28)Votiamo NO per dire NO all’Italia “Fattoria degli animali”!


Sono arrivati, all’alba, con la notifica dei domiciliari.
Il latrare di Argo al cancello, la mia casa nel disordine del primo mattino, il tuffo al cuore inevitabile anche quando sei preparata e ti aspetti gli eventi, il senso della tua intimità violata.
Domiciliari che non rispetterò, come non ho rispettato l’obbligo di firma quotidiana e l’obbligo di dimora.
Il conflitto contro ‘ingiustizia è un diritto e un dovere.
La mia casa non è una prigione;non sarò la carceriera di me stessa.
Mi sento serena e sicura.
La loro legalità ha più che mai il volto della guerra e dell’oppressione.
La nostra lotta è un cuore pulsante e generoso, un pensiero lucido e saggio, bella e struggente come i cieli autunnali, dolce come le albe che rinascono, concreta e generosa come la terra.
Sento intorno a me il sostegno di compagne e compagni, la solidarietà concreta di una Valle che continua a resistere ed a costruire l’idea di un futuro più giusto e vivibile per tutti.
Ho ancora in me l’emozione e la ricchezza dei tanti incontri avuti durante le settimane del NOTAVTour”io sto con chi resiste”.
Non è preoccupazione, ma una calma gioiosa quella che provo.
Questa sera sarò all’assemblea organizzata a Bussoleno a sostegno della Resistenza Kurda e del PKK.
L’importante è rimanere umani, ossia, come ci dice Rosa Luxemburg in una sua lettera dal carcere, “rimanere saldi e chiari e sereni, sì sereni nonostante tutto. Rimanere umani significa gettare con gioia la propria vita sulla grande bilancia del destino, quando è necessario farlo, ma nel contempo gioire di ogni giorno di sole e di ogni bella nuvola”.
Liberi tutte e tutti!
Avanti NO TAV!
Nicoletta Dosio
Liberiamoci della bestia,ovvero di una cultura del cazzo/(secondo libro) di Daniela Pellegrini. Dalla presentazione a Apriti Cielo, Milano, 20 aprile 2016,
di Giuliana Savelli
Se lo stile del pamphlet corrisponde perfettamente alla struttura del libro di Daniela, come ha messo bene in risalto Chiara Martucci nel suo intervento a Apriti Cielo, a me sembra che il discorso possa scorrere così rapido e incisivo perché fondato sulla figura del paradosso. Paradosso nel senso proprio: l’essere un’affermazione contraria all’opinione comune (dal greco parà – doxa), ma anche una legge fisica il cui enunciato, pur essendo esatto, sembra apparentemente errato. E soprattutto fondato sulla logica paradossale; una logica che scorre dentro e sopra i contrasti, accettandoli – includendoli, vedendoli – che lascia loro la possibilità di evolversi attraverso una trasformazione. Un modo di ragionare e di sentire che segna già un’uscita da una ragione astratta, disumana (Maria Zambrano) e dal dualismo coatto del patriarcato, il libro, infatti, esplica questo movimento: traversando i percorsi di riflessione delle donne e le pratiche femministe – in prima linea quella dell’autrice – offre un percorso alternativo, salvifico direi, rispetto alla distruttività del patriarcato.
Dove il fulcro del paradosso? Nell’aver riportato allo scoperto, nella rimessa a fuoco del potere e del simbolismo patriarcale, la sua origine primaria, l’affondo, cioè, delle sue radici nella differenza sessuale, quando il maschio, in tempi lontanissimi, si costituì come soggetto dominante, l’uno, e la femmina divenne l’altro da sé, il due, l’oggetto da inferiorizzare e da sfruttare. Da penetrare a proprio piacere prendendosi la prole. Differenza “fondata sull’abuso e la permissività violenta” tutt’ora viva e operante su grande e piccola scala, nonostante la nostra assuefazione e la maschera di civiltà che tende a deviarne l’attenzione. Questa memoria, riattivata e condensata nell’immagine del fallo, conferisce al libro una grande agilità che permette all’autrice di passare dal presente ad epoche lontane, dal piano culturale simbolico alla realtà storica, dalla nostra civiltà occidentale a quella mussulmana (la cui radice è analoga; Pellegrini è un’appassionata lettrice di antropologia) con la consapevolezza che è possibile sottrarsi a un dominio asfittico e violento, e aprire luoghi di armonia e di liberta individuale: lo spazio terzo, sempre auspicato dalla Pellegrini, dove la materia pensante del corpo delle donne, della natura stessa, ritrova dignità e bellezza. [Vorrei dire, per inciso, che anche gli gnostici, per i quali solo la parte minoritaria dell’umanità era destinata a un percorso spirituale, rappresentavano la massa degli esseri umani, schiavi dei propri istinti egoici, come esseri priapeschi, dominati dal loro deforme attributo sessuale, con parola moderna, il cazzo]. Continua a leggere
http://www.notav.info/senza-categoria/arresti-domiciliari-per-nicoletta-dosio-diretta-radio/
All’alba di questa mattina sono stati notificati a Nicoletta gli arresti domiciliari come aggravamento delle precedenti misure cautelari di obbligo di dimora con rientro notturno. ( http://www.notav.info/post/notificati-a-nicoletta-dosio-gli-arresti-domiciliari-appuntamento/ )
Nicoletta ha violato sistematicamente queste misure, come prima di queste l’obbligo di firma quotidiano, portando la sua esperienza e quella del movimento No Tav per tutta l’Italia con il tour ” Io sto con chi resiste”. Non saranno certo queste ingiuste imposizioni a fermare il popolo No Tav, che questa sera si da appuntamento alle ore 19 di fronte a casa di Nicoletta in Via San Lorenzo a Bussoleno.
Libertà per Nicoletta!
Libertà per tutti i No Tav!
di Elisabetta Teghil

Il lancio della campagna Fertility Day del 22 settembre, e le relative dichiarazioni della ministra Lorenzin hanno provocato un’alzata di scudi generalizzata. Chi ne ha stigmatizzato le caratteristiche fasciste e la connotazione dio/patria/famiglia, chi ne ha letto la regressione ad un modello di donna che pensavamo morto e sepolto, chi ne ha visto le caratteristiche razziste e coloniali nel lamentare la crescita del numero dei figli delle immigrate e la carenza di bambini bianchi e occidentali… Insomma giustamente di tutto e di più.
Ma l’idea del Fertility Day non rappresenta uno scivolone della ministra o una scelta infelice sopra le righe, bensì è tutta interna al progetto neoliberista che va avanti da diverso tempo e che si sta imponendo passo dopo passo in maniera silente e perfida e di cui questo tipo di campagne sono solo la manifestazione eclatante, perfino ridicola.
Da diversi anni ormai si assiste ad una forte riproposizione dei ruoli sessuati in concomitanza con una forte riproposizione dei ruoli gerarchici e di comando nella società tutta. D’altra parte il controllo del corpo delle donne è una parte importante del controllo sociale.
Le figure maschili e femminili sembrano uscite dagli anni ’50: il rosa va di gran moda tra le bambine, le mamme della pubblicità, non so se l’avete notato, sono sempre molto giovani, vengono sbandierate positivamente le storie di studentesse che si tengono il figlio sui banchi di scuola, si spinge all’allattamento al seno con una campagna estenuante accompagnata da una sottile colpevolizzazione per chi è contraria. Chiaramente dato che il lavoro per la stragrande maggioranza delle donne, quando c’è, è quello che è, cioè senza riposo, di pesante sfruttamento e malpagato, molte vengono spinte al “ritorno tra le mura domestiche” nel ruolo santificato di moglie e madre. Le altre, quelle in carriera, possono mettere da parte gli ovuli congelandoli, come propone la Silicon Valley, e diventare madri quando alla “Ditta” non servono più. Due percorsi, uno di serie A e uno di serie B, fortemente attraversati dalla classe. Chiaramente stiamo parlando delle donne bianche occidentali, perché le altre, come si deduce dallo spirito della campagna, sono “pericolosamente fertili” a meno che non si vendano al modello occidentale e cerchino di “integrarsi”.
L’egemonia del sistema è fortissima.
C’è un elemento fondante nella Campagna Fertility Day che è passato sotto silenzio e che invece ci ha colpito in maniera particolare e che merita una grande attenzione perché ne va delle nostre lotte e del nostro percorso di liberazione
I modi e le strutture attraverso le quali i principi del Fertility Day dovrebbero essere veicolati e propagandati sono espressi più che chiaramente nel Piano Nazionale per la Fertilità.
Leggiamo testualmente (…) E’ necessario, quindi, un progetto nel quale le redini della informazione e della formazione siano tenute da esperti che veicolino concetti riproduttivi di base semplici, comprensibili, memorizzabili ed interiorizzabili per le scelte personali di pianificazione familiare. L’erogazione di queste nozioni dovrebbe essere fatta da personale medico con specifica preparazione, in attività sul territorio cittadino, come ad esempio i medici di medicina generale, i medici e operatori consultoriali, i pediatri, i ginecologi in collaborazione con le Università e le Aziende sanitarie.
Lo Stato elenca con chiarezza quali sono le principali strutture a cui è destinato il compito precipuo di essere catena di trasmissione dei valori dominanti: i media e la pubblicità, la scuola e l’università, i servizi sociali, i medici di base e i Consultori come luoghi che devono occuparsi principalmente di veicolare il messaggio.
In particolare con riferimento ai Consultori: (…) Il ruolo del Consultorio, in particolare come previsto dal Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI) del 2000, e così ribadito con l’Accordo Stato Regioni del 16.12.2010, risulta strategico nel perseguimento di una più diretta politica in favore delle persone che tenga conto dei profondi mutamenti nella realtà socio- culturale occorsi negli ultimi decenni Attualmente la caratteristica fondamentale dei Consultori familiari, oltre alla ramificazione territoriale che li rende dei veri e propri servizi di prossimità, consiste nell’approccio multidisciplinare che si esprime con la compresenza di diverse figure professionali: ginecologo/a, ostetrica/o, psicologo/a, assistente sociale, pediatra. E ’questo approccio che conferisce al Consultorio la sua peculiarità di visione globale della salute della donna e della coppia, e lo distingue da un semplice ambulatorio. Il Consultorio familiare rappresenta la porta di accesso principale alla gravidanza (…).
Che i Consultori siano luoghi politici del potere e non luoghi di donne è stato palese ed eclatante fin dalla loro costituzione e sotto gli occhi di tutte e tutti. Questo non ha niente a che fare con la necessità che lo Stato fornisca le prestazioni sanitarie che sono fondamentali e che noi chiaramente pretendiamo, ma noi dobbiamo usare soltanto i servizi sanitari che devono essere tutti gratuiti, dalla visita per un mal di gola, per un aborto o quella per un’appendicite, ma non dobbiamo consultarci sicuramente con lo Stato!
I luoghi politici devono essere nostri, costruiti in autonomia, autofinanziati, al di fuori di ogni contributo statale e fuori da ogni rapporto con questo sistema.
E’ normale che attraverso i consultori di Stato passino le direttive di Stato. Qualcuna pensa ancora che le strutture di Stato si possano cambiare dall’interno? Storia e memoria non sono servite e non servono a niente?
Il 21 giugno 1978 alcuni collettivi femministi occuparono un reparto della Clinica Ostetrica del Policlinico di Roma per aprire uno spazio in cui le donne potessero mettere in atto le pratiche di autodeterminazione relative alla neonata legge 194 e alla gestione del proprio corpo contro il boicottaggio delle direzioni sanitarie. L’occupazione durò tre mesi. Il 25 settembre il Prof. Marcelli chiese l’intervento della polizia che sgomberò la struttura.
Altri collettivi nello stesso periodo avevano fatto una scelta diversa creando strutture autogestite e autofinanziate al di fuori delle strutture pubbliche, nella convinzione che lo Stato è costretto ad adeguarsi solo in presenza di un rapporto di forza determinato dalla capacità di organizzarsi autonomamente.
Lo Stato operò una strategia di supporto a quel femminismo che si era prestato, in parte in buona fede e in parte in cattiva, a propagandare l’ingresso delle donne nelle Istituzioni così da isolare e demonizzare tutte quelle che lavoravano in autonomia. Queste scelte ci hanno portato qui, alla deriva attuale, ad un femminismo senza femminismo che ha dimenticato che l’obiettivo della nostra lotta è la liberazione e che quando si mettono in atto percorsi di collusione con lo stesso sistema che è responsabile della nostra oppressione, si diventa inevitabilmente altro.
Assistiamo ancora alla richiesta allo Stato di tutela, di attenzione, di fondi e finanziamenti, alla glorificazione dei Consultori come luoghi di donne e al collaborazionismo al Piano nazionale Contro la Violenza sulle donne. Questi quarant’anni sono passati invano?
Piano Nazionale per la Fertilità? Piano Straordinario Nazionale Anti Violenza? Piano Nazionale Salute e Sicurezza sul lavoro? Siamo al delirio collaborazionista e poi ci meravigliamo del Fertilty Day?
Riceviamo da una compagna del Comitato NO Nato
Comunicato della Lista Comitato No Nato e della Rete No War Roma
Pur avendo sostenuto per anni la lotta del popolo curdo, siamo molto preoccupati delle scelte che una parte della sua dirigenza ha imposto in Siria. Queste scelte e le loro conseguenze non sono assolutamente messe in discussione dall’appello per il 24 settembre:
1) Non viene minimamente condannato il fatto che l’esercito turco ha invaso uno stato indipendente, la Siria, in cui gli stessi Curdi vivono, violandone platealmente la sovranità.
2) Non viene chiarito che gli stessi Curdi della Siria, ed i loro alleati delle “forze democratiche siriane” (spezzoni di vecchie formazioni jihadiste facenti capo al sedicente Esercito Libero Siriano), hanno per primi essi stessi violato la sovranità del loro paese consegnando nelle mani dell’alleato esercito statunitense una serie di basi su suolo siriano.
3) Viene taciuto che gli stessi statunitensi si servono di queste basi per attaccare e minacciare l’esercito nazionale siriano che difende l’unità, l’indipendenza e la sovranità del paese, mentre contemporaneamente l’esercito nazionale viene bombardato anche da Israele, che cura anche i feriti di Fateh al-Sham (ex al-Nusra) e dell’ISIS nei propri ospedali.. L’ultimo deliberato bombardamento dell’esercito USA sulle posizioni dell’esercito siriano a Deir Es Zor, città assediata dalle bande dell’ISIS, che ha causato decine di morti, favorendo così gli attacchi dell’ISIS, dovrebbe far riflettere sulle reali intenzioni degli USA. Gli Statunitensi stanno anche sabotando la tregua umanitaria concordata con la Russia, non onorando l’impegno preso di costringere le formazioni armate da loro controllate a cessare il fuoco ed a distaccarsi dai terroristi estremisti dell’ex al-Nusra ed ISIS.
Fin dagli anni ’90 i neocons USA nei loro documenti indicavano una serie di paesi da distruggere perché non compatibili con i loro sogni di domino mondiale, tra cui la Siria, la Jugoslavia, l’Iraq, l’Iran, la Libia e altri paesi. A partire dall’amministrazione di Bush jr le indicazioni dei neocons sono state adottate ufficialmente come strategia della politica estera statunitense. Di questo ci sono oltre che i fatti, varie testimonianze, a partire da una famosa intervista rilasciata nel 2008 dal generale Wesley Clark. Come conseguenza, fin dal 2011 è stata formata una vasta alleanza filo-imperialista con l’intento di distruggere lo stato siriano laico e progressista, uscito dalle lotte anticoloniali, così come già è stato fatto per la Jugoslavia, Libia, Iraq, Ucraina, Somalia, Costa d’Avorio, Sudan. Di questa alleanza fanno parte USA, UE, NATO, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, e bande di mercenari jihadisti terroristi che fanno capo all’ex al-Nusra, ISIS, e presunte formazioni “moderate” legate agli USA. Il movimento curdo siriano, che dichiara di voler lottare per una Siria democratica, dovrebbe precisare se intende portare avanti le proprie rivendicazioni nell’ambito dello stato laico e progressista siriano, che ha assicurato pieni diritti alle donne, e alle numerose religioni ed etnie presenti nel paese, o cercare illusoriamente di realizzare le proprie aspirazioni a costo della distruzione della Siria, programmata da tempo dall’imperialismo, con la creazione di uno staterello fantoccio, stile Kosovo. Altrettanta chiarezza richiediamo a tutte quelle organizzazioni sedicenti pacifiste e di sinistra, che non mancano occasione di attaccare e demonizzare il governo della Siria, e che oggi trovano un facile alibi nell’adesione all’ambigua manifestazione del 24.
Roma 19/9/2016 Lista Comitato No Nato, Rete No War Roma
Per adesioni: comitatononato@gmail.com

( Il responsabile americano per la coalizione Brett McGurk e il comandante curdo Polat Can)

Nel nord del Perù, precisamente nella regione di Cajamarca, si trova Yanacocha: la più grande miniera d’oro a cielo aperto di tutta l’America latina.
In questi ultimi anni la multinazionale statunitense Newmont Mining ha tentato più volte di ampliare questa miniera, un progetto che avrebbe limitato la libertà dei popoli nativi, oltre a rappresentare un rischio per l’integrità delle risorse idriche della zona, per la biodiversità vegetale e animale.
Nel nord del Perù, però, vive anche Máxima Acuña, una donna che ha posto il suo corpo a difesa della Terra sino a costringere la multinazionale statunitense alla sospensione del progetto.


Venerdì 23 settembre, il campeggio antimilitarista in programma dal 6 al 10 ottobre sarà presentato a Cagliari, a conclusione di un aperitivo di autofinanziamento il cui ricavato servirà per le spese del campeggio. L’appuntamento è alla Baracca Rossa, via Principe Amedeo 33, alle ore 20:oo.
di Alessandra Daniele
Gli sposi si baciano fra gli applausi degli invitati.
Un ometto s’alza da tavola, e s’avvicina alla sposa.
– Felicitazioni!
– Grazie!
– A quando un figlio?
– Beh, per la verità non ci pensiamo.
L’ometto trasecola.
– Non volete bambini? Non sentite che la vostra vita è vuota senza figli?
– No.
– Ma lo è! Avete problemi economici?
– Sì, ma non è questo il motivo.
– Problemi fisici? Affittate un utero.
La sposa lo squadra perplessa.
– Ma non è illegale?
– Che c’entra, per i gay, lei un utero già ce l’ha, quindi può anche affittarne un altro. È come dare il vecchio appartamento in garanzia per uno nuovo.
– Non m’interessa.
– È una questione di prezzo? Vada in Thailandia, là gli uteri glieli tirano dietro.
– Che schifo di metafora…
– Non volete un figlio a tutti i costi? Neanche uno a costi modici? Due al prezzo di uno?…
– Chi è lei? Chi l’ha invitata?
– La mia presenza è legittima. Non sono stato invitato direttamente, ma sono stato votato dal Parlamento.
– Ah, ecco, sei ubriaco.
La sposa cerca di allontanarsi. L’ometto l’afferra per un braccio.
– Senta, noi abbiamo tonnellate di pannolini, pappette, e pupazzetti invenduti, se non ricominciate a figliare siamo rovinati.
– E io dovrei fare un figlio per far contenti voi?
L’ometto alza la voce.
– Allora volete l’ISIS! Sa quanti figli fa ogni anno un integralista islamico?
– Personalmente?
– Milioni! Ci surclasseranno. Non riusciamo a bombardarli tutti, i droni costano, le bombe non crescono sugli alberi. Anche se ci stiamo lavorando.
La sposa si divincola. L’ometto l’afferra di nuovo.
– Ma non vede come sono belli i bambini negli spot, non le viene voglia di comprarsene uno? Che donna è? Se avesse un figlio e glielo rapissero, non farebbe qualsiasi cosa per riaverlo?
– Cosa c’entra?
– C’entra, non guarda le serie Tv? Succede in tutte le serie almeno una volta. Non le fa effetto? Non ha un cuore?
La sposa si libera dalla presa.
L’ometto alza ancora la voce.
– Lei non capisce, lei deve avere figli! Gli 80 euro non hanno funzionato, il bonus bebè non ha funzionato, il Mom Act deve funzionare! Dovete ricominciare a consumare, ne va della salvezza della Civiltà Occidentale, e soprattutto della salvezza del governo!
La sposa s’allontana.
L’ometto la guarda con odio.
– Puttana – dice fra i denti.
Poi esce dalla sala.

di Maria Silvia Marini
Il Femminismo non è semplicemente Emancipazione, ed emerge con chiarezza manifesta in questi giorni in cui l’ennesima donna si è ammazzata perché diventata, ancora, oggetto del dileggio, dell’insulto e del sollazzo del basso ventre maschilista del nostro paese. Un rigurgito di odio, volgarità e deficienza che purtroppo non stupisce, ma che proprio per questa sua banalità non si capisce perché non venga combattuto da tutte nello stesso modo, con la stessa forza e determinazione.
Non ci possiamo stupire di ciò che abbiamo sempre subito: la gogna, la messa alla berlina.
Ci dicono sia il web.
Non uccide il web.
Il web è solo una cassa di risonanza facile da usare.
Ad uccidere sono state le stesse cose che hanno sempre ucciso le donne in questi tristissimamente noti e reiterati casi. Il web ha amplificato tutto, ma prima c’erano i video in cassetta passati di viscida mano in viscida mano; o che venivano proiettati per la gioia di trogloditi con la bava alla bocca. E prima ancora c’era, a gonfiare il sordido rutto del patriarcato, la pubblica piazza, il linciaggio preventivo, qualche Maddalena da sacrificare, da scarnificare viva. E prima, prima ancora qualcosa d’altro, a scelta: ci sono state le sfilate in città delle donne al guinzaglio, in museruola, perché bisbetiche; le condanne a morte per le ribelli; l’accusa di stregoneria per tutte le donne che non erano allineate, che non ubbidivano alle regole di sottomissione che volevano imporci. Lo stigma, si è sempre trovata la maniera di metterlo. Se non fosse percepito come possibile motivo di dileggio e insulto, un video, una diceria, non verrebbero proprio diffusi, ma pare che su questo molti (e purtroppo anche molte) non ci arrivino proprio.
Ma la faccenda più avvilente è stata leggere commenti su quanto sono sveglie certe di noi… che loro no, loro fiducia a quello sbagliato non l’hanno data mai. Loro che fanno le medesime cose ma sono più furbe, e allora la vittima va giudicata, non una ma due volte. Vilipesa da tutti, considerata come una sciocca da chi dovrebbe difenderla a spada tratta.
È a questa categoria di donne che appartengono le stesse che si fregiano del titolo di virgulte impegnate sul fronte dei diritti “al femminile” (i diritti sono gli stessi per tutti, non si tingono magicamente di rosa, come le orride quote, contentino inutile e ridicolo e pensato solo per chi già di potere ne ha), promotrici di questa o talaltra associazione, e che parimenti sono le prime ad illazionare, comari livorose che sbavano dietro lo spioncino a ciacolare veleno, a mettersi in cattedra per dettare cosa è giusto e cosa non lo è, beneficiando della propria posizione sociale.
La vittima che dunque non solo è stupida ma anche essenzialmente inferiore e sostanzialmente “da educare”, quando da educare non c’è nessuno se non in un senso, eventualmente, politico. E comunque non sarebbe la vittima. E come se fosse questo il punto, e soprattutto come se contasse realmente qualcosa questo presunto intuito aggiunto, quando basta una scempiaggine, e proprio con una persona di cui ci si fida (e si pecca sempre di scarsa fantasia, dato che nove volte su dieci è l’uomo che condivide le proprie lenzuola), per ritrovarsi in una situazione compromettente (in mille declinazioni e sfumature possibili) solo per la donna, marchiata di default, perché è la donna in quanto tale ad essere compromettente, il suo corpo, sia esso nudo o bardato, a priori. Ci sono le “emancipate” adesso, che le altre vanno educate – perché troppo arretrate o perché troppo sprovvedute o perché troppo liberine – e loro sono fuori per sempre da queste dinamiche perchè sono più intelligenti e strutturate ed economicamente e culturalmente parate…questo è classismo, un altro nome non ce l’ha, ed è inutile far finta che non esista il problema: questo è, piuttosto, il PRIMO problema per la lotta femminista.
Si parla di educazione al web, e di per sé è qualcosa di valido…ma le donne che vedono in questo la soluzione si illudono, e le più consapevoli barano sapendo di barare, mantenendo saldo lo status quo. Tutto il contrario di ciò che chiede la lotta, di ciò che serve al Femminismo se non vuole morire.
È una MENTALITÀ e un SISTEMA ECONOMICO E SOCIALE che vanno scardinati alle fondamenta. Se davvero si vuol “prevenire” – parola senza senso, qui bisogna piuttosto rivoluzionare – servono l’autocoscienza, l’autodifesa e la lotta politica…fatte dalle donne e per le donne. E le donne devono essere solidali in questi frangenti. Noi siamo sulle barricate, voi dove siete?
Voi, donne emancipate che gridate alla Responsabilità Individuale di queste donne che per colpa o per destino hanno contravvenuto a regole che vanno solo contro di loro, dove eravate? Dove? Se esiste una responsabilità, guardiamoci in faccia onestamente, è solo la vostra, non la loro. Perché siamo noi che per prime dovremmo sostenerle sempre, senza alcun tipo di giudizio, e farlo tra donne e per le donne, senza slegare mai questa lotta dallo scardinamento di una società classista e imperniata sulla logica del possesso e della prevaricazione, ad ogni livello: politico, economico, sociale. E se Responsabilità Individuale esiste, perché la negate trattando le vostre presunte sorelle come incapaci, ma sempre e solo a posteriori, senza minimamente preoccuparvi di ciò che determina l’impossibilità di una condotta realmente autonoma e libera da condizionamenti?
La lotta femminista non può essere identificata in una semplice vertenza; non può ridursi ad interpretare la particina tipo da Amica delle Donne; non può essere vilipesa usandone solo ciò che ci fa comodo per autopromuoverci individualmente nello stesso sistema che lede e declassa le donne ad oggetti sessuali e sessuati.
Questa è vigliaccheria, meschinità, doppiogiochismo, e non c’entra nulla col femminismo.
Non vi riconosciamo come femministe perché non lo siete, e la vostra è solo vile mistificazione.
Continuate per la vostra strada.
La vostra strada, che non è e non sarà mai la nostra.

In queste ultime settimane altri episodi di violenza sulle donne hanno riempito la bocca dei nostri cari media coadiuvati dai social network che fungono da amplificatore dei più bassi istinti maschilisti, patriarcali e razzisti dell’uomo o della donna medio/a. Melito, dove l’ennesimo stupro di gruppo è stato giustificato dall’opinione di tutto il paese, prassi che ci ricorda molto Montalto di Castro. Il suicidio/assassinio di Tiziana, giustificato dall’uso della sua sessualità e dallo sfruttamento che questa società sempre più bigotta e fintamente aperta grazie alla globalizzazione del web, mette al rogo nuove streghe. Rimini, dove lo stupro di un’amica viene ripreso da altre ragazze e mandato su whatsup. Partendo da questi eventi, sentiamo la necessità di ribadire il nostro punto di vista al di là delle chiacchiere che girano delle varie donne emancipate portatrici insane di femminismo di Stato e di maschi che, come dice Daniela Pellegrini, sono portatori della “cultura del cazzo”. Siamo sempre più convinte che la risposta sia la destrutturazione del patriarcato.
IL PATRIARCATO E’ STRUTTURA, LA CULTURA maschilista e patriarcale NE DISCENDE.
E’ IMPENSABILE CREDERE DI POTER CAMBIARE LA CULTURA senza cambiare la struttura e, CON QUESTO, MITIGARE O ADDIRITTURA ELIMINARE IL PATRIARCATO.
Senza attaccare la struttura, cioè senza battersi contro la gerarchia, la meritocrazia, l’autorità, la mercificazione, la proprietà, in qualsiasi modo si presentino in questa società, è impossibile pensare di cambiare la struttura patriarcale che altro non è che la differenziazione lavorativa assegnata ai sessi biologici trasformati in ruoli sessuati e il loro sfruttamento attraverso la costituzione di una struttura gerarchizzata in cui il maschile ha funzioni di dominio e il femminile di soggezione per l’ottenimento del maggior rendimento possibile delle soggettività messe al lavoro: lavoro salariato, lavoro di cura, lavoro riproduttivo. Su questo è stata costruita una cultura e dei modelli che vengono presentati come “normali” e addirittura “naturali”.
Impostando discorsi che non intaccano la struttura si ottiene il risultato opposto, si fornisce al capitalismo, in questo momento nella sua veste neoliberista che ha assunto in pieno il patriarcato con modalità specifiche, la possibilità di riciclare il patriarcato stesso sotto nuove vesti e riperpetuare la nostra oppressione con modalità “moderne”.
Proprio per questo e in relazione alle ultime vicende di cronaca, vi proponiamo una serie di analisi e pensieri fatti in questi anni perché possano essere motivo di riflessione
https://coordinamenta.noblogs.org/post/2016/02/12/podcast-della-trasmissione-del-1022016/
https://coordinamenta.noblogs.org/post/2016/02/12/burloni7900/
https://coordinamenta.noblogs.org/post/2011/09/16/femminicidio/
https://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/07/06/coordinate-di-fondo/
https://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/02/15/bestie-a-luci-rosse/
https://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/01/09/podcast-della-trasmissione-del-7012015/
“Mi dicevano
è meglio se sorridi a bocca chiusa.
Mi dicevano è
meglio se ti tagli i capelli lunghi,
così crespi,
sembri ebrea.
Mi zittivano nei ristoranti
guardandosi intorno
mentre gli specchi sopra il tavolo
riverberavano beffardi in infiniti
riflessi un volto rozzo, squadrato.
Mi chiedevano perchè
quando cantavo per le strade.
Loro alti, grandi al tè
coi loro modi melliflui, didattici
io con gli occhi sul piattino
che cercavo di nascondere la bomba
a mano nella tasca dei calzoni,
e mi rannicchiavo dietro il pianoforte.
Mi deridevano con riviste
piene di seni e merletti, contenti come pasque
quando il primogenito del dottore
sposava una ragazza tranquilla e carina.
Mi raccontavano storie
di signore eleganti e sportive
e le loro diverse carriere.
Mi svegliavo la notte
con la paura di morire.
Costruivano schermi e divisori
per nascondere il desiderio
non bello a vedersi
a sedici anni
inesperta disperata
mi abbottonarono dentro vestiti
a fiori rosa.
Aspettavano che io finissi
per riprendere la conversazione.
Sono stata invisibile,
strana e soprannaturale.
Voglio il mio vestito nero.
Voglio che i capelli
mi si arriccino selvaggi.
Voglio riprendere la scopa
dall’armadio dove l’ho rinchiusa.
Stanotte incontrerò le mie sorelle
nel cimitero.
A mezzanotte
se ti fermi al semaforo
nel traffico umido della città,
guarda se ci vedi contro la luna.
Noi gridiamo,
noi voliamo,
noi ricordiamo e non smetteremo.”
STREGA (1969) di JEAN TEPPERMAN


https://www.facebook.com/events/1147712625267338/
C’è qualcosa che non va in questo cielo.
Presto si voterà sulla riforma costituzionale targata Renzi.
Che una… classe politica che ha passato gli ultimi trent’anni a dimostrare la propria assoluta continuità con la mafia e gli affaristi proponga di accentrare ancora di più il potere nelle mani dell’esecutivo è semplicemente grottesco.
Ma il Partito Democratico, dopo anni in cui ha ridotto i diritti sociali e impoverito milioni di persone, ha ancora tante “riforme” da proporci, tante grandi opere da costruire, tanti diritti da abolire e va di fretta. Velocizzando i processi legislativi e accentrando i poteri, la riforma costituzionale firmata dal ministro Boschi si propone di mettere olio negli ingranaggi che ci impoveriscono, di farci ingranare la quinta per accelerare verso per il baratro in cui ci stanno facendo precipitare.
Un baratro fatto di milioni di voucher che stanno precarizzando la nostra vita; di un tasso di diseguaglianza indecoroso; di intere generazioni che per la prima volta nella storia vivranno peggio di chi le ha precedute; di spese universitarie insostenibili che rendono lo studiare un privilegio di pochi; di un welfare non più in grado di arginare la povertà dilagante; di una disoccupazione in crescita in un contesto in cui i diritti del lavoro sono in disfacimento e dove i lavoratori sono sempre più soli nella loro lotta per la sopravvivenza; di territori inquinati in cui migliaia di persone quotidianamente si ammalano e muoiono di tumore; di un sistema sanitario allo sfascio; di milioni e milioni di famiglie sul ciglio di una strada senza alcuna possibilità di riscattare la propria condizione.
Matteo Renzi ha detto che con questa riforma c’è in ballo la credibilità dell’Italia. Ma la credibilità verso chi? Non certo verso i cittadini che amministra, che la fiducia verso di lui l’hanno ormai irrimediabilmente persa in questi 30 mesi di governo.
L’unica credibilità che gli interessa è quella verso i mercati e le istituzioni europee! E per loro saremo credibili solo quando saremo fiaccati, docili e sottomessi, pronti a scannarci per un lavoro, a prendercela con chi è più debole di noi e lasciarli in pace.
Matteo Renzi ha detto che se perde il referendum ci sarà instabilità. Ma instabilità per chi? Le nostre vite sono già instabili. Sono fatte di contratti a termine, di disoccupazione, di paura di perdere il posto al primo soffio, di traslochi per sfuggire agli affitti troppo cari, di emigrazione per trovare fortuna altrove. È la loro stabilità che vogliono preservare!
La stabilità dei nostri governanti, di chi era già ricco e in questa crisi ha continuato ad arricchirsi.
Nonostante si sta assista ogni giorno ai continui slittamenti della data del voto del referendum e ai tentennamenti del premier sulle sue promesse dimissioni in caso di sconfitta, Matteo Renzi non perde occasione di affermare che fuori dal PD non c’è niente di meglio che lui e il suo partito della nazione. Noi crediamo che non sia vero.
Che in questo paese ci siano tante energie da spendere per cambiare davvero le cose, per tirare fuori la testa dalla melma e cominciare a fare i nostri interessi comuni, quelli della stragrande maggioranza della popolazione è stanca dei loro balletti e vuole vivere una vita dignitosa, vuole che si lavori meno ma che si lavori tutti, ha bisogno di una casa e un salario decenti, si è rotta di continuare a pagare tasse stratosferiche per ingrassare dei corrotti. A volte si tratta di persone che già sono protagoniste delle tante forme di dissenso che costellano il nostro Paese contro chi ci governa e contro quelle oligarchie politico-imprenditoriali che devastano e saccheggiano i nostri territori, da Sud a Nord. Spesso queste energie sono inespresse, frustrate, ancorate alla realtà virtuale e talvolta si riversano contro chi sta peggio di noi. È necessario costruire le condizioni per coagulare queste energie e trasformarle in quella forza d’urto che produce cambiamento reale.
In tanti e tante stanno vedendo questo referendum come un’occasione per dare un bel calcio nel sedere a Renzi e al PD. E questo è un bene. Pensiamo però che limitarci a glissare la nostra scheda nelle urne nel giorno X sia importante, ma che non basti.
Goldman Sachs ha già presentato un rapporto in cui esclude, in caso di una vittoria del NO, che si vada a nuove elezioni confidando il fatto che ci sarà una nuova maggioranza, magari guidata dalla stesso Renzi che non avrà mantenuto fede all’impegno di dimettersi!
Se a loro basta un Sì a noi non basta un NO.
Pensiamo sia il momento di smetterla di sperare che le soluzioni cadranno dal cielo e di finirla di credere che possiamo continuare a delegare ad altri di realizzare per conto nostro quel cambiamento di cui ci sarebbe tanto bisogno.
La campagna contro il referendum può essere una prima occasione per incontrarci e far sentire la nostra voce. Quest’autunno non restiamo a guardare.
C’è chi lavora troppo per uno stipendio schifoso,
c’è chi ha la scuola che crolla,
c’è chi non riesce più a pagare l’affitto,
c’è chi vorrebbe avere un figlio ma perderebbe il lavoro,
c’è chi non ne può più di farsi rodere il fegato tutte le sere davanti al TG,
c’è chi sono anni che aspetta la casa popolare,
c’è chi è costretto a lasciare l’Italia,
c’è chi non può entrare in Italia,
c’è chi ci ha creduto e ora non ci crede più,
c’è chi non ce la fa con la sua pensione,
c’è chi non arriverà mai alla pensione,
C’è chi dice NO.
Incontriamoci Sabato 1 Ottobre per un’Assemblea all’Università La Sapienza di Roma