25 novembre 2020

IL LOCKDOWN è DISCRIMINANTE di GENERE e di CLASSE 

Ci siamo dimenticate che non si muore solo di malattie contagiose. Oggi abbiamo l’ennesima conferma che la posta in gioco quando ci costringono a restare chiuse in casa, a confinarci all’interno di territori, all’osservanza di regole e divieti calati dall’alto non è il nostro bene né il bene del “popolo”, se mai ha un senso usare questa generica definizione. Il potere non si è sprecato, se non a parole tanto autoincensanti quanto non rispondenti al vero, neppure a fornire degli aiuti economici di base. D’altra parte non poteva che essere così perché il neoliberismo che è la scelta ideologica che guida le decisioni di potere accomunando governo e opposizioni, ha rotto da tempo il patto sociale con le classi subalterne e non c’è possibilità di contrattazione. Tutte le pantomime sui soldi che non ci sono o che sono stati stanziati per questo o per quello sono un teatrino per allocchi/e. Se avessero voluto veramente mettere in atto soluzioni avrebbero potuto semplicemente e senza esborso diretto annullare le bollette, le tasse, le multe, le cartelle esattoriali, le prebende per i parcheggi, rendere i trasporti gratuiti…avrebbero potuto riaprire gli ospedali che hanno chiuso invece di fare ridicoli ospedali da campo a prezzi esorbitanti.

E, invece, la retorica di Stato ci ha addossato la colpa delle conseguenze di un’epidemiaun meccanismo oppressivo, quello del senso di colpa, la cui pervasività, da femministe, conosciamo fin troppo bene.

Con la scusa dell’emergenza ci hanno messe nuovamente in gabbia, una gabbia fisica, mentale, psicologica facendo finta che la casa ce l’abbiano tutte  (bella, adeguata, confortevole, vivibile…) e che al suo interno tutte si sentano sicure (femminicidi, violenze, ricatti economici, fisici, psicologici…sono improvvisamente scomparsi?) e ci hanno ributtate a capofitto nel lavoro di cura. Ci hanno messe in gabbia mentalmente e psicologicamente perché ci hanno detto e ci ripetono continuamente che non siamo in grado di riflettere, di valutare, di decidere e di scegliere ma ci dobbiamo affidare ed obbedire.

Ci sbandierano ad ogni piè sospinto che la salute viene prima di tutto. Ma cosa s’intende per salute? E soprattutto cosa significa per loro la “nostra” salute? La nostra vita è precaria, instabile e malsana a causa di politiche che inquinano, impoveriscono, sfruttano fino ad esaurire ogni nostra linfa vitale, quindi che cosa significa “salute”?

Il lockdown, il confinamento che viviamo sulla nostra pelle è violenza, è violenza il terrore nel quale ci fanno vivere, sono violenza il senso di colpa e lo stigma che vengono rovesciati addosso a chi esce dagli schemi di comportamento previsti; è violenza la completa instabilità e labilità a cui le nostre esistenze sono esposte di frontenon alla malattia, ma al vuoto di futuro che ci lasciano; è violenza imporre il lockdown consapevoli che molte non ce la faranno, e non a causa del virus ma delle condizioni di vita a cui ci hanno ridotto ben prima del suo arrivoè violenza la pretesa di fermare tutto (tutto? tutto quello che decidono volta per volta a seconda di quello che fa loro comodo) in nome della difesa da un pericolo che viene presentato come più terribile di ogni altra cosa, ma che in realtà è considerato così preponderante al preciso scopo di imporre un nuovo ordine di priorità: le esigenze calcolanti e mortifere del capitale contro i bisogni vitalistici delle persone

Durante il primo lockdown istituito questa primavera ci siamo dette “non torneremo alla normalità” perché la normalità è il problema.

Ora è necessario difendere questa nostra capacità di analisi politica, altrimenti ci ritroveremo a sostenere, consapevolmente o meno, i diktat del potere contrabbandati come scelte inderogabili. Quello stesso potere che oggi  glorifica “gli eroi” di turno che si stanno sacrificando per il paese e che domani, a emergenza finita, non solo dimenticherà ma licenzierà e butterà in mezzo ad una strada. Chiunque non si assoggetti volontariamente e apra al pensiero critico viene tacciato di irresponsabilità, ma noi conosciamo benissimo la differenza tra responsabilità e obbedienza.

Come femministe abbiamo l’obbligo di ricordare che tutto questo si chiama ancora e sempre Violenza di Stato, di quell’ordinamento istituzionale oramai ridotto a mera meccanica repressiva, di quello Stato paternalista che si presenta come detentore del giusto e del bene.

Le irresponsabili non siamo certo noi che vogliamo la luna perché noi sappiamo chi sta da una parte e chi dall’altra della barricata, sappiamo smascherare il nemico e creare solidarietà tra chi si riconosce nello sfruttamento e nell’oppressione.

Il lockdown in tutte le sue forme è violenza, è una guerra alla sopravvivenza, è darwinismo sociale applicato, è discriminante di genere e di classe.

Coordinamenta femminista e lesbica

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