Delle mille illusioni

di Elena De Marchi

www.scateniamotempeste.wordpress.com

(Scritto un paio di anni fa e mai pubblicato)

Dell’8 marzo. Vengo invitata su internet ad una miriade di eventi per la festa della donna, da quello sulla liberazione dei corpi ma non troppo, perché sennò poi una va a fare la velina, a quello istituzionale, che si proietta un film e poi si discute di pari opportunità, a quello del post-porno legato ad alcuni centri sociali… e mi chiedo: “ma cosa c’è da festeggiare?”. Se veramente in Italia le donne godessero di pari dignità rispetto agli uomini, non ci sarebbe bisogno di festeggiare alcunché, ma siccome non godono di ciò, non c’è da festeggiare nulla, anzi, ci sarebbe da protestare, tutti i giorni però e non solo nel sacro giorno istituzionalizzato. L’8 marzo quindi, a che pro?

La festa della donna tuttavia mi fa riflettere molto sulle mille illusioni con cui ci siamo autoalimentate nel corso degli anni e sulle bugie a cui abbiamo spesso creduto, ingenuamente.

A voi che siete femministe “da sempre”, e che magari avete maturato le vostre idee in anni più fertili rispetto ad oggi, chiedo, come chiederei ad una madre, di spiegarmi quali sono i passi per sopravvivere a questo mondo “senza perdere la tenerezza”. Dall’altro lato, vi chiedo di comprendermi se sono critica o scettica rispetto a tante parole d’ordine storiche e se sono polemica nei confronti del mondo che ci avete consegnato.

 Dell’illusione del lavoro come emancipazione

 Ci hanno detto che il lavoro fuori casa ci avrebbe permesso di socializzare e di emanciparci, che ci avrebbe rese indipendenti alla supremazia economica maschile e che quindi ci avrebbe consentito di liberarci dalla tutela di “padri, padroni e padreterni”, ma che fatica! I comunisti hanno basato una buona parte della loro attività politica, almeno fino al 1968, su diritti e lavoro. Poi, una svolta nei movimenti ha teorizzato l’idea del rifiuto del lavoro, già anticipata da un inascoltato Paul Lafargue che, nel suo “Diritto alla pigrizia”, rispondeva al suocero, un certo Karl Marx, che lo spettro che si aggirava nell’Europa era quello del lavoro.

Le donne hanno sempre lavorato, perché anche lavorare in casa è lavorare, tanto che i preti e le autorità civili, nel passato, consideravano inaccettabile che dei maschi vivessero da soli, senza donne che attendessero alla pulizia dell’abitazione e alla cura di anziani e bambini. Poi, dall’Ottocento, con la Rivoluzione industriale, il lavoro delle donne è divenuto visibile all’esterno della famiglia e nell’intera società, perché masse di donne uscivano dalle loro case per lavorare gomito a gomito accanto alle altre (in realtà le donne già da prima lavoravano fuori casa, come le serve, le contadine, etc., la novità è stata il con-dividere il posto di lavoro). Lavorando assieme le donne hanno ottenuto visibilità, si sono organizzate e hanno cominciato a rivendicare diritti. E ad ottenerli. Quello femminista, con mille sfaccettature, è divenuto un movimento importante in Europa, con tante idee da realizzare e con voglia concreta di farlo.

Il nodo centrale della conquista dei diritti sul lavoro divenne poi quello di rimanere integre col proprio percorso di femministe: come si conciliava la possibilità di ricoprire ruoli fino ad allora solo maschili, e quindi anche ruoli di potere (che possono altresì prevedere l’esercizio di un’autorità su altre), con il rispetto delle idee basilari di uguaglianza e riscatto sociale che accompagnavano e accompagnano il femminismo?

 I dubbi su come conciliare famiglia, emancipazione e, perché no?, comunismo sono una delle pagine più interessanti del femminismo, a mio modo di vedere. Insomma, politico e personale nella vita si mescolano a tal punto che bisogna porsi perlomeno delle domande. Forse non c’è stato il tempo di concretizzare le risposte, perché, in un batter d’occhio, sono arrivati gli anni Ottanta e non c’era più tempo per la lotta di classe, il comunismo, il potere alla fantasia… né tanto meno di quell’idea bizzarra del rifiuto del lavoro, che io trovo bellissima, ma che, per una donna, è un’arma a doppio taglio più che per un uomo, perché a lei si può rispondere “hai rotto tanto le scatole per lavorare e ora rifiuti il lavoro?” o “vabbé tanto per voi donne c’è sempre qualcuno che vi mantiene!”. In realtà il rifiuto del lavoro prevedeva altro, ma resta un discorso complicato ed è pertanto a lungo rimasto un tabù.

In dieci-vent’anni, tutte queste cose di cui si discuteva sono diventati ricordi del passato: molte hanno fatto carriera, una parte di quella generazione si è trovata di fronte ad altri problemi, un’altra parte ha deciso di “fare la mamma a tempo pieno”, poche sono andate avanti sulla strada della rivendicazione dei diritti. Nel frattempo la politica è passata dalla piazza alla tv e dalla tv alla scrivania degli accordi separati, fino ad arrivare alla terribile situazione odierna. E così, nel silenzio della maggior parte, i diritti ottenuti in quel periodo lì in cui si discuteva tanto sono stati smantellati un po’ alla volta e non ci sono più quasi per nessuno e per nessuna (soprattutto dei giovani e delle giovani, ma non solo) e, se lavori, devi dire grazie a chi ti ha assunta e non ti ha ancora licenziata. In questo meccanismo, il lavoro è ancora uno strumento di liberazione della donna o è solo un modo per “sbarcare il lunario”? In una società in cui i ruoli sociali non sono più quelli di una volta, cioè, detto in soldoni, è molto più facile per una trentenne di oggi non avere nessuno che la mantenga (marito, fidanzato, amante…), il lavoro non è forse un obbligo e l’unico modo per (soprav)vivere? Insomma, quella del lavoro, a volte mi sembra la più grande fregatura lasciata in eredità dalle donne delle generazioni precedenti alla mia perché, se per loro è stato un modo per ottenere un riscatto sociale (figlie di contadini divenute giornaliste, per esempio) e per affrancarsi dal potere maschile, oggi è un obbligo e una necessità, una schiavitù a cui quasi nessuna può sottrarsi, anche sotto il ricatto di contratti inaccettabili, dell’umiliazione quotidiana di stupendi molto inferiori a quelli maschili e dell’indifferenza di chi un posto fisso ce l’ha. Mi verrebbe da dire di sì al lavoro ma sì anche ai diritti, alla libertà di scegliere… ma per ora non ce l’abbiamo fatta e la china si è pericolosamente invertita: oggi la scala dei diritti la si ripercorre verso il basso.

 Baby boom contro seconda transizione: dell’illusione del figlio unico

 Vi avverto subito che qui sarò cinica e spietata.

La società che volevate costruire negli anni Sessanta e Settanta era figlia del baby boom, il che significa che voi eravate molte, nelle strade, nelle piazze, a manifestare per i vostri diritti, a seppellire una società vecchia di grigi burocrati, di mafiosi, di tradizioni secolari, di politiche figlie del fascismo. Il mondo dovrebbe essere un paradiso bellissimo, a questo punto, perché molte delle vostre conquiste si sono realizzate. Peccato però che si siano realizzate solo per voi.

Tutte avete almeno un fratello o una sorella. Mia madre ne ha sei. Mio padre quattro. Io sono figlia unica. Anche i miei cugini sono nella maggior parte figli unici. Quattro delle mie zie non hanno avuto figli. “Che me ne frega?”, direte.

Ed è qui che vi sbagliate.

La piramide demografica della società in cui siete state giovani voi aveva una base salda e pochi vecchi. Quella in cui vive la mia generazione è una statua dai piedi misura 37, gambe snelle, ma con un giro vita obeso. Il che significa che la mia generazione, così come quelle che vengono dopo, è sottile. Questa sottigliezza demografica la si vede in ogni settore, ma le conseguenze più pesanti si vedono soprattutto nei posti di lavoro: sono tutti vecchi! È difficilissimo avere colleghi giovani, a meno che si lavori in un pub! Soprattutto nel settore pubblico, l’età media è altissima. Le mie colleghe, in ogni scuola che ho girato in questi anni, hanno in media 15-20 anni più di me. I giovani ricercatori hanno 45 anni e i docenti universitari brandiscono il potere fino all’ultimo istante, cioè fino a quando l’istituzione li obbliga ad andare in pensione. I sociologi, molti dei quali scrivono astruse teorie sui giovani d’oggi, hanno in media 50 anni e ci dicono che a 35 siamo ancora giovanotti. I politici non ne parliamo!

Anche voi, avete avuto un figlio solo o al massimo due. Alcune non ne hanno avuti. Alzi la mano chi ne ha avuti tre! Non vi sto accusando di avere sbagliato nel fare o non fare figli, ci mancherebbe! Vi chiedo però, come fate a non capire che noi “giovani” – che peraltro abbiamo le nostre colpe – siamo deboli perché siamo pochi e impreparati a vivere in questa società che ci relega sempre nelle retrovie? Siamo pochissimi contro un esercito di persone realizzate dal punto di vista professionale, che si è spartito le poltrone dell’economia e della cultura, a destra e a sinistra, spesso rinnegando ciò per cui aveva lottato. Questa situazione ci disorienta e, non a caso, molti giovani sono di destra, perché percepiscono in maniera più evidente i torti della “gente di sinistra”, che per anni ha condannato certe dinamiche e oggi le ripropone pari-pari e che sputa nel piatto in cui mangia.

È evidente che voi che avete lottato per l’emancipazione femminile negli anni Sessanta e Settanta, avevate la forza prorompente di un fiume in piena, quelle di noi che non si sono vendute alle destre razziste o al qualunquismo invece sono al massimo un ruscelletto di montagna. Siamo pochissime come generazione e siamo poche come femministe, per motivi molto complessi che non so nemmeno se sono in grado di spiegare.

La spiegazione forse va al di là delle idee politiche in sé. Ci avete educato da figli unici, da proteggere, per compensare l’atteggiamento delle vostre madri non avevano tempo per starvi dietro; ci avete detto che la violenza era sbagliata, sempre per proteggerci e per proteggervi dallo spettro della vostra gioventù; ci avete fatto studiare tutte, perché dovevamo migliorare o stabilizzare la nostra posizione sociale; avete voluto il meglio per noi! Siete stati genitori comprensivi, democratici e liberali, siete stati bravi a non innescare il conflitto generazionale.

Nel frattempo, però, la società andava in un’altra direzione: alla camera e al senato, si votavano leggi ingiuste sul lavoro e sul precariato lavorativo, e voi stavate a guardare; i vostri mariti, ex sessantottini, avevano fatto carriera, ma almeno vi permettevano di comprare la casa al mare, per proteggerci dallo smog. Avete cambiato anche idea politica un po’ alla volta, perché nel frattempo le Brigate Rosse avevano mostrato “il volto violento della lotta di classe” (e quindi era meglio diventare socialdemocratici o liberali). Avete voluto consegnarci una società senza conflitto generazionale, da brave madri che temevano per i figli, una società di famiglie perbene dove non si alza la voce e dove le madri fanno fare l’amore in casa alle figlie, peccato che non era il momento di abbassare la guardia su altre questioni pubbliche e collettive! Mi fanno ridere le cinquantenni che parlano per ore se sia giusto o meno mettere il distributori di preservativi a scuola, quando le scuole delle loro figlie stanno per essere smantellate da politiche cieche nei confronti del futuro. E dico questo perché ho assistito dal vivo ad un salotto del genere, dove si discuteva di cose di poco conto, di cui dovrebbero essere i ragazzi e le ragazze ad occuparsi, ma poi si condannava la violenza nelle piazze romane, perché la violenza va condannata punto e basta e c’è un modo civile e democratico per ottenere le cose. Come? Visto che è trent’anni che non otteniamo niente… Spiegatecelo voi, che vi facevate fotografare con le chiavi inglesi in mano e oggi condannate un ragazzo che lancia un sasso…

Ovviamente non mi rivolgo a tutte, parlo di molte però, che hanno goduto pienamente dei diritti per cui avevano lottato, ma non si accorgono che le problematiche del mondo di oggi sono estremamente complesse e che le generazioni più giovani sono completamente disilluse e disarmate di fronte ad una società che non comprendono e che è loro ostile. E se non parlo di te o di te o di te, è innegabile che la generazione nata dal Dopoguerra all’inizio degli anni ‘60, o giù di lì, fa da padrona in Italia, sta alle dirigenze delle scuole, delle case editrici, dei giornali, degli ospedali, del Parlamento. Tutto dovrebbe andare benissimo, se questa generazione avesse lottato non solo per sé ma in nome di quei principi che riteneva trasversali e universali. Tutto dovrebbe andare benissimo se, dopo aver ottenuto una fetta della torta, questa generazione non se la fosse spartita al suo interno. È un paradosso.

Non possiamo negare che in Italia non ci sia un conflitto generazionale, che coinvolge i ventenni e i trentenni, figli della prima transizione demografica, con contratti a termine, con aspettative di benessere molto più basse rispetto a quelle dei loro genitori, e i baby boomer, che spesso sono i loro genitori, più realizzati, con lavori fissi, carriere avviate, più appagati sotto ogni aspetto. Bene, ma allora come facciamo a fare finta di niente? A noi più giovani spetterà anche il laborioso compito di assistervi, non sappiamo come, quando dalla terza età passerete alla quarta…

Potreste dirmi: “Ma perché non vi guardate voi?”, “perché non ti guardi tu?”. Avete ragione, forse dovremmo cominciare a metterci in discussione pure noi – non siamo più bambini capricciosi – sempre che ci sia ancora qualcosa da mettere in discussione, che non abbiano già analizzato i nostri psicoanalisti!

Forse né io né voi abbiamo colto in fondo i cambiamenti che si sono riversati sulla società negli ultimi anni e siamo state tutte prese alla sprovvista, a parte qualche Cassandra, rimasta appunto inascoltata. E certamente ha più senso unirsi che dividere la lotta, anche perché i numeri oggi non ce lo consentono. Il motivo per cui accuso più voi che le mie coetanee è semplice: quando sono avvenuti i cambiamenti sociali che ci hanno portato alla situazione attuale ero ancora una bimba e non potevo far nulla. Quello che è certo è che oggi sono adulta e non posso mascherarmi solo dietro le vostre colpe, e so che anche la mia generazione è diventata complice. Vi ho detto queste cose perché si sente spesso mettere alla berlina i giovani e le giovani senza valori, mentre si esalta la vostra generazione, che è stata fantastica, si è fatta da sola e ha cambiato il mondo: formidabili quegli anni! E qualcuno ve le deve pure sbattere in faccia queste cose, se non altro perché ai vertici della società ci siete ancora voi…

Il conflitto generazionale c’è, anche se è latente. Forse non serve neppure fare molta autocritica e critica. Non serve nemmeno dire “povere le giovani donne!”.

Ma cosa possiamo fare? Esistono dei modi collettivi per ricostruire questa società, sanare le colpe mie, tue, nostre, o è già troppo tardi?

 Delle pari opportunità e dell’illusione dell’istruzione

Una bella invenzione di questi anni è quella delle pari opportunità! La Ministra delle pari opportunità, la cattedra di Storia delle donne, le quote rosa. Toh, che belle trovate! Mi sembra di vivere nelle aree protette del WWF. La cosa più impressionante è che non ci sia stata una rivolta di fronte a questa questione delle pari opportunità da parte di nessuno e che, anzi, molte donne “che contano” abbiamo difeso questa trovata. Invertiamo un po’ la situazione. Facciamo le quote azzurre: facciamole nel lavoro di cura! Se per i lavori più qualificati invochiamo le quote rosa, perché non invocare le quote azzurre nel lavoro di servizio?

Le pari opportunità mi indignano, perché se ci fossero le pari opportunità nella realtà e non su carta, le donne probabilmente sarebbero presenti in ogni settore chiave della società naturalmente e senza bisogno di artifici. Essendo circa la metà della popolazione mondiale e non essendo mai riuscito nessuno con certezza a provare che siamo meno intelligenti, dinamiche, creative dei maschi, dovremmo stare dappertutto!

Mi chiedo d’altro canto perché le donne stesse siano entusiaste di quote rosa e simili, invece che lottare per avere pari dignità ed essere considerate per le loro abilità e capacità e non per percentuali.

La realtà è che la discriminazione fra maschi e femmine nasce a monte delle pari opportunità: le donne sono discriminate dall’infanzia all’età adulta, oltre che da secoli, e non ci restano che le quote rosa a salvare la faccia della democrazia. L’educazione scolastica e familiare è ancora così sessista e maschilista, che le donne hanno imparato a chiedere poco a loro stesse, tranne che quelle così ambiziose da trasformarsi in virago-dominatrici, “donne con le palle” che, per riuscire, dimostrano di avere le qualità tipiche dei maschi: razionalità, freddezza, aggressività… e infatti a loro sono riservate le pari opportunità; alle altre i lavori di cura, di assistenza, o gli stessi lavori maschili, meno pagati. Come fare ad uscire da discriminazioni secolari? Troviamo assieme la strada!

 Del cuoco e della massaia

 È anche una questione di prestigio! Se si parla di cuochi ai fornelli, si pensa sempre a uomini, mentre se si pensa alle donne in cucina si parla di massaie! Il dirigente e la segretaria, ma mai la dirigente e il segretario. E come suona diversa la parola maestra da quella maestro! Non per niente il “maestro di vita” è un’espressione maschile, mentre è molto raro sentire dire “maestra di vita”, a meno che non si parli della storia che, guarda caso, “l’hanno fatta gli uomini”! Se pensiamo alla maestra o alla professoressa, ci vengono in mente donnine di provincia che richiamano un po’ la maestrina del libro Cuore, mentre se diciamo professore, ci viene in mente un uomo autorevole e magari un docente universitario. Se è vero che molti lavori maschili sono stati aperti alle donne, è vero anche che, laddove le donne sono confluite in massa, come nel campo dell’istruzione, il prestigio della professione, una volta “femminilizzata”, è venuto meno. Con il prestigio è venuto meno il salario, perché un lavoro poco considerato è spesso anche poco retribuito, e un lavoro poco retribuito non è considerato degno di un maschio, potenziale capofamiglia, e quindi breadwinner. Anche su questo dovremmo riflettere e dovremmo dare una risposta, incavolarci, lottare. E non stare a guardare. Trovare nuovi modi per non condannarci ad essere seconde agli uomini, in termini di considerazione sociale ma anche in termini economici. Certo, vorrei fare un lavoro che mi piace (visto che non posso non lavorare) e sentirmi appagata e non frustrata… ma perché per un uomo da sempre è più facile trovare soddisfazioni in ambito lavorativo? Perché quando si parla di femminilizzazione del lavoro si intende un modello che non funziona più bene come prima? Allora nel lavoro delle donna (in casa e fuori) c’è da sempre qualcosa che nona va.

 Dell’illusione della libertà dei corpi

 Avete discusso a lungo di libertà dei corpi o meglio di liberazione del corpo. Contro i meccanismi di una società vecchia, che vi chiedeva di fare le madri o le prostitute, le sante o le spudorate, vi siete ribellate e avete liberato voi stesse e, di conseguenza noi! Non smetterò mai di ringraziarvi per questo, per essere cresciuta con una visione bella e sana della sessualità e del mio corpo, come una cosa mia, che io devo conoscere, amare e curare! Mi avete insegnato ad assecondare le sue esigenze ed i suoi desideri, a non condannare gli altri e le altre per le loro inclinazioni, i loro gusti e le loro passioni!

Vi ringrazio perché avete liberato il corpo delle donne dal potere maschile a cui era oppresso da secoli di misoginia, legata alla questione della legittimità della discendenza, al senso del possesso e dell’onore, alla supposta inferiorità (ma anche perversione) femminile. Avete stabilito con forza il principio che il nostro corpo non è della chiesa, dello stato e del marito, anche grazie a conquiste, che purtroppo oggi ritornano ad essere messe fortemente in discussione, come quella della possibilità di abortire.

Solo che adesso qualcosa ci è sfuggito di mano. Queste ragazzine che praticano la libertà dei costumi andando a letto con uomini molto più vecchi di loro, in cambio di denaro, come le inseriamo nelle logiche femministe? Sono libere di fare quello che vogliono, soddisfano realmente le loro passioni e inclinazioni o si umiliano e umiliano il loro corpo di fronte al potere? Io credo che su questo argomento non vi sia una discussione davvero aperta e profonda, perché voi femministe storiche non potete negare un certo imbarazzo sull’argomento. Io però sento davvero il bisogno di dovermi confrontare con voi su questo!

Coloro che hanno lottato per la liberazione dei corpi dovrebbero pronunciarsi anche sul discorso prostituzione, pornografia e connessi, ora. Sinceramente io credo che voi femministe storiche siate in difficoltà sull’argomento perché quello che avevate in mente negli anni della rivoluzione sessuale era una sessualità che non fosse più assoggettata al potere, ma che fosse libera e allo stesso tempo consapevole, e che pertanto era un’immagine opposta a quella della moglie che doveva assolvere i doveri coniugali o della prostituta che sopperiva alla moglie nelle fantasie più nascoste degli uomini. Insomma, pensavate alle donne viste con gli occhi delle donne e non attraverso gli stereotipi maschili che ci erano stati cucini addosso da secoli.

Ora questi stereotipi si presentano sotto altre forme, è innegabile. Socialmente l’immagine della donna voluttuosa è oramai legittimata e, anzi, se non sei gradevole di aspetto, rassicurante o, dall’altro lato, provocante, “persone lontane dall’estetica”, come disse qualcuno, non conti niente. E anche essere bella è associato a determinati canoni imposti dallo sguardo maschile che, guarda caso, prevedono fisici con tutti gli attributi legati al consumo sessuale ben “gonfiati” (labbra, seno, cosce…) e non un bel sorriso, delle belle mani, etc.etc. Ecco, dobbiamo capire in quale modo i maschi e la cultura maschilista dominante (e il capitalismo) esercitino un potere sul corpo femminile, tanto da confondere le nuove generazioni di donne che si sentono in un qualche modo sbagliate e non accettate se non rappresentano quel cliché (e al contempo alle nuove generazioni di uomini, che sulla sessualità sono parecchio in crisi) e che pertanto tentano con ogni mezzo di conformarvisi piuttosto che di cambiare le carte in tavola.

Dobbiamo forse ragionare su cosa voglia dire attualmente l’espressione “sessualità libera e consapevole”, che per me è un modo per essere una donna cosciente, soddisfatta di me e appagata, ma io sono una persona forte e mi rendo anche conto che difficilmente, se non ce li ritagliamo con una incredibile volontà, ci sono tempi e spazi grazie ai quali confrontarsi con altre donne.

Credo, d’altro canto, che dobbiamo dare più spazio alla discussione sulla sessualità in maniera anche leggera, perché il sesso, è innegabile, è importantissimo nella vita di un uomo e di una donna. Il che non significa accettare e alimentare quella cultura da film di Vanzina o da battuta da avanspettacolo, ma nemmeno avere un’immagine austera e bigotta del nostro corpo.

Dico un’eresia: a questo punto, penso sia indispensabile discutere con i maschi di questo argomento, qualunque sia il nostro orientamento sessuale. Da separatista, ho comunque bisogno di un confronto (che può essere anche uno scontro) con l’altro. Bisogna smetterla con il gioco delle parti! Se il modello femminile ci è imposto da stilisti, registi, pubblicitari, quasi tutti maschi, dobbiamo mostrare anche a loro qual è invece la nostra femminilità – e anche, e soprattutto ai “compagni”, che spesso sono peggio dei “non-compagni” (volendo dividere il mondo in due) – Dobbiamo dire loro che il nostro piacere non passa solo dalla visione di due pezzi di carne spogliati che si agitano in televisione, ma che percorre tutte le sfere sensoriali, dei modi e dei tempi giusti, scelti insieme, che non siamo un pezzo di coscia, di culo, di tetta, tipo un pollo da cucinare. Però dobbiamo dirglielo tutte perché, per fortuna o purtroppo, i maschi esistono, dobbiamo averci a che fare tutti i giorni e dobbiamo trovare finalmente un modo per comunicare con loro.

 Femminilità o femminismo: le parole d’ordine

 Femminismo! Ma certo! Anzi, direi, femminismi! L’italiano spesso è stitico di plurali: “La famiglia” si dice, perché si stereotipa quel modello lì, tutto casa, chiesa e amanti nascoste, tipico della tradizione e del cattolicesimo, ma in Italia la maggior parte dei nuclei familiari oramai è tutt’altro che così. Per cui si dovrebbe parlare di famiglie. La stessa cosa vale per il femminismo. Ognuna forse ha un suo modo di intendere ed elaborare il concetto e la pratica, eppure ci sono delle idee comuni su cui dovremmo andare d’accordo. Prima cosa: che il femminismo non è morto. Che noi ci siamo e siamo qui per migliorare la nostra condizione di donne, ora. Che abbiamo un bagaglio di storia alle spalle, che ci rende fiere delle conquiste, ma che ci fa dire che si può e si deve migliorare. Che oggi siamo accanto a tutte quelle donne derise, sfruttate umiliate in ogni parte del mondo, ma anche qui in Italia. Che noi ci battiamo in difesa dei nostri diritti ma non li percepiamo come privilegi per attuare le stesse logiche di potere su quelle che ancora tali diritti non li hanno. Perché noi siamo quelle donne.

E a quelle che ci dicono che il termine “femminista” va sostituito con l’aggettivo “femminile” rispondiamo che non basta essere femminili, perché una donna femminile può anche essere contraria alle rivendicazioni femministe, come mi sembra vogliano sostenere vari gruppi e associazioni che vogliono separare le donne perbene da quelle “permale”.

Care femministe “storiche”, questa mia è un invito a non abbandonare le giovani femministe e le giovani in generale. Avete molta più esperienza di noi e noi abbiamo molto da imparare. Ma vorremmo imparare con voi e non solamente da voi: in questa società che cambia in fretta, ma non in meglio, non abbassiamo la guardia ora!

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