Sulla cultura dello stupro-Parte terza

Sulla cultura dello stupro – Parte terza

Infatti, secondo l’autrice, “Applicato ai rapporti sessuali, in un sistema patriarcale, in una condizione quindi di disuguaglianza, il consenso assume una precisa connotazione di genere ed esprime la disponibilità della donna ad appagare le istanze di godimento dell’uomo, a sottomettersi ai suoi desideri e al suo potere decisionale”.

La ricerca svolta da M. Barbagli, G. Dalla Zuanna e F. Garelli sulla sessualità maschile degli italiani e citata dall’autrice conferma questa asimmetria e fa emergere il nodo del consenso come questione prioritaria.

51NqU7WuOdL._SY498_BO1,204,203,200_ Per altro, le risposte citate in questa ricerca mi hanno riportato alla memoria un testo di Renata Pisu, Maschio è brutto. L’uomo italiano in trecento lettere sessuali (1976), che ho letto tanto anni fa. Si trattava di lettere inviate da uomini su tematiche inerenti la sessualità alla rubrica “La posta di Cristina” (dove Cristina Leed era lo pseudonimo usato da R. Pisu) di un settimanale diffuso fra gli anni ’60 e i primi anni ’70. Quelle lettere mettevano in luce non solo l’ignoranza e l’arretratezza dei maschi italiani per quanto riguarda la sessualità, ma anche come lo stupro fosse spesso concepito come comportamento “normale” (quando non veicolo di veri e propri “miracoli“!).

Non sto ad anticipare altro, e rimando alla lettura diretta dell’intervento, che riporto qui sotto.

Vorrei però, a margine, fare un’altra considerazione

Il consiglio regionale del Veneto ha recentemente approvato una mozione che obbliga le scuole a “non introdurre ideologie pericolose per lo sviluppo degli studenti quali l’ideologia gender”.

Inutile stare a spiegare a questa ridda di ignoranti che non esiste alcuna ideologia del gender – mentre esiste, di fatto, un’ideologia antigender, intesa come ideologia che mira ad affossare il genere come categoria interpretativa – e che quindi tale mozione parla semplicemente di aria fritta.

Fatto sta che Sergio Berlato, promotore della mozione, nel presentarla pare abbia detto che “in alcuni casi purtroppo l’educazione all’affettività è diventata sinonimo di educazione alla genitalità, priva di riferimenti etici e morali, discriminate per la famiglia fatta da un uomo e una donna. In Paesi dove simile strategie sono state applicate, come in Inghilterra e in Australia, questo ha portato ad una sessualizzazione precoce della gioventù, con conseguente aumento degli abusi sessuali (anche tra giovani), dipendenza dalla pornografia, all’attività sessuale prematura con connesso aumento di gravidanze ed aborti già prima dell’adolescenza e all’aumento della pedofilia”.

Siccome da anni mi occupo di studi di genere, nonché di lotta contro la violenza maschile sulle donne, questa affermazione da una parte mi rende furibonda, dall’altra mi fa venir voglia di seppellire con una gran risata tutti questi catto-talebani.

Ho cominciato, quindi, a raccogliere un “mondezzaio” delle loro affermazioni (fra breve su questi schermi!). A partire da ciò che mi raccontava un’amica, la cui figlia frequenta un asilo di Roma, che si è ritrovata la madre di un’altra bimba preoccupatissima per il fatto che, con l’introduzione del gender [spesso, per altro, pronunciato ghender!] nelle scuole, bambini e bambine verranno messi sulla cattedra e costretti a masturbarsi.

Ma che vanno raccontando nelle parrocchie e negli oratori, mi chiedo? E, soprattutto, quali menti malate possono farsi simili film? E quali altre menti bacate possono crederci?

Accusare gli studi di genere di veicolare stupro, aborto e pedofilia è esattamente come accusare di “tratta di esseri umani” tutti/e coloro che, solidali, stanno varcando in auto il confine dell’Ungheria per dare un passaggio ai profughi e alle profughe verso l’Austria e la Germania.

Questi rovesciamenti ideologici sono espressione diretta del patriarcato neoliberista che, come vuole donne sottomesse da spremere fino alla morte, così pretende manodopera gratuita – si vedano, al proposito, i recenti casi di profughi accolti nelle città italiane solo se mettono gratuitamente a disposizione la propria forza-lavoro. C’è, per altro, solo da tremare all’idea che dopo un viaggio così terribile ed umiliante verso la fortezza Europa, questi uomini e queste donne, fuggiti alla violenza di Isis, possano ritrovarsi ospitati in certe parrocchie catto-talebane… magari con tanto di lectio magistralis sulle affabulate radici cristiane dell’Europa e sul ruolo delle donne nella tradizione cristiana tenuta dal “barbuto” nostrano, Mario Adinolfi!

Ma veniamo al preannunciato intervento…


Tra consenso estorto e stupro. Una sessualità patriarcale

Quanto sono diffusi gli stupri e le altre forme di violenza sessuale in Italia?
E come definire quei rapporti che non sono stati imposti con la violenza o con la minaccia o abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della donna, ma non si configurano neppure come espressione di un consenso prestato con convinzione e tantomeno come manifestazioni di una reciprocità del desiderio?

Dall’indagine svolta dall’ISTAT nel 2014 si evince che 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Tale cifra corrisponde al 31,5% delle donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% di loro è stata oggetto di violenza fisica, il 21% di violenza sessuale, il 5,4% è stata vittima di stupri e tentati stupri, una percentuale che, tradotta in cifre, indica in 652 mila le donne violentate e in 746 mila quelle che hanno subito un tentativo di stupro.
Le donne migranti sono state oggetto di violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane nel corso della vita (31,3% e 31,5%). Se la prima è più frequente fra le straniere (25,7% contro 19,6%), la seconda lo è più tra le italiane (21,5% contro 16,2%). Le donne migranti sono molto più soggette a stupri e tentati stupri (7,7% contro 5,1%).
Il 62,7% delle violenze carnali è commessa da un partner attuale o precedente. Gli sconosciuti sono nella maggior parte dei casi autori di molestie sessuali (76,8%). Le donne separate o divorziate sono state vittime di violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre (51,4% contro 31,5%). Critica anche la situazione delle donne con problemi di salute o disabilità: ha subìto violenze fisiche o sessuali il 36% delle prime e il 36,6% delle seconde. Il rischio di essere fatte oggetto di stupri o di tentati stupri è doppio rispetto alle altre donne (10% contro il 4,7% )
Il 10,6% ha subìto violenze sessuali prima di aver compiuto 16 anni. [1]

“Nel confronto con i cinque anni precedenti – si legge nel rapporto – si colgono importanti segnali di miglioramento: diminuiscono la violenza fisica e sessuale da parte dei partner attuali e da parte degli ex partner, e cala pure la violenza sessuale (in particolare le molestie sessuali, dal 6,5% al 4,3%), perpetrata da uomini diversi dai partner. Non si intacca però lo zoccolo duro della violenza nelle sue forme più gravi (stupri e tentati stupri) come pure le violenze fisiche da parte dei non partner mentre aumenta la gravità delle violenze subite”.

In particolare, le vittime della violenza sessuale nel corso degli ultimi cinque anni sono state 1 milione 369 mila (il 6,4%); le donne che hanno subìto stupri 136 mila (0,6%) e circa 163 mila quelle che sono state oggetto di tentati stupri (0,8%). [2]

Come è stata effettuata la rilevazione dell’Istat? Quali domande sono state formulate alle 24.761 intervistate?
I vocaboli impiegati nei quesiti, come si desume dalla lettura della nota metodologica che affianca l’indagine, rientrano nel campo semantico della costrizione esercitata appunto con la forza o con la minaccia e di intensità tale da incutere paura nella partner. [3]

I termini adottati influenzano le risposte. Cosa accadrebbe se si assumesse invece l’assenza di desiderio delle donne come criterio e indice di una sessualità che permane patriarcale e fallocentrica e che si dispiega ben al di là di quella forma estrema di violenza che è rappresentata dallo stupro commesso mediante coercizione fisica o minaccia? Come muterebbero, cioè, i risultati se si chiedesse alle donne di dichiarare se hanno mai praticato rapporti sessuali senza averne voglia? Questa domanda è stata posta alle francesi nel 2000 nell’ambito dell’Inchiesta nazionale sulla violenza maschile (Enveff). Due donne accoppiate su cinque (il 40% del totale delle intervistate) hanno risposto affermativamente al quesito, facendo riferimento ai dodici mesi precedenti. [4] Non sappiamo quali motivazioni, sentimenti ed emozioni le abbiano indotte ad acconsentire a rapporti sessuali non desiderati, né quali strategie i loro partner abbiano adottato per strappare il loro assenso.

Quel che vorrei fare è, in primo luogo, interrogare e problematizzare la nozione di “consenso” , il cui significato si può far risalire ai teorici del contratto sociale del XVII secolo, dai quali è posto a fondamento dell’assoggettamento degli uomini al potere politico e dell’alienazione dei loro diritti alla società. Il concetto descrive dunque efficacemente l’accettazione della legittimità del dominio altrui e della propria subordinazione. Applicato ai rapporti sessuali, in un sistema patriarcale, in una condizione quindi di disuguaglianza, il consenso assume una precisa connotazione di genere ed esprime la disponibilità della donna ad appagare le istanze di godimento dell’uomo, a sottomettersi ai suoi desideri e al suo potere decisionale.

Inoltre, come osserva la blogger femminista e comunista Freya Brown, l’adozione di questa nozione come strumento cruciale di valutazione della presenza o meno di un atto di violenza sessuale induce a focalizzare l’attenzione sui pensieri e sui sentimenti della vittima e a dedurli dal suo comportamento, invece di farla confluire sulle azioni del o dei presunti stupratori, ingenerando il rischio di possibili derive misogine e dell’espressione di apprezzamenti moralisti della condotta sessuale della donna.
Sono assolutamente d’accordo, quindi, con l’impostazione che dà alla questione Massimo Lizzi. Riprendo le sue parole:

In una situazione diseguale, spesso acconsentire non è espressione di libertà, non è desiderare, è soltanto cedere al desiderio di un altro.

Quali strategie adottano gli uomini per ottenere il consenso ad un rapporto o a una determinata pratica sessuale da partner riluttanti che oppongono un netto diniego?

L’olandese Joop Beelen si è posto questo interrogativo in Tussen Verleiden en verkrachten , una ricerca qualitativa nella quale, attraverso le interviste a 28 uomini eterosessuali, ricostruisce il “continuum tra sedurre e stuprare”. Per infrangere la resistenza della donna, si ricorre a un’ampia gamma di tattiche: dalla reiterazione insistente ed estenuante delle medesime richieste, alla menzogna, alla manipolazione, all’uso della forza, al richiamo al dovere coniugale e all’instillazione del senso di colpa, all’espressione della collera, alla prosecuzione o addirittura all’avvio del rapporto malgrado l’opposizione della partner. [5]

È possibile rilevare la presenza di alcuni almeno di questi comportamenti anche nei connazionali. In un testo del 2010 i sociologi Marzio Barbagli, Gianpiero Dalla Zuanna e Franco Garelli esplorano la sessualità degli Italiani che conserva indubbi caratteri patriarcali. In primo luogo, le donne che assumono l’iniziativa di dare avvio a un rapporto nelle relazioni di lunga durata rappresentano soltanto il 16% del totale nelle coppie più giovani (dai 18 a i 39 anni) e il 10% in quelle in cui partner hanno un’età compresa fra i 40 e i 59 anni. In compenso, le donne di queste generazioni si mostrano più recalcitranti, oppongono maggiore resistenza al rapporto (18%-19%). [6]

Concentriamoci ora sulle pratiche sessuali. Dichiarano di sentirsi attratti dai rapporti anali il 41% degli Italiani e solo il 19% delle Italiane. [7] Poiché a praticarli in coppia sono il 42% degli uomini [8], se ne deduce che un buon numero di essi non presta attenzione ai desideri della partner.
Gli autori dell’inchiesta commentano così questi risultati:

È dunque comprensibile che i rapporti anali siano praticati […] solo dopo che a prendere l’iniziativa sia l’uomo e siano spesso l’esito di un lungo e complesso processo di negoziazione fra i partner. [9]

Non condivido l’impiego del termine “negoziazione” che presuppone l’uguale diritto degli interlocutori di concorrere all’elaborazione della decisione. Il suo uso in questo caso occulta il rapporto di potere che sussiste all’interno di una coppia in cui l’uomo si propone di superare la riluttanza e l’opposizione della donna, di spezzarne la resistenza a praticare un rapporto che non le piace. Il vocabolo rimanda al dialogo paritario e democratico che si intreccia fra le parti allo scopo di approdare ad una decisione comune soddisfacente per entrambe o evoca comunque un do ut des assente in questo caso, in cui ad imporsi è semmai il potere decisionale gerarchico dell’uomo e la pretesa che i suoi desideri siano appagati.
I soggetti di sesso maschile continuano ad attendersi dalle donne la disponibilità assoluta a soddisfare le loro richieste, a prendersi cura del loro benessere, anche a costo di soffocare i propri bisogni e di annullarsi.
Più convincente mi pare invece l’interpretazione che qualche pagina dopo gli autori propongono della più ampia diffusione in Italia rispetto ad altri Paesi occidentali del rapporto anale, malgrado l’avversione manifestata da molte donne, come effetto della maggiore disuguaglianza di genere e della loro dipendenza dai partner. [10]

Come riescono molti Italiani a vincere la riluttanza delle donne a praticare un rapporto non desiderato?

“Quando capiscono – scrivono gli autori – che convincere la propria compagna è impossibile, alcuni uomini tentano la strada del raggiro”. [11] In modo più chiaro e diretto, direi che tentano di stuprarla, come risulta dalla testimonianza da loro riportata a supporto di questa affermazione:

Non glielo ho mai messo nel sedere […] Ci ho provato parecchie volte senza che lei se ne accorgesse. Ma purtroppo si svegliava.[12]

In genere, però, gli uomini ricorrono alla reiterazione insistente e sfiancante delle medesime richieste. Un esempio è offerto da questa testimonianza:

Il rapporto orale con mia moglie [..] è sempre stato difficile. Però ci sono momenti particolarmente caldi, che vengono da soli ecco. Io ho sempre visto questo nella mia vita. Magari stai lì una settimana, un mese, quindici giorni, ci provi, ci riprovi, fai, brighi, poi, improvvisamente, non ho capito il perché, però si fa. Io ci provo. Prima erano tutte le sere, io ci provo sempre a fare alcune cose e ogni tanto mi va bene. [ 13]

La moglie di quest’uomo non ama il rapporto orale, ma ogni tanto lo pratica. Lui non riesce ad intuire il momento esatto in cui accade l’evento, che ritiene “venga da solo” “all’improvviso”, quando in realtà sopravviene, evidentemente, nell’istante in cui viene oltrepassato il limite di sopportazione della moglie, sfiancata dalle insistenti e pressanti richieste del marito. Quella che viene qui descritta è la capitolazione della donna per sfinimento, il crollo per estenuazione, ma cedere, come ricordava la compianta antropologa femminista materialista Nicole-Claude Mathieu, non è acconsentire.

Quello che i ragazzi e gli uomini trovano sessualmente eccitante è la disponibilità assoluta delle donne ad appagare i loro desideri, oppure la resistenza che viene loro opposta, presupposto necessario della loro iniziativa, resistenza destinata però ad essere spezzata, in quanto ci si attende che le ragazze e le donne “cedano lentamente il proprio territorio corporeo per dare il proprio assenso al rapporto sessuale”, per usare un’efficace espressione di Janet Holland, Caroline Ramazanoglu e Rachel Thomson. [14]

Gli uomini tendono ad imporre non solo l’inizio e la fine dell’interazione sessuale, ma anche il suo contenuto, poiché è l’appropriazione del corpo resistente di chi non è percepito come pari, come uguale a sé a produrre l’eccitazione sessuale maschile, non la reciprocità dei desideri. [ 15]

“Lungi dall’apparire come un puro esercizio ludico, una pratica gratuita che non ha altro oggetto che il semplice piacere dei sensi, la sessualità si presenta dunque come un gioco dove si vince o di perde, come il campo privilegiato dei rapporti di potere”. [16]

La rivendicazione maschile del diritto esclusivo di decidere i rapporti da praticare e il modo di farlo risulta anche, benché in modo ambiguo, da questa testimonianza:

[…] lei forse è l’unica ragazza […] con la quale parliamo apertamente del discorso sessuale e diciamo: “Ma che dici se proviamo sulla mensola adesso, mentre tu stai così?” “Sì, sì, ce ne ho voglia, andiamo a provare”, “Senti, però io vorrei provare se tu psicologicamente ti senti pronta, il rapporto anale, potremmo provarlo adesso” e lei si presta con grande gioia e tranquillità a queste cose e quindi si affina sempre di più la sessualità. [ 17]

Apparentemente questo ragazzo avvia con la partner “un processo di negoziazione”, di confronto alla pari, come parrebbe attestare l’uso del pronome “noi” (“Parliamo apertamente, diciamo“) al principio del racconto. Ed è così, infatti, che esso viene presentato da Marzio Barbagli, autore di questo capitolo del libro: “… I due partner, se restano insieme per molto tempo, continuano a discutere della possibilità di un soddisfacente rapporto anale e a fare delle prove”. In realtà, come si intuisce chiaramente dai frammenti di dialogo riportati, non si tratta affatto di una discussione nella quale gli interlocutori occupino una posizione paritaria ed esprimano entrambi i propri desideri. Ci troviamo, invece, di fronte al classico esempio di un soggetto maschile che prende l’iniziativa, fa proposte, predispone, come un regista, gli scenari della performance sessuale e le posizioni dell’attrice, la cui funzione è quella di prestarsi ad assumerle e ad interpretare il suo ruolo nel modo più soddisfacente per chi la dirige (“che dici se lo facciamo qui? Tu stai così o cosà”). (A parte il fatto che mi pare francamente impossibile fare l’amore su una mensola, ma immagino che il ragazzo intendesse dire “con le mani lievemente appoggiate ad una mensola” o posate su un mobile). Quanto al rapporto anale che lui desidererebbe sperimentare, quello che conta è che lei sia psicologicamente pronta, ossia disponibile, non che lo desideri veramente. Questo ragazzo ha già tentato di mettere in atto il suo proposito: “Abbiamo fatto praticamente di tutto, anche se non ancora il rapporto anale […] Però ho provato un po’ di volte, […], ma lei prova troppo dolore”. Questa consapevolezza non lo induce a desistere. Da una donna ci si attende infatti che sia docile, accondiscendente, che si presti con prontezza e gioia ad esaudire le richieste sessuali di un uomo, superando qualsiasi ostacolo, inclusa la sofferenza fisica.

Quali sono, invece, i motivi che inducono una ragazza a dare il proprio consenso ad una pratica che non ama?

Quella che traspare evidente dall’intervista che riporto qui sotto è una concezione femminile della sessualità come dono di sé, come manifestazione di oblatività, di sacrificio dei propri desideri in nome dell’appagamento di quelli del partner.

Questa (si riferisce al rapporto anale) è una cosa che a lui piace molto. A me dipende, spesso non mi piace molto, quindi diciamo che, sì, lo faccio, ma un po’ perché so che piace a lui, lo accontento, probabilmente dipendesse da me non si arriverebbe a quello, non si rifarebbe quello perché in realtà è un tipo di rapporto in cui io non provo questo grande godimento, lui evidentemente invece sì e quindi è un po’ un regalo che talvolta gli faccio. [ 18 ]

Gli uomini riconoscono e, soprattutto, si attendono dalle donne “atti di grande dedizione”, come rivela questa testimonianza.

[Per lei il rapporto anale] era una cosa molto impegnativa, mi è capitata poche volte. Per questo lo ricordo come un atto di grande dedizione. [19]

A questi intervistati non interessa, evidentemente, che il rapporto sessuale si prospetti sempre come l’esito di un reciproco incontro ed intreccio di desideri, in quanto per loro è normale, ossia conforme alle regole che disciplinano i rapporti di genere, che possa configurarsi invece come un atto di abnegazione femminile.

A volte la disponibilità delle donne assume la forma di un progressivo e più o meno laborioso processo di adattamento ai desideri maschili, attivato allorquando non si intravvedono più alternative credibili, come nel caso decritto qui sotto.

In passato, l’unico punto in cui io a volte ero un po’ più perplessa erano le cose anali, perché sono quelle che fanno un pochino potenzialmente più male. Quindi c’è stata un po’ un’evoluzione. All’inizio mi ricordo che era difficile, invece agli uomini piace tanto. Questa era un po’ una costante, loro lo propongono spesso, e secondo me gli piacerebbe farlo più spesso. Però sono sempre stati anche molto rispettosi. Con quest’ultimo mi sembrava persino meglio anche quella. Ma forse perché io non capivo più niente dopo un po’. Ma conta, eh? Si chiama rilassatezza. [20]

Questa donna non accetta inizialmente rapporti anali perché provocano dolore. Gradualmente supera le sue perplessità, ma definisce le sue prime esperienze difficili. Le intraprende perché è consapevole che agli uomini queste pratiche “piacciono tanto”. “Le propongono spesso”, sono insistenti e, quindi, l’unica alternativa che si prospetta è quella di opporsi ad oltranza o adeguarsi e trovare il modo di farsele piacere, rilassandosi e pervenendo a una condizione di oblio. “Non capire più niente” indica certamente uno stato di eccitazione e di estasi, di uscita da sé comunemente sperimentato in un rapporto sessuale appagante, ma qui sembra più che altro costituire un presupposto, una condizione ricercata di perdita di sé, di alienazione finalizzata all’adattamento alla pratica del rapporto anale. Eppure, il sociologo Marzio Barbagli, autore del capitolo consacrato alle pratiche sessuali e significativamente intitolato Solo per il piacere fa rientrare questa esperienza fra i pochi casi in cui “i rapporti anali risultano così soddisfacenti per entrambi da entrare a far parte del repertorio di espressione della sessualità della coppia”. [21]

Ritengo che le aspirazioni e le aspettative maschili e i comportamenti adattivi femminili siano, fra l’altro, il prodotto di un processo di socializzazione differenziata dei bambini e degli adolescenti e delle loro coetanee, che garantisce la riproduzione dei ruoli di genere. Mentre i primi fruiscono di una maggiore libertà d’azione ed imparano ad assumere un atteggiamento egocentrico, la socializzazione delle bambine è fortemente marcata dalla valorizzazione dell’obbedienza e, soprattutto, dall’apprendimento dell’abnegazione e della subordinazione dei propri desideri ed interessi a quelli altrui.

Malgrado gli incontestabili mutamenti verificatisi negli ultimi decenni, dunque, la sessualità permane patriarcale e fallocratica.

NOTE
1. ISTAT, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014, p.1 http://www.istat.it/it/archivio/157059

2. Ibidem, p.8

3. “La violenza sessuale è stata rilevata con la seguente batteria di domande:

È mai capitato che un uomo l‟abbia FORZATA ad avere un rapporto sessuale, minacciandola, tenendola ferma o facendole del male in qualche altro modo

Se l‟intervistata risponde no:

È mai capitato che un uomo l‟abbia COSTRETTA, contro la sua volontà, AD ALTRE FORME DI RAPPORTO SESSUALE, per esempio la penetrazione anale o fatta con le mani o con oggetti, oppure il sesso orale, cioè fatto con la bocca

È mai capitato che un uomo abbia TENTATO di costringerla ad avere un rapporto sessuale, minacciandola, trattenendola, o facendole male in qualche altro modo

È mai capitato che un uomo l‟abbia forzata o abbia cercato di forzarla ad avere una ATTIVITÀ SESSUALE CON ALTRE PERSONE, inclusa la costrizione a fare sesso per soldi o in cambio di beni o favori

È mai capitato che un uomo sia stato VIOLENTO CON LEI DAL PUNTO DI VISTA SESSUALE in un modo diverso da quelli detti finora

Solo per il partner:

Le è mai capitato di AVERE RAPPORTI SESSUALI con il Suo partner ANCHE SE NON NE AVEVA VOGLIA per paura della sua reazione

Le è mai capitato che il Suo partner L‟ABBIA FORZATA A FARE QUALCHE ATTIVITÀ SESSUALE CHE LEI HA TROVATO DEGRADANTE O UMILIANTE”

ISTAT, Nota metodologica. La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, p..4 http://www.istat.it/it/archivio/157059

4. Alice Debauche, Enquêter sur le viol: entre sexualité et violence, in Natacha Chetcuti et Maryse Jaspard (sous la direction de), Violences envers les femmes. Trois pas en avant deux pas en arrière, L’Harmattan, Paris, 2007, p.64

5. Joop Beelen, Tussen Verleiden en verkrachten, Uitgeverij An Dekker, Amsterdam, 1989. Citato da Léo Thiers-Vidal, De  «L’Ennemi Principal» aux principaux ennemis. Position vécue, subjectivité et conscience masculines de domination, L’Harmattan, Paris, 2010, pp.190-191

6. Marzio Barbagli, Gianpiero Dalla Zuanna, Franco Garelli, La sessualità degli italiani, il Mulino, Bologna, 2010, Tabella p.58.

7. Ibidem, p.188

8. Per la precisione il 22% nella fascia di età che si estende dai 19 ai 24 anni, il 39% in quella dai 25 ai 30 anni, il 50% in quella fra i 31 e i 40 anni, il 48% in quella fra i 41 e i 50 anni, il 45% in quella fra i 51 e i 60 e il 36% in quella fra i 61 e i 70 anni. Ibidem, Tabella p.187

9. Ibidem, p.188

10. Ibidem, p.201

11. Ibidem, p.189

12 .Ibidem

13. Ibidem, p.181

14. Janet Holland, Caroline Ramazanoglu and Rachel Thomson, (1996). In the same boat? The gendered (in)experience of first heterosex, in Diane Richardson, Theorising heterosexuality: Telling it straight, Open University Press, Buckingham, 1996, pp.150 e 153.

15. Cfr. Léo Thiers-Vidal, De  «L’Ennemi Principal» aux principaux ennemis, cit., p.190

16. Catherine Fussinger, Cynthia Kraus, Marilène Vuille, TVQ sur M6, in «Equinoxe. Revue de sciences humaines», n.19, 1998, p.52

17. Marzio Barbagli, Gianpiero Dalla Zuanna, Franco Garelli, La sessualità degli italiani, cit., p.189

18. Ibidem, p.190

19. Ibidem

20. Ibidem, p.191

21. Ibidem

 

 


 

 

 

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