Basta un po’ di zucchero?

Basta un po’ di zucchero?

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Una compagna mi ha segnalato alcuni giorni fa questo manifestino ricevuto per email.

Era inorridita – e io con lei – vedendo come si stiano affossando decenni di lotte e pratiche femministe.

La pillola, lo sappiamo molto bene. non ha nulla di femminista ma, anzi, è un contraccettivo che nuoce gravemente alle donne – e non solo dal punto di vista della salute.

Il fatto che i medici tendano ancora a rifilarla alle donne fertili di ogni età ha a che vedere con il business farmaceutico e con la mentalità patriarcale, non con la liberazione sessuale femminista.

Non si rileva, infatti, nessuna traccia di liberazione in un contraccettivo che è tutto a carico della donna – sia dal punto di vista della salute che dell’impegno a non scordarne l’assunzione. 
Né si rilevano tracce di liberazione in una mentalità incentrata sull’orgasmo maschile, cioè una mentalità secondo la quale le donne devono essere sempre pronte alla penetrazione quando lui ne ha voglia.
Dovremmo ormai sapere che il piacere femminile è soprattutto clitorideo e non vaginale…

Impillolarsi per il piacere altrui significa forse essere soggetto del proprio desiderio? No, a meno che il desiderio non sia alienato nel desiderare di essere desiderata. Ma questa non è liberazione: a casa mia si chiama eteronormatività. E l’eteronormatività genera sudditanza femminile.

Vorrei anche aggiungere che, gratta gratta, questa mentalità è di diretta derivazione dalla (in)cultura dello stupro, che riduce ogni donna ad uno – o più – buchi.

E allora basta un po’ di zucchero patriarcale e la pillola va giù? 

Nei mesi scorsi un’altra compagna mi aveva segnalato una trasmissione radiofonica in cui una sedicente femminista sosteneva che le donne sono più libere se non fanno figli e che per non fare figli la pillola è il non plus ultra.

Al di là del fatto che, secondo me, le donne sono più libere quando scelgono senza pressioni sociali se fare o meno figli, di certo non è la pillola a rendere libere, ma la consapevolezza di sé e di ciò che si vuole.

Che quindi si reclami oggi come diritto la pillola gratis, lo trovo a dir poco preoccupante. E lo trovo anche ridicolo in una regione (il manifesto sopra è pisano) che già di fatto riconosce la gratuità dei contraccettivi per chi ha meno di 26 anni.

Dove si vuole andare a parare con queste campagne? 
Facili specchietti per allodole, spacciano per “diritto” ciò che, in realtà, è l’ennesimo strumento di oppressione patriarcale.
Non vorrei spingermi a leggere in questo l’ulteriore dimostrazione di una disposizione collaborazionista di certo femminismo recente, ma non posso nemmeno fingere di non vedere come questa retorica dei diritti, buoni per ogni stagione, celi in realtà la distruzione della libertà delle donne. Non è un caso che il femminismo radicale e libertario non abbia mai utilizzato il termine borghese diritti – ma abbia sempre parlato di libertà. Una differenza non da poco!

Sono in crescita esponenziale tra i/le giovani le malattie a trasmissione sessuale; l’ignoranza sul proprio corpo e la propria salute moltiplica i meccanismi di delega al potere medico; sempre più giovani donne abusano di alcolici e sostanze per piegarsi al desiderio maschile credendolo il proprio e rischiando di affossare, così, la propria autodeterminazione.

Ci sarebbe molto da dire e da fare al proposito in un movimento di donne degno di essere definito tale. E invece? 
E invece il problema principale sembra essere quello di poter avere gli uomini nei cortei femministi, per dimostrare che non si è più le “brutte e pelose” separatiste di una volta, ma che si è delle femministe fashion&queer a braccetto di men in feminism altrettanto fashion&queer. Tutti (il neutro-maschile qui è voluto!) insieme in allegria a chiedere a gran voce ‘diritto di aborto’ e ‘diritto di pillola’ – tutti, quindi, a ribadire che, in fondo, aveva ragione Freud quando definiva la sessualità matura come “finalizzata alla meta”.

“Siamo tutte puttane”, recitava alcuni anni fa uno slogan ricorrente (e anche un po’ ipocrita). 
Magari! Almeno chi si prostituisce lo fa in una logica di scambio sesso-denaro, consapevole che quella richiesta non riguarda la propria sessualità ma quella dell’altro.

Penso proprio che anche per quest’anno l’8 marzo mi ritirerò sui monti ad invocare Inanna – dea sumera consapevole di sé. 
A chi volesse, invece, partecipare criticamente ai cortei pillolisti consiglio di affidarsi all’intramontabile santa protettrice degli ovuli non fecondati…

 

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