Donna-macchina-di riproducibilità

Riceviamo da una compagna un interessante contributo

𝘕𝘢𝘶𝘴𝘪𝘤𝘢𝘢̈. 𝘝𝘪𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘳𝘢 𝘭𝘦 𝘳𝘰𝘷𝘪𝘯𝘦 – episodio 4 : IO SONO UNA CINGHIA DI TRASMISSIONE

 

ASCOLTARE QUI https://www.spreaker.com/user/radio_india/puntata-quattro-4 )

All’epoca dei film muti, le donne occupavano una vasta gamma di ruoli nell’industria cinematografica di Hollywood. A quel tempo, scrive Shelley Stamp, l’attività cinematografica era “probabilmente molto più aperta alle cineaste di quanto non lo sia oggi”.

L’attitudine speciale delle donne al montaggio fu notata per la prima volta 1925 dal “Motion Picture Magazine”, dove è scritto: “Le più grandi montatrici sono donne. Sono veloci, ingegnose, piene di risorse”.

Montatore non era ancora il nome di un MESTIERE

Si chiamavano patchers e si limitavano a incollare i pezzi di pellicola: erano in prevalenza donne perché costavano (molto) meno degli uomini. Prima di diventare film-cutter o film-editor si poteva essere assunte come Joiner, diventando assemblatrici di centinaia di rulli da cui estrarre bobine su misura. Il montaggio non era considerato un’arte, ma una procedura monotona e meramente tecnica. Letteralmente un “taglia e cuci”, qualcosa di simile al paziente lavoro di una sarta o d’una bibliotecaria, adatto a mani femminili.

Essere assunte come cutter divenne possibile per giovani con poca o nessuna formazione professionale. Manodopera non qualificata, una cutter non veniva accreditata nei titoli di coda o sulle locandine.

Margaret Booth fu assunta nello studio di Griffith appena diplomata. Da Joiner fu promossa a negative cutter.

Quando ancora non era possibile incidere dei numeri di riferimento sui margini della pellicola, il lavoro risultava difficile, complicato, tedioso, richiedeva un’enorme quantità di tempo: la corrispondenza dei frames andava scovata ad occhio nudo. Ma una lenta inquadratura poteva durare centinaia e centinaia di fotogrammi.

Prima che fosse introdotta la Moviola (che assomigliava molto nella sua struttura a una “macchina da cucire”) le bobine scorrevano direttamente tra le dita delle montatrici.

“Scorrendoli mi mettevo a contare come se stessi contando la musica, per dare alla scena il giusto ritmo”, scrive Booth nel suo saggio Cutter.

 Durante le riprese dei Dieci Comandamenti, Cecil B. DeMille ha usato fino a dodici telecamere per alcune scene, imprimendo più di100.000 rulli. Toccò ad Anne Bauchens, tra feroci discussioni e 18 ore al giorno di lavoro indefesso ridurre il tutto a 3 ore e 40 minuti: un ottavo delle sue dimensioni iniziali.

Il montaggio divenne una riscrittura del girato, basti pensare al lavoro di Viola Lawrence per la signora di Shanghai di Orson Welles.

Elizaveta Svilova, pioniera del montaggio russo, ha montato L’uomo con la macchina da presa.

Marie-Josèphe Yoyotte ha montato i I 400 colpi 

Lyudmila Feiginova, ha montato la maggior parte dei film di Tarkovsky

Blanche Sewell ha montato Il mago di Oz

Ulla Ryghe ha montato Persona

Marcia Lucas ha montato Star Wars

Jolanda Benvenuti ha curato quasi tutti i film di Rossellini

il suo nome è stato sostituito da quello di un montatore di sesso maschile nei titoli di Roma città aperta e Paisà.

La montatrice non è un’assistente speciale, è un’operaia in stato di veglia.

Creando nodi, stringendo i nastri che le vengono consegnati, connette «ciò che alla superficie appare distante». Ma per poter avvicinare la materia, la donna che taglia deve prima distruggere, separare, interrompere il contesto fornito.

Il montaggio è uno strumento di battaglia che si iscrive nella lotta, che interviene nelle sue forme. Setacciati milioni di filmati, nell’artificio del montaggio le piccole mani analogiche intrecciavano le fila di un ordito non ancora scritto, di ciò che stiamo diventando.

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