ATTI / “Memoria collettiva, Memoria femminista” – Sabato Pomeriggio

15 Dicembre 2012 – Incontro Nazionale Separato
“Memoria collettiva, memoria femminista”
 
SABATO POMERIGGIO
Confronto femminista tra generazioni
 
Introduzione
” Ricevere e riconoscere la nostra eredità, costruire sorellanza”
Margherita Croce
 
Parlare di memoria è anche parlare di eredità e non è mai facile. E’ un lavoro che non ha fine o meglio che, forse, dovremmo essere in grado di accettare e assumere come interminabile, almeno dal punto di vista di una tensione ideale. Non ci sono modi per pensare un patrimonio che ci viene lasciato come altro rispetto a noi. Volgere lo sguardo al passato e ascoltare è pratica niente affatto banale, e molte volte dolorosa, perché comporta una sorta di rinuncia: smettere di pensare idealmente la propria individualità, e aprire invece la possibilità di pensarsi storicamente, la qual cosa comporta un confronto con il mondo e con l’altro. Io come giovane donna come figlia come erede non esisto in e per me stessa, come individuo isolato, determinato da un carattere e da una personalità innate, ma esisto nella relazione con gli altri e nella misura in cui appartengo ad un società, ad una famiglia, ad una storia. Ciò che desideriamo per il futuro è inconsistente se non è letto alla luce dell’esperienza, di ciò che ci ha costituito e formato per come siamo ora, qui, a parlare. Non si comprende la natura e la forma delle propri ambizioni senza confrontarsi con il passato, con la cultura da cui si proviene, consapevoli dell’interiorizzazione che si è fatta dei valori con i quali si è cresciute.
La storia cioè, sia quella con la lettera maiuscola, sia quella di ognuna di noi, non può essere ascoltata e compresa se non mettendosi in gioco come parte attiva, come soggetto, singolare e plurale, nella sua storicità e attualità: io sono parte del sistema che osservo e lo modifico anche solo per esserne l’osservatrice. La memoria, dunque, quando riesce ad essere vissuta come costruzione di sé, e non esercitata come attività neutra, si fa strumento di presenza a noi stesse e quindi alle altre e agli altri.
Il confronto che oggi ci siamo date la possibilità di vivere parla di memoria e di rapporto tra generazioni ed io, rispetto a chi è qui, parlo come figlia e come sorella. Il valore di questo incontro risiede, secondo me, nel guardare la relazione intergenerazionale che ci lega non in termini neutri ma a partire da una scelta di campo, una presa di consapevolezza politica ed etica, che ognuna fa all’interno della propria generazione. Vale a dire: all’interno di una stessa generazione ci sono le classi e dunque i rapporti di forza e di potere che le determinano, c’è la cultura e quindi i valori che pre-formano i desideri e le ambizioni, le quali a loro volta permeano gli schemi relazionali e il modo quotidiano del vivere insieme. Se dunque tali divisioni sono presenti all’interno di una generazione, il rapporto tra generazioni non può che farsene carico.
Sarebbe come dire che è possibile essere madri, prima di essere state figlie e sorelle, che è possibile cioè non prendere posizione, non scegliere la propria parte insieme alle proprie sorelle ma farlo poi come madri, attraverso le proprie figlie. Pensarla così è pura astrazione, un esercizio di pensiero sterile.
Se non pongo attenzione ai rapporti di forza esistenti all’interno di una generazione, e non me ne occupo, uso in modo inconsapevole la memoria e recepisco in modo asettico e a-storico l’eredità, in quanto la comprimo all’interno della dialettica intergenerazionale. Assumo tale dialettica come sempre uguale a se stessa, come se la trasmissione di valori, saperi e denaro fosse avulsa dalla realtà sociale, economica e politica di una famiglia o di un paese. Scorporando la dialettica intergenerazionale da quella tra classi mi richiudo in un circolo vizioso: come figlia posso rompere e rifiutare il passato e la mia provenienza, oppure posso tentare di riprodurne lo schema, ma in entrambi i casi chiedo riconoscimento della mia singolarità al padre e alla madre, simbolici e non. Chiedere il conto ai propri genitori o volerne essere specchio non porta da nessuna parte senza la consapevolezza della classe e della cultura a cui appartengono, poiché la famiglia, in quanto nucleo societario originario e unità economica, va letta politicamente. Ciò significa considerare come l’organizzazione familiare si lega e si situa all’interno del sistema produttivo, come cioè le modificazioni del concetto di nucleo familiare siano determinate dai mutamenti dei rapporti di produzione, come la morale su cui la famiglia si fonda sia legata a doppio filo alle esigenze dell’economia, come ancora la disciplina normativa della materia delle successioni mortis causa siano mattoni fondamentali del sistema di distribuzione della ricchezza. Non è un caso infatti che in questo periodo di crisi siamo tutti chiamati, da padroni e politici, a mettere in campo la “solidarietà intergenerazionale”, parola dal suono speranzoso attraverso la quale si vogliono rendere accettabili i meccanismi di ricapitalizzazione: scaricare i costi sui giovani e sugli anziani mettendoli in concorrenza con gli adulti nel mezzo. Sappiamo che una società che invecchia produce meno reddito e aumenta le uscite di denaro pubblico, ma sappiamo anche che un patto tra generazioni in tal senso è funzionale, come già fu in passato, solamente al mantenimento della sproporzione distributiva. Per noi, invece, per me, la solidarietà intergenerazionale, e le relazioni solidali in genere, saranno possibili solo quando si trasformerà la struttura economica.
Ed è nell’ottica della trasformazione che vorrei parlare della sorellanza, come relazione fertile di possibilità. Confrontarsi con il passato e con il patrimonio che ci viene trasmesso, è lavoro da fare tra fratelli e sorelle in quanto è il luogo relazionale che permette di evitare la richiesta di riconoscimento in termini simbolici. Tra sorelle e fratelli non c’è singolo, né soggetto, a cui posso rivendicare aspirazioni o frustrazioni: sono costretta ad assumere il mio desiderio su di me. Non essendoci rivendicazione si compie una sostituzione importante tra affidamento e fiducia: non posso crollare sulle spalle dell’altra, non posso delegare né paure né ambizioni, e imparo a chiedere aiuto. É questa relazione che mi permette di mettere in discussione ed essere messa in discussione, dal momento in cui, in quanto coetanee, attiviamo la nostra presenza nel mondo all’interno dello stesso orizzonte storico.
E’ chiaro però, ed è questo un punto dirimente e fondante la relazione di sorellanza (non parlo di fratellanza o fraternità perchè, anche se in maniera superficiale, riconosco tale concetto come appartenente alla cultura borghese e improntato su relazioni patriarcali), che non basta condividere il periodo storico in virtù della data di nascita, occorre leggere il proprio tempo sulla base di un orizzonte di senso condiviso. Occorre cioè compiere quella scelta di campo politica ed etica altrimenti il fratello resta padre o figlio, la sorella madre o figlia, e la relazione si mantiene improntata su logiche di potere, che siano colorate di paternalismo o che assumano le sfumature dell’autoritarismo femminile poco cambia.
Date queste premesse, che si sono rese pensabili per me alla luce della mia esperienza più recente, ho cominciato a leggere il tema dell’emancipazione, e soprattutto dell’emancipazionismo, da una nuova prospettiva: partendo cioè dal suo fondamento ideologico e pratico, che rinvengo nella meritocrazia, invece che dalle sue manifestazioni storiche e, segnatamente, dai passaggi che ha compiuto in questo lungo ventennio di pacificazione.
Da questa seconda prospettiva infatti, mi è sempre risultato abbastanza chiaro che emancipazione e liberazione sono concetti affatto vicini. A me, nata alla fine degli anni 80 e cresciuta senza badare troppo alla divisione sessuata dei ruoli, almeno nell’infanzia e nell’adolescenza, il processo di ingresso delle donne nei circuiti di potere economici e politici è balzato subito agli occhi come qualcosa di pericoloso. Nel 2001 io ero ancora piccola e responsabile della sicurezza Nazionale Usa era Condoleeza Rice, donna e pure afroamericana! In questa sede è giusto il caso di ricordare, senza troppo dilungarsi, il passaggio che il 2001 ha segnato nel campo della ridefinizione del concetto di “pericolosità sociale”, e dunque dello sdoganamento della forza repressiva poliziesca e militare all’interno e all’esterno degli Stati. É stato l’anno zero di una riedita stagione militarista e neocoloniale che vede Rice tra i maggiori responsabili dell’emanazione degli “Anti-terrorist Act”, fondamento legislativo della dottrina del nuovo patto sociale securitario, sulla quale gli Stati Uniti hanno allineato tutte le potenze occidentali. Prima come responsabile della sicurezza, poi come segretario di Stato, Condileeza Rice parteggia per la causa imperialista e per il mantenimento di un sistema di sfruttamento, non cedendo mai al dubbio sul perché i regimi democratici, a dispetto degli ideali di cui si ammantano, e anzi proprio in virtù degli stessi, finiscano sempre coll’aggredire territori, sterminare popolazioni, portare distruzione. D’altra parte sappiamo bene come la democrazia e il capitalismo, di cui Rice e tutte le sue colleghe sono strenue custodi, intendono la guerra (che compiono anche quotidianamente all’interno dei loro ordinamenti statali): è necessaria. Per salvare la democrazia bisogna essere in grado di sospenderla, per salvare lo stato di diritto bisogna saper sacrificare il diritto e mantenere lo Stato. La democrazia infatti è la forma di governo che ha dimostrato storicamente la maggior capacità di mobilitare per la guerra…solo i democratici non se ne accorgono dal momento in cui la guerra la esportano in altri paesi.
Nel corso degli ultimi dieci anni l’afflusso di donne sul panorama mondiale è cresciuto esponenzialmente e ora partecipano alla gestione del potere in tutti i campi: Marcegaglia, Lagarde, Merkel, Clinton, Palin, Cancellieri sono solo alcuni dei nomi che più immediatamente vengono alla mente. Assistiamo dunque ad una semplice giustapposizione di figure femminili a figure maschili funzionale a dare un volto nuovo e più rassicurante allo stesso sistema economico e di potere. Tutto cambia per non cambiare. Da questa visione di scala l’emancipazionismo appare come un semplice maquillage, il quale, tra l’altro, comporta anche un altro tipo di involuzione e cioè sclerotizza il principio per cui la donna è determinata dal sesso biologico, alimentando la falsa trasversalità delle rivendicazioni “femminili” a prescindere dalla classe e dalla identità politica.
All’interno di tale mistificazione non è possibile la realizzazione e neppure l’idea di solidarietà. Tantomeno è possibile il riconoscimento di genere.
Ma da dove viene questo desiderio delle donne di entrare a spron battuto nel mondo pubblico, a dispetto della ben diversa lettura della liberazione data dal movimento femminista rivoluzionario? Come è stato possibile dopo quella intensa stagione di lotte, e successi, ripiegarsi così tanto da non vedere come quelle conquiste siano state sussunte e nuove gabbie si siano create intorno a noi, con la complicità di questo atteggiamento emancipazionista?
Credo che le risposte a queste domande possano essere rinvenute, ad una prima approssimazione, nella pacificazione sociale, nel depotenziamento e nella criminalizzazione dei movimenti rivoluzionari e antagonisti e della loro storia, nella frammentazione esasperata dei soggetti sociali e nella conseguente atomizzazione forzata della nostra società. Siamo state bombardate da capillari propagande culturali tese a suddividere in tanti sottoinsiemi soggetti che dovrebbero invece riconoscersi a partire dalle oppressioni che vivono: il lavoratore e la lavoratrice non si incontrano né si riconoscono più anche perché i loro contratti di lavoro sono tanto differenziati da favorire esponenzialmente solo ricatto e competizione, rendendo sempre più lontana l’idea dell’appartenenza di classe; lo studente e la studentessa faticano a riconoscersi come coloro che studiano e come soggetto sociale e politico, perché tante e tanti già lavorano o sono alla continua ricerca di casa, mentre naufragano nella parcellizzazione dei saperi e nell’iper-specializzazione dei corsi di laurea; adesso addirittura le casalinghe sono state etichettate in quattro sotto-categorie (quelle contente, quelle forzate, quelle temporanee e quelle tailored).
In tale arido contesto la cultura del merito, di cui parlavo più sopra come terreno ideologico su cui l’emancipazionismo ha affondato le radici, si è diffusa sempre più. In mezzo a tante incertezze, in una società in cui nessuno ti regala niente e in cui tutti sono pronti a passare sopra gli altri per pochi spicci, come posso guadagnarmi il diritto ad un’esistenza tranquilla se non investendo tutto su di me e cercando la svolta individuale?
Merito, differenziazione e ricatto sono sempre andati di pari passo, ma smascherare questa relazione è un lavoro molto duro. Il merito è pietra angolare delle speranze democratiche, dell’illusione borghese di poter costruire una società più equa senza modificare i rapporti di produzione ma cercando di controllarli e regolamentarli dall’esterno: il libero mercato funziona, solo ogni tanto va contenuto e indirizzato; il regime di concorrenza è regime di libertà e premia il merito, il solo reale problema sono i concorrenti sleali, i quali infatti saranno sanzionati dalle autorità. E non è un caso che queste stesse autorità esercitino poteri giudiziari, amministrativi e anche legislativi in nome della sovranità popolare, senza avere la minima investitura politica, senza essere cioè degli organi rappresentativi. D’altro canto ci hanno abituato a pensare che la spoliticizazzione degli organi di garanzia sia la più grande delle garanzie quando si tratta di rapporti economici!sigh! La spoliticizzazione (vedi ad esempio la svolta tecnocratica della dirigenza europea), la mancanza di prospettiva e pensiero politico è proposta in generale come garanzia ad un’esistenza tranquilla, e per quel che riguarda il merito suona un po’ così: non chiederti chi è a giudicare le tue capacità e potenzialità e su quali basi, se sei d’accordo con i criteri che vengono applicati o meno, se davvero un criterio può essere neutro oppure se invece è, sempre e per necessità logica, funzionalizzato ad un assetto socio-economico, politico e culturale…non chiederti nulla, sali sul banco del mercato e venditi come meglio puoi.
Insomma convincersi che la meritocrazia non ha niente a che vedere con i dettati costituzionali sull’abbattimento degli ostacoli sociali ed economici tra le persone, è terribilmente difficile. Accettare la realtà del sistema del merito come funzionale alla divisione in classi e costringersi a pensare un’alternativa è una responsabilità che pesa…ma è l’unica possibilità che abbiamo per raccogliere la sfida dei nostri tempi bui. Non accettarla significa cedere alla disperazione, isolarsi e sperare di vincere alla lotteria, quando invece la disperazione di uno può cambiare nome se è organizzata insieme a quella di altri.
In questi cinque anni di crisi qualcosa ha iniziato a muoversi sotto il ghiaccio…le contraddizioni scricchiolano più forte e sembra che la risposta collettiva e l’autorganizzazione stiano tornando ad affacciarsi nella pratica politica. Penso alle vertenze contro le nocività, alle mobilitazioni delle scuole e delle università, alle occupazioni delle case, alle vertenze lavorative autorganizzate. Come risvegliandosi intorpiditi da un sonno agitato, ci si guarda allo specchio e si lascia spazio a qualche domanda in più…
Si comincia a far di nuovo strada la consapevolezza di dover prendere su di sé la propria rabbia e i propri desideri, dal momento in cui sindacati e partiti, che di questo erano stati delegati, li hanno semplicemente svenduti agli interessi del capitalismo transnazionale. Come non ammettere infatti che del partito di massa dell’inizio del 900 non restano a noi che le ceneri? Da partiti di interessi di classe, che traducono la domanda sociale nell’arena della discussione parlamentare, sono diventati agenzie di mediazione tra cordate di profitto, finendo per rappresentare gli interessi di caste sempre più ristrette, attraverso un linguaggio politico povero e colonizzato da quello economico.
Di fronte all’evidenza della riduzione della lotta politica al momento elettorale, della riduzione quindi anche del “nemico” politico ad un semplice avversario concorrente modellato sul sistema di mercato, e presa consapevolezza della propria solitudine nei confronti di governi di entrambi i colori politici, dal momento in cui i programmi dei partiti della sinistra e della destra sono difficilmente distinguibili, si vanno moltiplicando forme di lotta in prima persona e sperimentazioni della propria forza come corpo collettivo.
Ancora però non possiamo dire di essere in tempi rivoluzionari, in quanto tali lotte non hanno la forza di determinare un cambiamento ma sono ancora attestate ad una posizione di resistenza. Aumentano le lotte per resistere, per conquistare spazi di agibilità politica, ma non si ha ancora la forza di liberare effettivamente il proprio presente costruendo le condizioni di possibilità per un reale processo di riconoscimento e dunque di soggettivazione politica.
Assumendo questo dato, sento il bisogno forte di riformulare gli obiettivi dell’intervento e dell’azione politica femminista. Vale a dire che non credo nella necessità di moltiplicare collettivi femministi e non misti, mentre mi preme impegnarmi nella formulazione delle modalità con cui, forti dell’analisi e del pensiero femministi, si possa partecipare ai movimenti che si danno dal basso. In questo senso infatti si dischiudono grandi occasioni per una continua messa a verifica delle premesse poste alla base dell’analisi teorica attraverso la loro precipitazione pratica . Credo infatti, poiché la politica è anche pratica, e non solo discorso, di riconoscimento, che sia importante intensificare i propri legami con l’esterno, mantenendo sempre viva l’attenzione a non chiudersi nel proprio gruppo politico.
Se negli anni 70 è stata forte e fondante la pratica dell’autocoscienza tra donne, oggi ne siamo carenti, ma sarebbe estremamente semplicistico affermare che tale carenza segni, necessariamente, una sconfitta. Quella pratica ha preso linfa e si è dispiegata nel contesto di un movimento di massa, nel quale si dava quotidianamente la possibilità dell’incontro tra moltissime donne, provenienti dalle più diverse classi sociali. Inoltre erano tempi in cui il fare comunità poteva concretarsi immediatamente in esperienze di vita comune, in pratiche di mutuo aiuto assolutamente necessarie: penso soprattutto alla nascita dei consultori autogestiti, all’appropriazione della pratica dell’aborto libero etc. Vi era cioè una rivoluzionaria riscoperta e presa in carico del sapere del corpo e una contestuale, e altrettanto rivoluzionaria, rivendicazione di questo sapere al meccanismo espropriante della delega della cura del sé alla medicina istituzionale. Purtroppo gran parte di questo patrimonio si è perso nelle scoloriture di una memoria poco esercitata, e anche nei meccanismi di sussunzione di quelle conquiste da parte del sistema di potere. Ci ritroviamo infatti davanti a più di una generazione, tra cui sono anche io, che è cresciuta mangiando i frutti (più o meno puri) delle lotte di liberazione. Da una parte queste generazioni danno per scontato una serie di diritti da cui derivano, erroneamente, una acquisita posizione di simmetria rispetto ai loro coetanei uomini, inconsapevoli del fatto che ciò che loro chiamano servizio pubblico è stato un tempo laboratorio politico (ad esempio i consultori), dall’altra schiacciano i problemi derivanti dalla struttura sociale patriarcale su quelli derivanti dalla struttura economica. Per far fronte a questi cortocircuiti credo che, all’oggi, bisognerebbe impegnarsi nella riformulazione degli obiettivi dell’azione femminista mettendo in luce la forza unificante del pensiero femminista. La capacità cioè, di questa lettura politica, di tenere insieme le contraddizioni che fanno capo a strutture diverse, società patriarcale e economia capitalista, continuando a chiamare le cose con il loro nome, piuttosto che inventare sempre nuove definizioni di cui è difficile fare esperienza. Non importa, ad esempio, che il capitalismo sia diventato bio-capitalismo, perché il fatto che i rapporti di produzione economica si alimentano anche attraverso dispositivi di controllo e sfruttamento della vita e della riproduzione biologica è ciò che è sempre accaduto: il dispositivo, che è poi sistema di potere e divisione sessuata dell’organizzazione sociale si chiama patriarcato.
Concludendo mi piacerebbe rilanciare un dibattito rispetto alle forme organizzative di cui si vuole dotare la nostra azione politica, pensando come priorità quella di intrecciare la lotta femminista con quella di classe. Alimentare e moltiplicare la conflittualità che si sprigiona nelle lotte, da quelle sul lavoro a quelle contro le nocività, passando per le occupazioni abitative e studentesche, a partire dalla consapevolezza che le contraddizioni economiche e quelle provenienti dalla divisione sessuata della società appartengono a sistemi diversi, e in questo senso necessitano di essere combattute insieme.
 
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“Da una madre a una figlia”
Laura Carbonari legge Gigliola Izzo
 
La memoria femminista riporta inevitabilmente alla mente lo slogan “Il privato è politico”.
Nessuno slogan più di questo ha rappresentato con esattezza il senso del bisogno da parte delle donne della mia generazione di riuscire a portare all’interno della vita quotidiana le istanze di libertà che investivano tutta la società.
Ci siamo riuscite in parte ma è forse importante ricordare le cose che abbiamo fatto perchè qualcosa cambiasse.
Fare riunioni per tradurre libri americani sulla sessualità femminile per condividere con altre donne queste notizie.
Riunirci per parlare della nostra vagina e sperimentare i primi assorbenti interni.
Provare a lavorare in autonomia senza dipendere dai collettivi maschili pur con addosso tutto il malumore dei compagni maschi che non facevano che dirci che le questioni di genere non avevano senso.
Soffrire e piangere guardando il ragazzo di cui eravamo innamorate scopare anche con altre compagne perchè bisognava uscire dagli schemi culturali della gelosia e del possesso per poter rivendicare questa libertà anche per noi.
Aiutare le amiche a cambiarsi di nascosto quando uscivano di casa e accompagnarle al ritorno per cercare di evitare che prendessero troppe mazzate.
Dire alle nostre madri che avevamo fatto l’amore per la prima volta a 15 anni nella speranza di trovare solidarietà femminile dall’altra parte. Alcune volte è successo.
Ribellarsi quando sui pullman gli uomini ci mettevano le mani sul culo e tutti ci guardavano male pensando che era meglio se stavamo zitte.
Metterci le minigonne e sopportare le occhiatacce dei parenti e, a volte, la loro violenza.
Andare in giro senza reggiseno.
Stare in topless sulla spiaggia. E, a volte, nude.
Tornare a notte fonda prendendo i mezzi pubblici e rischiando di essere aggredite.
Essere violentate e denunciare gli aggressori.
Studiare quello che ci piaceva anche contro il volere della famiglia.
Rifiutarsi di fare i servizi a casa.
Rispondere quando il professore insultava i compagni maschi dicendo: “Vi fate superare da una femmina.”
Organizzare gli aborti a casa delle compagne.
Offrire ospitalità alle compagne che abortivano di nascosto dalla famiglia e cercare di confortarle.
Su questo voglio leggere un breve racconto.
 
 
Una bellissima giornata di sole.
 
 “Dobbiamo andare. L’appuntamento è alle 11.”
 
“Va bene”
 
Sono molto nervosa. E ho anche paura.
 
Andiamo a prendere la macchina. Ci avviamo in silenzio. Giulia cerca di rassicurarmi.
 
“Non preoccuparti. E’ una cosa che dura pochi minuti. Se però sei troppo tesa finisce che senti più dolore.”
 
“Va bene”
 
Arriviamo a via Manzoni. Il palazzo è molto bello ed elegante. Parcheggiamo sotto i pini.
 
E’ una bellissima giornata di sole.
 
“Scusi lo studio del dottor Giovannelli?”
 
Il portinaio ci guarda con un’aria strana. Ne vedrà passare a decine. Chissà che pensa. Non sa che abbiamo storie diverse, anche se siamo tutte accomunate dalla stessa paura.
 
Saliamo al quarto piano e suoniamo il campanello.
 
Ci apre un’infermiera e ci fa accomodare in una sala d’aspetto.
 
“Il dottore arriva subito”
 
Mi colpisce la sua aria professionale ma non so perché penso che sia poco pulita.
 
Sto per chiedere a Giulia se lo ha notato anche lei quando arriva il dottore.
 
Non mi guarda neanche in faccia.
 
“Se vuoi puoi fare il valium per rilassarti un po’. Con il valium sono 150mila lire. Senza sono 100mila lire.”
 
Ho solo 100mila lire. Nessuno mi aveva parlato del valium. Mi consolo pensando che comunque è meglio non prendere troppe medicine. Entriamo nello studio. Mi spoglio e mi stendo sul lettino. Mi sono messa una gonna così non devo rimanere completamente nuda. Invece l’infermiera mi fa spogliare lo stesso. Mi mette sulla pancia un ridicolo pannetto che non copre praticamente niente. Non esiste un termine per descriverlo ma la verità è che mi sento più che nuda. Mi sento esposta, violata, impaurita.
 
Sono cosciente di essere la donna numero mille che si stende su questo lettino. Certo non è il tavolo della cucina delle compagne come Adele Faccio. Nessuna solidarietà, nessuna pietà umana, nessun senso di appartenenza. Solo business e fredda professionalità.
 
L’infermiera porta una specie di vaso di vetro con un tubo attaccato. Dentro c’è un liquido azzurro. Nonostante le mie buone intenzioni sono molto tesa. Già solo mettere lo speculum mi fa male. Mi vengono tutti brividi di freddo. Poi arriva la cannula. E’ un dolore sordo, crudo, come qualcosa che ti mangia dentro. Mi vengono le lacrime agli occhi mentre il liquido nel vaso comincia a tingersi di rosso. Mi trattiene dal piangere e lamentarmi solo l’idea del disprezzo che questo squallido dottore prova per me. Cambia la cannula, ne mette una più grande. Comincio a sentirmi male. I brividi di freddo si fanno più forti e mi viene da vomitare. Svengo.
 
“E’ stato uno shock vagale. Ricordatelo. Potrà essere un problema anche durante il parto”
 
Si prende i soldi che Giulia ha preparato e se ne va. Prendo dalla borsa gli assorbenti che mi sono portata da casa e lentamente mi rivesto. Ci avviamo alla macchina. Si è fatta l’una.
 
Fuori è sempre una bellissima giornata di sole.
 
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“La riappropriazione del corpo: autonomia e liberazione. Una speranza negata.”
Glf – Gruppo di lavoro femminista – Roma
 
C’è stato un momento magico in cui le donne hanno pensato di potersi riappropriare del proprio corpo, della propria sessualità, della propria vita.
E’ durato un anno? qualche anno? un mese? qualche mese? per ognuna è stato un tempo diverso, ma è bastato per  prendere su di sé una consapevolezza che è potenza, che è l’aver assunto la certezza che la liberazione può essere, che non è utopia, mito, sogno o follia, ma autonomia e liberazione.
La conoscenza del nostro corpo, dai primissimi timidi tentativi, si è aperta poi a ventaglio, è stata la scoperta della fisicità, la gestione della salute, della sessualità, dei desideri, della mente fino ad una grande e positiva sensazione di onnipotenza, sensazione di poter finalmente decidere di sé e per sé.
Ma, anche, consapevolezza della costruzione sociale del nostro essere e del corpo per cui esistevano tante immagini esterne della femminilità e del corpo stesso, quante erano e sono le classi e le frazioni di classe.
Quindi, compenetrazione di conoscenze di sé e di conoscenze del “fuori”.
Ma mentre cercavamo di portare avanti questo percorso di consapevolezza e di utilizzare politicamente le correlazioni che avevamo messo in atto per spezzare l’organizzazione e l’ordine sociale classista e sessista, la risposta del femminismo socialdemocratico è stata ricostruzione dei ruoli e puntello di questo ordine sociale.
E questo processo è stato attuato attraverso appositi  grimaldelli: il gratuito , la delega, le esperte e gli esperti.
L’uso strumentale del gratuito  ha offuscato e nascosto come in una nebbia la differenza che esiste tra il diritto ad avere i servizi gratuiti da parte dello Stato da cui non si può e non si deve prescindere e il delegare allo stesso i propri spazi di aggregazione e di crescita politica. Oltre all’enorme mistificazione passata attraverso il concetto del ”cambiare le Istituzioni dal di dentro”.
Parliamo ,ad esempio, dei Consultori di Stato, veri e propri strumenti di normalizzazione delle nostre vite.
I consultori vengono presentati oggi come una vittoria del femminismo degli anni’70, mentre sono stati una vittoria della componente socialdemocratica. I consultori di stato sono catena di trasmissione di valori dominanti e una loro difesa acritica non fa comprendere lo spostamento che si sta tentando su valori clericali, mutamento che è la logica conseguenza dello spostamento di questo sistema su scelte neoliberiste.
Quelli impostati negli anni ’70 che attualmente vengono difesi  tout court propagandavano e propagandano la visione socialdemocratica della famiglia( il cui ruolo resta immutato nonostante tutto) , della coppia( la configurazione eterosessuale è data per scontata), della contraccezione(pillola soprattutto e aborto considerato comunque come un “trauma” per la donna), due figli considerati la norma
Il modo migliore per rintuzzare il tentativo di controriforma in atto è quello di ristrutturare profondamente i consultori, facendoli diventare quello che devono essere: un servizio sanitario. Più il servizio è tecnico, più è difficile che le scelte siano indirizzate in questa o in quella direzione, anche se i condizionamenti rimangono sempre perché la struttura è dello Stato.
E, soprattutto , si dovrebbe evitare accuratamente di far credere alle donne che i “consultori” siano posti in cui loro si possono “consultare”. “Consultare” su che? sugli indirizzi che lo Stato dà in quel momento? E niente finanziamenti a strutture private, di nessun tipo. E niente obiezione di coscienza. Qualcuna pensa, ancora, che le strutture dello Stato si possano cambiare dall’interno?
E’ andata completamente perduta l’esperienza dei consultori autogestiti ed autofinanziati, salvo rarissimi casi dovuti alla forza di volontà personale ed alla chiarezza politica delle donne che li hanno portati avanti, luoghi in cui veniva e viene sollecitata e costruita una conoscenza di sé, attraverso l’esperienza diretta, fattiva e concreta di e fra donne e dai quali gli/le esperte sono assolutamente bandite, relegate a mere fornitrici/tori di conoscenza strettamente tecnica, come dovrebbe sempre essere, e tenute/i volutamente all’esterno delle strutture autogestite.
Fermo restando che lo Stato deve dare il servizio tecnico gratuito di qualsiasi tipo, di cui possiamo fare uso con le idee chiare che ci siamo fatte nei nostri luoghi.
E’ andato perduto, tra l’altro, se non in rare petizioni di principio che solo ogni tanto vengono ribadite, il concetto di aborto libero, depenalizzato sempre e comunque e non vincolato alle strutture di stato, ma dovuto come servizio gratuito dentro le stesse.
E’ andato perso un importante patrimonio di conoscenza di sé, di riappropriazione del proprio corpo e della propria identità fisica e psichica che moltissimi collettivi femministi degli anni ’70 avevano portato avanti in piena autonomia.
Non è facile ricostruire questo patrimonio perché è stata uccisa l’ingenuità primitiva ,la fiducia reciproca, lo stupore della scoperta, la forza del riconoscersi di quegli anni, ma è dalla lettura franca, di quello che è successo e del tradimento avvenuto, che bisogna ricominciare.
I consultori , così come si sono organizzati in questi anni, hanno la grandissima responsabilità di aver riconsegnato le donne agli esperti.
L’affidamento di nuovo agli esperti, anzi alle esperte, perché il numero di donne che fanno le psicologhe, le sessuologhe, le psichiatre, le specialiste in senso lato del comportamento ….è notevole ,ha condotto alla medicalizzazione delle esistenze da un lato e, dall’altro alla perdita della capacità di conoscersi e di riconoscersi in autonomia.
A questo proposito riportiamo due documenti di anni diversi:
 
Poco dopo l’approvazione della legge 405/1975 che istituisce i “Consultori familiari”, alcuni collettivi femministi occupano la sede dell’Istituto di Medicina Preventiva a Bologna. Il loro documento ne spiega le ragioni:
“Uno degli obiettivi del movimento femminista era la pratica del self-help e dell’autogestione, ma dopo l’entrata in vigore della legge sui consultori le compagne che vi si trovano all’interno fanno solo volontariato e non hanno nessun potere decisionale rispetto alla struttura e perciò nessuna incidenza politica. Noi rifiutiamo i consultori perchè, lungi dall’essere una struttura realmente ed efficientemente al servizio delle donne si configura sempre più come strumento di controllo capillare su di noi e sul sociale. Infatti, al processo di ristrutturazione del capitale, che si attua con l’introduzione del lavoro a termine, del lavoro precario, del lavoro decentrato, corrisponde una risposta istituzionale in termini di servizio-controllo. E’ in questa logica che il consultorio non si slega da un discorso più in generale sui servizi e in particolare quelli sanitari. Infatti, all’interno di questi il controllo va dalla schedatura sulla vita privata delle donne (famiglia, interessi politici, rapporti, condizione economica, uso di stupefacenti) al potere di decidere quali farmaci prescrivere. Tutto questo fa di noi (lavoratrici precarie, studentesse fuori sede, “non garantite in genere”) oggetti di ristrutturazione e di controllo, mentre noi rivendichiamo il nostro essere soggetti politici e forza “eversiva”. Ed è per questo che noi non intendiamo entrare in queste strutture per migliorare e potenziare il servizio dei consultori.”
 
Nel gennaio del 1980, cinque anni dopo l’approvazione della legge 405/1975 che istituiva i “Consultori familiari” e si poteva fare un bilancio, l’AED Femminismo Bergamo produceva questo documento:
“Compagne Le donne sono avvilite, tutta la sinistra è avvilita. Questa è la ragione principale per cui è indispensabile e urgente un nuovo tentativo per la rivitalizzazione del femminismo che, finalmente liberatosi dal mito, già dimostratosi perdente dell’improvvisazione, SI ORGANIZZI AUTONOMAMENTE -fuori dai partiti, fuori dalle strutture di Stato- PER COSTRUIRE TANTI NUCLEI -non temporanei, non occasionali-CHE SIANO LA SPINA DORSALE DEL MOVIMENTO FEMMINISTA ANTAGONISTA. Come arrivare alle donne, come possono le donne arrivare al femminismo se non c’è il luogo indipendente dove confrontarsi, analizzare, fare esplodere nell’azione di una volontà collettiva il rifiuto al ruolo di sfruttate della società dei maschi? Il movimento femminista di ieri, insicuro e subalterno ai partiti della sinistra legale, è corresponsabile delle infide leggi e prassi che lo Stato del Capitale ci ha ammanito: sui consultori pubblici, sull’aborto, sulla psichiatrizzazione del territorio (centri di igiene mentale, psiclogi/e e assistenti sociali nelle fabbriche, nelle scuole e nei quartieri) ecc. 
IL FEMMINISMO AUTONOMO E ANTAGONISTA deve opporsi a queste leggi e ostacolare le nuove leggi e prassi in divenire: visite prematrimoniali obbligatorie, eugenetiche ecc. anticipandone i pericoli e impedendo che nuovi organi di controllo e di comando si strutturino e si consolidino per agire contro le donne. La psichiatrizzazione del territorio, i consultori pubblici, l’aborto di stato ecc. sono le tattiche attuali, gli strumenti caratterizzanti la cosiddetta azione di “ingegneria sociale” che il potere, a lato della repressione violenta, sviluppa (organizza) per il consenso coatto e la distruzione della persona. Le strutture menzionate sono particolarmente mirate contro le donne. La prova che questa tattica è servita a scomporre il movimento delle donne data dal 1975, con la proposta di legge sui consultori pubblici: è infatti da questa data che il movimento femminista si deteriora. Larghe fasce di femminismo, dimentiche dell’anima originaria -L’AUTONOMIA- hanno plaudito alla struttura pubblica scaricando il fardello del servizio sullo Stato, come cosa scomoda, e rivendicando la sola teoria. Ma la teoria senza azione non cresce, non si diffonde, non serve. Scavando subdolamente nel movimento femminista al fine di spezzare l’unità tra teoria e pratica e sbandierando demagogicamente la piorità del gratuito, il potere si è riappropriato dell’umanità femminile proponendo per la soluzione dei nostri problemi concreti i suoi specialisti e lasciandoci una teoria senza interlocutrici, proprio come un grosso sorcio svuota l’uovo di cui si alimenta lasciando il guscio intatto. 
Compreso questo gioco del potere, per altro molto smaccato, NOI DOBBIAMO riaffermare il diritto e la necessità politica di denunciare lo sfruttamento della donna da parte del maschio nel privato e del capitale nel sociale. 
DOBBIAMO COCRETAMENTE DIFENDERCI COSTRUENDO LE NOSTRE STRUTTURE dove sviluppare una resistenza collettiva contro l’espropriazione dei nostri diritti. 
DOBBIAMO TROVARE UNA FORMA DI ORGANIZZAZIONE che permetta una pratica politica di contatto giornaliero con le umiliazioni, le sofferenze,e la “castrazione” delle donne per riacquistare e mantenere la carica vitale e la virulenza necessarie per contrapporci alla realtà che ci sospinge da secoli nel silenzioso magma sotterraneo della subalternità. 
LO DOBBIAMO FARE per non ingenerare il dubbio di una nostra corresponsabilità nell’oppressione che subiamo o che verremo a subire e per ribadire con chiarezza la nostra contrapposizione al potere del capitale che vorrebbe trasformare la società in una gigantesca galera dove tutto è condizionato, condotto, controllato, numerato, schedato, omologato, oppure violentemente represso. 
NON DOBBIAMO PERMETTERE che le sofferenze delle donne ritornino nel chiuso, una per una, in un rapporto singolo e sporco con lo specialista di Stato (psicologo/a ecc.) nei consultori pubblici. 
NON DOBBIAMO PERMETTERE che tramite questi consultori passi il concetto che la fertilità dopo i due figli è una malattia che va curata ed affidata al medico. 
NON DOBBIAMO PERMETTERE che il nostro sfruttamento diventi l’alibi per un ulteriore e rinnovato condizionamento da parte degli sfruttatori. 
CREARE COSULTORI FEMMINISTI ANTAGONISTI per dire e fare quello che è boicottato dai medici, dall’industria,dai consultori pubblici. 
Le compagne dell’AED Femminismo
 
“Non esistono segni “ fisici” veri e propri. L’immagine sociale del proprio corpo, con cui ogni soggetto deve fare i conti, si ottiene attraverso l’applicazione di un sistema di classificazione sociale.
I segni costitutivi del corpo sono prodotti di una fabbricazione culturale vera e propria.
Dimenticare questo ha comportato devitalizzare l’impulso rivoluzionario del femminismo, deviandone la sensibilità, l’immaginazione e l’analisi verso forme di determinazione individuale e collettiva opposte alle premesse ideali.
I sentimenti umani di reciproco riconoscimento, di mutuo aiuto e di vicendevole costruzione delle proprie esistenze, sono stati tradotti in promozione individuale e sostituiti da meccanismi di promozione sociale, isolando le soggettività indisponibili a questa soluzione e le tante non coinvolte in questo processo, mettendole nella situazione di essere represse. Chi ha fatto queste scelte si è resa complice del razzismo istituzionale che rinchiude nei Cie per condizione, della discriminazione e persecuzione di comportamenti, etnie, nazioni o parti politiche della società.
La ricerca della felicità individuale e collettiva è stata capovolta in una realizzazione personale totalmente dimentica dell’originaria azione creativa e dialettica del femminismo, capovolgimento favorito attraverso l’indirizzo dei mezzi comunicativi e formativi di massa, per cui ogni riflessione e pratica eterodiretta rispetto alle pratiche dominanti, viene rinchiusa nella logica del negativo e del patologico, da reprimere, utilizzando le componenti socialdemocratiche riformiste come agenti controrivoluzionari.
La visione esclusivamente emancipatoria della condizione della donna, annulla l’idea e gli ideali di liberazione, rimuovendo l’orizzonte comune e collettivo della libertà.
Essere femministe, oggi, significa rompere con i valori mortiferi di questa società, sottraendoci tutti i giorni e in tutti i momenti della nostra quotidianità.
Significa rompere l’assuefazione al controllo, ribaltare la colpevolizzazione in cui ci vogliono invischiare, recuperare la capacità di indignarci, promuovere la criticità verso la meritocrazia, la gerarchia, l’autorità, smascherare l’uso improprio di parole come democrazia, riforme, partecipazione….spezzare l’ipocrisia in cui ci vogliono imbrigliare.
Significa non sostenere mai questo sistema, neppure se le richieste sono mascherate da “nobili motivi e intenti”, non aiutare mai questa economia che trasforma tutto, dalle buone intenzioni alle catastrofi, in estorsione del plusvalore.
Significa cercare di innescare meccanismi di uscita da questa società.
 
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“Gli errori della memoria e la memoria degli errori: la storia patriarcale e la trasmissione matriarcale.”
Luisa Vicinelli/ Armonie- Bologna
 
Quando si parla di memoria, inevitabilmente si intende la storia. Perché siamo tartassate dalla sua propaganda a tal punto che i riferimenti ad essa ci vengono automatici, nonostante la consapevolezza diffusa che quasi nessun protagonista della storia impara dalla storia. Ho studiato senza essere veramente consapevole che solo poche generazioni prima le uniche scuole che le donne frequentavano erano quelle che insegnavano a essere brave mogli e madri di famiglia o che permettevano al massimo un impiego in un asilo. Forse per questo ho vissuto il “pieno” diritto all’istruzione come “naturale” e quindi con quel senso critico che mi ha permesso ben presto di non trovare un senso nella storia cosiddetta ufficiale che studiavo a scuola. Vi ho trovato solo un’immensità di giustificazioni subliminali all’incommensurabile spreco di vita, benessere e felicità umana che gli avvenimenti causavano mano a mano che si procedeva sul glorioso cammino della civiltà umana. Mi ricordo, del periodo del liceo, lo stupore nel vedere che la gente continuava a lavorare 8/10 ore al giorno, nonostante ci fosse stata la rivoluzione industriale che aveva pressoché azzerato i tempi di produzione di tutte le cose. E che dire dei codici scritti che permettevano a chi compiva le più efferate nefandezze, di sottrarsi allo sdegno e all’ira della comunità e di entrare nella legge, che raramente significa giustizia? (Quindi primo consiglio dell’anziana, non chiudere mai il cervello di fronte alle narrazioni perché se non ci si trova una logica sono solo propaganda.)
Ma avevo solo elaborato un rifiuto e non una critica strutturata. Per quella mi ci è voluto il femminismo e la sua infinità di analisi sui rapporti di forza che regolano l’interagire uomo/donna. La consapevolezza di far parte di un sistema patriarcale poi mi ha gradatamente spinto a cercare quali altre forme di organizzazione potevano fornire un’alternativa. Il processo è stato quello di de-patriarcalizzarsi al punto tale da potere squarciare i veli che impedivano di vedere cosa c’era nascosto in quella memoria glorificata di errori, e a volte di menzogna, che noi chiamiamo storia. Guardando al passato, le tracce di un’altra “storia” ci sono, sebbene nascoste dalla cangiante propaganda che ci vuole tutte/i insieme attori dello stesso destino: Antigone, ad esempio, dalla tragedia in cui era stata relegata chiamava “nuova” la legge del tiranno, in contrapposizione al senso della giustizia precedente, che non voleva tradire. Sono arrivata a percepire che potevamo essere organizzati in matriarcati prima di incontrare gli Studi Matriarcali moderni di Heide Goettner Abandroth e di tradurre il suo libro che sarà disponibile in italiano agli inizi dell’anno prossimo.
Riguardo l’argomento che affrontiamo oggi, la memoria e la sua trasmissione, il quadro che emerge dalle analisi delle società che sono matriarcali (i Moso, ancora se ancora per poco, i Minangkabau che così definiscono la loro società) o che presentano evidenti permanenze di questo ordine sociale è quello innanzitutto dell’importanza di tenere ben a mente quello che altri hanno fatto prima di noi. In questo direi che i due tipi di società non differiscono molto, anche se nelle società moderne la superiorità che ha assunto la storia scritta, quella per intenderci che può essere anche riscritta o taciuta e evidenziata alla bisogna, è diventata la storia con la S maiuscola e ha assunto un carattere di universale veridicità per i più. La tradizione orale (e anche quella scritta delle leggende e delle favole che trasmettono sotto un aspetto altamente simbolico avvenimenti e insegnamenti che provengono dal passato) è sicuramente molto più difficile da contraffare. Quello che la rende tale è che solitamente è sostenuta da una relazione diretta e di fiducia con chi te la racconta (oltre che nelle società cooperative non avrebbe senso raccontare frottole ai componenti del proprio gruppo). La longevità della tradizione è dovuta proprio al fattore collettivo, alla fiducia e alla modalità di trasmissione. Quest’ultima è analizzata sempre da Heide Goettner Abendroth nel suo libro The dancing goddess, che mette in evidenza la dinamicità dello svolgersi degli eventi, e l’importanza dei diversi comportamenti nell’affrontare lo stesso evento. Sicuramente le società cosiddette tradizionali sono un po’ più lente delle nostre a inserire cambiamenti al loro interno, ma basta la parola globalizzazione per decidere se poi è un bene o un male. Il punto sta nelle caratteristiche del cervello umano che più di tanto non può incamerare, e che “elimina” dei saperi per far posto ad altri. Il recupero delle conoscenze del passato di cui oggi si parla tanto ne è la dimostrazione. Ritornando alla trasmissione della memoria il processo prevede una sere di eventi che fanno parte già di una tradizione condivisa e che difficilmente vanno in contrasto con i principi fondanti della società attuale (di solito si tratta di mantenere viva la memoria degli antenati e quello che hanno fatto di bene per la collettività). L’evento discrepante invece viene narrato al gruppo e discusso, quando poi è stata elaborata la morale (la filosofia, la logica) di quello che è successo (perché è successo, come può essere giudicato) l’evento viene rielaborato e ne viene fatta una rappresentazione che accompagnerà il gruppo fino a quando ne varrà la pena. Ho provato a pensare cosa comprendeva tutto ciò e mi è sembrato che lo scopo di tale procedura fosse l’ascolto degli attori dell’evento, il giudizio dei contemporanei e col tempo, l’inserimento della visione che ne avrebbero dato le generazioni future (o anche le collettività limitrofe) in modo che l’insegnamento fosse sempre allineato con la vita delle gente, e per questo molto più ponderato di uno sbarco dei mille di cui troviamo traccia in tutti i libri di storia ma che poco ci dice sulla colonizzazione all’interno del nostro stato delle terre del sud.
Sicuramente tutto ciò è possibile perché si tratta di società concentrate sul benessere collettivo e anche con  poche sovrastrutture, ma un’altra cosa che insegna lo studio dei matriarcati è che il fine non giustifica mai i mezzi, ma si deve procedere di pari passo affinché la cosa non perda di senso.
Cosa c’entra tutto questo con la memoria femminista? Beh a parte che è molto salutare riconoscersi in una storia totalmente altra da quella patriarcale adesso che ne abbiamo la possibilità, perché evita un ripetere acriticamente comportamenti che ci sono stati inculcati dal patriarcato, qualche cosa deve ben risuonare nelle donne di una lontana esperienza matriarcale se la parola d’ordine del femminismo degli anni settanta era “Tremate, tremate , le streghe son tornate” o se in una manifestazione contro la violenza maschile sulle donne, una ragazza esibiva la scritta “Il corpo della donna è sacro” accompagnata da un’immagine della venere di Dusseldörf. Nel libro curato da Ida Magli sui matriarcati che risale proprio a quegli anni, le autrici si facevano in quattro per negare l’esistenza di una forma sociale altra dal patriarcato col lodevole impegno di evitare di trasferire il dibattito nel passato e quindi di fargli assumere quel sapore esotico che avrebbe minato la lotta che a quel tempo le donne stavano facendo per emanciparsi. I risultati ci sono stati e le condizioni di vita delle donne sono migliorati, ma per dare un giudizio bisognerebbe analizzare i perché e soprattutto non si può ignorare che i miglioramenti sono da rinegoziare ogni decennio. Recuperare la memoria altra che ci appartiene darebbe a mio parere un taglio nettamente più incisivo alle nostre lotte. Ci permetterebbe di portare il discorso su un lasso di tempo più lungo consentendoci un’analisi più puntuale del perché il patriarcato tiene soggiogata la parte femminile della società. Lo studio delle società matriarcali e soprattutto della loro trasformazione in patriarcati ci darebbe il vantaggio di vedere chiaramente che è esistita ed esiste ancora una lotta tra i sessi (in cui rientra anche quella portata avanti dal patriarcato contro i sessi devianti dalla norma eterosessuale) che non può essere ignorata o taciuta, soprattutto da chi crede che saranno anche gli uomini sensibili e intelligenti a schierarsi con le donne per un vero cambiamento, perché la mancanza di memoria lascia intatta una storia patriarcale che è propaganda per il patriarcato e che sarà sempre lì, pronta per sostenere tutti quegli arretramenti a cui periodicamente siamo soggette.
Anche le “vittorie” femministe raccontate all’interno di una storia che ha degli obiettivi propagandistici e normativi, poco ci restituisce del senso delle lotte che le hanno determinate. La legge sull’aborto forse ne è l’esempio più eclatante: nata all’interno di un movimento che aveva come scopo principale l’autodeterminazione delle donne, è divenuta un’arma a doppio taglio (si pensi all’entrata dei movimenti per la vita all’interno dei consultori, previsti dalla libertà di scelta della donna che ha il diritto di ascoltare due pareri su un gravidanza indesiderata o all’obiezione di coscienza, dove sembra che si scontrino due libertà in opposizione). Recuperare invece la memoria matriarcale della donna quale fulcro della vita sociale, che utilizza un suo sapere contraccettivo di secoli e che ha la facoltà di dare o meno l’accesso al suo corpo, ci porterebbe al cuore del problema e quindi anche della sua risoluzione. Dobbiamo quindi concentrarci sulla società che vogliamo e portare ad esempio le strategie messe in atto dalle donne matriarcali per far sì che almeno la direzione da prendere sia quella più efficace.
 
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“Identità in movimento: Politica delle donne”
Daniela Pellegrini
 
Nel momento stesso in cui sono venuta al mondo della mia coscienza, il mio corpo sessuato era lì da vedere. La materialità dei suoi vissuti dentro questo mondo era inscindibile sostanza dei miei pensieri e dava voce ai miei desideri. Primo tra tutti quello di esprimerlo ed esprimermi al massimo del suo valore e della sua creatività. Non ho mai avuto dubbi sulla genialità insita nell’essere donna, bastava dimostrarlo una volta per tutte in quella volgare storia di uomini che l’aveva cancellata ed esclusa. 
Feci di questa esclusione subita per secoli, la mia forza e la mia superbia, per esprimere estraneità ed affermare che il mio desiderio era altrove. 
Ma per affermare l’esistenza di questo desiderio, quello di una identità che si esprimesse creativamente, era necessario liberarla e renderla autonoma da ogni imposizione esterna. Il pensare in modo differente e autoreferenziale faceva tutt’uno con la necessità di cambiare, insieme ai soggetti che mettevano in atto questa invenzione, anche la realtà esistente perché essa stessa divenisse struttura portante ed esplicitata di quel pensare. 
Non poteva che chiamarsi politica delle donne. 
Io sono dunque una intellettuale che, avendo eletto la politica come luogo di creatività materiale, ha preferito non esserlo. Ma, per non essere una intellettuale in senso classico, ho dovuto spostarmi da lì, anche per poterci ritornare al momento opportuno, cioè ogni qualvolta si rendeva matura e necessaria una modificazione nei “fatti” e nelle “azioni”. Non nella teorizzazione rappresentativa, ma nella politica della vita. Ho cercato dunque di essere, sì, quella che ero in ogni momento, ma di non farmi mai cogliere di sorpresa dall’omologazione. Altrimenti ho preferito reggere il silenzio e la stasi. Ci ho provato, ci provo. 
Questo è il mio desiderio: non produrre stasi qualificanti, ma tessere percorsi vitali. 
Per far questo, dicevo, e ciò mi ha facilitato il compito, ho scelto, ed ho voluto, come ambito di vita e creatività la sperimentazione aperta della politica con le donne. E non a caso. Non c’è ambito più fecondo di possibile cambiamento, e quindi di reale pratica di creatività, del movimento delle donne. E ne dirò più avanti le ragioni. 
Tutto ciò che dirò sarà in questa luce: lo sguardo del mio essere e del mio percorso con le donne. 
Relativizzato a questo mio sguardo, il mio dire non vuole essere né definitorio, né tanto meno legato all’intellettualità classica, ma al gioco creativo dell’essere e del testimoniare. Sono convinta che ciò che apre la strada alla creatività è quel percorso di spostamenti progressivi che un soggetto mette in atto nella ricerca di identità e di un linguaggio coincidente. Lo è stato sicuramente per me. 
L’importante è che si compia, momento per momento della consapevolezza, una centratura illuminata e illuminante del sé, e soprattutto del “sentire” che “quel” momento comporta, e la congiunta e fluida capacità di esprimerla, anche solo con gesti di vita. 
Saper reggere la frammentarietà di questa percezione non come vuoto, ma come ricchezza e apertura verso nuovi spostamenti, è garanzia della possibilità soggettiva di evoluzione e cambiamento, anche nelle forme di espressione. 
La pretesa, invece, di una centratura totalizzante e complessiva del sé, nell’affermazione o nel riferimento a schemi e normative rigide, o nell’affidamento supino del sé a uno sguardo esterno, rappresenta l’argine contro la paura di mancanza o di perdita di identità e, soprattutto, l’incapacità di elaborarla. 
Su questa radicalizzazione si fonda inoltre il senso di ambigua onnipotenza con cui l’ipotetica universalità del “modello” si contrappone al senso sfuggente e fluido del limite, della parzialità, delle diversità e dei mutamenti. 
Così facendo viene cancellata di fatto la percezione reale e complessa di quel sé che si era voluto salvaguardare e non gli si riconoscono più moti vitali, soprattutto se “trasgressivi”. E proprio perché ritenuti tali, si autorizza l’universalità della norma a toglierci ogni libertà e a farci sentire in colpa per inadeguatezze e devianze. Da ciò deriva l’impedimento che ha cancellato le possibilità creative dei molti della specie umana, che ha esaltato la riconoscibilità dell’arte come “fuori norma” e, talvolta, limitrofa alla pazzia. Se il processo di ricerca si arresta e si irrigidisce in una identità statica e definitoria, la possibilità di esprimerla in gesti di creatività, diventa voce monocorde, certamente rassicurante, ma che poi si trasforma in ripetitività nevrotica e regressiva, infine in autodistruttività inconscia e morte di ogni input vitale. Questo percorso si adatta come un guanto a quello che il pensiero della civiltà patriarcale ha espresso fino ad ora. 
Alla luce di questa considerazione, voglio allora indagare la posizione dei soggetti umani che questa cultura ha espresso ed ha storicamente stabilizzati in una identificazione sessuata che li vede uomo e donna. 
Non vi è percorso più legato a un meccanismo di ricerca definitoria di identità univoca e universalizzante di quello agito dal patriarcato in secoli e secoli di definizioni, repressioni ed esclusioni. Esso ha avuto anche vissuti accidentati, conflittuali e sono proprio questi ad aver prodotto gesti di creatività forte. 
Mi autorizzo dentro questa visuale, come prodotto cioè di tale repressione, a leggerli con sospetto; come se covassero in sé, pur nelle radici liberatorie e di “rivolta” che sempre li caratterizzano, quella stessa tendenza al rendersi Unici ed escludenti, come di fatto è nella logica dell’Universalità del soggetto. Questo è stato ed è tuttora il loro fascino: qualcosa che parla di massima affermazione di creatività, là dove più feroce è la repressione della sua possibilità d’esistenza. 
A tutti coloro che da questa repressione traggono sicurezza e identità non rimane che esprimere la nostalgica, appassionata e stupefatta reverenzialità al gesto eroico della creatività, quello che parla di capacità di trasgressione, di libertà magnificente. Per contrasto. 
Nella fissità testarda del patriarcato, l’identità umana si è rappresentata nell’UNO, in un LUI uniformante, irrimediabilmente di segno maschile e depositario dell’unico valore e senso possibile. Ciò ha cancellato le donne, e ogni altra libertà. 
Le donne sono le più “disadatte” a quella fissità che non poteva che vederle lontane, data la loro esclusione. Un modello di Universale che non le contemplava e che pretendeva comunque un loro adeguarsi in negativo, era il massimo di normalizzazione della cancellazione richiesta. Nessuna donna avrebbe mai potuto godere delle “gioie” di poter essere “normale” davvero! L’unica cosa che le mancava era la consapevolezza e la fierezza di questo, perché proprio da qui poteva, ed ha potuto, prendere le mosse la sua libertà e uno sguardo aperto della creatività rispetto a tutta la specie. 
Lo scenario patriarcale ha perpetuato per secoli il genocidio più atroce nella storia, quello che ha costretto le donne in uno stato di sudditanza, di perenne inadeguatezza, di fragilità, di masochismo e di colpevolizzazione che hanno provocato la conseguente impossibilità a dare espressione di sé, e che le ha confinate nel non detto, nel non visto. Ma ciò le ha rese anche il soggetto storico più adatto a mettere in discussione l’universalità e la fissità di ogni tipo di identità imposta ed escludente al contempo dal momento che hanno vissuto in prima persona la contraddittorietà, la debolezza, l’estraneità che quel modello universale provocava in loro. 
Esse hanno saputo sopravvivere a tutto questo. E si sono costruite, in millenni di pazienti sperimentazioni, l’esperienza necessaria a rendere il movimento delle donne, nato nei nostri tempi, ma “preparato” da trame sottili mai interrotte, la più pregnante espressione della possibilità di continuo cambiamento, sviluppo e messa in crisi dell’identità che la creazione pretende per essere viva. 
Queste trame sottili oggi hanno preso corpo nella libertà femminile. 
Ogni cambiamento storico, ogni espressione politica creativa si è sempre innescata su una messa in discussione di identità impositive normalizzanti degli schemi di appartenenza, di attribuzione di valore, di potere, da cui nasceva inevitabilmente la spinta al costituirsi di identità contrappostive, che si vogliono cioè differenziare per antagonismo. (Forse anche il patriarcato a suo tempo!) 
Ma l’opposizione è l’altra faccia della normalizzazione, e come tale si riattesta. L’affermazione e la volontà di esprimersi per differenza, di agire cioè un differire reattivo, non ha nulla ha a che fare con la creatività. 
La politica delle donne ha innescato questo processo soggettivo più in termini di affermazione autonoma, di modificazione personale (la famosa politica del partire da sé) che di opposizione, con l’ampiezza e le risonanze che può avere una sempre più allargata collettività, tutta “in movimento”. 
La sua vitalità e possibilità creativa si è sempre esplicitata in continui rimandi e messe in discussione di acquisizioni, modi dell’essere e del praticare, producendo così spostamenti progressivi e mai fissità, soprattutto individuale, poiché è “la relazione con le altre” (soggetti plurali e non “modello”) il fondamento stesso di questa ricerca e di questo percorso mai pacificato. È stato un processo conoscitivo a favore del proprio desiderio, e del proprio sesso, in presenza costante delle diversità, delle disparità, delle relativizzazioni e delle parzialità, che hanno prodotto una tensione creativa esaltante e avventurosa. 
Anche il processo creativo delle donne si è innescato su una messa in discussione dell’identità (e dei ruoli ad essa collegati) impositiva, normalizzante e uniformante, con la quale il “regime patriarcale” segnava il femminile attraverso il proprio Potere e la propria Idea Universale. Aveva perciò nelle sue premesse, oltre a grandi spinte e possibilità creative per sé e per il mondo, anche tentazioni oppositive. 
Si è trattato, fin dall’inizio, di effettuare spostamenti progressivi da una identità imposta e parcellizzata nei codici rigidi di comportamento adeguati alle funzioni e ruoli richiesti, a una identificazione autonoma e progressiva di sé. Questo lavoro attuava dunque, da una parte, una ricostruzione e focalizzazione autocentrata sui vissuti e i dati delle identità in possesso, e dall’altra assestamenti, spostamenti, e progettualità dinamiche. 
È stato un processo ricco e straordinario, e può continuare ad esserlo, se non subirà un arresto nel definirsi “teorico” di una appartenenza ed identità fissa, intesa come contraltare di una unica alterità da cui si “differisce”. 
Questo a mio avviso significherebbe riaprire la possibilità di identità dipendenti e non autonome da modelli universalizzanti, e in più legate alla seduttività coatta della dualità rigida, con relativa rimessa in campo di relazioni di potere, di esclusioni e illibertà. 
Alcune fasi hanno caratterizzato il percorso politico delle donne: la partenza per tutte è stato il prendere atto e consapevolezza di sé, del proprio modo di essere e di percepirsi in un contesto dove, tra il “privato” della propria esperienza ed il “pubblico” dell’ambito culturale e strutturale complessivo, non vi erano solo nessi significativi, ma coincidenza di linguaggio e aderenza simbolica ben precisa. 
Da questa constatazione dell’essere così come il contesto culturale ha imposto e condizionato per ciascuna, è nata la volontà di ricercare ed esprimere una propria autonomia in termini di modificazioni non solo personali, ma complessive, sociali attraverso quella che si chiamò politica del desiderio. 
La sua gestione in prima persona ha comportato la valorizzazione dell’essere donne e delle relazioni tra donne, in quanto base portante, e inderogabile, di vissuti di contenuto nuovo e aderente al sé delle donne, da elaborare singolarmente e insieme. 
Non è stato semplice riuscire a percepire e far emergere il proprio desiderio autonomo, costretto com’era a coniugarsi nelle contraddizioni tra antiche e ambigue rappresentazioni di sé e nuovi avvistamenti. Il separatismo, una focalizzazione estrema su di sé e le altre, fuori da sguardi e visibilità scontate, forzate in un unica alterità oppositiva e perciò devianti, ha dato spazio di libertà estrema alla creatività del possibile per noi. 
In questo contesto si sono sviluppate libertà di esistenza e differenze soggettive che sconfermavano l’apparente omogeneizzazione basata sull’uguaglianza; quell’uguaglianza che aveva continuato a rappresentare per tutte l’ultima possibilità di rassicurazione rispetto all’ampiezza della messa in discussione di regole, riferimenti, modi e linguaggi. Questa rassicurazione esorcizzava infatti la paura di perdita di identità, di salto nell’ignoto che quella sperimentazione pretendeva da ciascuna, ma, al contempo, la rendeva percorribile. 
La creatività che ciò aveva comportato ripagava certo di questo rischio, ma non abbastanza di fronte a stasi, difficoltà, incertezze di cui il percorso era disseminato. 
Per gestire o giustificare queste paure, queste diversità, queste disparità conflittuali, nascono allora “strumenti” quali: l’analisi dell’inconscio, l’affidamento ed ora la mediazione. O nominazioni autorevoli: come la madre simbolica – l’autorità femminile. 
Lo strumento e la nominazione, nella loro funzione di punto fermo, di insieme di regole, di “ricetta” rassicurante, hanno poco per volta attenuato e poi sostituito la spinta e la mobilità creativa e, prendendone il posto, ne hanno a mio avviso deragliato e occultato il senso eversivo. Rischiando a tuttora di instaurare, al posto del precedente percorso creativo, quello di una “integrazione” all’esistente che, nel suo essere vissuta come attiva e possibilmente vincente, è rassicurante e perfino entusiasta. 
La volontà inoltre di sistematizzazione filosofica e teorica “della differenza” in una rieditata universalità anche per la donna, oltre al desiderio di valorizzazione e identificazione forte del soggetto, parla a mio avviso anche di argine a quella paura di identità vissuta come fragile, se non è “autorizzata” e precisata; argine alle diversità che possono sconfermarla. 
Si è radicalizzata così la differenza (la seconda come la prima) e si rischia di oscurare, anche entro il nuovo sguardo aperto dalle donne, quelle contraddizioni che rendono possibili percorsi di reale libertà e responsabilità soggettiva nella parzialità e frammentarietà. 
L’individuazione e nominazione della “differenza” in due soggetti ontologici, filosofici e simbolici fissi, oltre a “intellettualizzare” dei dati di realtà dinamici e creativamente elaborabili, ha radicalizzato nel Due, invece che nell’Uno, il modello di riferimento. Un modello che si definisce per differenza è “sottilmente” oppositivo, e massicciamente nuovamente normativo. Ed esclude ogni tipo di libera variante… 
L’identità femminile sembra dunque conquistata e messa al mondo. 
Ma proprio in questo, dicevo, ho iniziato a percepire una specie di alterazione e di capovolgimento degli intenti e dei modi dell’essere creativo delle donne. Alcune parole chiave che “dicono” del progetto e del percorso attuato, mi danno la possibilità di tentarne una lettura critica. 
Parole chiave Parole che fanno da argine 
Il privato è politico Realismo (singolarità nella polis) (l’esterno nella singolarità, agio nel mondo) 
Dalla consapevolezza che è il soggetto a incarnare e perciò a determinare di conseguenza il senso stesso della propria politica e della sua messa in atto, si è passate a enfatizzare i “dati di fatto” dell’esistente, accogliendoli entro la soggettività come campo privilegiato di investimento ed azione. La contrattazione al posto della creazione per rendere agevole (?) l’integrazione. 
Politica del partire da sé; Affidamento (responsabilizzazione) 
Sempre per agevolare il cammino, anche entro il percorso di elaborazione della propria soggettività, viene proposto uno spostamento esterno, un “esempio” da scegliere (su basi certamente soggettive, ma quanto libere e creatrici di possibilità davvero autonome?), a cui fare riferimento come “modello”. Un adeguarsi e un riconoscersi in un desiderio altrui, ad alto livello, in cui la delega appiattisce la responsabilità della scelta, la messa a rischio e in gioco della identità del soggetto. 
Sostituita dal “modello” la carica creativa passa in secondo piano. Partire da sé attraverso l’altra? 
Politica del desiderio Teoria della differenza (singolarità creativa) (Astrattezza universalizzante) 
Nella costruzione, ricerca e mobilità di espressione del desiderio e dell’identità del soggetto si inserisce un codice rigido di appartenenza, con tutto il suo corollario di caratteristiche, di specificità contrappositive e universalizzanti nei confronti dell’Altra altrettanto statica (e “realisticamente” storica) differenza. 
Autonomia; Mediazione (autogestione, creatività (Visibilità nel autoreferenziale), autoreferenziale, mondo, contrattata, ricercata all’esterno dall’Altro) 
Dalla libertà soggettiva di ogni tipo di diversità – agita nelle relazioni personali e collettive – per ricercare modi di costruzione del mondo, si passa, come conseguenza dell’essere quei “ben precisati” DUE della specie, alla inderogabile necessità di contrattazione e mediazione con quell’Unica, Privilegiata, conflittuale, Immodificabile alterità. Dalla centralità creativa alla dipendenza coatta. 
Autorevolezza; Autorità femminile (valore creativo mobile) (valore definitorio) 
Il valore e la forza propulsiva data all’agire politico, che l’auto-centratura creatrice di ogni singola metteva in campo nelle relazioni dinamiche di un tempo, e che venivano subito percepite e riconosciute con naturalezza, sono stati sostituiti da forme divenute “rappresentative” e quasi istituzionalizzate del sapere. Forme del sapere che poco hanno a che vedere con un agire politico dinamico e “di movimento”, poiché spesso si incarnano esclusivamente in personalità di rilievo sulla scena del mondo, lontane da un reale politica di relazione, in una fissità modificabile solo per sostituzione. 
Ma soprattutto, e comunque si intenda tale termine, l’immagine dell’Autorità femminile venuta alla ribalta è frutto di un “femminile” drastico e misterioso al contempo, non mai abbastanza davvero autorevole e creativo per ciascuna perché non mai abbastanza libero da autorità di riferimento. 
Non più attenzione alla creatività, ma ricerca di autorizzazione. 
Riconoscimento della potenza materna; Potere di vincere; potere di elargirla 
Da una sacrosanta rivalutazione della figura della Madre, storicamente esclusa dal potere del Patriarcato, si è passate all’esaltazione della potenza Materna. Usufruendo degli stessi codici rappresentativi e obsoleti della spartizione, della dipendenza e conflittualità, che un potere legato a una rigida “bisessuazione a fini esclusivamente riproduttivi” mette in campo, si è affermata e desiderata la possibilità di rientrare vittoriosamente (e seduttivamente) nel gioco. Si è portata al mercato del Due la propria autonomia da quel gioco di potere e la libertà e creatività che questo comporta. 
Le Donne, e le loro libere soggettività, sfumano nuovamente dietro e dentro la rieditata eterosessualità conciliante delle Madri. Concilianti perché ora possibilmente vincenti al nuovo, ed antichissimo, mercato del Due. 
Quest’analisi da me attuata “sul campo”, e basata su grandi preoccupazioni che la pratica reale (e non quella teorica) agita dalle donne attorno a me mi suscitavano, mi ha trovata da ormai più di sette anni a intraprendere un percorso che nel contesto italiano si poteva, e si può tuttora, definire “eretico” rispetto a saperi e convincimenti ormai istituzionalizzati. 
Un percorso che mi ha vista ipotizzare, in vari articoli apparsi nella rivista «Fluttuaria», e nelle discussioni con le mie compagne nei vari gruppi di lavoro che si svolgono al Cicip, un possibile “superamento delle differenze”, partendo in primis dalla dualità rigida e universalizzante della sessuazione. 
Ora, tutte noi siamo giunte a conoscenza che questo nuovo sguardo stava prendendo consistenza anche altrove, attraverso l’elaborazione e le voci di altre donne. I contesti in cui esse hanno maturato sono molto diversi dal mio, e, data la mia esperienza di inascolto e non riconoscimento, certamente più liberi, attenti e diffusi. Mi riferisco a Teresa De Lauretis, a Donna Haraway, a Rosi Braidotti, ad Anna Camaiti … Tutte donne con le quali finalmente posso ora sentirmi in sintonia, pur nella diversità dei percorsi e delle nostre “sfumature” entro intendimenti apparentemente simili. 
Per me, ad esempio, questo nuovo sguardo non è stato puro esercizio filosofico, ma soprattutto “necessità” politica. Da una parte, di modificare l’agire delle donne entro quella logica seduttiva che la dualità ha rimesso in campo inevitabilmente, poiché ha restaurato il Potere dell’Alterità per eccellenza, cioè quella univoca, coatta e riducente della sessuazione a scopi riproduttivi. E, dall’altra, di smascherare “il sogno del vincitore” che ha contaminato la loro politica. 
Detto questo ho anche la percezione che le donne, grazie a un percorso storico che le ha rese “avvertite” contro ogni omologazione ed “esperte” in ricerca eterodossa di libertà, stiano mettendo al mondo, anche entro le proprie definizioni omologanti, conflittualità e grandi resistenze proprio nel cuore delle loro stesse relazioni e della politica delle donne. 
Conflittualità e resistenze che comportano al momento dolori e depressioni, anche profonde, e che non possono essere lette solo come risultato di una fine del patriarcato “nominata” e che ci lascia per altro sprovviste di soluzioni reali e concrete. Queste ultime del resto non costituiscono più il campo di indagine e costruzione delle donne. Esse hanno preferito prendersi cura delle strutture che già c’erano (interpretate come “il mondo unico” della dualità) introducendosi in esse come elementi di modificazione. Un processo di “integrazione”, dunque, che dovrebbe superare ogni vissuto puramente emancipatorio e sconfermare definitivamente l’omologazione all’esistente. Ma, per attuare questa opera di integrazione dei “valori” e modi del “femminile” entro quel mondo unico che li aveva cancellati ed esclusi, le donne avrebbero dovuto contrattare proprio con quell’esistente; avrebbero dovuto mediare con l’Altro e l’altra politica, rendendosene perciò dipendenti (come la logica del due pretende). E il progetto di “propria” modificazione e di creatività passa in secondo piano. Lo scopo principale dell’agire è fuori di sé, alla ricerca di “visibilità”, riconoscimento, mediazione a senso unico. 
Ma la cosiddetta “fine del patriarcato” (se fosse vera) le ha colte di sorpresa! L’interlocutore “preferito” non può più rispondere. Non è più “adeguato” alla differenza che si pretende rappresenti!? Non è più nemmeno competitivo e creativo, solo graniticamente ripetitivo e inutile. Lo dimostra il fallimento della pratica di mediazione che si è voluta instaurare nei suoi confronti. Essa, quando non viene ripagata con una assordante sordità, sembra in sporadici casi produrre risultati puramente seduttivi, in altri ripetitività banalizzanti e appiccicaticce, senza “corpo”. 
Anche se ogni interlocutore “preferito” avesse la capacità di farsi sedurre e l’intelligenza di capire e convincersi, mancherebbe a se stesso, essendo privo di un proprio percorso reale e consapevole. Gli manca sostanzialmente quel lungo percorso di insicurezza esperienziale che le donne hanno vissuto per necessità, e che non può essere colmato se non da uguale “necessità”: quella di dover mettere in discussione e a rischio la propria identità, anche quella storica e culturale, per sondare nuovi spazi di creatività. Scegliendo consapevolmente di partire da sé e dai propri vissuti culturalmente coatti per poterli modificare. Ma ciò non può avvenire se le donne per prime non metteranno in discussione la propria differenza. 
Per tutto questo, dunque, penso che le donne dovranno intraprendere una nuova messa in discussione non solo della propria identità e di un percorso di mediazione con quella dell’Altro, ma anche della propria appartenenza a una differenza che, come è stata teoricamente ridefinita nel Due, non ha nella sua pratica – e nella pratica col mondo, con l’Altro – modi e vitalità tali da essere davvero libera progettualmente. E, soprattutto capace di rendere libera ogni differenza (comprese quelle, plurali, dell’attuale “Altro”), in modo che ognuna diventi responsabile della propria pratica di parzialità, fuori da norme costrittive e drasticamente oppositive come quelle affermate e incarnate in un Due troppo unico e universale (o Dueversale!) per essere realmente liberatorio di qualcosa. 
Secondo me, perché questo avvenga bisogna consentirsi critiche e auto-critiche vitali e sostanziali non solo alla “teoria e alla pratica della differenza”, ma al merito e alla concretezza stessa della differenza. Per poter evidenziare a tutti quell’avvistamento di libertà soggettiva che ogni parzialità consente, e per poter riavviare quel percorso creativo che la politica delle donne ha messo al mondo, e che tutti possono intraprendere responsabilmente, senza discriminanti di appartenenza e di esclusione aprioristiche. Con il senso del limite e la modestia dovuta: dovuta all’aver saputo riconoscere a quella che io ho sempre chiamata la mater/ia del mondo, l’origine, l’appartenenza e la possibilità di esistenza di ogni tipo di percorso e di differenza. Ancor prima di averle decise, catalogate, imposte od escluse, per tutti e per ciascuno. 
Soprattutto, senza arrogarsi il diritto di incarnare o possedere in proprio quella materia del mondo, quella che contempla ogni differenza e la rende possibile e necessaria. Ognuno si prenda l’onere e la responsabilità del proprio percorso di riconoscimento (e non di appropriazione) di quella materia. Da qualsiasi versante del Due ci si sia trovati, e più o meno costretti culturalmente e storicamente a partire. 
Scelta e consapevolezza di percorsi dunque (e non appartenenze a identità definitorie), in cui si riconoscano esistenza e creatività a ogni possibile soggettività della specie umana; basta che questa si esprima nella sua specifica parzialità e se ne prenda carico responsabilmente, nei confronti propri e delle altrui differenze. 
Le donne hanno scelto, individuato e conquistato il proprio percorso. 
Esso non è esportabile in campo avverso, non è donabile astrattamente a chi non può che esserne estraneo, non avendolo attraversato. La politica dell’esperienza, i nostri percorsi di presa di coscienza e modificazione ce lo hanno insegnato e dimostrato ampiamente. 
La supponenza di possedere la materia del mondo le fa torto… Da qualsiasi versante del Due prenda corpo! Perché è nel Due che la supponenza prende corpo e crea antagonismi biechi, più o meno sottaciuti a scopo di potere, e giustificati da un’evidenza biologica che, da parte sua, non potrebbe essere più innocente e perfino poco interessante. 
La creatività messa in campo da percorsi di identità non definitorie, e non la fissità e il conflitto duale (che dietro la “grande mediazione” cela dipendenza, seduzione, sogno del vincitore e di potere), può dare nuovo corso e senso a una cultura della specie davvero altra. La cultura della creatività in movimento, quella che le donne (e non le Madri) hanno aperto. 
 
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