SARDEGNA: IL 2 GIUGNO CORTEO CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE

SARDEGNA: IL 2 GIUGNO CORTEO CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE 

A FORAS FEST – 2 GIUGNO 2018

https://www.facebook.com/aforas2016/

Anche quest’anno A FORAS chiama a raccolta tutto il movimento contro l’occupazione militare della Sardegna, per una giornata di mobilitazione popolare, che capovolga la festa della repubblica italiana. Perché questa data? È la repubblica che da oltre 60 anni impone unilateralmente il 60% di servitù militari alla nostra terra trasformandola di fatto in una colonia militare.
Manifesteremo la nostra opposizione non solo nei confronti dello stato italiano, ma anche della NATO, e di tutti gli altri eserciti stranieri e le multinazionali che operano ogni giorno nella nostra terra per trarre profitto da industria bellica e guerre di aggressione. Quest’anno manifestiamo anche contro la complicità del governo regionale, che a dicembre 2017 ha ratificato l’accordo truffa col Ministero della difesa, col quale, in cambio di poche spiagge (che erano già aperte durante l’estate), ratifica l’occupazione militare della Sardegna e insieme pone le basi per un aumento della presenza militare in Sardegna (con la caserma di Pratosardo e il SIAT a Teulada). Per questo motivo quest’anno il corteo partirà dalla sede della giunta regionale, in viale Trento a Cagliari. Il 2 giugno di quest’anno lanceremo anche la nostra assemblea itinerante, che durante l’estate toccherà diversi territori della nostra isola, occupati dai poligoni e non, per conoscerli meglio e farci conoscere, e per rilanciare anche lì la lotta contro l’occupazione militare.
La manifestazione sarà anche il momento per dichiarare guerra alla guerra e per dimostrare al mondo che il Popolo Sardo non è complice delle aggressioni imperialiste.

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2 giugno/contro la guerra del capitale contro l’ordine patriarcale

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2 giugno 2018/ No al Pentagono!

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A proposito del Colpo di Stato bianco di Mattarella

A proposito del Colpo di Stato bianco di Mattarella

“Un gioco borghese” teresina 2Parentesi del 21/o5/2014

di Elisabetta Teghil

No, no, non stiamo parlando del Bridge, ma del così detto “gioco democratico”, vale a dire la democrazia borghese.

E’ una specie di “teresina”, solo che la borghesia gioca a carte coperte e “bluffa”, le/gli oppresse/i le carte le devono avere scoperte, sennò il gioco non vale.

Il gioco democratico attualmente si basa sul suffragio universale

Il principio di suffragio universale è correlato alle idee di volontà generale e di rappresentanza politica promosse da Jean-Jacques Rousseau :in base a questi principi, si elabora l’assunto per il quale la rappresentanza politica trova legittimazione nella propria volontarietà.

I cittadini/e, nei moderni Stati democratici, sono alla base del sistema politico e col suffragio universale viene eletto l’organo legislativo di uno Stato; nelle repubbliche presidenziali, ciò avviene anche per l’elezione del Capo dello Stato.

Il principio del suffragio universale maschile è stato introdotto per la prima volta durante la rivoluzione francese da un “comitato di salute pubblica”

In Italia il primo suffragio universale maschile è del 1912 e noi donne abbiamo votato per la prima volta il 2 giugno del 1946, quando ebbe luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica.

Le elettrici e gli elettori quindi, dovrebbero votare i loro rappresentanti, mandare in Parlamento chiunque secondo loro possa fare i loro interessi.

Anche il re dei ladri. Perché l’immunità parlamentare dovrebbe essere sacra a tutela degli oppressi e delle oppresse e della minoranza.

Però se poi gli elettori votano qualcosa o qualcuno non gradito a chi tiene banco, allora si cambiano le carte in tavola, il gioco non vale e si butta tutto all’aria: esempi ce ne sono tanti dal Cile di Allende all’ultimo referendum in Ucraina…..con colpi di stato cruenti o bianchi, rivoluzioni colorate, guerre umanitarie ….oppure nella stagione odierna neoliberista si esautora il parlamento, si demonizza la politica, si toglie l’immunità parlamentare….

Avete vinto il referendum sull’ ”acqua pubblica” ? non vale, era un scherzo. Quello sul no al finanziamento pubblico ai partiti? Beh, si cambia nome, basta chiamarlo rimborso….

Poi, il gioco democratico si basa su un altro principio fondante, vale a dire la libertà di pensiero e di espressione. Chiunque dovrebbe essere libera e libero di esprimere un’opinione, la legge può perseguire solo i fatti reali. Ma gli ultimi avvenimenti degli stadi di calcio sono l’esempio lampante di un gioco sleale: se scrivo su una maglietta “Speziale libero” sono condannato a cinque anni di Daspo, mentre lo Stato si può permettere di dare del terrorista a ogni piè sospinto a chiunque non gli sia gradito/a, dimostrando un’assoluta e, chiaramente voluta, ignoranza della stessa lingua italiana, dato che il termine terrorista ha un preciso significato nel vocabolario e nei codici.

Di solito, se un gioco è taroccato, non ha senso giocare. Di solito le bambine e i bambini che sono sempre molto concreti e diretti prima di essere rovinati dalle così dette regole sociali, danno uno spintone a chi bara e si girano altrove.

E, noi, che vogliamo fare?

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Tutta la nostra solidarietà!

Il presidio indetto  al circo massimo a sostegno del popolo palestinese è stato brutalmente represso dai reparti della celere che hanno anche proceduto al fermo di 7 compagni.

Il presidio contestava l’arrivo del giro d’Italia che, partendo da Gerusalemme, ha rappresentato l’ennesimo riconoscimento internazionale dell’occupazione sionista della Palestina,  dopo lo  spostamento dell’ambasciata americana nella stessa Gerusalemme. 

L’intera giornata è stata caratterizzata da un crescendo di intimidazioni e abusi da parte delle forze dell’ordine: dall’identificazione sulle pubbliche vie di chiunque esponesse simboli o bandiere palestinesi, all’irruzione all’interno delle private abitazioni dalle cui finestre sventolavano bandiere della Palestina!!! Non solo, quindi, aggressioni fisiche e fermi dei manifestanti, ma una vera e propria campagna censoria e terroristica delle autorità italiane, volta a silenziare e spaventare tutte/i quelle/i che,  in solidarietà alla legittima lotta di liberazione palestinese,  non smettono di denunciare i crimini dello stato di Israele. 

Il clima repressivo e intimidatorio che ha accompagnato lo svolgimento della competizione ciclistica è l’ennesima conferma dell’appoggio italiano ai piani di pulizia etnica portati avanti dallo stato sionista. 

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni fermati che speriamo di riabbracciare al più presto. 

Coordinamenta femminista e lesbica

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Podcast del monologo “Io, Ulrike, grido” all’interno dell’iniziativa del 25/5/2018

“Io, Ulrike, grido”

Monologo di Martina Giusti (tratto dal testo di Dario Fo e Franca Rame) all’interno dell’iniziativa “La norma e la legalità” Sezione Controllo/Paradigma della Violenza-Non Violenza del 25 maggio 2018

clicca qui

Stralcio dal testo “Io,Ulrike, grido” di Dario Fo e Franca Rame in Tutta casa, letto e chiesa, Edizioni F.R. La Comune, Milano, 1981 

Nome: Ulrike. Cognome: Meinhof. Di sesso femminile. Età: 41 anni. Sì, sono sposata. Due figli, nati con parto cesareo.

Si, divisa dal marito. Professione: giornalista. Nazionalità: tedesca. Sono qui rinchiusa da quattro anni in un carcere moderno di uno Stato moderno. Reato?

Attentato alla proprietà privata e alle leggi che difendono la suddetta proprietà e il conseguente diritto dei proprietari ad allargare a dismisura la proprietà di tutto.

Tutto: compreso il nostro cervello, i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri gesti, i nostri sentimenti e il nostro lavoro e il nostro amore. Tutta la nostra vita insomma.

Per questo avete deciso di eliminarmi, padroni dello Stato di Diritto. La vostra legge è davvero uguale per tutti, meno per quelli che non sono d’accordo con le vostre sacre leggi. Voi avete sollevato alla massima emancipazione la donna; infatti, pur essendo una femmina, mi punite proprio come un uomo.

Vi ringrazio. Mi avete gratificata del più duro carcere: gelido, asettico, da obitorio e mi sottoponete alla più criminale delle torture, cioè “la privazione del sensoriale”.

Che espressione elegante per dire che mi avete seppellita in un sepolcro di silenzio. Un silenzio bianco; bianca è la cella, bianche le pareti, bianchi gli infissi, di smalto bianco perfino la porta, il tavolo, la sedia e il letto, per non parlare del cesso.

La luce al neon è bianca, accesa sempre: giorno e notte.                   

Ma qual è il giorno, e quale la notte? Come posso saperlo? Attraverso la finestra passa sempre una stessa luce bianca. Una luce finta come è finta la finestra e finto è il tempo che mi avete cancellato, dipingendomelo di bianco.

Silenzio. Silenzio dal di fuori, non un suono, un rumore, una voce. Dal corridoio non si sentono passi, né porte che si aprono o si richiudono. Niente!

Tutto silenzio e bianco. Silenzio nel mio cervello, bianco come il soffitto. Bianca la mia voce se provo a parlare.

Bianca la mia saliva che mi si aggruma agli angoli della bocca. Silenzio e bianco nei miei occhi, nello stomaco, nel ventre che mi si gonfia di vuoto. Come in un acquario, galleggiante nel silenzio, come un pesce giapponese senza pinne a ventaglio mi trovo sospesa. Sensazione perenne di vomito. Il cervello mi si stacca dal cranio al rallentatore vagando per l’acqua di luce nella stanza. Di polvere sciolta come un detersivo nella spaventosa lavatrice è tutto il mio corpo: lo raccolgo… lo metto insieme… mi ricompongo… No! No! Devo resistere… non riuscirete a farmi impazzire… Devo pensare! Pensare! Ecco penso… Penso a voi, voi che mi tenete in questa tortura: vi vedo appiccicati col naso schiacciato al gran cristallo di questo acquario dove m’avete messo a galleggiare, e mi guardate interessati. Vi godete lo spettacolo… Temete che io sappia resistere… Temete che altri come me e i miei compagni tornino a cercare di guastarvi il bel mondo che avete inventato.

Che grottesco, a me togliete ogni colore e fuori il vostro mondo fradicio e grigio l’avete ridipinto a tinte sgargianti, perché nessuno se ne accorga, e costringete la gente a consumare tutto a colori: avete colorato di rosso sgargiante gli sciroppi al lampone, e che importa se procurano il cancro, d’arancio brillante gli aperitivi. Fate trangugiare ai bambini verde smeraldo e giallo cromo, riempite di coloranti velenosi il burro e la marmellata. Come pagliacci impazziti tingete perfino le vostre donne: rosa garanza sulle guance, azzurro pervinca e violetto sulle palprebre e rosso cinabro sulle labbra e unghie dipinte con tutti i colori impossibili da carnevale d’oro e d’argento , verde e arancione e perfino blu di cobalto.

E costringete me nel bianco perché il mio cervello si frantumi e scoppi in tanti coriandoli: i coriandoli del vostro carnevale, del vostro Luna Park della paura.  Sì, ostentate tanta sicurezza, ma è solo la gran paura che vi fa tanto crudeli e pazzi. Per questo avete bisogno di continuo baraccone e baccano, di tante luci al neon colorato dappertutto e vetrine e suoni e fracasso e la radio e la filodiffusione sempre accesa dappertutto nei vostri grandi magazzini, nelle case, in macchina, nel bar, perfino a letto quando fate l’amore. E’ la paura del silenzio che imponete a me… perché voi sì avete il terrore di star soli con il vostro cervello… perché avete orrore del dubbio che questo vostro non sia il migliore dei mondi… ma il peggiore: il più squallido.

E mi avete chiusa nell’acquario solo perché… No, non sono d’accordo con la vostra vita. No, non voglio essere una delle vostre donne confezionate sotto cellophane. Non voglio essere presenza tenera di piccole risate di sorrisi stupidamente allettanti alla vostra tavola del sabato sera in un ristorante con menù vario ed esotico e con sottofondo di musiche idiote ma filodiffuse. E dovermi sforzare di essere quel tanto triste e ammiccante e al tempo pazza e imprevedibile e poi sciocca e infantile e poi materna e puttana e poi all’istante ridere pudica in falsetto a una vostra immancabile trivialità.

Oh, eccolo un leggero fruscio: si apre la porta, appare una guardiana, mi guarda come se non esistessi, come fossi trasparente. Non dice una parola, ha in mano un vassoio con il pranzo. Lo posa sul tavolo, se ne va. Richiude. Di nuovo il silenzio.

Cosa m’han portato da mangiare? Hamburger. Un bicchiere di succo di pompelmo. Verdura cotta, una mela. E poi si preoccupano che non mi salti in testa di suicidarmi. Infatti il piatto è di carta. Non c’è coltello né forchetta, solo un cucchiaio di plastica molle, che sembra gomma. No, non vogliono che io decida di eliminarmi. Spetta loro decidere. Quando sarà il momento giusto ci penseranno di persona, mi daranno l’ordine di suicidarmi e dal momento che in questa cella non ci sono sbarre alla finestra per potere appendere un lenzuolo torto e una cinghia e quindi impiccarmi mi daranno una mano loro… o anche più di una mano. Un lavoretto pulito. Come tutta pulita è questa socialdemocrazia, che si prepara a uccidermi… in buon ordine.

Nessuno sentirà un mio grido, né un lamento… tutto in silenzio, con discrezione, per non turbare i sonni sereni dei cittadini felici di questa nazione pulita… e ordinata.

Dormite, dormite, gente pasciuta e attonita della mia grande Germania e anche voi dell’Europa, gente benpensante, dormite sereni come morti! Il mio grido non vi può svegliare… Non si svegliano gli abitatori di un cimitero.

Gli unici ai quali crescerà l’odio e la rabbia, lo so, saranno quelli che stanno giù a sudare e crepare nella sala-macchine della vostra grande nave: gli immigrati turchi, spagnoli, italiani, greci, arabi e i fottuti, sfottuti da tutta Europa e le donne, tutte le donne che hanno capito la loro condizione di sottomesse, umiliate e sfruttate, loro capiranno anche perché mi trovo qui e perché questo Stato ha deciso di ammazzarmi… proprio come una strega al tempo delle streghe. E si convinceranno, o lo sono già, che anche oggi è sempre tempo di streghe per il potere.

E le streghe devono stare ai telai, alle macchine, alle presse, alla catena, al rumore, al fracasso, agli stridii… plaff…tritritri….vlam hahaha! Tritritri, vhoom, vhoom… Pressa! Fluuuttss… il maglio! Blamm! Il trapano! Frufrufrufru…. Il motore popopopo….. le caldaie ploch, ploch, ploch…

Che bello il rumore, il baccano, il fracco! Ah ah ah l’avete inventato voi padroni, per il vostro profitto… e io ne approfitto.

Basta col silenzio! Me lo faccio da me il rumore. Presa: flutts… il maglio: blamm blamm… il trapano: frufrufru… le caldaie: ploch, ploch, ploch…. Il gas! Esce il gas! Fa tossire: achrf achrf achrf!

La catena: vai ritmo vai coi tempi ritmo, plaf pochh sblam bengh tramp pungh sgnaf tuh tuh frr frr!

Basta!

Basta! Fermate le macchine, silenzio!… Che bello il silenzio, grazie carcerieri che mi date questo straordinario piacere del silenzio… assoluto… oh come sto assaporando, godendo… ascoltate come è dolce, ristoratore… sono in Paradiso… Carcerieri, giudici, politicanti vi ho fregati… non riuscirete mai a farmi uscire pazza, dovete ammazzarmi da sana… in perfetta salute di mente e di spirito… e tutti capiranno, tutti sapranno con certezza che siete degli assassini, un governo, uno Stato di assassini.

Vi vedo già correre a nascondere il mio cadavere, bloccare la porta ai miei avvocati… No, Ulrike Meinhof non si può vedere… Si, si è impiccata. No, non potete assistere all’autopsia. Nessuno. Solo i nostri periti di Stato, che hanno già decretato… La Meinhof si è impiccata. Ma non ci sono segni di strangolamento sul collo… nessun colore cianotico al collo… in compenso ci sono lividi su tutto il corpo! Fatevi in là, circolate, non guardate! Proibito scattare foto, proibito chiedere un perizia di parte, proibito esaminare il mio cadavere. Proibito. Proibito pensare, immaginare, parlare, scrivere, proibito, tutto proibito! Sì, tutto proibito!

Ma non ci potrete mai proibire di sghignazzare di tanta vostra imbecillità, imbecillità classica di ogni assassino.

Pesante come una montagna è la mia morte… centomila e centomila e centomila braccia di donne l’hanno sollevata questa immensa montagna e addosso ve la faranno franare con una terribile risata!                                                                                                               

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Podcast dell’iniziativa “La norma e la legalità” del 25 maggio 2018

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Ciclo “Femminismo: paradigma della Violenza/Non Violenza”

È il sesto appuntamento del Ciclo 

Sezione Controllo/La norma e la legalità

Con Silvia De Bernardinis “Anni ’70: Infrangere la superstizione della legalità” e Martina Giusti “Io, Ulrike, grido”

clicca qui

“LA NORMA E LA LEGALITA’ “.

< La legge è la sanzione formale di un rapporto di forza, è fatta da chi detiene il potere ed è destinata alle oppresse/i.E noi sappiamo quanto male e quanto dolore hanno portato e portano le leggi nella vita delle donne. 

La normalizzazione è l’esigenza di chi ha la pretesa di “governarci”, più il potere è autoritario più c’è un proliferare di leggi e di norme che soffocano ogni momento della quotidianità. In pratica è necessario smascherare quella che è l’essenza dello Stato autoritario, la richiesta di ordine e di legalità che è divenuta debordante. Si omette che lo Stato possiede il monopolio della forza che pretende legittima e la esercita in maniera tale da essere legale perché legalmente convalidata. La ri-legittimazione del dominio si presenta come una necessità prioritaria per il capitale e si dispiega attraverso il neocolonialismo nei paesi del terzo mondo e nel disciplinamento e nella colonizzazione del quotidiano e dei territori nelle società occidentali.

Ora assistiamo ad uno spostamento importante verso lo Stato etico che si arroga il diritto di decretare per noi quello che è buono e quello che non lo è e noi dovremmo adeguarci. 

L’ operazione portata avanti in questi anni soprattutto dalla socialdemocrazia riformista per conto del sistema di propagandare concetti come legalità, rispetto dell’autorità, sacralità delle istituzioni e delle figure pubbliche, non-violenza, riproposizione del concetto di patria, di nazione, di convivenza civile…ha ottenuto il risultato non solo di far dimenticare che la società è divisa in classi, ma anche di far perdere completamente il significato di parole come “legge” e “democrazia” che a differenza di quanto ci propagandano non sono altro che la veste pubblica che si dà questo sistema. 

Chi non può pagare le bollette si sente ed è percepito/a come “delinquente” rifiutarsi di pagare le tasse è addirittura foriero di una “scomunica sociale” quasi fosse un obbligo dettato da un dio al di sopra delle nostre capacità di comprensione, rifiutarsi di pagare il biglietto del treno al ritorno da una manifestazione provoca la calata degli agenti antisommossa  e scenari di “pericolosità sociale”. 

Dobbiamo porre molta attenzione a non essere compartecipi di questa visione autoritaria del sociale Dobbiamo evitare accuratamente di contribuire a creare stigma e divieti, norme e colpevolizzazione. Non ci si deve prestare ad essere strumento del neoliberismo. 

Mai come in questo momento storico in cui il neoliberismo, attraverso un legiferare continuo, invasivo e capillare si arroga il diritto di intervenire in ogni aspetto della nostra vita, l”illegalità diffusa” assume connotati di presa di coscienza.>

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26 maggio a Sassari/Iniziativa di lancio del ciclo sulle Black Panthers/ La Coordinamenta in Sardegna

26 maggio a Sassari, iniziativa di lancio del ciclo sulle Black Panthers

Ciclo incontri Black Panthers

Dall’8  all’11 giugno la coordinamenta sarà in Sardegna insieme a Silvia Baraldini proprio per questo ciclo di incontri.

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29 maggio/E questo è quanto, storie di rivoluzionarie e rivoluzionari

E questo è quanto/ Storie di rivoluzionarie e rivoluzionari/29 maggio al Nido di Vespe

con Barbara Balzerani , Salvatore Ricciardi, Pasquale Abatangelo, Militant, 

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ABORTO LIBERO! Io abortisco perché lo voglio e basta!

ABORTO LIBERO!

Io abortisco perché lo voglio e basta!

NON CI SIAMO STUFATE DOPO QUARANTANNI DI ESSERE ANCORA A QUESTO PUNTO? NON CI SIAMO STUFATE DI PIETIRE DALLO STATO QUELLO CHE APPARTIENE SOLO E SOLTANTO A NOI? BASTA! E’ NECESSARIO ORGANIZZARSI E DIFENDERSI IN MANIERA AUTONOMA

https://coordinamenta.noblogs.org/post/2017/03/23/i-nomi-delle-cose-del-22032017/ 

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Educazione sessuale? No, grazie!

Stralcio dal Manuale Femminista dell’ AED Femminismo, ottobre 1977 

“INFORMAZIONE O EDUCAZIONE SESSUALE?

Circa il controverso dibattito nazionale in materia di sensibilizzazione intorno alla problematica sessuale, è difficile stabilire a quale delle voci spetti la palma della maggiore ipocrisia: se alle associazioni dei genitori, se agli insegnanti, se alla stampa bigotta e quasi fascista, se a quella fascistoide e finto bigotta, oppure ai <bigotti laici> dei vari partiti.

In effetti tutte queste parti vorrebbero, sia pure in modo formalmente diverso, una qualche forma di educazione sessuale, così come tutte queste parti non vogliono la semplice informazione sessuale che apra le porte ad un dibattito, a reali scelte di comportamento, a pratiche di vita diverse.

L’EDUCAZIONE SESSUALE trasmette le norme su come, dove, quando e perchè realizzare un’attività sessuale <educata<: e, ovviamente le norme si imparano per attenervisi e sono trasmesse come <scientifiche> dagli <specialisti del comportamento> al servizio della classe al potere.

Progetti di legge per l’educazione sessuale nelle scuole sono già impostati. L’educazione sessuale degli adulti, nei consultori di Stato, è già avviata.

Evidentemente ci sono lotte interne per la gestione del settore. L’adulto si costruisce attraverso il condizionamento sin da bambino. Solo che l’appannaggio di questo condizionamento una volta era dei preti, oggi è dello Stato. E qui nasce lo scontro tra le forze clericali improntate alla repressione sessuale e le forze laiche psico-consumistiche ispirate alla logica della sessualità come mito e dovere sociale.

Educare significa scegliere per gli altri, finalizzare  utilizzando le strutture  di cui lo Stato dispone: scuole, consultori, la stampa, la televisione, la radio, i film ecc.

Quale indirizzo vincerà nelle scuole? Quello tradizionale o il <nuovo indirizzo> delle false avanguardie? Questi ultimi al pari dei timorati di dio, sono preoccupati che la semplice informazione possa traviare i bambini, i giovani, le donne. Gli ipocriti!!

Dice Marx [nella Critica al programma di Gotha] <Governo e chiesa sono entrambi da escludere da ogni ingerenza nella scuola…è lo Stato, al contrario, che necessita di una educazione molto severa da parte del popolo>

Al contrario, l’INFORMAZIONE SESSUALE dà nozioni di anatomia e fisiologia senza la volontà di trasmettere valori, modi, tempi e motivazioni comportamentali, lasciando alle esigenze del singolo la scelta del comportamento sessuale, senza creare falsi problemi o conflitti circa la propria presunta normalità o anormalità sessuale. Funzione che può compiere qualunque persona informata: ossia azione di base e non di vertice.

Per quanto attiene l’informazione contraccettiva verrà indicata la gamma completa  dei mezzi, metodi e tecniche anticoncezionali, insieme ai riferimenti dove approfondire l’argomento perchè l’individuo possa avere gli elementi per una scelta di cui donne e uomini sono capaci senza pressioni di sorta.

L’ AED sollecita l’impegno dei gruppi femministi autonomi per una scelta a favore dell’informazione sessuale e contro l’educazione sessuale ( che già palesa la sua profonda misoginia), che estrometta  gli <specialisti del comportamento>, in difesa della nostra liberazione”

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Venerdì 18 maggio/Presidio per la Palestina

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25 maggio 2018/Sesto appuntamento/La norma e la legalità

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Essere donna e mulatta in tempi di adunata

http://www.nicolettapoidimani.it/?p=1226

Lo scorso week-end a Trento si è tenuta l’adunata degli alpini.

Perfino il mainstream locale ha dovuto citare sessismo e pesanti molestie nei confronti delle donne (corredando l’articolo con una foto molto significativa…).

Quelle che potete leggere qui di seguito sono le riflessioni di una compagna al riguardo. Ringrazio chi me le ha inoltrate e, soprattutto, chi le ha scritte.

ESSERE DONNA E MULATTA IN TEMPI DI ADUNATA – Riflessioni dal margine

Maggio 2018. Trento, sicura, silenziosa, regina di decoro urbano si prepara ad accogliere 600.000 militari e simpatizzanti smaniosi di sfilare per giorni a passo di marcia.

Da settimane la città è in fermento, i camion di bitume rompono i silenzi notturni, squadre di pompieri vengono arruolate per onorare la patria e adornare le facciate di bandiere tricolore, anche la bella e ormai succube sede di sociologia si veste a festa e dà il benvenuto agli alpini.

Allora via le bici, disinfetta i parchi da migranti e accattoni, scattano ordinanze su ordinanze speciali. 10 maggio è tutto pronto.
La città è luccicante e disposta a delegare interamente l’ordine pubblico all’organizzatissimo Corpo degli Alpini, legittimati in ogni loro azione dal semplice essere forze dell’ordine e di conseguenza affidabili, solidali, caritatevoli rappresentanti dell’ordine costituito.

Il capoluogo si trasforma in cittadella dell’Alpino, come per ogni grande evento il capitalismo si traveste per l’occorrenza e subdolo si appropria di ogni cosa. Chiudono le università, chiudono le biblioteche, chiudono gli asili nido. Ogni via si riempie di uomini in divisa, penne nere, fiumi di alcol, cori e trombe. Diventa labirinto inaccessibile e sala di tortura per qualsiasi corpo che non risponda alle prerogative di maschio, bianco, eterosessuale. (ah, non deve avere coscienza critica, questo è chiaro)

Diventa impraticabile e pericolosa per me che sono donna e mulatta. Esposta in maniera esponenziale a continue aggressioni verbali e fisiche che intersecano razza e genere, dando vita ad una narrativa vissuta e rivissuta mille volte nei più svariati contesti. A chi importa il tuo vissuto, a chi importa da dove vieni, a chi importa chi sei, chi si ricorda di avere davanti una persona, a chi importa?

Il colore della tua pelle, i ricci ribelli, i lineamenti, l’espressione di genere sono un passpartout per aprire le fogne, etichette incollate su ogni parte del mio corpo che legittimano qualsiasi forma di violenza razzista e sessista. 
Non serve altro, il discorso d’odio è servito, è tutto normale, dall’alto del privilegio maschio e occidentale è tutto consentito.

Ogni angolo di quell’immenso e pericoloso formicaio era per me trappola e luogo di resistenza, i miei tratti somatici mi tradivano in continuazione, l’autodifesa mi teneva in vita, sempre vigile e attenta.

Al tavolo di ogni bar, ad ogni incrocio si poteva captare l’affanno delle poche sinapsi di branchi di energumeni messe sotto sforzo, per portare avanti una discussione che puntualmente veniva condita da una frase come: “sti negri de merda”, “non sono razzista, ma…”, “andassero tutti a casa loro”, “li ammazzerei tutti”, “tira fuori le tette”, “bella gnocca vieni qua”, qualche camionata di insulti a venditori ambulanti, che corazzati da anni di resistenza continuavano imperterriti il loro lavoro, e poi via, un altro rosso, prego, che la festa continui!

Mi sono sentita ingiustamente violentata ed impotente, violentata dagli sguardi, dai commenti sessisti, dalle palpate, dalla esotizzazione continua del mio corpo trasformato in oggetto sessuale che risveglia profumi di violenza tropicale, nostalgie coloniali.

Nessuno ha chiesto il mio consenso, nessuno si è sentito in dovere di farlo, nessuno si è sentito responsabile per quello che stava accadendo nello spazio pubblico che lo circondava, nessuna delle “loro (bianche) donne” mi è stata solidale. Le istituzioni complici, si sono girate dall’altra parte e con tranquillità si sono fatte servire un vino, al tavolo dell’aggressore.

Nessuno si è chiesto se fosse normale che una cameriera sottopagata dovesse sopportare per ore frasi del tipo “Che bela moreta, fammi un pompino” o, semplicemente, “non mi faccio servire da una marocchina”.

Tutto normale, tutto concesso, nobilitato dalla posizione di “salvatore della patria”, corpo solidale in caso di calamità naturale. Tutti sembravano non voler ricordare che machismo e razzismo vengono esercitati da qualsiasi corpo, tanto più se privilegiato e paramilitare.

Questi quattro giorni sono stati la cartina tornasole dell’aria che si respira a livello nazionale, dell’ansia che ogni corpo di donna o di negra sente quotidianamente nell’attraversare lo spazio pubblico, delle ondate razziste e sessiste che attraversano il paese, ma non lo scuotono, che si insinuano silenziose nel discorso politico istituzionale di ogni giorno.

Io, come moltissime altre, non ci sto! Non sono disposta a dover lasciare la città perché non è per me spazio sicuro, non sono disposta a delegare la mia sicurezza a gruppi di militari maschi e testosteronici, non sono disposta a sorridere e lasciare correre “perché in fondo si scherza”, non sono disposta ad essere complice della vostra lurida violenza quotidiana con il mio silenzio, non sono disposta a tutelare il buon costume della vostra civiltà, rispettosa solo con chi rientra nei canoni imposti. Non sono più disposta ad agognare sanguinante e invisibile perché voi possiate marciare in pace sul mio corpo e onorare la vostra patria.

Siamo stanche e arrabbiate, non ci sarà più nessuna aggressione senza risposta, nessun silenzio complice.

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19 maggio/Manifestazione NOTAV!

‪Da 30 anni dalla parte della ragione‬!

La Valle non si arresta!‬

‪Aspettiamo tutt* il 19 maggio alla manifestazione popolare notav da Rosta ad Avigliana!‬

Ci siamo! Ancora una volta il popolo No Tav si ritrova per le strade a ribadire con forza e determinazione le sue ragioni di buonsenso.

Quest’anno saremo alle porte della Valle di Susa: da Rosta ad Avigliana, non a caso due dei comuni coinvolti più pesantemente dal progetto Tav della tratta nazionale, che dovrebbe collegare la cittadina dei due laghi con l’interporto di Orbassano. E’ notizia dell’anno scorso che il governo ha stanziato 1700 milioni di euro per l’ennesimo e inutile “buco” che andrebbe fortemente ad impattare la collina morenica, un luogo pieno di bellezze naturali ed artistiche, ed i paesi che sorgono a ridosso: Avigliana, Buttigliera, Rosta, Rivoli e Rivalta.

Oggi,come da ormai 30 anni, ci troviamo a dover manifestare per difendere non solo il nostro territorio, ma anche le risorse pubbliche di tutti che ogni governo, a prescindere dall’orientamento, ha sempre voluto sperperare in una grande opera inutile. Che fosse inutile fino a ieri lo dicevamo solo noi. Oggi, ci tocca constatare che lo stesso governo, in un documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ammette che le previsioni del traffico merci del progetto Torino-Lione erano sovrastimate. Nonostante ciò, la decisione di andare avanti lascia allibiti. Per questo manifestare oggi è un atto di buon senso.

Il buon senso di investire i denari pubblici in quelle che sono le vere priorità del paese: solo lo scorso autunno la nostra Valle è stata investita da una serie di devastanti incendi che hanno messo a rischio i paesi e i suoi abitanti. Migliaia di ettari di territorio sono stati distrutti dalle fiamme e con rabbia abbiamo constatato che il governo non aveva abbastanza canadair a disposizione per poter far fronte all’emergenza. Ma quest’episodio è solo la punta di un iceberg che ognuno di noi vive tutti i giorni: dai nostri figli che frequentano scuole insicure, agli ospedali che chiudono, da uno stato sociale non più in grado di garantir e la dignità alle persone in difficoltà, a un lavoro che per i giovani è una chimera e se c’è è senza diritti e tutele, per arrivare ai territori che vivono ogni pioggia con la paura di essere travolti da frane e inondazioni.

E poi come dimenticare i paesi colpiti dai terremoti degli ultimi anni e ancora da ricostruire?

Così come non è più tollerabile che esistano porzioni importanti di territorio avvelenate da mafie e industriali senza scrupoli. Territori espropriati per “guerra”. Il Muos a Niscemi, antenna-mostro inquinante e seminatore di morte e ampie fette di Sardegna colonizzate da eserciti che simulano guerre con armi vere e devastanti.

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