“Il valore politico della rottura”

25 novembre 2015

contro la violenza maschile sulle donne

“Il valore politico della rottura”

Siamo partite da noi, dal nostro quotidiano, dalle nostre storie e dalle nostre esperienze, come siamo abituate a fare nella nostra pratica femminista, e abbiamo incontrato le compagne che hanno attraversato il periodo della lotta armata negli anni ’70 per discutere sui ruoli sessuati e di come questi si modifichino o meno nelle situazioni emergenziali. Anche loro sono partite dai loro vissuti e dalle loro storie in uno scambio reciproco e fecondo.

Abbiamo preso atto che le nostre vite e il sociale tutto è stretto in una gabbia di sbarre visibili e invisibili in cui siamo costrette a muoverci e che viene chiamata “normalità” e dal confronto è emerso prepotentemente che tutte le volte che questa così detta normalità viene sospesa, casualmente o nelle lotte, per nostra volontà o da fattori esterni, si aprono scenari di presa di coscienza personale e politica, potenzialità di uscita da questa società, si presentano immaginari altri rispetto all’esistente in cui siamo vincolate a vivere.

Abbiamo convenuto sulla necessità di cercare di spezzare questa “normalità” in tutti i momenti della nostra vita, di creare crepe, fessure, squarci nell’esistente e di sfruttare tutte quelle fessure che si creano nelle contraddizioni sociali. E questo è tanto più importante nelle lotte per evitare di ripetere rituali, ma anche controrituali, diventati anch’essi rituali, che il potere ci spinge a percorrere facendoci credere che potremmo cambiare qualcosa, mentre, addirittura, stiamo lottando contro noi stesse.

Ma, mettendo a posto il materiale per pubblicare gli Atti degli Incontri, sbobinando i dibattiti, scegliendo documenti e guardando foto e scritte, abbiamo continuato a discutere e a pensare sull’esistente in cui siamo infilate e sono scaturite una serie di altre riflessioni.

Stiamo attraversando un momento di cambiamento epocale in cui i tradizionali assetti della borghesia si stanno modificando radicalmente. Il neoliberismo, vera e propria ideologia, è una ridefinizione a tutto campo dei rapporti di forza tra multinazionali e Stati e con gli oppressi tutti/e e anche all’interno della stessa classe borghese.

Il neoliberismo ha chiuso ogni spazio di contrattazione e l’ha chiuso in maniera unilaterale e il rapporto con le classi subalterne è affrontato come un problema di ordine pubblico. Se ogni spazio di mediazione è chiuso, e non l’abbiamo chiuso noi, non abbiamo più di fronte una controparte, ma solo un nemico.

L’individuazione del nemico sul fronte interno e sul fronte esterno è fondamentale, qualsiasi tipo di azione si intenda portare avanti. Sul fronte esterno gli Usa si pongono come Stato del capitale e sono all’attacco, con alleati e vassalli, su tutti i fronti, militare con la Nato, economico con il TTIP e l’opzione della guerra viene presa in concreta considerazione come soluzione dei problemi economici e di dominio. Sul fronte interno è il PD a naturalizzare, ormai da molto tempo, il neoliberismo nel nostro paese. E anche il femminismo è attraversato prepotentemente dalla lotta di classe, proprio al suo interno. La strumentalizzazione della violenza sulle donne e sulle diversità, l’emancipazionismo usato come fine e non come mezzo, ha fatto sì che molte femministe e molte donne, in cambio della loro promozione personale, si siano messe al servizio del patriarcato e si prestino alla perpetuazione dell’oppressione di tutte le altre donne e degli oppressi tutti. Anche le “patriarche” sono il nostro nemico.

Abbiamo, però, l’impressione che la maggior parte delle lotte venga portata avanti come se ci trovassimo ancora in una società di tipo keynesiano che, invece, non esiste più. La crisi sociale ed economica è una vera e propria scelta del sistema.

Dovremmo porci il problema di reimpostare completamente il nostro bagaglio di strumenti di lotta per affrontare il neoliberismo.

Il patto sociale è rotto, un patto traballante e strumentale, utilitaristico e quasi sempre disatteso, che la borghesia aveva imbastito soprattutto nell’intento di togliere l’acqua ai pesci che nuotavano in un possibile immaginario rivoluzionario. E se il patto sociale è rotto, perché è rotto, allora non ha più senso un qualsivoglia coinvolgimento neppure ammantato da “nobili motivazioni e “migliori fini”.

L’egemonia culturale del sistema è, però, fortissima. E’ il frutto del “politicamente corretto” portato avanti dalla socialdemocrazia riformista, trasformatasi in destra moderna, PD in testa, in tanti anni di manipolazione delle coscienze attraverso gli strumenti e il lessico della sinistra. E’ un’egemonia fatta di concetti come “legalità”.. “sicurezza”.. “condivisione”… “compartecipazione”… “cittadinanza”… “meritocrazia”.. “convivenza civile”… “demonizzazione della violenza”.. ma anche “demonizzazione della politica”… è vano pensare di riuscire a coinvolgere gli strati sociali colpiti dal neoliberismo e, nel nostro caso, le donne, nelle lotte che portiamo avanti se non ci poniamo il problema di scardinare questi concetti che informano la così detta società civile fin nel midollo. E non è sufficiente una situazione di disagio economico anche forte per indurre le persone a prendere coscienza.

Per tutto questo vorremmo discuterne e confrontarci con tutte e tutti voi

Mercoledì 25 novembre 2015 ore 18.00 nello spazio occupato del 3Serrande, alla Sapienza, viale Regina Elena 336-Roma

Coordinamenta femminista e lesbica coordinamenta.noblogs.org/coordinamenta@autistiche.org

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