Venerdì di sangue in Palestina

Venerdì di sangue in Palestina

di Giuditta Brattini  https://www.carmillaonline.com/

[Venerdì 30 marzo sotto gli occhi del mondo intero e nell’imbarazzo delle Nazioni Unite, sempre pronte a recepire le direttive americane per le operazioni di polizia internazionale ma incapaci di porre freno alle violenze di Israele, si è consumata una delle stragi più feroci e premeditate della storia di una terra che da settant’anni è stata usurpata e strappata ai suoi legittimi abitanti. Il fascismo israeliano, già denunciato da numerosi intellettuali di origine ebraica come Hannah Arendt e Albert Einstein fin da una lettera inviata al New York Times il 4 dicembre 1948*, ha mostrato ancora una volta il suo ghigno perverso. Per questo motivo riceviamo e volentieri pubblichiamo un resoconto scritto a caldo sui fatti di Gaza. S.M.]

30 Marzo: Giornata della Terra e dell’inscindibile Diritto al Ritorno.
E’ finita in un bagno di sangue la manifestazione pacifica della Giornata della Terra, per ricordare i sei palestinesi uccisi il 30 marzo 1976 da militari israeliani durante una manifestazione in Galilea che si opponeva al furto di altra terra da destinare alla comunità ebraica. L’ iniziativa di ieri e’ una delle azioni promosse dal Comitato della Grande Marcia del Ritorno a cui aderiscono tutti i partiti palestinesi, Hamas, Almubadara, Fatah, Fronte di Liberazione della Palestina, sostenitori di Dahlan e gruppi di giovani Palestinesi. Quella di ieri e’ stata una manifestazione partecipata, circa 30.000 persone, che ha visto famiglie raggiungere con ogni mezzo, bus, carretti, motorette, auto private le cinque diverse località di concentramento nella Striscia di Gaza: Abu Safia, Malka nord, Al Burei centro, Khoza’a e Al Shoka sud.
In ogni punto di ritrovo, a 300 metri dalla “buffer zone”, sono state organizzate tendopoli. Israele, per voce del ministro della difesa Avigdor ‎Lieberman aveva preannunciato il pugno duro contro l’iniziativa, descrivendola come un piano del movimento islamico Hamas per invadere ed occupare le ‎comunità ebraiche a ridosso della Striscia di Gaza. In realtà tutte le formazioni ‎politiche palestinesi, laiche, di sinistra, e religiose, hanno aderito all’iniziativa. A fronte del “pericolo proclamato”, Lieberman aveva promesso cecchini e gas lacrimogeni per fermare i manifestanti che si fossero spinti sotto i reticolati o vicino alle ‎torrette militari.

Dopo le ore 18 di ieri la liberta’ di uccidere israeliana e’ andata oltre, dal Ministero della Salute di Gaza riferiscono che nell’area a nord della Striscia, le forze armate israeliane hanno aperto il fuoco con artiglieria pesante causando la morte di 2 persone e diversi feriti. Abbiamo visto ragazzi, famiglie disarmate che con coraggio sfidavano l’occupante israeliano, quattordicesima forza armata mondiale. A fine giornata i dati ufficiale dal Ministero della Salute di Gaza riportano: 16 martiri, 1.415 feriti, alcuni di questi versano in gravi condizioni. Di questi 1.010 sono stati ricoverati negli ospedali pubblici della striscia di Gaza: 831 sono adulti e 179 bambini; 973 maschi e 37 femmine. Gli altri 405 feriti hanno ricevuto cure presso Centri di assistenza sanitaria. I feriti ricoverati hanno riportato per la maggior parte ferite da arma da fuoco alla testa, al viso, ai genitali e alle gambe. Una volontà chiara, gia’ denunciata in passato, quella di uccidere o di rendere disabili bambini, uomini e donne. Da parte israeliana nessun ferito.

I manifestanti sono stati aggrediti dall’esercito israeliano con un uso massiccio di armi di “controllo della folla” quali i gas lacrimogeni; sono piovuti sulla gente da un’altezza tra i 10/20 metri sganciati da mini-droni in un numero di almeno 8 lacrimogeni per volta. Munizioni vere e proiettili di gomma, colpi d’artiglieria. Le ambulanza del Ministero della Salute di Gaza, della Mezza Luna Rossa Palestinese, del Palestinian Medical Relief hanno soccorso senza tregua i feriti trasportandone anche due nella stessa ambulanza.

Una prima e veloce valutazione sulle ferite riportate poi i più gravi venivano riferiti allo Shifa Hospital, gli altri per la maggior parte colpiti dagli effetti dei gas lacrimogeni assistiti presso i centri di primo intervento allestiti in prossimità delle tendopoli. Non e’ dato conoscere con esattezza quali prodotti chimici vengano utilizzati con i gas lacrimogeni, ma hanno preoccupato i medici le reazioni accusate dai colpiti che riferivano vomito, rash cutaneo, dolori alla muscolatura, bruciore agli occhi e difficoltà respiratorie ed in molti casi la somministrazione di ossigeno non e’ stata sufficiente e si e’ reso necessario intervenire con farmaci broncodilatatori. Come noto l’utilizzo di armi indiscriminate e’ in violazione delle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja che ne impediscono l’uso, in particolare contro i civili.
I medici dei dodici ospedali pubblici della striscia di Gaza hanno affrontato, non con poche difficoltà, le diverse situazioni di emergenza anche per la mancanza di farmaci e materiale sanitario per interventi chirurgici, a causa dell’assedio.

Disperdere la folla di donne, uomini e bambini con l’uso delle armi non e’ difficile, ma per togliere ai palestinesi la volontà di lottare per la loro terra e per il diritto al ritorno, ci vuole ben altro che l’uso delle armi. Oggi come ieri, dal 1948 al 2018, passando per i massacri della popolazione di Gaza sotto assedio del 2006, 2008, 2012, 2014, siamo ancora, in lutto. Non sembrerebbe interessata la politica internazionale alla questione palestinese, basta leggere la reazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che dopo i fatti del 30 marzo si è riunito d’urgenza per discutere . Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha chiesto “un’indagine indipendente e trasparente”; il Consiglio ha espresso rammarico per la perdita di vite umane evidenziando la necessità di rivitalizzare gli sforzi di pace, auspicando “moderazione” da entrambe le parti, ma nessuna condanna nei confronti di Israele.

Le iniziative promosse dal Comitato per la Grande Marcia del Ritorno, diritto al ritorno sancito dalla risoluzione 194 dell’ONU, che nell’art.11 indica esplicitamente il ritorno dei palestinesi nelle case e città della Palestina, proseguiranno per sei settimane fino al 15 maggio giornata della Nakba, catastrofe. Tale giornata ricorda che nel 1948 750.000 palestinesi furono cacciati dalla loro terra e dalle loro case, all’epoca circa 1 milione e 900 mila abitavano la Palestina. Un’operazione di pulizia etnica che e’ costata la vita a 15.000 palestinesi, mentre 530 villaggi e città furono cancellati. Tale operazione coincise con la nascita di Israele, quale stato nazione ebraica, secondo le aspirazioni del movimento sionista, un processo di colonialismo d’insediamento tutt’ora in corso. Un “progetto di sostituzione e cancellazione progressiva mediante l’espulsione della popolazione nativa e politiche genocide, sostituita da una popolazione di coloni che gradualmente acquista una condizione demografica maggioritaria e si normalizza non più come settler, ma come indigeni”.1

Uno stato, quello di Israele, non per tutti i cittadini, nato sulle deportazione, lo sterminio di migliaia di palestinesi, l’esclusione degli arabi palestinesi nel corso degli anni e finalizzato a sostenere l’immigrazione “standardizzata” degli ebrei.
La ‘Grande Marcia del Ritorno’ iniziata nel giorno in cui i palestinesi celebrano la ‘Giornata della Terra’ ha anche quale obiettivo quello di denunciare l’assedio attuato da Israele sulla popolazione che vive nella striscia di Gaza, 2.000.000 di persone di cui il 56% sono bambini/e. Una lotta per riaffermare il diritto all’autodeterminazione che per i palestinesi implica il diritto inalienabile di tornare alle loro case e proprietà da cui sono stati cacciati con la forza nel 1948.

Daniela, mamma di Simone Camilli, il giornalista/fotoreporter morto a Gaza il 13 agosto 2014 a causa di una bomba inesplosa, a commento della violenza israeliana contro donne, uomini e bambini nel corso della manifestazione per la Giornata della Terra ha scritto: è la loro paura di fronte al coraggio e la speranza.

31 marzo 2018
Giuditta Brattini

*N.B.
Il testo della lettera è leggibile qui

This entry was posted in Palestina and tagged . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *