ATTI / “Memoria collettiva,Memoria femminista” – Sabato Mattina

15 Dicembre 2012 – Incontro Nazionale Separato 
“Memoria collettiva, memoria femminista”
 
SABATO MATTINA
Trasmissione della memoria
 
Introduzione
“Mi ricordo che ai miei tempi……memoria femminista da tramandare”
Noemi Fuscà
 
Questo incontro mi ha dato la possibilità di riflettere sia in quanto storica e che in quanto femminista sulla memoria; abbiamo deciso di chiamare questo incontro memoria collettiva e memoria femminista perché rappresentano allo stesso modo importanti punti di vista: collettiva in quanto la Storia, quella con la S non è una storia individuale ma è la rappresentazione delle esperienze dei processi sociali di un dato periodo e di una specifica o generica comunità. Memoria femminista come recupero di un vissuto politico che oramai si è sussunto con un movimento socialdemocratico ma che per noi non è rappresentabile assolutamente da quelle donne. La memoria femminista si è interrotta, a mio avviso non si è saputo trasmettere alle generazioni nate dagli anni 80 in poi un senso di appartenenza al femminismo.Questa non è solo responsabilità delle compagne ma di un periodo storico particolarmente buio in cui il Potere ha completamente omesso, pacificato e secretato nelle forme più disparate l’attivazione femminista rendendola mera espressione di donne isteriche e pelose. Poco nelle scuole e nei miei studi, sono state le volte in cui ho avuto la possibilità di studiare storiografia di stampo femminista o uno sguardo alla storia delle donne.
Che poi c’è differenza tra genere e storia delle donne e sono convinta di non doverne spiegare in questa sede la differenza, ma siamo sicure che sia di dominio collettivo? Non credo.
Riappropriarci di questa memoria per noi è fondamentale.
Le donne nella storia compaiono certo, ma come regine, imperatrici o concubine; donne del focolaio oppure per arrivare in tempi più vicini come suffragette e poi angeli del ciclostile. Ovviamente il mio è un salto temporale enorme ma che vuole solo dare uno sguardo alla storia e a come fino ad oggi, a parte rari casi, si è affrontata la storia come narrazione di eventi e fatti. Con gli Annales negli anni 20 del XX sec si è cominciato a dare una lettura storiografica più completa che mettesse a confronto più punti di vista più studi e approcci da quello storico a quello sociologico per esempio.
La memoria è un elemento essenziale per la lotta perché riempie i contenuti di storicità e di consapevolezza.
Per troppo tempo l’unica rappresentazione del genere è stato legata ai ruoli, ma la condizione in cui le donne sono state costrette dal potere va scardinata anche in un ragionamento storico. Abbiamo avuto un ruolo importante nella storia e non solo perché come spesso si recita: “Dietro ogni uomo c’è una grande donna” tra l’altro questo principio è usato molto spesso anche ai nostri tempi per descrivere le first ladies (che ovviamente non ci rappresentano ma connotano l’ideale di donna che il patriarcato vorrebbe al suo fianco).
Esistono storiche che raccontino la nostra storia? si, ci sono ci sono state molte compagne che nel loro tempo hanno dato una lettura di genere alla storiografia, ma non sono facilmente reperibili, bisogna avere un importante interesse da ricercatrice per scovare tutte queste informazioni. Esistono. Però dovremmo raccontare le loro storie. Penso spesso a Kollontaj o de Beauvoir ma ce ne sono tantissime altre e che vengono pubblicizzate da chi non vuole si faccia troppa polemica.
La storia che ci hanno sempre trasmesso è una storia al maschile, che ci rinchiude all’interno delle case o dei palazzi. Dobbiamo riappropriarci della Storia perché vissuta dalle donne, è da loro che molti cambiamenti hanno preso vita. Solo l’anno scorso all’università mi è capitato di poter frequentare dei corsi sulla storia di donne; spesso purtroppo tenuti da prof che sono vicine a snoq; comunque mi ha dato l’opportunità di indagare storiograficamente dei periodi attraverso la mia lettura di genere. Ho anche frequentato corsi per es. sull’islam e ho cercato di capire la definizione di femminismo islamico, definizione coniata da Margot Badran. Vediamo allora le cose attraverso un’ ottica post-colonialista? In quei casi ho riscontrato come storica e compagna femminista due problemi: io ho un’ opinione formata sul genere e questo non va d’accordo con il sistema universitario; due: l’università come tutte le istituzioni vuole un livello di accademicità che non sempre, secondo me, può essere legato alla trasmissione della conoscenza e memoria femminista, insomma se scrivo una tesi concordo anche io sullo studio accurato delle fonti ma se devo trasmettere dei contenuti non posso pretendere che solo ,perché sono all’interno di una struttura gerarchica, io debba dare un peso accademico al femminismo. Non ce n’è bisogno. Sarebbe come giustificare il femminismo con l’emancipazionismo.
Parliamo anche dell’emancipazionismo, unico argomento che sporadicamente si può trovare trattato in libro di storia; dobbiamo connotarlo e contestualizzarlo.
Un’ emancipazionista del XIX sec. non corrisponde ad un’ emacipazionista del XX , nè tantomeno ad una del XXI. Non voglio che la nostra storia si guadagni un posto nell’accademia solo perché si da un tono, è già importante, dobbiamo solo trasmettercela, dobbiamo riprenderci la storia e comunicarla alle altre generazioni. Dobbiamo dotarci di strumenti critici e di analisi.
La storia non deve essere solo uno strumento per chi la studia, ma deve essere assolutamente uno strumento fruibile e al servizio delle nostre lotte, dobbiamo connotarla politicamente, smettere di avere una visione storicizzata ed acritica pensando tanto è lontano quindi non mi tocca. Ci hanno toccato tutte nella storia e ancora oggi e noi dobbiamo rispondere con ogni mezzo che siano pietre o studi di genere.
 
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“Ricordare/trasformare/uscire da qui.”
Elisabetta Teghil
 
L’esperienza passata condiziona quella futura, per questo è necessario conquistare una memoria autonoma e collettiva del movimento femminista.
La memoria è l’occasione per produrre nuove possibilità e dare un senso agli eventi presenti e futuri.
Il femminismo è nato dalla prassi consapevole di soggetti che intendevano liberarsi e la liberazione di noi tutte è il programma del passato, del presente e del futuro.
Compagna e femminista ancora ieri provocavano vibrazioni che penetravano fin dentro gli abissi del disagio e della solitudine che, pure, c’erano anche allora.
Una generazione, per anni, si è riconosciuta chiamandosi femminista e la parola suggellava un patto di appartenenza  e solidarietà difficilmente verbalizzabile proprio per la ricchezza della sua estensibilità.
Ma, se sono le parole a fare le cose, disfare quelle parole che sono, allo stesso tempo, categorie di rappresentazione e strumento di mobilitazione ha contribuito alla smobilitazione  di quello che, un tempo, si chiamava femminismo.
Il femminismo, oggi, viene percepito nel comune sentire come qualcosa di opportunistico, con connotazioni negative e corporative, con lo stesso meccanismo con cui la sinistra socialdemocratica ha consegnato i giovani della periferia al fascismo.
La grande vittoria del patriarcato è di aver stravolto il carattere originario e originale del femminismo e lo ha fatto attraverso la componente socialdemocratica.
E la vittoria della componente socialdemocratica  è passata attraverso l’area della comunicazione sociale, attraverso la produzione di falsificazioni, la manipolazione e l’intossicazione della memoria femminista con il controllo preventivo e la condanna dei comportamenti potenzialmente antagonistici.
Il femminismo è scardinamento dei ruoli e, proprio perché il personale è politico, è scardinamento dell’organizzazione sessuata della società.
Ma, dato che nessun ambito sociale vive di sé e per sé, è scardinamento e rifiuto dei ruoli organizzativi della società tutta.
La socialdemocrazia è impostata per conservare, mentre il femminismo è un programma che fa della memoria uno strumento di consapevolezza e di forza per uscire da questa società.
Il nostro impegno è piccolo e grande allo stesso tempo e non è merce di contrattazione.
L’obiettivo è la nostra liberazione.
L’inganno parte dall’idea, volutamente falsificata, che questa società abbia nel DNA la possibilità di potersi rinnovare e che il patriarcato sia qualcosa di altro rispetto all’involucro capitalista in cui in questa stagione si perpetua.
Ma può esistere il patriarcato senza capitalismo, ma non può esistere il capitalismo senza patriarcato.
La messa in discussione dell’organizzazione sessuata, mette necessariamente in discussione l’organizzazione gerarchica,  autoritaria, verticistica, da cui, il patriarcato per un verso ed il capitale per un altro, non possono prescindere.
Da qui la bugia, che la memoria manipolata ci trasmette, che i  così detti “miglioramenti” che le donne hanno ottenuto in questi anni, siano stati ottenuti nella contrattazione con le Istituzioni, mentre, un esempio per tutti, le conquiste degli anni ’70 non hanno niente a che fare con il rapporto con le Istituzioni, bensì sono la risposta delle Istituzioni per inglobare  ed anestetizzare le lotte del movimento femminista e ridurle in un ambito normato.
Negli anni ’70, tutti i partiti, escluso il Partito Radicale, erano inizialmente contrari sia al divorzio che all’aborto e il parlamento, nella sua quasi totalità, era contrario all’uno e all’altro.
A conferma di quanto ricorda Christine Delphy “ Ottenere nuove leggi non era la preoccupazione principale del Mfl. Il suo scopo era più ambizioso, più utopico. Le leggi sono state il positivo sottoprodotto di un lavoro gratuito, privo di finalità concrete immediate, come la ricerca di base. E se un sottoprodotto è nato, è anche perché non era lo scopo ultimo, o piuttosto perché si mirava più in alto. Questa ambizione “irrealistica”- che si permetteva di mettere tra parentesi la realizzazione immediata- ha prodotto un tale slancio, che alcune cose sono state poi ottenute in concreto.”
Non è trasfigurando le istituzioni che migliora la nostra condizione di genere oppresso, ma attraverso la capacità di abbattere le costruite differenze tra il maschile e il femminile, smascherando la pretesa di trasformare la storia in natura e l’arbitrio culturale e politico in naturale.
L’approccio socialdemocratico  ha sostituito il concetto stesso di lotta politica con quello di delega, ha lavorato in modo che il patriarcato e le strutture patriarcali fossero percepite come qualcosa di esterno, di altro, di sovrapposto rispetto a questa società e si è risolto nella promozione individuale di alcune a scapito della stragrande maggioranza delle donne tutte, trasformando il femminismo in un arcipelago di associazioni di categoria abilitate dalla controparte a parlare a nome delle donne, nella misura in cui le stesse si sono appiattite e hanno aderito ai valori e agli interessi patriarcali.
E’ lo stesso approccio con cui le Ong e le Onlus affrontano il dramma del terzo mondo, dove non denunciano le guerre neocoloniali, non mettono in discussione la depredazione delle ricchezze di quei popoli, ma portano aiuti umanitari.
Ma quelli che fanno le guerre neocoloniali e a vario titolo partecipano, compresi gli stuoli di Ong e Onlus, forma attuale dei missionari di vecchia memoria, sono, al di là delle belle parole, contro i popoli del terzo mondo, così come le socialdemocratiche e riformiste sono, al di là delle belle parole, contro le donne ed il femminismo.
Da qui, l’oblio e la “damnatio” di tutti quei collettivi e gruppi femministi che hanno fatto scelte di azione “violenta”, per usare un termine semplicistico e corrente, e armata nei confronti del patriarcato.
La teoria della non-violenza è una modalità del marketing, un vero e proprio strumento di controllo sociale e come il marketing non ha la funzione di liberare il tempo individuale, ma, al contrario, di controllarlo per massificarlo al massimo, così la non-violenza è lo strumento di una nuova servitù volontaria.
E, infatti, i termini rivoluzione e ribellione, sono diventati per le componenti femminili socialdemocratiche alla stregua di un marchio commerciale con cui fare marketing e pubblicità. Questa epidemia di ribellione non impressiona né il capitale né le sue articolazioni repressive.
Non contente, tutte queste ribelli, si autorappresentano come “scomode” per questa società. E, buon ultimo, si definiscono “disubbidienti”. E usano  il meccanismo del capitalismo mediatico.
Tutto si risolve nell’ “épater les bourgeois”.
Dobbiamo avere chiavi di lettura per distinguere tutte costoro dalle vere ribelli, disubbidienti e scomode?
Non ce n’è bisogno ,questo già lo fa per noi il patriarcato.
Quelle di cui abbiamo parlato, hanno i riflettori puntati su di loro, se ne parla, vengono intervistate, vengono ospitate di qua e di là.
Le altre ,quelle che lo sono veramente, sono avvolte dal silenzio e dall’oblio e, quando “esagerano”, vengono stigmatizzate, demonizzate, represse..
Contemporaneamente, il tabù del sesso viene largamente sfruttato da quando si è scoperta la correlazione e il legame tra desiderio sessuale e  pratiche sessuali non usuali e malinteso concetto di rivoluzione e liberazione.
Allo stesso tempo, resta fermo lo stereotipo della donna che è oggetto di piacere o soggetto domestico che, anche quando è emancipata e lavora fuori casa, è lei stessa che sorveglia la sua abbronzatura, l’odore delle sue ascelle, i riflessi dei suoi capelli, la linea del suo reggiseno o il colore delle sue calze.
Vestire casual, comprare nei negozi equo-solidali, fare sesso fuori dal coro e dichiarare  la “rivoluzione necessaria”, non assolve nessuna.
Facciamo pure quello che ci pare, perché quello che ci piace , proprio perché ci piace, è buono, ma lo è, naturalmente, per noi che lo facciamo e ci piace, ma non parliamo, per  favore, di libertà, di rivoluzione, di cambiamento della società.
Questa configurazione sociale si caratterizza nella preminenza progressiva della merce su ogni altro elemento e nella mercificazione di tutti i rapporti, compresi quelli sociali e affettivi, nella cultura che viene ridotta a mode che si susseguono, con l’apparire esibizionistico che prende il posto dell’autonomia individuale, nell’appiattimento della storia stessa sull’evento immediato e l’informazione istantanea, nella fuga dal conflitto sociale e nella disaffezione dalla politica, nella strumentalizzazione delle lotte di liberazione e delle diversità.
Allora diventa urgente smascherare e denunciare il ruolo di missionarie del verbo patriarcale che le socialdemocratiche/riformiste assolvono, per recuperare lo spirito del femminismo che è antagonista e liberatorio, che vuole lo scardinamento dei ruoli e delle dinamiche di oppressione comprese quelle delle donne contro le donne.
Perché la visione, la lettura, la speranza di un cambiamento totale di questo mondo non è mai venuta meno.
L’ideologia neoliberista, forma compiuta ed attuale del divenire del capitale, non vuole la liberazione degli esseri umani, ma pretende, addirittura, la fine di ogni forma simbolica a vantaggio esclusivo del valore mercantile.
La violenza del neoliberismo si manifesta nella sua pretesa di vietare ogni forma di conflitto, di differenza e di declinare tutto nel suo interesse e di sacrificare tutto alla sua conservazione ed autoespansione.
Le singolarità e i corpi non ubbidiscono a giudizi di valore a prescindere, possono rendersi complici della missione di sottomettere  con ogni mezzo le molteplici culture, diversità e inclinazioni o rifiutarsi di piegarsi al pensiero unico e dominante  senza neanche essere, a loro volta, un contropensiero unico, inventando il proprio gioco, le proprie regole del gioco, conservando un’irriducibile alterità e, in questo, realizzandosi.
 
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“Interrogarsi camminando: la nostra pratica e alcune domande sul femminismo”
Le 2511 – Milano
 
Ciao a tutte,
grazie di averci invitate, purtroppo non possiamo esserci fisicamente. Capiamo che un intervento a distanza risulti noioso. Per brevità diremo solo qualcosa che speriamo utile al dibattito, molto ci sarebbe da dire, ma  non vogliamo appesantire l’ascolto.
Ci siamo scontrate nell’ultimo anno con situazioni che ci hanno permesso di forzare alcuni nostri limiti e certezze, le sovrastrutture che ci portavamo dietro. Ed è su questo che vorremmo confrontarci.  Speriamo che questa nostra condivisione, tra difficoltà e opportunità che ci si sono presentate, risulti utile al dibattito di questo pomeriggio.
Siamo un collettivo femminista. Tra di noi ci sono molte generazioni, con diverse storie politiche. Nel nostro agire di gruppo non ci siamo confrontate sul passato ma sulle difficoltà del presente e sulle pratiche da inventare. E solo in quel momento ciascuna rivedeva in modo critico le esperienze trascorse e sentiva l’esigenza di trovare un agire collettivo a partire dalle proprie incertezze.
Il gruppo è nato dopo che alcune di noi si sono trovate il 25 novembre 2009  intorno allo striscione “Nei Cie la polizia  stupra”, che faceva emergere la violenza taciuta, in un luogo reale ma dimenticato, di corpi senza nomi, o in attesa che le istituzioni gliene attribuissero uno. All’inizio abbiamo adottato un metodo, il workshop, anche per conoscerci,  non raccontandoci per esempio la nostra militanza femminista, ma confrontandoci sui nessi fra le nostre vite e la presenza dei Cie in città.
Partire dai Cie, da una   questione non prettamente di genere,  ci ha un po’ costretto a percorrere strade rispetto alle quali non avevamo certezze sulle possibili pratiche da agire.  Volevamo affrontare le politiche migratorie e anche cercare la relazione con donne migranti. Una di noi, nei suoi viaggi in Tunisia aveva incontrato le madri e le famiglie dei tunisini dispersi e ci ha parlato della lotta che stavano portando avanti.
Ci siamo avvicinate a questa lotta con  cautela,  ricercando anche una relazione con donne tunisine in Italia.
Occuparsi di qualcosa che non fosse prettamente di genere, che coinvolgesse prevalentemente uomini, ha portato alcune di noi ad allontanarsi. Questo ci ha però  costretto ad interrogarci ed ci ha aiutato a  decostruire  tutte quelle sovrastrutture, quel “si deve fare così”, che un po’ ci bloccavano nel percorso, rinchiudendoci nostro malgrado tra le quattro mura che ospitavano le riunioni o i binari metaforici che in qualche modo ci avevano guidato fin lì e nelle nostre esperienze pregresse  di “femminismi”.
Abbiamo assunto un problema, abbiamo scelto in modo molto chiaro di non “occuparci di” qualcosa o qualcuno, di non cadere nell’assistenzialismo e abbiamo cercato in tutti i modi di evitare di essere le “occidentali liberate” che insegnano la vita alle  “migranti represse”. Ci siamo relazionate con le madri, rispettando modi, tempi e necessità, che erano ovviamente diverse dalle nostre, a volte difficilmente comprensibili, ma che avevano, lo riconoscevamo, una matrice comune, la volontà di difendere il proprio diritto alla vita, alla salute, alla scelta. Con loro abbiamo ricercato una strada, lanciando l’appello sulle impronte, e anche qui c’è stato un dibattito fra di noi, perché questa richiesta comportava riconoscere un dispositivo – quello delle impronte – che noi abbiamo sempre combattuto.
Il bisogno di risposte delle madri ci ha tolto il velo  che un po’ confonde radicalità e antagonismo. Perché queste donne non sono antagoniste, certo, ma agiscono la radicalità di chi affronta una lotta che ha a che fare con la vita.
Cosa c’è di femminista, ci siamo chieste, nell’occuparsi di uomini dispersi in mare? Nulla forse, detto così.. Sicuramente però c’è molto di femminista nel portare il nostro sguardo, il metodo e l’approccio, l’ascolto e la condivisione del dolore non commiserante con queste donne, che avrebbero comunque condotto la loro battaglia tenace e silenziata.  C’è di femminista la volontà di portare lo sguardo che riconosce il dolore e la sua possibilità politica. C’è di femminista il voler incontrare e confrontarsi con donne diverse da noi, il cercare di creare relazioni, pensiero e azione.
Perché sono i nostri occhi a vedere femminista e troviamo riduttivo, auto-riduttivo, “occuparsi” solo di cose di genere. E’ difficile, certo, a volte ci guardiamo e scopriamo, qualunque sia la nostra età, di essere sguarnite di strumenti, di doverci proprio inventare la strada, a volte cadiamo in impasse dai quali riusciamo a cavarci fuori solo ricordandoci che la radicalità è anche altro. Anche sperimentare, anche sbagliare.
Non vogliamo far apparire tutto semplice:  ci sono stati momenti di sparpaglìo, perché conduciamo vite complicate, chi per questioni lavorative, chi familiari, chi logistiche, però abbiamo sempre cercato di mettere avanti un discorso comune, senza tirarci a vicenda, senza rimproverare assenze o defezioni volontarie, sempre con la porta aperta a chi c’è, ci impegniamo a essere sempre benvenute l’un l’altra. Le tensioni ci sono, a volte, ma cerchiamo di ricomporle senza giudicarci a vicenda, ma provando a capirci un po’, senza colpevolizzare. E così facciamo tra di noi, e identicamente è stato con le madri tunisine, che non sono certo donne antagoniste o “liberate” nel senso occidentale del termine,  ma a noi che ci frega del senso occidentale e di un’idea di antagonismo precostituita? Loro mettono in pratica una radicalità quasi etimologica, propria di ciò che sta alle radici, alla base, e come tale riguarda tutte. E’ chiaro che magari un domani non potremo con le stesse donne parlare di altri argomenti, per esempio del diritto all’interruzione di gravidanza, ma siamo certe che, come noi abbiamo imparato da loro, loro pure hanno imparato qualcosa da noi, c’è stato scambio.
In questi giorni ci stiamo cautamente avvicinando a ciò che accade a Taranto. Taranto è il paradigma di un problema che è molto più che meramente ambientale, e dilania le vite e come donne ci riguarda, eccome. Anche questa come quella sul mediterraneo è una lotta radicale perché non possono esistere mediazioni o negoziazioni di sorta di fronte ad un sistema che si arroga il diritto di scegliere chi deve vivere e chi morire. Anche lì il comitato è prevalentemente maschile, maschili le parole. E le donne? le donne ci sono, e sono donne della loro realtà, non corrispondono alla nostra idea magari, ma ci sono. E su di esse ricade molto: la cura dei genitori malati, la disperazione per i figli con la leucemia, il vuoto di un compagno morto in fabbrica, i corpi violati da tumori terribili,  l’assenza di qualsiasi forma di autonomia economica… Di questo siamo certe:  dove ci sono uomini in difficoltà, ci sono anche le donne che subiscono identicamente se non di più, e che non abbiano una rappresentanza non ci interessa, perché non ce l’abbiamo nemmeno noi, perché rifiutiamo l’idea stessa di rappresentanza.
Ne stiamo parlando in questi giorni, quindi questa è una visione molto parziale, ma la riportiamo per rimarcare che le nostre referenti sono le donne, non solo quelle del piccolissimo mondo del movimento, ma tutte le donne, certe che dove ci sono bisogni radicali le donne ci sono, anche se non parlano al microfono. Non sta a noi giudicare le Tarantine, che sono forti e agguerrite, e che ci fanno venire il dubbio che poi la rappresentanza magari non la vogliono neppure!
E’ chiaro che è difficile, sarebbe più comodo per noi avere riferimenti con i quali riconoscersi immediatamente a vicenda: se a taranto ci fossero collettivi di donne, collettivi femministi, che già lavorano sulla cosa, sarebbe più facile. Ma non ci sono, o non li abbiamo trovati, e allora ci siamo chieste: è possibile fare un discorso femminista? la risposta, provvisoria chiaramente, è:  si, lo sguardo femminista  non si trova da qualche parte, ma si porta, siamo noi stesse, senza bavagli, senza accettare questo-si-questo-no, sempre senza la pretesa di insegnare nulla a nessuna, ma di proporre di praticare assieme.
E chiudiamo con un invito: se volete condividere qualcosa o parti di percorso, teniamoci in contatto  il modo di lavorare insieme si trova anche a distanza, le nostre riunioni spessissimo si svolgono tra paesi diversi, in lingue diverse… Noi, da parte nostra, seguiremo il dibattito che state oggi portando avanti e speriamo di poterci confrontare in seguito.
 
Ciao a tutte e grazie per la pazienza.
leventicinqueundici (che sono circa di Milano, ma molto molto molto dislocate nel mondo!!)
 
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“Da che parte stai?”
Sintesi dell’intervento di Geni Sardo, Coordinamento Donne Trieste 
 
Care compagne,
Ringrazio le coordinamente per questo invito, è sempre  un piacere  e anche un utile esercizio confrontarsi con percorsi ed elaborazioni diversi.
Il CDT ha sempre cercato di mantenere i rapporti con  le reti nazionali di femministe e lesbiche che condividono  i nostri “fondamentali”.
La domanda  “da che parte stai?”  può essere  un modo per  includere più generazioni  alla ricerca di  elementi di continuità della nostra storia ma anche di  rilettura  di un  passato spesso ingombrante e non privo di errori.
ecentemente a Trieste  durante   un confronto pubblico sulla memoria  una vecchia partigiana ci ha spiegato la  facilità con cui lei  e la sorella  hanno risposto alla domanda da che parte stai ? durante la lotta di liberazione: Da una parte stavano i fascisti e i nazisti  dall’altra chi vi  si opponeva armi in pugno. La scelta era pericolosa, mettevi a rischi la tua vita, potevi essere catturata e torturata  ma scegliere era semplice. L’antifascismo è quindi rimasto un valore fondante per le donne che si sono impegnate nella lotta  partigiana e hanno continuato il loro impegno emancipazionista  nelle organizzazioni femminili della sinistra.
Questo percorso emancipatorio, che ha visto le donne protagoniste di lotte sindacali contadine e operaie  negli anni  ’50 e ’60, ha  reso possibile la grande stagione  delle lotte  per dei diritti degli anni ’70 .
Già l’antifascismo fu protagonista delle lotte di piazza  Genova nel luglio ’60 e poi piazza Statuto a Torino e Reggio Emilia nel ’62 .
Dal nuovo diritto di famiglia alla legge sul divorzio; il programma socialdemocratico del PCI e una nuova radicalità politica  contribuiva alla crescita di una nuova stagione di lotte e si costruiva una coscienza politica di massa che in pochi anni  imponeva leggi che hanno migliorato la vita delle donne (vedi allegato 1).
Abbiamo preso coscienza  negli  anni settanta del femminismo che liberava la nostra sessualità  faceva crescere la nostra autonomia in senso personale e politico. Ad esempio a Trieste  il collettivo femminista di via Imbriani  (antifascista, anticapitalista , antisessista e separatista fu protagonista)  metteva assieme tutte le anime del movimento nei momenti di lotta.
Furono quelli gli anni in cui la domanda “da che parte stai?” era all’ordine del giorno; si stava nelle lotte, si stava nelle piazze, si stava con una coscienza di classe e di genere e non si stava più con chi si metteva contro il movimento.
Il 1977 fu un anno cruciale. Il 17 febbraio avvenne la cacciata di Lama dalla  Sapienza. Qualcosa cambiò in modo sostanziale dopo il 12 maggio del ’77 con l’omicidio di Giorgiana Masi avvenuto per mano della polizia durante una manifestazione radicale. Questo a Roma. Ma in generale il movimento, che con lo slogan “Né con lo Stato né con le BR” cercava uno spazio autonomo, fu schiacciato dalla logica militare e fu abbandonato dal PCI e anzi represso, complici anche esponenti del partito comunista come Pecchioli e Napolitano.
Il percorso si chiuse definitivamente il 24 gennaio ’79 con l’uccisione dell’operaio Guido Rossa, vittima di un’ideologia che identificava il nemico nel compagno di lavoro che agiva il conflitto di classe e non nel padrone nello stato repressivo e nei suoi apparati.
Questi avvenimenti non posero fine solo al movimento in generale ma più specificatamente alle lotte e alle mobilitazioni femministe, provocando quasi un salto generazionale fino ai giorni nostri,  anche se una realtà femminista è sopravvissuta, frammentaria e senza momenti alti di mobilitazione.
A Trieste una nuova stagione ebbe inizio nel novembre 2006, in occasione dell’incontro europeo contro la violenza sulle donne. Nacque il CDT che ha partecipato alla stagione di Sommosse, alle manifestazioni e assemblee nazionali con i tavoli tematici.
Si continuano le lotte perseguendo la ricerca di obiettivi comuni come la difesa della 194, la difesa del territorio in un’ottica di genere e la denuncia della violenza maschile contro le donne, mantenendo i valori fondanti: antifascismo, anticapitalismo, antisessismo e separatismo.
 
Allegato 1:
 
1970
L. 16/05/1970 n. 281 (Provvedimento finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario)
 
L. 20/05/1970 n.300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento) – Statuto dei lavoratori
 
L. 1/12/1970 n.898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio) – Divorzio
 
1971
L. 6/05/1971 n.1044 (Piano quinquennale per l’istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato)
 
L. 24/09/1971 n. 820 (Norme sull’ordinamento della scuola elementare e sulla immissione in ruolo degli insegnanti della scuola elementare e della scuola materna statale) – Scuola a tempo pieno
 
L. 30/12/1971 n. 1204 (Tutela lavoratrici madri)
 
1972
L. 15/12/1972 n. 772 (Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza)
 
1973
L. 18/12/1973 n. 877 (Nuove norme per la tutela del lavoro a domicilio)
 
1974
DPR n. 416, 417, 418, 419 e 420 del 31/05/1974 (Decreti delegati … sulla scuola: gestione democratica, stato giuridico dei lavoratori, sperimentazione)
 
1975
L. 19/05/1975 n. 151 (Riforma del diritto di famiglia)
 
L. 29/07/1975 n.405 (Istituzione dei consultori familiari)
 
L. 26/07/1975 n. 354 (Riforma dell’ordinamento penitenziario)
 
L.22/12/75 n. 685 (Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza)
 
1976
L. 10/05/1976 n. 319 (Norme tutela delle acque dall’inquinamento – cd “legge Merli”)
 
1977
L. 9/12/1977 n. 903 (Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro)
 
1978
L. 23/12/1978 n. 833 (Istituzione del servizio sanitario nazionale)
 
L. 22/05/1978 n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza)
 
L. 13/05/1978 n. 180 (Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori) Chiusura manicomi
 
L. 27/07/1978 n. 392 (Disciplina delle locazioni di immobili urbani) – Equo canone                   
 
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“ReFe la storia di ognuna che si fa storia di tutte noi”
ReFe (Relazioni Femministe) – Torino, Milano, Genova
 
The Master’s Tools Will Never Dismantle The Master’s House – Audre Lorde
 
Il percorso di ReFe-Relazioni Femministe, è nato da alcune compagne di tre diverse città – Milano, Genova e Torino – che in anni passati avevano già avuto occasione di condividere tratti di percorsi femministi, e che, a loro volta, hanno coinvolto altre donne con cui erano in relazione.
Donne di età e percorsi diversi hanno, così, cominciato a confrontarsi a partire da una comune volontà: uscire da una fase in cui non si riusciva ad incidere con il proprio sguardo di genere all’interno delle lotte e delle situazioni in cui vivevano. Inoltre, nessuna di noi era più disposta a sopportare il dispositivo lamentela-vittimismo-vittimizzazione; tutte ci sentivamo estranee ai processi di delega e al percorso di addomesticamento istituzionale di parte del movimento delle donne. Eravamo, invece, desiderose di trovare insieme strumenti per acquisire nuova consapevolezza e forza e per esprimere la nostra rabbia contro il sistema dominante senza cadere nella trappola violenza/non-violenza – che poi si traduce nella contrapposizione paternalista e maternalista tra “buone” e “cattive”.
Già nella sua fase embrionale, quindi, ReFe è stato un luogo di sperimentazione dei propri desideri.
In brevissimo tempo sono emerse le questioni che più ci stavano a cuore: conflitto, corpo, violenza. Per affrontarle eravamo consapevoli che alcuni strumenti pratici elaborati dal movimento delle donne nei decenni precedenti si mostravano ancora affilati ed efficaci, altri andavano “aggiornati”, altri ancora dovevano essere inventati e sperimentati ex novo.
Per alcuni mesi abbiamo viaggiato avanti e indietro fra le tre città per trovarci e discutere, spinte dalla voglia di agire, di esplodere nel presente ed affermare le nostre convinzioni, ma anche di sperimentarci tra di noi, cercando nuove modalità di relazione che siano libere da ogni forma di potere e autorità. Un clima aperto per provare ad attraversare e sperimentare insieme non “la politica” ma delle pratiche politiche: crescita individuale, conflitto con l’esterno, relazioni tra donne, rapporto con il proprio corpo e quello delle altre, immaginario.
Nell’arco di breve tempo, l’esigenza di conoscerci meglio e confrontarci tra di noi su temi e pratiche prima di coinvolgere altre donne si è fatta sempre più forte. Da questa voglia di determinare uno spazio-tempo tutto nostro è nata l’idea della campeggia: una tre giorni per cominciare a sperimentare tra donne pratiche di autogestione, autorganizzazione ed autoproduzione, affrontare in maniera non ideologica il potere in tutte le sue declinazioni, così come la violenza agita  e quella subita, la liberazione dallo sguardo sessuato maschile, l’autonomia nelle relazioni, il rapporto con il proprio corpo e con l’identità di genere.
Nei tre mesi trascorsi per autofinanziare, costruire e organizzare la campeggia abbiamo condiviso saperi e competenze di ciascuna di noi, li abbiamo resi esperienza comune, abbiamo verificato che la parcellizzazione dei saperi ci rende deboli, mentre la condivisione ci dà forza.
Nella realizzazione della campeggia abbiamo imparato, e stiamo continuando ad imparare, a gestire le relazioni tra noi. Rispettare le esigenze del gruppo e accogliere quelle di ognuna: i tempi, i silenzi, la voglia di fare e la pigrizia, il bisogno di condividere o di isolarsi.
Certo, non c’era nulla di scontato e non tutto è funzionato alla perfezione. Nessun momento di crescita, d’altronde, fila via liscio e senza complicazioni. Ne siamo consapevoli e per questo non abbiamo la presunzione di dare ricette definitive.
Dopo la campeggia abbiamo continuato a trovarci.
A breve sarà pronta una pubblicazione che fa la sintesi di questo nostro tratto di strada. Ma il nostro desiderio più forte è, oggi, quello di continuare il percorso sull’immaginario e sulle pratiche di conflitto costruendo, al contempo, nuove complicità con altre donne.
Da questo punto di vista, la nostra partecipazione come ReFe alla due giorni di donne in Valsusa, il 17-18 novembre scorsi, è stata un’esperienza significativa. I contributi che avevamo scelto di portare per confrontarci con le donne della Valle in lotta si sono intrecciati con gli interventi e le esperienze di alcune donne valsusine – impensabili in un altro contesto – che mostravano concretamente, nelle pratiche, cosa significhi vivere in una comunità che si è creata e sperimentata nella lotta.
Questa, in breve, la nostra storia ad oggi, una storia che vorremmo narrarvi anche attraverso alcune raffigurazioni e suggestioni individuali in relazione alla memoria femminista, che è poi il tema di questo incontro.
 
— A partire da noi. «Partire da sé, ma senza fermarsi a sé», questo diceva spesso Gabriella Guzzi, “nonna” del femminismo milanese. L’esperienza della campeggia e di ReFe per me è proprio questo: un partire da sé collettivo in cui non si perdono le individualità, i singoli vissuti ma, al contempo, non ci si pietrifica nell’autonarrazione. Condivisione che dà forza, senza la coazione a mediare tra le nostre differenze. Odio mediare!
— Non voglio più essere un maschiaccio! Per rimanere incinta mia madre ci ha messo tempo e cure. Quando sono nata era chiaro che sarei stata figlia unica. Mio padre, come ogni padre, avrebbe voluto un figlio maschio, e io sono stata cresciuta come un maschio mancato. Ho imparato a pescare e a tirare con l’arco, e ho sempre avuto più libertà delle mie coetanee. Avevo assorbito l’idea che i maschi potessero tutto e noi niente. Solo l’incontro con il femminismo mi ha insegnato a non rifiutare il mio genere, ma a cercare di ridisegnarlo insieme alle altre e contro i modelli patriarcali.
— Campeggia. Abbiamo realizzato l’organizzazione della campeggia superando il cliché che alcune competenze manuali non siano cose da donne. Mettendo in comune le nostre capacità abbiamo sperimentato i desideri e la forza che alcune nemmeno pensavano di avere, la forza che viene proprio dal separatismo, dal partire da sé.
— Vissuto personale.  La campeggia ha coinciso con una fase del mio percorso di vita particolarmente “liberatoria”.
— Potenza. In auto tornando dalla riunione, pensavo alla potenza dei nostri discorsi e alle possibilità reali che ci stiamo dando per riprenderci le potenzialità perdute della donna selvaggia.
— Immaginario. Un quadro di due donne, una si arrampica su un albero –  simbolo di un corpo usato come strumento di libertà e movimento – a cui si contrappone la figura di donna ‘emancipata’ con tacchi e vestito da lavoro, statica e catturata dalla necessità di essere produttiva.
— Percorso. All’inizio non avrei scommesso molto sulla riuscita, pensavo che se anche solo avessimo superato alcune delle nostre difficoltà collettive e personali sarebbe stato tanto… Invece ogni incontro mi ha stupita per la nostra capacità di affondare il colpo, di aprirci sempre di più verso l’altra e di mettere sul piatto proposte di grande respiro; ogni incontro mi ha fatto riflettere su me stessa e sul mondo che mi circonda, mi ha dato la voglia di mettermi sempre di più in gioco per cercare di creare dei cambiamenti, delle piccole rivoluzioni, di uno status quo apparentemente granitico e nel personale mi ha fatto mettere in discussione alcune certezze che stupidamente davo per assodate e che invece assumono il loro significato solo nel metterle in dubbio.
— Metodo. Abbiamo ognuna pratiche, abitudini, idee differenti anche all’interno della stessa città, figuriamoci tra tutte le città! Perché le cose che escono da ReFe siano davvero condivise ci vuole uno sforzo in più da parte di tutte rispetto, ad esempio, a un collettivo che si vede quotidianamente e in cui ci si conosce da anni.
— Pratiche. Non abbiamo né certezze né risposte, ma vogliamo provare a offrire qualche spunto che possa essere utile soprattutto nell’ottica di rompere stereotipi, riprendere la parola a modo nostro, provare a mettere in campo riflessioni che possano farsi pratica.
— Valsusa, 17-18 novembre 2012. Il capitalismo come produzione di morte e il corpo come luogo di resistenza. Mi piace l’idea di fare del nostro corpo (e, come nel caso della valsusa e delle lotte contro le nocività, anche della terra e della “natura”) il punto centrale della nostra resistenza e il luogo di una ribellione non addomesticabile, mi sembra un modo per ribaltare la prospettiva vittimistica del corpo abusato.
— Questo il momento in cui siamo: nel pieno di una sperimentazione, in continua evoluzione, e con l’esigenza di far uscire dal nostro cerchio queste riflessioni, renderle fruibili, condividerle con altre ed altri e cominciare ad agire le “nostre politiche” di genere nelle lotte e nei percorsi in cui sentiremo di voler esserci e agire in prima persona.
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“Per un’anamnesi militante”
Me.DeA – Torino
 
Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “proprio così com’è stato davvero”. Vuol dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo.
 
(…) il pericolo è uno solo: prestarsi ad essere strumento della classe dominante.
In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla.
(Walter Benjamin, Sul concetto di storia, VI, ed. Porfido, 2007)
 
Come, quanto e chi ha memoria del femminismo, oggi? E quanto tale memoria è collettiva e condivisa? Ci sono due modi per abbozzare un’ipotesi di risposta. Uno è interpretare l’espressione “memoria del femminismo” nel senso di un genitivo soggettivo, come memoria che le femministe hanno di sè o  di chi le ha precedute, ma è una via, pur importante per dar  sostanza e resistenza  alla propria militanza, molto, troppo autoreferenziale; l’altro è quello di leggerlo come un genitivo oggettivo: l’eventuale memoria collettiva che le donne oggi hanno, conservano, rielaborano sulla portata teorica e pratica del femminismo. Porsi la questione da questo secondo punto di vista significa spesso  trovarsi di fronte a  qualcosa che, purtroppo, nell’esperienza quotidiana di molte di noi e al di fuori dei rispettivi ambiti di militanza, si manifesta  come  rimozione, oblio, talvolta persino rifiuto esplicito, comunque mancata o  parziale conoscenza. Le donne, specie le giovani donne, tendono a utilizzare la parola femminismo in senso spregiativo, come una di quelle brutte pestilenze del passato che la scoperta degli antibiotici ha neutralizzato e reso inattuali per sempre. Due anni fa – con l’emergenza della proposta di legge regionale sull’ingresso dei volontari di Mpv nei consultori- come collettivo avevamo cominciato un’indagine sul campo per sondare la conoscenza che le donne, e in particolare le giovani donne avevano di quella proposta e dei consultori in generale. I primi dati furono pressochè a senso unico: i consultori non  frequentati, poco conosciuti, o, se conosciuti per ragioni occasionali ( spesso emergenze, come la pillola del giorno dopo), vissuti e percepiti con disagio e disaffezione. Al di là del dato sui consultori, che meriterebbe un’analisi a parte, emerse allora qualcosa che molte ritrovano nella vita quotidiana, al di là dei propri ambiti di movimento, femministi e/o misti, sul lavoro, nel tempo libero. Una cattiva e incompleta conoscenza del femminismo, delle sue elaborazioni teoriche e del significato delle sue pratiche, percepito come qualcosa di vecchio e polveroso, inattuale, inutile se non dannoso per quanto riguarda soprattutto la sfera delle relazioni tra i generi.
Chi scrive lavora, da anni, nella scuola. In particolare nella scuola secondaria di primo grado, le scuole medie. Non insegno ma coordino progetti educativi- o quel che ne rimane, dopo i tagli, nazionali, regionali e comunali- che, nati negli anni ’90, dovevano contribuire ad una piena realizzazione dell’autonomia scolastica, soprattutto per quanto riguarda l’accoglienza delle competenze altre e la loro piena parificazione con quelle curricolari. Che ne è stato di quell’autonomia è sotto gli occhi di tutte e tutti coloro che frequentino la scuola, a vario titolo. Tuttavia la scuola media rappresenta un’osservatorio privilegiato per la questione della memoria collettiva delle donne – intesa come memoria viva, attiva al presente. Intanto perchè chi ci lavora è donna nella stragrande maggioranza dei casi, e ciò fa della scuola un contesto ampiamente femminilizzato. Nelle scuola la maggiorparte dei docenti sono donne. Sono donne molte presidi, sono donne le coordinatrici dei consigli di classe. E, infine, sono donne di età compresa, generalmente, tra i 40 e i 50 anni. Le altre, quelle più giovani, esistono, ma come meteore precarie, destinate a spostarsi di anno in anno tra una scuola e l’altra, e poco contribuiscono, per questo motivo, al clima che si respira a scuola.
Prima di raccontare cosa accade in questo contesto particolare, e femminilizzato, seppure in forma necessariamente ridotta ed incompleta, è necessaria una breve digressione, che inquadri queste donne e il lavoro che svolgono nel contesto più generale della scuola e del suo disastro, e su come tale disastro di declini a Torino.
Quest’anno, ai tagli e alle riduzioni di organico nazionali si sommano quelli comunali e regionali. Il comune di Torino è sull’orlo del commissariamento ed è una condizione oramai percepibile molto concretamente. La città esce sfigurata da 10 anni abbondanti di dominio assoluto della cosca P(D) (S)- San Paolo (a partire dall’intesa Castellani/Salza, alla fine degli anni ’90): sottoposta ad intensa cementificazione nelle aree un tempo industriali (3 nuove spine[1] nel giro di pochi anni); instupidita dalla sbornia collettiva delle olimpiadi del 2006, che hanno lasciato il maggior buco nel bilancio cittadino di sempre e molte aree di montagna deturpate; gentrificata nelle zone del centro – Torino era una di quelle città, insieme a Napoli e Genova, ad avere un centro storico popolare e  sotto-proletario. Le aree antiche del quadrilatero sono state svendute e “riqualificate” dalla lobby politica (Castellani e seguenti)/finanziaria (San Paolo, Enrico Salza e successori) e immobiliarista (De Giuli & figli) fin dalla seconda metà degli anni 90: i migranti e i poveri, che abitavano quelle zone e che non potevano sostenere i costi delle ristrutturazioni coatte, sostanzialmente deportati o spinti verso le periferie. Torino aveva case di edilizia popolare fin sotto il suo monumento simbolo, la Mole Antonelliana, ora resistono in centro forse due/tre palazzi, gli altri sono stati svuotati, sgomberati ristrutturati e venduti ai figli della borghesia della movida – l’unica economia che tira- uno, l’ex casa Gramsci, nel pieno centro ricco e bello della città, se l’è aggiudicato lo stesso che anni fa svuotava le case del quadrilatero – De Giuli, il maggior immobiliarista della città nonchè finanziatore del PD locale- e sta per diventare un hotel di lusso. Si rompe in più punti la composizione sociale mista ed eterogenea che caratterizzava, ancora all’inizio degli anni ’90, molte aree della città, l’embricatura tra ceti poveri e ricchi, spesso separati da un solo isolato, ma nello stesso quartiere. Il centro, come quello di molte città europee e mondiali, viene museificato, la città trasformata in logo accattivante, il conflitto sociale isolato e respinto ai margini della città. Le profonde modificazioni urbanistiche di Torino lasciano segni e trasformano profondamente il tessuto sociale in un senso che – tanto è veloce ed intenso il processo- potrà essere pienamente letto solo tra qualche tempo. In ogni caso anche questa situazione concorre a rafforzare un  altro processo, anche questo esistente su scala nazionale e da tempo, che fa tornare la scuola il luogo privilegiato di un nuovo classismo, ancora più assoluto in quanto oggi fondato anche su quelle trasformazioni urbanistiche. I progetti di sostegno alla scolarità vanno scomparendo, e resta sempre meno. In questo a.s., a inizio ottobre le scuole in cui lavoro avevano già esaurito le scorte di libri dati in comodato d’uso alle famiglie che non possono comprarli, è il primo anno che accade con questa velocità. Negli stessi quartieri popolari che più patiscono la crisi, la diminuzione dei progetti di sostegno dentro la  scuola si associa alla scomparsa dell’educativa territoriale, nel quartiere. Si apre una corsa ansiosa all’ultimo fondo, all’ultimo progetto, bisogna operare scelte tra  chi “è messo peggio” per offrirgli l’accesso a corsi di recupero, ore di sostegno individualizzato, progetti educativi specifici. Ed ecco che si verifica un fenomeno che solo a chi non abbia memoria e coscienza, soprattutto di genere, può sembrare strano. Prenderò il caso di una singola scuola ma assicuro che il dato è costante e comune a molti altri istituti, una tendenza media e fissa, sempre più marcata. Il 90% delle segnalazioni  come casi problematici a vario titolo –per  contesto familiare, situazione socio-economica, problemi didattici, disturbi attentivi e /o del comportamento, quali fattori dai quali risulta un alto tasso di probabilità di insuccesso scolastico riguarda studenti maschi.
Più precisamente il 90% delle segnalazioni fatte da insegnanti almeno all’80% femmine riguarda maschi.
Cosa vuol dire? Per indagare questo dato significativo occorrerebbe una ricerca approfondita.
Possiamo però azzardare qualcosa di più probabile di una semplice ipotesi.
I maschi, in fase adolescenziale e pre-adolescenziale (10-14 anni) manifestano disagi multi-fattoriali attraverso modalità di comportamento che risultano più disturbanti, mediamente, di quelli espressi dalle femmine coetanee. In parole povere: possono rompere i beni materiali della scuola ( sbattere le porte, bucare le ruote delle gomme dei/delle loro insegnanti – beninteso, tutte cose che anche le femmine possono fare e fanno, ma più raramente-), interrompere lo svolgimento regolare delle lezioni urlando, imprecando variamente ecc., e  manifestano solitamente una più esplicita insofferenza nei confronti delle regole dell’ambiente scolastico. Più o meno inconsapevolmente le contestano, le mettono in discussione, con comportamenti che turbano l’animo dell/della insegnante medio/a. Le loro insegnanti dunque non possono non notarli, analizzarli, a volte addirittura, con una tendenza diagnostica maldestra e fuori luogo, preoccuparsene, infine segnalarli. La maggior parte delle volte non si tratta, da parte loro, di una reale adesione a progetti che, nello spirito, si vorrebbero partecipati, in rete e sinergici, ma di una delega totale: rompe, prenditelo, portatelo fuori dalla classe, lontano da me. Ma al di là di tale tendenza ad una delega deresponsabilizzante, propria di molti e molte insegnanti, senza distinzione di genere, vi è la tendenza delle insegnanti donne a segnalare come casi problematici una grande maggioranza di maschi. Come se vedessero solo in loro segnali di disagio e le femmine finissero invece in un cono d’ombra. Il disagio di queste ultime, in quella fascia di età, si esprime infatti spesso in altre forme, meno disturbanti. Alcune scompaiono lunghi periodi da scuola, non vengono più, e capita molto spesso, e di solito sono quelle brave a scuola, schiacciate da un perfezionismo ansioso che a poco a poco rende ai loro occhi la scuola il luogo di una prova schiacciante. Altre semplicemente si isolano, anche se apparentemente seguono la lezione, danno del lei all’insegnante o si alzano in piedi quando entra in classe.
Il risultato è sempre il medesimo, non vengono viste. E nel caso di problemi seri, che richiederebbero interventi tempestivi, come i DSA (disturbi specifici dell’apprendimento, come dislessia e disgrafia), il ritardo nell’accorgersi di loro è spesso molto dannoso. Chi disturba viene visto e segnalato, a volte anche con troppa puntualità, al limite  anche un poco criminalizzato (è l’ideologia del bullismo che oramai dilaga perchè  esonera da ulteriori analisi, ed auto-analisi che costringerebbero anche gli/le insegnanti ad interrogarsi sui propri metodi ecc.), chi invece non disturba e si limita a non frequentare la scuola o a vivere il disagio in modo meno disturbante semplicemente non è visto, o meglio vistA, o vista con gran ritardo. Perchè una maggioranza di donne adulte tende a rimuovere dal proprio campo visivo un gran numero di adolescenti femmine? Forse perchè, credo, le femmine sono portatrici di una sofferenza, di un disagio introflesso che non solo non ostacola il lavoro delle insegnanti ma si esplica all’interno di comportamenti fenomenicamente ed apparentemente corretti, educati, responsabili, oblativi, passivi, moderati e adesivi. Le femmine piccole, in una parola, deludono meno le aspettative di quelle grandi, che nelle vecchie virtù della temperanza, della moderazione, dell’oblatività e della disponibilità possono rispecchiarsi senza intoppi, ritrovare sè stesse, confermarsi. Appare la figura vecchia per storia ma non perciò inattuale della donna votata alla cura. Non inattuale dato che, lo sappiamo, la contrazione economica del periodo e la precarizzazione selvaggia del lavoro colpiscono le donne molto più che gli uomini, con la conseguenza che sono proprio loro le prime a ritirarsi e ritornare nel privato familiare, a prendersi cura di bimbi e nonni.
Da un lato dunque si intravede una mentalità femminile che, anche ma non solo a causa delle trasformazioni e degli aggiustamenti strutturali del sistema ( welfare, lavoro ecc.), si ripropone con forza alle donne, e spesso secondo un movimento che va dalle donne mature a quelle più giovani, come trasmissione di un antico e asfittico sapere di tollerante accondiscendenza, di rassegnata e naturale sottomissione. Dall’altro, però,  anche il femminismo storico ha conosciuto la propria drammatica trahison de clercs. Spenta l’eco delle conquiste giuridiche del divorzio e dell’aborto, molte sono state cooptate dalle istituzioni, persuase di essere chiamate a cambiare il sistema “dal di dentro” e rivelando, con ciò, una mentalità solo emancipazionista che alla liberazione infine poco ha contribuito. Parte del linguaggio è diventato istituzionale – la storia dell’uso della parola genere, ormai comune nelle università, ne è una testimonianza sufficiente. Sono andate moltiplicandosi cattedre universitarie di Storia delle donne, ma chi scrive non riesce a dimenticare la lezione sempre valida dei post-colonial studies, ed anche del femminismo post-coloniale dunque: che la museificazione, l’accademizzazione di un sapere, di una storia, di una cultura sono sempre il sintomo di una loro imminente estinzione. L’accademia celebra ciò che ritiene essere in punto di morte e così è stato, in parte e solo in parte, per fortuna, anche della memoria e della storia del femminismo in questo paese. Lo si può verificare uscendo per la strada, parlando con le adolescenti e con le giovani di femminismo, sentendo che ne pensano. La maggiorparte fa una smorfia, si schernisce, non risponde, non sa, o disprezza apertamente.
E’ chiaro allora che una memoria femminista attuale, presente, vitale deve spezzare la catena che connette la vecchia cultura della cura sottomessa e della passività naturale, rigenerata dalla congiuntura socio-economica globale, con quella, più recente e totalmente istituzionale, dei diritti delle donne, che suggerisce alle donne  di delegare allo Stato, alle sue istituzioni e ai/alle suoi/sue esperti/e a vario titolo (poliziotti/e, ginecologi/e ecc.) la propria potenza di autodeterminazione in materia di violenza di genere, di aborto e contraccezione, di politiche del lavoro, di politiche sociali in genere. Quella cultura emancipazionista per la quale, finita l’epoca delle emergenze legali, è diventato normale o scontato che la parola sui corpi delle donne e sulle loro vite fosse data agli ed alle esperte  e tolta, nuovamente, alle donne stesse. E’ così che oggi pretendono di parlare per le donne (dove “per” sta  come “al posto di” e come “a favore di”) l’avvocata Bongiorno e la starlette Hunzinker, da destra, e le borghesi e classiste SeNonOraQuando, da sinistra. O il tecno-stregone Severino Antinori.
Rompere questa continuum tra il vecchio che ritorna e il più recente conformismo istituzionale,   significa liberare uno spazio in cui la memoria delle donne possa essere riattivata, attualizzata, demuseificata, attraverso nuove pratiche di autodeterminazione, autogestione, trasmissione orizzontale dei saperi. Liberata dal pericolo “di prestarsi ad essere strumento delle classi dominanti”, così com’è insegnata all’università o  imbrigliata in leggi che ne cristallizzano e neutralizzano la potenza e l’efficacia, finendo per riconfermare – ed è questo il caso del femminismo storico emancipazionista cooptato dalle istituzioni, di cui anche Se non ora quando è erede- il carattere assoluto, necessario, irrevocabile della sacra famiglia: lo Stato-patrigno, la scienza-matrigna, l’istituzione-tutrice, e il privato come amante, per chi se lo può permettere. Solo una memoria così, che rimetta al centro la questione e la sfida attuale dell’autodeterminazione rilanciandola attraverso le  sue pratiche, che riconsegni alle donne la consapevolezza nelle proprie capacità di autogestione e riappropriazione dei processi sociali che più le riguardano, che strappi le conquiste dell’emancipazione al dominio dell’ovvio e nel contempo le faccia vedere per ciò che sono, tappe, momenti parziali di un percorso di liberazione ancora da compiere, e da compiere insieme,può ancora raccontare qualcosa alle giovani che niente ne sanno, e niente ne vogliono sapere, oggi.
[1] La Spina, a Torino, indica il maxi-progetto di un grande corso che attraversa la città da nord a sud, ricoprendo il passante ferroviario. Le Spine 1, 2 3, e 4 rappresentano i vari settori della città interessati dall’opera; cominciata anni fa, in realtà implica la cosiddetta riqualificazione di imponenti zone cittadine, alcune delle quali ex- zone industriali. Sotto il nome incoraggiante di riqualificazione passa invece un fiume di cemento che ha soffocato interi quartieri con zone residenziali spuntate come funghi – e molti alloggi ad oggi  invenduti nella città con il numero di sfratti esecutivi tra i più alti d’Italia- nelle quali mancano del tutto servizi di pubblica utilità e proliferano mega centri commerciali. Ciò anche grazie al sapiente sfruttamento che il centro-sinistra della città ha fatto delle modifiche berlusconiane alla legge sugli oneri di edificazione: secondo tali modifiche infatti da qualche anno non è più necessario che l’immobiliarista compensi il quartiere, gravato da un nuovo fiume di cemento, costruendo anche opere pubbliche come asili, spazi aperti ai residenti ecc. ma può versare l’equivalente direttamente nelle casse dei comuni, cosa che l’indebitatissimo comune di Torino ha prontamente recepito.
 
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“Perché abbiamo bisogno della storia delle donne”
Maria G. Di Rienzo – Treviso
 
Circa dieci anni fa, tenevo un corso di storia delle donne nella mia città. Lo avevo basato su alcune figure storiche non molto indagate, e poco considerate nonostante la loro importanza, in vari campi dello scibile umano. Nell’incontro dedicato a Ipazia di Alessandra, in cui il mio scopo era parlare di donne e scienza, citai la vicenda di Maria Gaetana Agnesi, l’inventrice o la scopritrice (a seconda di come si veda la matematica) della “Curva di Agnesi”. Si tratta di una funzione matematica rappresentata graficamente come un “cappello di strega”, il che tra parentesi me la rende simpatica anche se sono negata per i numeri. Una donna fra il pubblico fece un salto sulla sedia e mi interruppe. Era eccitata e commossa. “Io sono un’insegnante di matematica”, disse. “Ho studiato la “Curva di Agnesi”, ma nessuno mi aveva mai detto che Agnesi era una donna.” Perché l’amica fra il pubblico provava un’emozione così forte? Perché aveva dovuto combattere per tutta la vita con gli stereotipi di genere, i quali sostenevano (e sostengono) che le donne non sono portate per le scienze esatte e che quindi lei sarebbe stata un fallimento se si fosse dedicata a ciò per cui provava interesse. E perché nessuno le aveva mai detto che “il matematico italiano Agnesi” era femmina? Perché senza queste omissioni intenzionali nella narrazione storica risulterebbe chiaro che le donne hanno determinato quanto gli uomini il corso degli eventi e le forme dell’umana cultura. Nel bene e nel male, a seconda di che significato si voglia dare a questi due termini. Abbiamo governato, profetizzato, fondato stati, abbiamo coltivato e costruito, creato arte e scienza, lottato per i nostri diritti e per i nostri popoli. Siamo state diplomatiche e spie, sacerdotesse e mediche, reazionarie e rivoluzionarie, guerriere e pacifiste. C’eravamo, sempre. Ma le “cronache ufficiali” ne tengono scarso conto. La nostra storia è stata rimpiazzata con un elenco interminabile di uomini in cui fa capolino ogni tanto una regina o una cortigiana.
Io ricordo con precisione il mio primo incontro con la storia che si insegna a scuola. All’inizio di tutto sta una figurina sul sussidiario delle elementari: un disegno che avrebbe dovuto rappresentare la preistoria, la vita dei nostri antenati cavernicoli. In primo piano c’è un uomo che lavora una scheggia di selce, in secondo piano un gruppo di uomini insegue un dinosauro con le lance, e sullo sfondo, in lontananza, donne e bambini stanno attorno a una pentola sul fuoco, all’imboccatura della caverna. Osservando le punte delle lance degli improbabili cacciatori si capiva subito che erano punte di selce come quella in primo piano. Il messaggio d’insieme era inequivocabile. Il suo primo tratto era: agli uomini il fuori, l’attività, la lotta, il provvedere sostentamento; alle donne il dentro, la cucina, la cura, i bambini. Il secondo tratto: i primi manufatti umani sono stati pensati solo dai maschi, e principalmente per uccidere. Il terzo tratto: in tutto ciò vi è una gerarchia valoriale, e cioè quel che gli uomini fanno è in primo piano, importante e fondamentale per la civiltà, quel che le donne fanno è meno importante, sta sullo sfondo.
Per circa 4.000 anni alle donne si è raccontata questa favola. Tramite la storia, ma anche tramite la letteratura, la storia dell’arte, e tramite religioni e leggi e usi e costumi. In molte ci crediamo ancora e la perpetuiamo. In molte ci abbiamo creduto, per poi scoprirne i limiti e le menzogne e contestarla. In molte non ci abbiamo mai creduto, e alcune hanno indagato le origini della favola e altre no. Ed è grazie a coloro che si sono prese la briga, e credo anche il gusto, di indagare che noi oggi sappiamo che non è andata come nella rappresentazione grafica che vi ho descritto, e che ad esempio dalla nostra comparsa sul pianeta circa 990.000 anni orsono, per i primi 900.000 anni non abbiamo mangiato carne, e quando ci siamo decisi a farlo le “cacce” non erano ai dinosauri, ma a vermetti, lucertole e animali di piccola taglia. E sempre sulla scala dei 990.000 anni la guerra abbiamo cominciato a farla circa 5.000 anni fa, quindi non c’è modo di considerarla il motore della civiltà e della storia. Se l’umanità è sopravvissuta ai disastri naturali e poi a quelli orchestrati dall’umanità stessa è in virtù della cooperazione e della condivisione, che sono poi i tratti originari delle più antiche civiltà che conosciamo.
Io sono comunque una di quelle donne a cui la favola non suonava giusta, fin da piccola (soprattutto perché produceva un ammontare allucinante di sofferenze). Così mi sono domandata: Eva ha mangiato la mela della conoscenza e poi ha avuto una crisi d’amnesia? È vero che tutto quello che uso, dalla lingua agli attrezzi, è frutto della genialità di una sola parte dell’umanità, mentre l’altra scodellava marmocchi e restava a guardare? Ora, a scanso di equivoci, chiarisco subito che produrre deliziosi marmocchietti e marmocchiette e aver cura di loro, aiutarli a crescere, eccetera, qualora tu lo voglia, ne ricavi piacere e senso, e possa gestire senza intralci la tua fertilità, è semplicemente il continuare la vita umana sulla terra, e direi che è un lavoretto importante.
Comunque, per rispondere alle domande di cui sopra sono diventata una studiosa di storia, e nello specifico di storia delle donne. Che è materia necessariamente interdisciplinare perché le fonti diciamo “standard” sovente non forniscono alcuna informazione sulle vite delle donne e quel poco che si trova è altrettanto sovente venato da pregiudizi, visto attraverso gli occhiali degli stereotipi di genere e in tal modo narrato. La storia delle donne non si può trovare, e non si può raccontare, con il solo ausilio dei libri sugli scaffali, ma necessita che con la stessa accortezza si valutino le storie orali e il folclore, le fiabe e i miti, i diari e le lettere, i reperti archeologici, eccetera. Questo perché cancellazioni e dimenticanze intenzionali, e proibizioni vere e proprie, hanno posto tutta una serie di dati e testimonianze fuori dall’ufficialità. Alle donne europee non fu consentito neppure consultare biblioteche e fonti documentali sino al XVIII secolo e in molte università, europee e non, alcune biblioteche resteranno chiuse all’ingresso delle donne sino al XX secolo (che è l’altro ieri, tanto per dire). Il mio percorso di ricerca ha seguito, senza volerlo ma fedelmente, quello che è stato il percorso della storia delle donne in senso ampio: il recupero della cultura e della simbologia femminile, l’indagine sui modi e sulle cause dell’oppressione storica delle donne, l’indagine su come l’assortimento di ruoli di genere assunti di volta in volta da uomini e donne, in società e periodi diversi, funzioni come mantenitore dell’ordine sociale o innovatore e trasformatore dello stesso. Più di trent’anni di studi di genere, in tutto il mondo, hanno prodotto una mole immensa di lavoro, di cui però, tristemente, si continua a usufruire molto poco se si eccettuano alcuni ambiti specializzati.
In Italia, poi, rispetto ad altri paesi europei o agli Stati Uniti, abbiamo qualche difficoltà particolare nel gestire la faccenda. Un problema sono le esternazioni di alti esponenti del Vaticano, i quali periodicamente (l’ultimo di cui io so è il messo papale Cordes, la data è il 4 febbraio scorso) attaccano il concetto di “genere” come la fonte di ogni male per gli esseri umani di sesso maschile: sapere che i ruoli vengono dalla socializzazione degli individui e non dalla biologia è cosa che secondo il Vaticano ha castrato i maschi (sono le esatte parole del messo), li ha svirilizzati, li induce a lasciare le proprie famiglie, a commettere crimini e addirittura a suicidarsi. Naturalmente la colpa è delle femministe, ed eroicamente lo stato vaticano si oppone a questa tragedia rifiutando ad esempio di firmare la CEDAW, ovvero la Convenzione per porre fine a tutte le discriminazioni contro le donne del 1979, e attaccando, quando può, i paesi che stanno per firmarla (ne mancano un po’ fra le nazioni del mondo, fra cui gli Stati Uniti, anche se Obama ha detto che la firmerà).
In realtà, queste esternazioni non sarebbero un problema, per gli studi di genere, se a esse non fosse accoppiato un alto grado di sudditanza da parte delle gerarchie politiche italiane. Per cui qualsiasi cosa un cardinale, un vescovo o il papa dicano i politici di tutte le parti si affrettano a dichiararsi d’accordo o ad assicurare che ne verrà tenuto debito conto, e poiché la maggior parte di quel che passa nelle scuole lo decide il Ministero della Pubblica Istruzione credo che prima di vedere l’educazione al genere come materia della scuola dell’obbligo, o la proliferazione di studi di genere nelle università italiane, dovrà passare ancora del tempo.
Un secondo problema riguarda specificatamente gli studi sulle società matrilineari. C’è una sorta di rigetto, da parte di molte donne magari interessate a periodi storici e studi storici diversi, ed è un rigetto che ha motivazioni molteplici, ma per farla breve il principale è la presenza, o la menzione, di un sacro o di un divino femminile. Tante non ne vogliono sentir parlare perché l’associazione che fanno subito, mentalmente, è quella di un rovesciamento speculare di ciò che conoscono come religione: e poiché ciò che conoscono come religione non è di solito affermativo o positivo per le donne, il loro rifiuto ha una sua logica. Comunque, non abbiamo tracce di oppressione semplicemente rovesciata di segno in nessuna delle società umane più antiche di cui abbiamo evidenza scientifica, e la presenza di questo divino femminile non si può paragonare in alcun modo alle religioni monoteiste organizzate odierne. Il solo nominare la spiritualità però tende a mettere a disagio alcune persone, soprattutto negli ambiti politici della sinistra, ed è per questo che una partecipante a un circolo di streghe, formatosi nell’ambito di un partito di sinistra, mi ha detto: Facciamo queste cose, ne ricaviamo senso, piacere e conoscenza, indaghiamo la nostra storia passata, ma non ne parleremmo mai con i nostri compagni. Io credo che queste donne sarebbero d’accordo con Bonnie Raitt, quando dice: La religione è per le persone che hanno paura di andare all’inferno, la spiritualità è per chi all’inferno c’è già stato.
Il terzo problema riguarda la legittimazione. E cioè hanno status e valore solo i prodotti che provengono da determinate associazioni, o da particolari persone, o che possono vantare la presentazione o la prefazione di tal madrina o tal padrino. Sarà che in Italia siamo tutti un po’ mafiosi, ma il problema in sostanza è che non si riesce a far senso comune delle cose che gruppi e individui elaborano sulla storia delle donne anche a causa di veti e scomuniche.
Alla bambina, o al bambino, che oggi chiedono “Perché non posso far questo e perché devo far quello? Perché va così?”, si risponderà ancora, spesso, “Perché è sempre andata così.” E se i piccoli seccatori insistono si potrà aggiungere “Queste sono le nostre sacre e originarie e pure tradizioni (laiche o religiose non importa, il confucianesimo è un esempio di patriarcato laico che non ha bisogno di dio per stabilire una gerarchia). Per cui noi facciamo le cose in questo modo e tu ti adegui.”
Ma c’è un problema. Chi può davvero dire quando le nostre pure e sacre tradizioni hanno avuto inizio? Vi svelo uno schemino sociologico. Per dare a un uso lo status di “sacra tradizione” ci vogliono grossomodo tre generazioni. La prima è quella dei pionieri, diciamo così, quelli e quelle che stabiliscono: da oggi, nel nostro gruppo la tal cosa la facciamo così. Sono degli innovatori, sostanzialmente: tutti i profeti delle maggiori religioni monoteiste hanno stabilito nuovi costumi atti a sostituire quelli che c’erano già. Se chiedete ai pionieri perché la tal cosa la fanno così, risponderanno: il nostro profeta ci ha detto… è la volontà di dio… i saggi anziani hanno deciso… eccetera, eccetera. Non parleranno di tradizioni, perché sono ancora tutti vivi coloro che potrebbero rispondergli: col fischio che questa è la nostra tradizione, è da giovedì scorso che abbiamo deciso questa cosa. Allora passiamo a chiederlo alla generazione successiva: la quale, ancora, non si azzarderà a parlare di tradizione sacra del nostro popolo, dirà di usi e costumi appresi dai padri e dalle madri. È vero, ammetteranno magari, prima facevamo in altro modo, ma era un modo impuro, eretico, pagano, sbagliato, socialmente dannoso o che ne so: l’uso derogatorio del linguaggio comincia a erodere i fatti, a mischiare interpretazioni, a costruire leggende. Ma è solo con la terza ondata, diciamo così, che la memoria di ciò che è stato precedentemente, a livello storico, scompare. I nipoti dei pionieri risponderanno alla domanda “perché fate così” con: perché abbiamo sempre fatto così, sono le nostre sacre tradizioni! Marlene Starr, per farvi un esempio, è una discendente degli abitanti originari del Canada, gli indiani canadesi se volete. Se voi oggi esaminate le relazioni tra i sessi nel suo gruppo osserverete uno sbilanciamento a favore degli uomini, la specializzazione dei ruoli, un discreto tasso di violenza di genere. Potreste concludere che sono le loro tradizioni e che volete rispettarle. Ecco però cosa racconta Marlene: “Nelle società aborigene tradizionali, donne e uomini avevano ruoli di eguaglianza. Questo è stato distrutto dal colonialismo, in special modo dall’Indian Act che ha creato e stabilito le scuole che noi dovevamo frequentare. Ci è stato ossessivamente ripetuto, in queste scuole e altrove, sia tramite insegnamenti diretti, sia tramite la proposta di modelli, che dovevamo accettare come giusta e inevitabile l’inferiorità delle donne. La filosofia de “la forza fa il diritto” ha fatto danni incommensurabili alle nostre comunità, e ci vorranno anni di ri-socializzazione prima che noi si possa riacquistare l’equilibrio che avevamo prima.”
Generalmente le donne sono state addestrate a non aver relazione con la storia, e a non reclamarla per se stesse. La mancanza di una consapevolezza storica ottiene che le donne continuino a fare tutto, invece di cambiare tutto. L’equazione è semplice: se sei senza passato, sei pure senza futuro. Ci sono quattro modi principali in cui la nostra cultura si impegna contro la consapevolezza storica delle donne. Il primo è la ferma omissione delle donne dalla storia presente, ovvero dalle notizie. Circa il 15% dell’informazione di cronaca riguarda le donne, usualmente come vittime di violenza o come autrici di crimini. Chiunque abbia mai organizzato qualcosa sulle donne e per le donne e delle donne lo sa: se non hai l’aggancio giusto o il seno scoperto sei invisibile. Il secondo modo, complementare, è l’omissione della storia dai giornali e dagli inserti cosiddetti “femminili” (quelle cose che si chiamano “Donna e Mamma”, “Donna Moderna” e così via). Si ha, leggendoli, la curiosa sensazione che il tempo non esista. Un cronosisma, come avrebbe detto Kurt Vonnegut. Qui le notizie sono pettegolezzi, chi ha sposato chi, chi ha lasciato chi, eccetera. Il tuo destino come donna è sicuramente nelle tue mani: ci sono diete per te, e cosmetici per te, e test per insegnarti ad acchiappare il principe azzurro. Non hai passato, non hai futuro, è un eterno presente nella casetta di Barbie. Dal che emerge semplicemente il terzo tipo di pressione: ovvero il tema ideologico che le se le donne si prendono sul serio perdono la loro femminilità. Questo è un tema ricorrente e sempreverde. Ho perso il conto degli studi psico-socio-tuttologi creati per spiegarci che abbiamo voluto tutto, e quindi abbiamo perso la nostra vera natura, siamo diventate uomini, abbiamo messo in crisi gli uomini e quindi gli uomini scappano da noi e il nostro orologio biologico ticchetta impazzito, solo e triste. “Ormai comandano le donne”, di sicuro l’avete sentito o letto da qualche parte. Pensate che qualche tempo prima di Cristo lo diceva pure Catone il censore, e non avrete bisogno che sia io a dirvi che è propaganda. E per chi crede che il termine post-femminismo sia qualcosa di vent’anni fa rendo noto che esso fu coniato già nel 1919, per dare l’avvio a una campagna di denigrazione delle suffragiste.
Il quarto modo in cui la nostra cultura si impegna contro la consapevolezza storica delle donne è l’erosione della memoria. I libri di testo non riportano la storia delle donne, i media non la conoscono, l’arte la ignora. In grazia di ciò, molte giovani pensano che la discriminazione sessuale sia cosa che non le riguarda direttamente. O che il diritto di voto l’hanno sempre avuto. O che sia sempre stato legale interrompere una gravidanza e divorziare. Ignorano tutte quelle madri, reali e simboliche, che si sono incatenate davanti ai Parlamenti, che hanno fatto scioperi della fame, che si sono autodenunciate per aver abortito (anche quando non era vero), che hanno scritto e parlato e proposto e perseverato. E così queste ragazze, quando si trovano di fronte alla lettera di dimissioni in bianco da firmare per essere assunte, o quando al colloquio di lavoro chiedono loro se sono fidanzate o se pensano di far figli sono seccate, ma sono soprattutto scioccate. E pure quelle che non si arrendono, non avendo passato sono costrette ogni volta a ripartire da zero, a reinventare modelli di attivismo e di resistenza, o a fare affidamento su modelli altrui. Questo è il rischio nel rimanere indifferenti alla nostra propria storia: perdere quel che abbiamo ottenuto, e consegnare un futuro indecente alle bambine di oggi. Forse impareremo, prima o poi, a onorare le nostre eroine, magari mentre sono ancora vive, a pretendere le loro facce sui francobolli, e le loro vicende nella narrazione storica, di modo che le nostre figlie abbiamo qualcosa di meglio da sperare che diventare veline.
Spero non vi urti se a questo punto vi recito parte di una poesia. Sono versi del primo poeta della storia umana, della cui esistenza storica siamo scientificamente certi; una persona che visse, scrisse e insegnò 2.000 anni prima di Aristotele. I 153 versi originari furono vergati in caratteri cuneiformi su tavolette di creta e potevano essere letti sia dall’alto in basso che trasversalmente.
 
“Sapiente, Saggia, Signora di tutte le terre,
che fai moltiplicare ogni creatura vivente e le genti,
io ho reso nota la tua canzone sacra.
Dea che dà la vita, appropriata per me,
di cui si acclama.
Compassionevole, donna che dà la vita, cuore raggiante,
io ho detto questo in tua presenza, in accordo con i divini poteri.
Di fronte a te sono entrata nel luogo sacro del tempio.
Io, l’Alta Sacerdotessa, Enheduanna,
reggendo il cesto delle offerte, ho liberato la mia voce in un canto gioioso.
(…) Mia signora, io proclamerò la tua grandezza in ogni paese.
Il tuo sentiero e le tue azioni loderò per sempre.
Io sono tua! E lo sarò per sempre.
Io, Enheduanna, l’Alta Sacerdotessa della Luna.”
 
Di sicuro a scuola vi hanno parlato dell’alfabeto cuneiforme sumero. Fu creato attorno al 3200 a.C., specificatamente per ragioni contabili (quante pecore, quanti vasi, e via così). Le prime tavolette che contengono liste di nomi datano a circa 100 anni dopo. Quando Enheduanna compone le sue poesie (che venivano cantate) la scrittura nel suo paese, l’odierno sud dell’Iraq, ha circa 350 anni e gli ideogrammi sono una novantina. Le precedenti tavolette che abbiamo sono del tutto anonime: Enheduanna è la prima a identificare se stessa nello scritto, ed è la prima a scrivere poesia. Di sicuro a scuola non vi hanno parlato di lei. Il primo poeta della storia umana è una donna. Lo sappiamo dal 1927, ma non sono notizie da dare alla leggera, forse ci stanno ancora pensando su: a che età inserire l’informazione per non sconvolgere le giovani menti? Gli scolaretti potrebbero restare turbati? Le scolarette potrebbero diventare arroganti? Naturalmente nessuno si fa mai gli scrupoli al contrario, e cioè se a sentire ripetere a oltranza “le conquiste dell’uomo”, “le scoperte dell’uomo”, “le invenzioni dell’uomo”, le scolarette pensino di non esistere, o che le donne non sono mai esistite, o che l’essere femmine dev’essere una disgrazia o cattivo karma per le dissolutezze della loro vita precedente. Scherzi a parte, sono al termine del mio intervento e poiché la forma del cerchio è quella che mi piace di più, tanto che anche il mio corpo tende ad assomigliarle, vorrei chiudere come ho aperto, e cioè con Maria Gaetana Agnesi. Siamo nel 1700, ci sono sette sorelle e un padre che crede nell’istruzione femminile, tant’è che una sorella di Maria Gaetana, Maria Teresa, diventerà anch’ella famosa, come musicista. I maligni dicono che se il padre avesse avuto anche un solo figlio maschio non avrebbe riversato tanta ambizione sulle figlie: comunque, era deciso a “dimostrare” che le donne potevano fare matematica e scelse Maria Gaetana per la sua dimostrazione. Come sappiamo, la ragazza si rivelò più che eccellente in tal campo. Ma quando suo padre morì, Maria Gaetana abbandonò gli studi matematici per fare quello che le piaceva fare, e che sentiva giusto fare, e cioè aiutare gli altri, in particolare le altre donne, a stare meglio. Così si dedicò ad aprire ospedali e asili e in genere a prestare assistenza. Non sappiamo quante vite abbia salvato, e se non fosse per il “cappello da strega” non conosceremmo neppure il suo nome. È l’incursione in un campo considerato “maschile” a lasciare una tenue traccia di lei, nulla di quel che compì dopo. Perché se la storia è solo storia di guerre, di conquiste economiche o territoriali, di imperi e contro-imperi, di grandi navigatori e nuove frontiere, di mirabolanti congegni sempre più perfetti nell’uccidere (dalla punta di selce all’uranio impoverito o al fosforo bianco), se la storia è storia di mortali e di una valle di lacrime, allora in questa storia non c’è posto per le viventi e i viventi, per chi la vita la dà, la nutre, la gode. Ecco perché abbiamo bisogno della storia delle donne.
 
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“Scrivere storia, raccogliere memorie, fare militanza”
Elena/Scateniamotempeste
 
Nella primavera del 2003, proprio qualche tempo dopo l’uccisione di Dax a Milano, mi ritrovavo a prendere una scelta sull’argomento della mia tesi di laurea in storia. Da militante antifascista, mi aveva sfiorato più volte l’idea di scrivere qualcosa sui movimenti antagonisti a Milano ma la consapevolezza di sentirmi troppo all’interno di quel meccanismo, non tanto per una questione di imparzialità rispetto all’argomento, quanto per l’eccessivo carico emotivo che una tale scelta comportava, mi fece abbandonare l’idea sul nascere. L’aggressione a Dax è stato uno degli episodi che più mi hanno colpito in tutto il mio percorso politico e personale di militante, anche perché si percepiva in quel periodo che i fascisti stavano rialzando la testa e le loro idee, assieme a quelle dei razzisti della Lega e del peggior capitalismo colonialista, si erano rafforzate, mentre il movimento, da Genova in poi, per molteplici cause, aveva sempre più perso il suo smalto. A conferma di ciò, proprio in quei giorni, a due passi da casa mia, la giunta di un comune dell’hinterland milanese, che aveva ospitato la salma di Mussolini prima che fosse trasportato a Predappio, si impegnava nella beatificazione del duce e in una serie di incontri revisionisti, motivo per cui alcuni compagni del mio collettivo avevano frequenti contatti con gli antifascisti e le antifasciste dell’Orso, il collettivo di Dax, che era il collettivo milanese più vicino all’antifascismo militante.
Io, nel frattempo, ero affaccendata a trovare un relatore per la mia tesi di laurea in storia e impegnatissima con gli ultimi esami e, se da un lato, cercavo di seguire la questione della salma del duce come potevo, dall’altra tentavo anche di concludere il mio faticoso percorso universitario, pieno di dubbi.
L’uccisione di Dax a pochi passi dai luoghi che frequentavo abitualmente mi lasciò senza parole, rappresentò una doccia gelata allo spirito guerriero e idealista che avevamo, fu un duro colpo per tutti gli antifascisti milanesi, senza parlare poi di chi lo conosceva: per giorni, fra noi non si parlò di altro. La rabbia e il senso di impotenza erano i sentimenti prevalenti, soprattutto dopo il pestaggio da parte della polizia dei compagni e delle compagne accorsi in ospedale appena saputa la notizia e in seguito accusati del tentato trafugamento della salma di Dax.
L’episodio mi fece anche pensare a lungo alla scelta da prendere per la scrittura della mia tesi di laurea: occuparmi dei movimenti e di antifascismo, che era ciò che facevo anche nella mia vita privata, o evitare di fare ricerca su temi che mi coinvolgevano così tanto e rivolgermi ad altro? Quando devo fare una scelta, divido a metà un foglio e, da un lato scrivo i pro di quella scelta e dall’altro i contro. Il “pro” principale era ovviamente la possibilità di trovare un argomento affine ai miei interessi, cosa molto allettante, ma ciò faceva coincidere in un certo senso la mia ricerca con la mia vita. Dopo un’attenta valutazione, dunque, decisi di occuparmi di altro, scrivendo qualcosa che riflettesse le mie idee più riguardo al metodo che alla vicinanza emotiva agli argomenti. Questa decisione escludeva anche qualsiasi cosa riguardasse il movimento femminista, a cui mi ero avvicinata da poco con letture e grazie una serie di incontri che avvennero in quegli anni, alcuni casuali e fortunati, altri voluti. Ero una femminista “dell’ultima ora”, però: nel mio collettivo erano quasi tutti maschi, la questione dei rapporti di genere si poneva in modo abbastanza superficiale, leggevo molto ma non avevo modo di confrontarmi con altre.
Sempre in quegli anni, nelle Università, sotto la spinta della Riforma Moratti, ma anche per la necessità di un rinnovamento, si cominciava a dare un certo impulso, da un lato, alle ricerche sugli anni Sessanta e Settanta e, dall’altro, alla ricerca sulle donne con una disciplina che veniva chiamata “storia delle donne e dell’identità di genere”. Diverse amiche stavano tentando il percorso dottorale, proprio approfondendo tematiche quali la “storia delle donne”, con biografie di donne illustri, di movimenti operai, delle antifasciste, eccetera.
Credo che, con un po’ di tenacia, nulla mi avrebbe impedito di lavorare su quel filone contemporaneo e di “storia delle donne” ma anche in quel caso avevo delle riserve e troppe domande aperte sull’argomento prima di affrontare qualsiasi tema, che potevano apparire agli occhi delle docenti e dei docenti non solo conservatori, ma anche socialdemocratici delle vere e proprie provocazioni: ad esempio, il termine stesso di “donna” mi sembrava qualcosa da dover definire nuovamente (non che non ci fosse stato dibattito storiografico in merito, ma io stessa non sapevo come pormi rispetto a quel termine); la questione del “genere”, anche mi appariva sfumata; le biografie, che erano tutto sommato una scelta di comodo, perché più facili da scrivere, mi annoiavano terribilmente e spesso divenivano delle vere e proprie agiografie di personaggi illustri.  Inoltre, se proprio avessi voluto fare una scelta simile, mi sarebbe piaciuto lavorare sui femminismi degli anni Settanta o sulle donne che avevano partecipato alla lotta armata, ma il primo era un terreno troppo vasto e avrei dovuto restringere il tiro, in un periodo in cui ancora non esistevano ricerche più globali sull’argomento, il secondo era un terreno minato, se non affrontato con un approccio politically correct (che io non credevo di poter avere).
Avevo anche delle obiezioni di altro tipo: ad esempio, mi infastidiva il fatto che venisse creata una “storia delle donne” come disciplina, mentre la “Grande Storia” restava una cosa da maschi, con battaglie di maschi, eroi maschi, maschio pensiero politico, economia dei maschi, banchieri, artigiani, imprenditori… Avvertivo questa disciplina come una sorta di riserva per gli indiani d’America, un contentino delle Pari Opportunità, per dire che non vi era sessismo nelle università e che le “questioni femminili” erano trattate al pari di tutti gli altri argomenti di studio. Si rendeva visibile per ghettizzare.
In realtà la storia di genere veniva da molto lontano e i pochi docenti e le poche docenti che se ne erano occupati con grande serietà avevano aborrito l’idea di una cattedra di “Storia delle donne”, continuando, dove possibile, a gestire il loro lavoro e a parlare di rapporti di genere nei vari periodi in corsi di Storia economica, di Storia sociale, di Storia politica, ecc., come era sempre avvenuto dagli anni Sessanta in poi.
Io scelsi di stare lontano dalla cattedra di Storia delle donne e dell’identità di genere e di evitare tutto ciò che fosse vicino nel tempo e mi andai a specializzare in un filone poco studiato in Italia, che riguarda i rapporti di genere e classe nell’Europa moderna. Mi sentivo salva ma non assolta, perché una domanda mi si poneva: “se tutti i compagni e le compagne facessero come me, ci la scriverebbe la nostra storia? I nuovi Pansa? A chi lasciamo in mano, inoltre le nostre memorie? A chi le può usare, decostruire e magari ricostruire violentandole?”. È ovvio che gli storici e le storiche non la pensano tutte alla stessa maniera ma è anche vero che quella che sento come storia mia vorrei scrivermela un po’ anch’io.
In ogni caso e senza scendere nel dettaglio, in questi anni, sono stati scritti innumerevoli testi che hanno come tema i rapporti di genere in prospettiva storica e anche testi concernenti la storia dei movimenti femministi. Il quadro oggi è molto variegato ma ciò non è sempre sinonimo di qualità o di onestà intellettuale. Come per la questione del fascismo/antifascismo, anche per ciò che riguarda i movimenti femministi del passato, e in particolare dello sfaccettato movimento degli anni Settanta, ci si imbatte in ricostruzioni parziali o piatte, anche perché è più facile recuperare documenti e fonti presso le associazioni che hanno mantenuto e organizzato un archivio e che hanno una sede stabile -e spesso sono quelle che hanno patteggiato o si sono allineate a scelte politiche moderate, mentre viene azzerato e dimenticato il pensiero di quei gruppi e collettivi che hanno lasciato poche tracce di sé. Come per fascismo/antifascismo, ci si imbatte anche in un vero e proprio revisionismo che parla di un unico movimento femminista interclassista, al di là di poche e violente estremiste. Si usano parole come “violenza” e “estremismo” senza definirle, come concetti assoluti e chiari, quando non lo sono per niente. Si usano parole, come “legalità”, del tutto estranee al dibattito dei collettivi anni Sessanta e Settanta, mentre non ci si sofferma sulla questione della “violenza di stato”, al contrario tema molto caro a chi in quegli anni faceva militanza antifascista e anche nei movimenti femministi. Ad esempio la questione che concerne le donne e la violenza politica è abusato fra chi si occupa della materia, ma se non viene definito il concetto di violenza, passa l’idea dominante che le donne che lanciavano i sanpietrini nei cortei erano violente ed eversive, mentre quelle che si chiudevano nei circoli intellettuali a raccontare la “superiorità morale delle donne” erano le degne rappresentanti del movimento. E quindi, di conseguenza, vicende come quelle di Giorgiana Masi vengono rilette come fatti normali in un clima globale di tensione e violenza.
E ciò che oggi avviene per il passato, avverrà domani per il futuro. Tra qualche anno, probabilmente alcune storiche e alcuni storici del femminismo, ci diranno che i movimenti femministi del 2000  sono stati “Se non ora quando” e simili, perché tale movimento è riuscito a riunire le masse in piazza e produce numerosi documenti che hanno larga visibilità attraverso la stampa, le televisioni, le radio e internet. Mentre, magari, si dimenticheranno, volutamente e in modo revisionista (o per risparmiare tempo nelle ricerche) di tutte le realtà altre che sono presenti anche oggi qui, e che hanno certamente posizioni più scomode nei confronti del potere e della cultura dominante, perché  si pongono al di fuori del sistema, dato che pongono la questione di genere non appoggiando le idee meritocratiche e carrieriste che vanno per la maggiore ma legano le rivendicazioni femministe alla lotta di classe e perché sul tema della violenza si pongono in maniera dialettica e critica, ponendosi la domanda “chi è davvero violento?”.
Vorrei concludere da dove sono partita. Tempo fa mi trovavo a una presentazione del libro di Alex Alesi “Interminabili disordini”, testo in cui Alex racconta autobiograficamente la sua appartenenza al movimento Sharp e il movimento stesso fra la fine degli anni Novanata del secolo scorso e il 2003, e che si conclude appunto con l’omicidio di Dax, di cui era amico. Nella discussione finale sul libro è emersa appunto l’esigenza di produrre memoria, di non lasciare che si occupi dei movimenti a cui apparteniamo, solo coloro che non ci conoscono e che, se va bene, non capiscono le motivazioni da cui partono le nostre rivendicazioni, se va male manipolano le nostre azioni e le nostre idee. Non possiamo evitare che esistano persone così ma possiamo difenderci. Allora resta a noi, più che scrivere libri di storia, che non è semplice e non è per tutti/e, raccogliere e produrre memoria, che non sia fine a sé stessa, ma frutto delle nostre rivendicazioni. Ad esempio resta a noi raccontare le proteste contro i Cie, contro il sistema capitalista, le manifestazioni di piazza, le rivendicazioni per migliorare la 194, il fatto che il femminismo non possa mai essere asservito al potere e che quei circoli che si proclamano interclassisti, andando a braccetto con i ministri e le neofasciste in quanto donne non ci rappresentano per nulla.
Possiamo infatti evitare che la memoria sia solo quella di altre esperienze e che chi si occupi di raccogliere le memorie e scrivere la storia e le storie sia sempre dall’altra parte della barricata rispetto alla nostra. Possiamo essere un ponte importante fra il passato, di cui raccogliere testimonianza, senza idealizzare o appiattire ciò che fu; e, d’altro canto dobbiamo anche raccogliere le nostre di memorie, dobbiamo raccontarci e raccontare, di noi che ancora siamo femministe oggi, di ciò che siamo, per non darci in pasto ai revisionisti e alle revisioniste di domani, Infondo noi siamo un anello di raccordo fra passato e futuro: conserviamo la nostra storia e, nel frattempo, contribuiamo a scriverne una nuova pagina.
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