, in questo momento specifico,  rispetto alle esigenze della sua fase neoliberista.

Quindi la richiesta può essere riassunta in questi termini: se io non vengo riconosciuta per quello che valgo in questa società e per l’apporto che do, mi rifiuto di lavorare, e, allo stesso tempo, se la mia vita non vale e quindi non vengo tutelata dalle istituzioni rispetto alla violenza maschile, io mi rifiuto di dare il mio apporto a questa società.

E’ quindi una richiesta non solo  di riconoscimento  ma anche di  tutela.

Ma il patriarcato è una configurazione economica piramidale, gerarchizzata, autoritaria in cui la parte maschile è investita del ruolo guida e la parte femminile è in una posizione subalterna. E questo per una efficace messa al lavoro dei soggetti. Chiaramente il patriarcato viene assunto e reimpostato dal sistema a suo uso e consumo ed, infatti, il capitale, in questa sua fase, attraverso l’emancipazionismo ha caricato le donne anche del lavoro all’esterno in modo da ottenere due risultati: sfruttarle anche come salariate e inglobare, quelle che si prestano, nelle situazioni di comando e/o di potere e/o di trasmissione dei valori neoliberisti così che sostengano il sistema e perpetuino lo sfruttamento di tutte le altre e degli oppressi tutti. L’emancipazione delle donne è, comunque, sempre, sub iudicio, perché la loro condizione di lavoratrici in cui  sono soggetti di serie B, è evidente nel diritto che il capitale si arroga di rimandarle “a casa” qualora il loro lavoro non serva più o la loro disponibilità non sia più utile. E per far questo non occorrono leggi o proclami speciali, basta che attraverso i canali con cui il sistema produce egemonia culturale, faccia passare segnali ad hoc……la maternità è bella…le femministe casalinghe che rifiutano la carriera… le donne che lavorano sono troppo stressate…è necessario recuperare i valori del tempo dedicato a se stesse e alla famiglia… il lavoro è un falso mito… e così via a seconda di quello che serve.

Ma il lavoro principale che il sistema pretende dalle donne, a titolo tra l’altro gratuito, è quello riproduttivo e di cura, ed è questa la grande vittoria del patriarcato, aver fatto passare per “naturale” un lavoro  vero e proprio e averlo fatto passare per “non-lavoro”.

Quindi, scioperare come donne significa interrompere il lavoro che possiamo definire “all’esterno” o anche il lavoro di cura e riproduttivo che è il nodo centrale del nostro asservimento patriarcale? E se interrompere il lavoro di cura può essere tutto sommato fattibile, come si interrompe il lavoro riproduttivo? A meno che il lavoro riproduttivo non venga identificato con il lavoro sessuale, ma è una visione limitata ed è una forzatura, visto che il lavoro sessuale è un’altra attività vera e propria che ci viene accollata sia che sia a titolo oneroso che a titolo gratuito.

Fondamentalmente quindi scioperare significa far presente alla controparte che le donne lavorano nella società a tutti i livelli e che quindi pretendono riconoscimento e tutela dallo Stato.

Ma tutto questo  non ha niente di femminista e tantomeno di rivoluzionario, anzi è una dichiarazione  esplicita di subalternità sia al maschile che allo Stato perché si chiede alla controparte riconoscimento della propria esistenza.

Questo tipo di modalità di lotta poteva avere un senso  nei periodi storici in cui le donne erano escluse del tutto dalla vita sociale effettiva ed erano tutte fuori dai circuiti produttivi e decisionali, relegate, tutte, in modi diversi a seconda della classe sociale, al lavoro riproduttivo e di cura, dove risiedeva principalmente, anche se non esclusivamente, il perpetuarsi del rapporto di dominio patriarcale.

Oggi, nella stagione neoliberista, la nuova frontiera del perpetuarsi della società patriarcale passa anche attraverso la cooptazione di donne che in cambio della loro promozione personale vendono le altre donne e svendono la lotta femminista e spacciano la loro promozione personale per emancipazione.

Oggi, ci sono donne che fanno il lavoro sporco di licenziare altre donne,  che reprimono, giudicano, condannano, forti di una divisa o di una carica istituzionale, che comandano le cariche nelle piazze contro chi osa ribellarsi, che giustificano, sponsorizzano e partecipano alle guerre umanitarie, che propagandano i valori neoliberisti e patriarcali attraverso la stampa e i media, che veicolano la medicalizzazione dell’esistenza di tutte le altre donne , forti di un camice bianco… L’operaia dovrebbe scioperare insieme alla dirigente aziendale di turno che la licenzia, la compagna insieme alla poliziotta che la manganella nelle piazze? quella che occupa la casa insieme all’assistente sociale che le toglierà i figli  dato che fornisce un pessimo esempio educativo? la secondina insieme alla carcerata? la magistrata insieme alla NoTav…la migrante insieme a Livia Turco che l’ha messa in un Cie ? la disoccupata insieme a Susanna Camusso che ha firmato tutti gli accordi più nefandi sul lavoro? perché tutte sono utili alla società e con il loro lavoro danno un contributo fattivo alla “Nazione”?

Tutto questo risponde a quella fascistizzazione dello Stato che sta attuando il neoliberismo, fascistizzazione  che si manifesta  anche e proprio nel far dimenticare che la società è divisa in classi per cui, in questo caso, ogni donna nel suo ruolo e al suo livello sociale , nella sua collocazione dovrebbe essere contenta di avere il riconoscimento del proprio lavoro e, tutte insieme, ottenuto il riconoscimento e la tutela dovrebbero lavorare per costruire, tutte insieme, questa società migliorata e migliorabile..

Una modalità di lotta interclassista, come è lo sciopero delle donne, ha dei connotati profondamente reazionari e neoliberisti ed incentiva la svendita delle donne al potere.

E’ la spoliticizzazione delle lotte che il neoliberismo propugna da molti anni, in tutti gli ambiti, per cui la protesta e la ribellione devono perdere i connotati di classe e le rivendicazioni devono essere delegate ai rappresentati di categoria o alle associazioni di consumatori o alla Class action.

In questo modo si fornisce un paravento dietro il quale la società patriarcale e neoliberista può nascondere i propri obiettivi reali  quali l’inasprimento della disoccupazione, la precarizzazione della vita, le crescenti disuguaglianze, le guerre umanitarie, il ruolo di cura  da cui dicono di voler affrancare le donne, ma in cui ne viene prepotentemente confermata la stragrande maggioranza. Poiché questi obiettivi sono inconfessabili, si veicolano come emancipazione, come transizione che dovrebbe condurre  alla nostra liberazione così come nella società il neoliberismo viene presentato come “moderno” e dovrebbe condurre alla crescita, alla piena occupazione, alla giustizia sociale e, nei paesi del terzo mondo, alla democrazia. La donna viene ridotta ad una dimensione conformista indotta dal “politicamente corretto”. Il conformarsi diventa una variante del consumo, in definitiva l’unica attività umana che definisce l’essenza dell’individuo.

Non c’è più il riconoscimento del nemico, la comprensione e la chiarezza su come opera ora il patriarcato e sugli obiettivi che si pone. La trasversalità della nostra oppressione, che è reale, non ha niente a che fare con l’interclassismo. E’ necessaria  la consapevolezza che solo uscendo dalla dimensione interclassista, fuorviante e fraudolenta, è possibile la presa di coscienza di genere indispensabile per combattere il nostro asservimento.

Mai come in questo momento storico, proprio per l’uso specifico dell’emancipazionismo che fa il dominio neoliberista e patriarcale, il femminismo è stato attraversato dalla classe. Mai come in questo momento è necessario scardinare i ruoli sessuati insieme all’organizzazione gerarchica, autoritaria, verticistica e mercificante del potere.

 

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Detto questo, come sempre, ci si vede sulle barricate

Approvato l’accordo per la Torino Lione? Ne abbiamo viste tante e non ci demoralizziamo, tranquilli

votazione

Con 285 voti favorevoli, 103 contrari e 3 astenuti la Camera ha ratificato l’accordo di Parigi 2015 e Venezia 2016 relativi al progetto Torino-Lione, ovvero il via libera a progettare e realizzare il tunnel trasfrontaliero di 57 km, quello che non esiste e per molto tempo, politica e informazione, hanno spacciato al posto del tunnel esplorativo esistente oggi.

Hanno votato a favore Pd, Forza Italia, Ap-Ncd, Lega Nord, Civici e Innovatori, Ala-Scelta Civica, Democrazia Solidale-Cd, Fdi-An. Contrari M5s, Sinistra Italiana-Sel, Alternativa Libera.

Ci teniamo a ribadire i voti e nei prossimi giorni non mancheremo di pubblicare i nomi dei votanti perchè, su di loro gravano enormi responsabilità del presente e del futuro del nostro Paese. Bisognerà ricordarsi di loro ogni volta che ci sarà un terremoto, un alluvione, un tetto di una scuola che crolla o semplicemente un esame all’ospedale che non si potrà prenotare prima di un anno; tutte le volte che ci chiameranno a fare dei sacrifici perchè “non ci sono i soldi”.

Perchè con questa scelta il sistema dei partiti e i politici che campano di questo ha determinato quali siano le priorità, secondo loro, del paese: indebitare ulteriormente l’Italia per un’opera dimostrata inutile, costosa e  dannosa (al territorio e alle casse pubbliche). La politica del palazzo ha determinato le priorità, ma per chi dovremmo chieder loro? Perchè quest’opera garantisce continuità con il sistema delle grandi opere che ha da sempre foraggiato non solo mafie e malaffare, ma interi ceti politici e industriali, che con disinvoltura e facendosi le leggi, le hanno usate come bancomat per prelevare denaro pubblico (anche quello europeo lo è) per autofinanziarsi e finanziare ditte amiche.

Il progetto del corridoio 5, quello che alcuni hanno citato in aula oggi, è naufragato da molto tempo: Lisbona, Kiev e i vari angoli del corridoio sono falliti da tempo e una ferrovia internazionale collega già l’Italia e la Francia, solo che non ci sono merci che devono viaggiare (nemmeno sui tir).

Inoltre, quelli che oggi si riempiono la bocca del “bene dell’Italia” dovranno poi spiegare a tutti perchè hanno finanziato un progetto che non ha ancora un costo certo e come mai l’Italia paga buona parte della tratta di competenza della Francia e come mai ogni km della galleria di base costa quasi 5 volte più della Francia.

Ora, sono 25 anni che spieghiamo con scrupolo (e siamo sempre pronti a farlo) tutte le ragioni tecniche, economiche, ambientali e sociali sul perchè ci opponiamo a questa grande inutile opera dannosa. Lo continuiamo a fare anche dopo tutti i modi messi in campo per fermarci, mandando la magistratura avanti a fare il lavoro sporco che la politica ha sempre rifiutato di fare perchè perso in partenza.

Abbiamo visto passare apporre di firme, presidenti del consiglio, presidenti della Repubblica, politici e giornalisti eppure siamo ancora in splendida forma e pronti a studiare i nuovi scenari di conflitto che si apriranno sul nostro territorio, ci siamo già portati avanti da tempo!

Il tempo è dalla nostra parte del resto non ci saremmo mai aspettati che la città di Torino uscisse dall’Osservatorio tempo fa; non avremmo pensato di vincere un referendum e far traballare il trono di Renzi e quindi siamo fiduciosi e diciamo di avere calma e pazienza, le cose che non sono così definitive come vorrebbero farci credere.

Detto questo, lasciamo sbraitare chi oggi ha da festeggiare, ma vogliamo dirlo a tutti: ricordatevene perchèfesteggiano sulla nostra pelle, sulle nostre pensioni, sul futuro di tutti perchè ogni euro speso per il Tav è un euro rubato a qualcosa di utile per tutti e tutte.

Ci fanno pena quei giornalisti che finalmente sono riusciti a scrivere l’articolo della vita, e parlano della Torino Lione come se fosse la scoperta di una cura alla malattia del secolo.

Detto questo, come sempre, ci si vede sulle barricate.

Ora e sempre notav!

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Jean Seberg

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Sul presidio al CIE di Ponte Galeria

Roma – Sul presidio al CIE di Ponte Galeria del 17/12

photo_2016-11-30_12-57-02Sabato 17 dicembre, un gruppo di circa 30 nemiche e nemici delle frontiere è tornato sotto le mura del CIE di Ponte Galeria.
Dopo la deportazione di giovedì in Nigeria, e mentre in città migliaia di persone in corteo chiedevano l’apertura di nuovi centri accoglienza in cui continuare a gestire e controllare le persone migranti, davanti al CIE si urlavano slogan, saluti e il nostro odio per ogni forma di potere, prigione e controllo.
Risolti i problemi tecnici, di casse e microfono, si è continuato con diversi interventi e musica a spezzare il silenzio e la desolazione di quel luogo attraversato solo da sbirri, militari, suore e complici del lager, oltre che da amanti dello shopping che dopo gli acquisti natalizi sono costretti a passarci davanti restando comunque indifferenti.
Un gruppo di sex workers e alleate-i ha ricordato, nella giornata internazionale contro la violenza che colpisce i lavoratori e le lavoratrici del sesso, quanto l’oppressione suprematista e di genere, la militarizzazione e il regime delle frontiere siano strumenti del potere per controllare i nostri corpi, reprimere e deportare chi vive vendendo sesso. Numerose infatti sono le sex workers detenute nel CIE romano a seguito di rastrellamenti in ogni parte d’italia.
Solidarietà è stata dimostrata anche ai lavoratori e alle lavoratrici delle campagne che lottano contro sfruttamento, ricatti e repressione delle persone migranti.
Mentre dalle casse si succedevano interventi e saluti in diverse lingue, da dentro le mura le telefonate e le voci delle detenute (come al solito prontamente chiuse a chiave in cella dai loro aguzzini) hanno scaldato i cuori di chi, sotto lo sguardo del solito nutrito nugolo di guardie, tenta come può di comunicare e mostrare vicinanza a chi è privata della propria libertà.
Fuochi d’artificio e un indisturbato lancio di palline da tennis – con dentro il numero di telefono per rimanere in contatto – hanno accompagnato la fine del presidio. Alcune scritte sono comparse in stazione per ricordare a chi prende il treno che a pochi metri c’è un lager. Un momento di comunicazione con gli- apparentemente ignari- avventori del treno che riportava i/le solidali in città ha chiuso la giornata.
A un anno quasi esatto dalla rivolta che ha portato alla distruzione della sezione maschile del CIE di Ponte Galeria, un abbraccio solidale va alle persone condannate ad anni di galera per la rivolta avvenuta nel lager di Bari Palese nel 2011.
Sempre a fianco di chi lotta e distrugge ogni gabbia, con la speranza che il prossimo anno sia ricco di nuove macerie.

                                                                                                          nemiche e nemici delle frontiere

https://hurriya.noblogs.org/post/2016/12/19/roma-presidio-cie-ponte-galeria-1712/

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Domani mattina calzerò gli scarponi e andrò in Clarea, non in tribunale

Nicoletta: “Domattina calzerò gli scarponi e andrò in Clarea non in tribunale”


Nevica. Una neve sottile, che bagna la terra senza ancora fermarsi; ora che è sera, si intravede appena, come una pioggia ghiacciata contro il giallo dei lampioni.

In cortile i passeri stanno riparati sotto l’edera, occhieggiano di tra il fogliame; qualche breve volo per becchettare le briciole di pane, tributo quotidiano alla loro dolce e petulante presenza.

La sera che scende rapida e silenziosa potrebbe essere l’ultima delle misure preventive che sistematicamente ho violato. Domani si consumerà l’atto conclusivo del teatrino tra la procura di Torino che, colpita dal boomerang delle sue stesse determinazioni, chiede di annullare nei miei confronti arresti domiciliari diventati l’emblema di un un’ingiustizia rifiutata per questo ingestibile, ed il tribunale che ha ribadito tali arresti.

Non assisterò alla rappresentazione ridicola e insieme inquietante di una “giustizia” che nulla ha da proclamare se non la propria iniquità ed impotenza. Non mi coinvolgono le loro decisioni, quali che siano

La mia evasione dalle loro imposizioni è diventata per me una via senza ritorno, una speranza di liberazione collettiva troppo grande perché possa essere ridotta ai calcoli meschini sulla partita di giro del dare e dell’avere.

Dalla finestra della mia tiepida stanza vedo la nevicata farsi più fitta.

Domattina calzerò gli scarponi e andrò in Clarea, ritroverò un sentiero di splendente candore ed alberi come grandi, soffici nuvole. Mi guideranno le tracce degli animali del bosco e forse, in tutta quella primigenia innocenza, il cantiere sarà scomparso, come un brutto sogno che l’alba cancella.

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La Sostituzione della Repubblica

La Sostituzione della Repubblica

Pubblicato il 18 dicembre 2016 · in Schegge taglienti ·

di Alessandra Daniele

magritte-decalcomaniaLa conduttrice sorride al suo ospite.
– Congratulazioni per il suo incarico da ministro. Ricordiamo però che il nuovo governo è stato definito un clone del precedente, cosa dire quindi del risultato del referendum che l’aveva bocciato a larghissima maggioranza?
– Non ce ne frega un cazzo.
La conduttrice tace perplessa. Poi chiede
– Eh?…
– Del risultato del referendum non ce ne frega un cazzo – Ripete tranquillo l’ospite – Abbiamo riconfermato praticamente tutti, e persino promosso i più cialtroni. La ministra dell’Istruzione ha la terza media. Il ministro degli Esteri ai vertici fa il grammelot. Non è evidente? Ce ne fottiamo.
– E lo ammette così?
Il ministro si stringe nelle spalle.
– Tanto non potete farci niente.
– Non è in arrivo un altro referendum?
– Possiamo evitarlo cambiando la copertina del Jobs Act, e lasciando il contenuto identico come abbiamo già fatto col governo.
– Ma comunque alle prossime elezioni…
– Quali elezioni?
– Prima o poi si dovrà votare.
– Ah certo, ma lo si farà con una legge elettorale in grado d’impedire altri abusi come quello del 4 dicembre: il Neo Mattarellum.
Neo?
– Il Mattarellum, con una correzione in chiave ullteiormente maggioritaria. Noi l’avevamo già detto: il suffragio universale è obsoleto e non più sostenibile in una democrazia avanzata. Milioni di elettori che svolgono tutti la stessa funzione sono uno spreco di tempo e di denaro. Il multielettroralismo è persino peggiore del bicameralismo. È il momento di passare al monoelettoralismo.
– Cioè?
– Un solo elettore che vota per tutti.
– Chi?
– Appunto Mattarella. Questo otterrà il fondamentale risultato di snellire le procedure: invece di aspettare il risultato delle elezioni, il nostro presidente potrà conferirci direttamente l’incarico di formare il nuovo governo. Come ha appena fatto. Visto che il dissociato corpo multielettorale ha respinto la nostra Riforma Costituzionale, s’è resa indispensabile una Riforma Sostituzionale. La sostituzione della Repubblica democratica con la Repubblica monocratica.
– Ma questa non è una forzatura istituzionale? – Azzarda la conduttrice.
– No, è proprio un golpe. Non l’avete ancora capito? Certo, non ci sono i carri armati e i colonnelli, ma quella è paccottiglia obsoleta, il nostro è un Golps Act: per tornare efficiente la democrazia ha bisogno di licenziare i suoi elettori in esubero. Un monoelettore basterà. E nel caso dovesse servircene qualcun altro, potremo sempre comprarcelo dal tabaccaio. Adesso mandi la pubblicità. È tassativa.
La conduttrice si gira verso la telecamera, e mormora
– Pubblicità.

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