Femminismo: il paradigma della Violenza/Non-Violenza

Femminismo: il paradigma della Violenza/Non-Violenza 

E’ importante e utile dare una definizione stretta di violenza perché è in atto una semplificazione, voluta e fuorviante, dei termini violenza e non-violenza che sono stati trasformati in meta-concetti, privi di specificazione e collocazione.

Si intende per violenza l’atto o l’insieme di atti con cui un soggetto privato, sociale, istituzionale interviene nella possibilità di un altro soggetto, anche questo privato, sociale, politico, impedendogli un comportamento spontaneamente realizzabile e/o imponendogli un ruolo ed una collocazione.

Dalla definizione di violenza nasce la correlazione tra la stessa e la forza che permette alla prima di realizzarsi.

In questa società la legittimità dei mezzi garantisce la giustezza dei fini. La legalità è legittimità riconosciuta, la violenza legale è, pertanto, l’unica violenza legittima.

Infatti, la violenza viene praticata in e nei confronti di un’area sociale che non coincide con quella dei detentori del potere. E lo sforzo è tutto teso affinché questo uso della forza e i relativi comportamenti violenti siano accettati e interiorizzati nel costume dei più.

Le elaborazioni teoriche e le campagne mediatiche sul non uso della violenza hanno come obiettivo, esclusivamente, i destinatari della violenza stessa. E chi le fa è consapevole dei rapporti di forza e di chi esercita la violenza in regime di monopolio.

E’ questo il ruolo, nella divisione capitalista del lavoro, delle missionarie e dei missionari della non-violenza.

Nel comune sentire è passata l’immagine del femminismo come di un movimento che si batte per i così detti diritti delle donne, caratterizzato dalla spinta per un cambiamento culturale e dalla scelta della non violenza. E’ un discorso fuorviante e mistificatorio che viene dallo stravolgimento delle lotte degli anni 70 ed è stato costruito attraverso passaggi precisi.

Negli anni’70 la fecondità della messa in atto di percorsi femministi di liberazione attraverso pratiche diversificate, diverse e variegate ma sempre potentemente allusive all’uscita da questa società, è stata soffocata e deviata dalle componenti femminili e femministe socialdemocratiche attraverso alcuni strumenti potentissimi:

– l’emancipazionismo trasformato da mezzo a fine e la conseguente sua messa al servizio dello Stato e del sistema di potere

– il rifiuto del concetto di ideologia che ha permesso la condanna di ogni forma organizzata di pensiero che non fosse l’ideologia vincente

– la teorizzazione della non-violenza che ha demonizzato ogni forma di violenza politica che non fosse quella messa in atto dallo Stato.

E’ necessario che il movimento femminista faccia i conti con una lettura falsa e manipolata della sua storia e con le contraddizioni che la sua stessa storia ha prodotto, ma perché questa non diventi ora e qui la storia del patriarcato si deve riannodare al suo percorso storico e politico quando è stato un’allusione potente ad un’altra vita.

Il sistema di potere ha operato attraverso meccanismi intrecciati. Da una parte ha esaltato e propagandato il femminismo socialdemocratico come unico e vero femminismo presentandolo sfaccettato e diversificato in varie accezioni, ma saldamente compatto nei principi di fondo dandogli risonanza e diffusione attraverso gli strumenti della propaganda mediatica, dall’altra ha presentato come positive e vincenti le lotte categoriali e il rapporto e la mediazione con lo Stato. Sono state così volutamente dimenticate con un’operazione di rimozione totale tutte le istanze e le soggettività in contrapposizione ideologica e materiale con questa società che il movimento femminista ha prodotto negli anni’70 e che hanno fatto uso e teorizzato la pratica della violenza politica. Dall’altra ancora il concetto di violenza politica è stato svuotato dei suoi contenuti antagonistici quali la rabbia, l’autodifesa, l’indignazione, la rivolta contro la norma, contro la sopraffazione e lo sfruttamento, contro l’oppressione patriarcale, contro la società divisa in classi

Noi viviamo in questa stagione dove l’interesse di una minoranza si impone in una logica di guerra nei confronti delle/dei più, minoranza che pretende di schierare dietro le sue bandiere mortifere tutte/i quelle/i che si prestano a portare un contributo alla sua causa, dando loro in cambio premi e promozioni sociali. E che sia una guerra non lo dicono solo le cifre della repressione, ma il fatto che vogliano la resa senza condizioni degli oppressi/e.

Questo è il senso del neoliberismo e non vogliono neanche fare prigioniere/i. Infatti, non tollerano neanche il silenzio.

L’iper-borghesia ha dichiarato guerra alle cittadine e ai cittadini di questo paese e ai popoli tutti e, come quando si va in guerra, ha chiamato alla mobilitazione. Questo è il senso del perché alcune/i si prestino a confondere l’aggredito con l’aggressore, l’oppresso con l’oppressore, e a fare l’equazione non omologate/i uguale violente/i che è indirizzata a chi si ribella, ma i veri destinatari sono gli oppresse/i tutte/i.

I teorici della non violenza il nemico lo generano all’interno degli oppressi e secernono ogni sorta di metastasi disumana, dove la non violenza diventa la violenza di un sistema che perseguita ogni forma di singolarità, che vieta il conflitto, che lavora per instaurare un mondo che omette ogni differente ordine del corpo, del sesso, della nascita, della morte.

E’ una violenza virale che tende a distruggere, a poco a poco, tutte le nostre immunità e le nostre capacità di resistenza.

La religione della non violenza è una potenza globale, non meno integralista di quella religiosa, tutte le forme diverse e singolari sono eresie e, quindi, volenti o nolenti destinate a scomparire.

L’obiettivo è colonizzare ogni zona refrattaria e addomesticare tutti gli spazi selvaggi sia sul piano geografico che politico che nell’universo mentale.

E’ necessario recuperare la valenza antagonista e liberatoria del femminismo. Riaffermare con forza l’alterità di ogni movimento femminista a qualsiasi ipotesi di gestione di questa società.

Porsi fuori e contro la società del capitale a partire dal rifiuto della sua ideologia al fine di far valere la volontà di riscatto e di liberazione degli oppressi/e. Una pratica di riappropriazione e soddisfazione dei propri bisogni, fuori e contro il lavoro salariato, i ruoli, la meritocrazia, le gerarchie…sapendo che dovremo fare i conti con il riformismo e la socialdemocrazia tutti tesi ad amministrare l’oppressione delle donne, dei lavoratori, dei popoli del terzo mondo…

Sono soprattutto riformisti e socialdemocratici che premono maggiormente per le “riforme”, parola di cui hanno stravolto il significato originale, per ridefinire i rapporti lavorativi, lo Stato sociale, il sistema giuridico mentre spetta a noi praticare direttamente i nostri bisogni reali con la consapevolezza della portata liberatoria che questo ha nei confronti dei miti volutamente fallaci e fuorvianti della legalità e della non violenza.

Un ruolo particolarmente importante viene ricoperto all’interno della componente femminile socialdemocratica dalle vestali della legalità e dalle prefiche della non violenza, tutte intente a contrabbandare un buonismo di facciata per anima del femminismo. Un buonismo infinitamente violento per l’intolleranza, la demonizzazione, la ghettizzazione di chi non la pensa come loro.

Un buonismo violento che trascina ogni rivendicazione nel pantano di un asservimento volontario, in una litania di querule richieste di delega e di protezione, togliendo capacità di indignarsi e possibilità reattiva, un buonismo di facciata che riporta le donne e le diversità alla condizione di esseri da tutelare, continuamente alla ricerca di attenzione e approvazione.

Le così dette “democrazie occidentali” hanno impostato un meccanismo tanto perverso quanto, in questo momento, vincente, attraverso la strumentalizzazione dei diritti umani, delle donne e delle diversità, sia sul fronte interno che su quello esterno.

Sul fronte interno vengono elevati a rappresentanti delle donne…delle differenze sessuali… di quelle etniche… coloro che, provenendo da questi ambienti oppressi, si prestano, in cambio della promozione sociale personale, a perpetuare l’oppressione delle aree da cui provengono, presentando il sistema come democratico e, quindi, rafforzandolo, e avallando attraverso questa presunta democraticità la persecuzione di tutte quelle/i che non sono disposte/i a subire passivamente e si ribellano.

Questo meccanismo è particolarmente evidente per le donne : cariche istituzionali…ministre…deputate…associazioni femminili di svariata natura…da una parte portano avanti una “difesa” categoriale delle donne, finendo per farci diventare invise agli oppressi tutti, dall’altra contribuiscono al mantenimento delle donne in soggezione con l’esaltazione della delega, con i tagli allo stato sociale, alla sanità, incentivando la precarizzazione, la povertà, allargando la platea asfissiante del controllo sia da parte delle strutture di stampo poliziesco  e militare, sia di quelle di controllo civile…dalle assistenti sociali, ai tribunali per minori, dalle case famiglia agli psicologi/ghe….tutte  strutture che mascherate da servizio sociale di prima necessità per le situazioni di disagio, diventano veri e propri armamentari di costruzione della rete della soggezione.

Coordinamenta femminista e lesbica

 

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