La Parentesi di Elisabetta del 21/4/2021

“ANALISI CONCRETA DI COSE CONCRETE”

«non esiste una verità astratta, la verità è sempre concreta» Lenin

Se il pensiero dialettico, come diceva Lenin, consiste nell’«analisi concreta delle condizioni e degli interessi delle diverse classi» significa che deve analizzare il tempo presente e gli interessi di classe nel tempo presente e prima di tutto definire sempre nel tempo presente la composizione di classe.

Il neoliberismo è la struttura ideologica della borghesia transnazionale che ha portato avanti in questi anni una guerra all’interno della propria classe senza esclusione di colpi e ha ridotto le borghesie nazionali ad un ruolo di servizio e proletarizzato la piccola e media borghesia. Ci troviamo di fronte a un variegato insieme di strati sociali oppressi e vessati dal neoliberismo, un arco che va dalle classi medie impoverite al sottoproletariato urbano, agli immigrate e alle immigrate. Questa composizione ha fatto sì che molti abbiano gridato alla scomparsa delle classi sociali, alla definizione di un insieme sociale caratterizzato da fluidità e quindi difficilmente catalogabile ed inquadrabile.

Ma è la vessazione neoliberista che accomuna tutti questi strati sociali seppure in modalità e con livelli di sfruttamento diversificati ma solo apparentemente in contraddizione. E’ proprio l’operare dell’ideologia neoliberista che vorrebbe far credere alla scomparsa delle classi e che inoltre mette in atto una serie di meccanismi molto precisi, ma anche di facile lettura, per fomentare uno strato sociale contro l’altro.

Abbiamo assistito in questi anni ad una lunga serie di tentativi, nella maggior parte dei casi riusciti, di mettere impiegati contro commercianti, cittadini contro dipendenti pubblici, precari contro così detti garantiti, insegnanti contro genitori, proletari delle periferie contro immigrati, uomini contro donne…e, tanto per rimanere all’attualità, vaccinati contro non vaccinati, fragili contro tutelati, chi ha avuto dei sussidi contro chi non li ha avuti…

Una sorta di tutti contro tutti per impedire la composizione delle lotte e per dare la sensazione di una grande insicurezza sociale su cui fondare un controllo serrato e una militarizzazione dei territori oltre che un affossamento dei così detti privilegi di settore in nome di un desiderio collettivo, o meglio spacciato per tale, di eliminazione di ambiti favoriti ma utilizzato, in effetti, per abbassare drasticamente i livelli di protezione sociale.

Dare sponda e fiato a questa guerra tra i vari strati subalterni significa fare gli interessi del neoliberismo. Mai e poi mai la sinistra di classe dovrebbe prestarsi a mettere uno strato sociale vessato contro l’altro, mai e poi mai dovrebbe prestarsi a difendere interessi categoriali che ledono altri strati oppressi. E questo non per un posizionamento etico ma per un semplice interesse di tutte le classi subalterne.

In questi anni abbiamo assistito alla perdita dei riferimenti di base, alla distruzione delle coordinate dell’agire politico operata con molta sistematicità dal neoliberismo e all’impostazione di lotte sociali con parole del tipo <prima i poveri> oppure <la crisi facciamola pagare ai ricchi> che sono definizioni assolutamente spoliticizzate e che un tempo neppure le Acli si sarebbero sognate di usare.

E’ necessario trovare il comune denominatore della sofferenza sociale che sicuramente è la vessazione economica operata dallo Stato attraverso una miriade di tassazioni dirette e indirette che vanificano anche qualsiasi sforzo di miglioramento salariale e di reddito in senso lato. E’ necessario abbandonare moralismi e modalità di lotta di stampo ottocentesco e ricondurre a sintesi il malcontento. Questo significa che partendo dalla profonda sofferenza economica che attraversa tutti coloro che sono vessati dal neoliberismo si potrà immediatamente risalire alle cause politiche di questo danno e scardinare nelle menti i concetti che hanno permesso l’asservimento generalizzato e l’incapacità di riflessione e rivolta: meritocrazia, legalitarismo, la così detta sicurezza, delega, infantilizzazione, controllo sociale e tecnologico serrato, scientismo…

Lo strato sociale che sarà in grado di operare questa sintesi sarà il soggetto rivoluzionario del nostro tempo.

Tesi fondamentale della dialettica è che non esiste una verità assoluta ma la verità è sempre concreta. Attualmente, invece, la sinistra antagonista, salvo pochissime ed isolate realtà, non è stata assolutamente in grado di capire e fornire una risposta al malessere dilagante e si è focalizzata su rivendicazioni tutte interne al sistema. L’obiettivo del potere è una accelerazione verso un tipo di società controllata digitalmente e militarmente a tutto campo e basata sull’asservimento volontario, ed è qui che, insieme alla lotta contro la vessazione economica, è necessario concentrare gli sforzi. La mobilitazione contro l’obbligatorietà dei vaccini, lo smascheramento della sperimentazione su milioni di persone di vaccini di cui non si conoscono affatto gli effetti a medio e a lungo termine, ma neanche quelli a breve, la lotta contro il pass vaccinale, contro l’impostazione ricattatoria di tutti i provvedimenti coercitivi che sono stati messi in atto nei confronti di chi lavora nella sanità ma che saranno sicuramente estesi man mano a tutta la popolazione, sono solo alcuni dei temi che la sinistra di classe non solo non affronta ma della cui pericolosità non si rende nemmeno conto tacciando di complottismo chiunque osi denunciarli.

L’abbandono dei concetti di autonomia, autodeterminazione, autorganizzazione che sono diventate parole svuotate del loro significato e ripetute prive di contenuto, come degli slogan buoni per tutte le occasioni, come dire pace, giustizia e democrazia, hanno privato la classe degli strumenti fondamentali per capire e per agire.

Riprendiamone la definizione dagli Atti dell’Incontro nazionale separato, organizzato dalla Coordinamenta femminista e lesbica nel 2012 “Il personale è politico, il sociale è il privato”

Autonomia. L’autonomia è un modo di lettura della società capitalista/patriarcale, dei suoi protagonisti, del modo di distribuzione dei suoi poteri, della dinamica del suo sviluppo, che prevede la presa in carico direttamente da parte nostra dei nostri desideri e la consapevolezza della possibilità di realizzarli. Pertanto, è una teoria di liberazione. E’, quindi, il rifiuto della delega, non solo perchè la delega dà ad altri soggetti, al di fuori di noi, l’autorizzazione a lottare, chiedere, decidere al nostro posto, ma, soprattutto, perchè questi soggetti, non essendo noi, portano avanti, per noi, esigenze che, nella migliore delle ipotesi, credono nostre, nella peggiore e più comune, sono invece loro[…]  Per questo solamente la realizzazione di un’organizzazione autonoma dei soggetti sociali sfruttati può modificare il senso stesso delle relazioni umane e far si che non si riproducano forme di gerarchia e dominio. L’autonomia, permette la nostra crescita e il nostro arricchimento affrancate dal dominio del plusvalore, è sintesi sociale diversa e contrapposta a quella della società neoliberista patriarcale, alla società seriale che si realizza nell’universo dei ruoli. E’ affermazione di una diversità irriducibile. E’ capacità di esprimere rottura e identità politica, di scardinare il controllo sociale che si manifesta nel dominio culturale e sociale prima ancora che in quello militare e repressivo. E’ la riappropriazione di un tempo liberato dal lavoro salariato, dal lavoro di cura, dai ruoli, ed è coscienza e tessuto di comunicazione e organizzazione sociale. E’ la non partecipazione alle cicliche ristrutturazioni capitalistiche e patriarcali e la capacità di allargare i propri spazi.

Autodeterminazione. E’ la capacità di scegliere e decidere con gli strumenti della conoscenza costruita in autonomia la strada da percorrere, di qualsiasi scelta si tratti e in qualsiasi campo. E’ la capacità, determinandone quindi la possibilità, di scegliere quello che riteniamo meglio per noi senza ricorrere agli esperti e alle esperte, a tutele istituzionali, statali, patriarcali. E’ la capacità alla fine di decidere della nostra vita.

Autorganizzazione. L’autorganizzazione è la ricerca e la messa in atto, all’interno di un insieme oppresso, di strumenti per poter realizzare i desideri espressi dall’autonomia. Autonomia e autorganizzazione sono due entità che si rapportano dialetticamente, non c’è un prima e un dopo. L’autorganizzazione è quindi il riconoscimento che i settori subordinati in un’organizzazione sociale di oppressione e sfruttamento, sono in grado di produrre al proprio interno gli strumenti necessari per liberarsi. Ci sono degli elementi di base che definiscono l’autorganizzazione in un’ottica femminista, ossia che sono in grado di produrre all’interno dell’insieme di genere, oppresso dalla società patriarcale/capitalista, strumenti necessari al percorso di liberazione: – l’orizzontalità dei processi decisionali che non ha nulla a che fare con la “teoria del consenso”, con le “decisioni a maggioranza” e con la così detta “democrazia dal basso” che fa sempre riferimento, comunque, ad un’autorità superiore, ad esempio lo Stato, a cui rimettere le decisioni prese. – il lavoro politico per la presa di coscienza di genere che è costituito dal rapportarsi con le “donne” che costituiscono l’insieme oppresso e dall’analisi delle contraddizioni e delle oppressioni, in un rapporto dialettico tra teoria e pratica. – la messa in comune delle esperienze e delle sperimentazioni così che la condivisione crei realmente una crescita collettiva facendo fronte alla sproporzione che nella società capitalistica c’è tra chi può accedere ad un’istruzione qualificata e alla cultura e chi non ha le possibilità materiali per sperimentare e conoscere. – l’anti-istituzionalità perché un reale percorso di liberazione è alternativo e incompatibile con le strategie e le finalità che hanno le componenti istituzionali. Queste (partiti, partitini, sindacati, associazioni ecc..) mirano o a incentivare lo sfruttamento o tutto al più a migliorare le sproporzioni esistenti tra le classi, i generi, le etnie mentre il nostro obiettivo è l’eliminazione delle classi, dei generi ecc … E’ evidente quindi che non esistono scorciatoie o compromessi sulle prospettive che dobbiamo darci come femministe e che deve essere sempre chiara la necessità dell’uscita dalla società patriarcale e capitalista quale obiettivo e continuo riferimento delle nostre lotte.

Invece di portare avanti <l’analisi concreta delle cose concrete> e definire in autonomia, attraverso il lavoro teorico da una parte e territoriale dall’altra, l’effettiva incidenza nei quartieri della così detta pandemia, fuori dagli schemi del potere, partendo dalle esigenze e problematiche sul campo, ponendo il problema della qualità della vita e non dell’assenza di una malattia, rifiutando i provvedimenti coercitivi imposti dallo Stato che rispondono in maniera eclatante agli obiettivi di strutturazione di una società in funzione dei desiderata neoliberisti -dal coprifuoco alle chiusure, dalla demonizzazione della parte ludica della vita alla persecuzione di chi era in disaccordo con il devastante concetto di distanziamento sociale- la sinistra di classe ha completamente distorto il concetto di solidarietà e si è dedicata a fare la dama di san vincenzo. Ha dimenticato così che non siamo affatto tutti nella stessa barca, che non esiste <gente in difficoltà> bensì strati sociali oppressi e che è necessario portare allo scoperto le contraddizioni e non contribuire a celarle. Il rifiuto del controllo sociale, di qualsiasi tipo sia e qualunque sia la ragione addotta, è il primo imprescindibile gradino di lotta, non contrattabile con niente.

Tutto questo è potuto accadere perché la consapevolezza non si realizza a partire dall’automatismo in sé, non dipende solo dalle nostre possibilità o capacità, ma ha le radici dentro le condizioni sociali cioè nella natura della società e può essere dissolta solo dalla prassi consapevole di soggetti che intendono liberarsi. Lo Stato neoliberista colonizza il territorio e, amministrativamente, la vita privata, l’esperienza individuale e collettiva e non vuole solo ridurre tutto a merce ma impossessarsi anche di tutti gli aspetti privati. E quindi anche dell’immaginario e della mente.

E così succede che anche i compagni e le compagne siano incarcerate tra sbarre di segni ideologici e culturali della società patriarcale e borghese, facendosi riproduttori di merce e anche di se stessi come merce. Il dramma, quindi, è l’esecuzione automatica e inconscia della propria programmazione fabbricata dal capitale, è l’essere senza <coscienza per sé> ma coscienza del capitale che opera per il nostro tramite. E’ il mancato riconoscimento di quanto la coscienza individuale sia assoggettata ai programmi di comportamento capitalistici e patriarcali, è il trionfo della <coscienza illusoria di sé> che ci impedisce di individuare il nemico, che provoca la perdita del pensiero in autonomia e della capacità di assumersi delle scelte preferendo la delega. E’ introiettare il pensiero del nemico.

E allora si capisce l’origine delle scelte finora operate dalla sinistra così detta di classe. L’area della comunicazione sociale è l’area della vita sociale, come la sua espansione è misura di ricchezza, così il suo controllo, da parte della borghesia, è una forma di dominio a tutto campo. Il monopolio della lettura del divenire della vita è una strategia di controllo sociale che passa dalla censura alla falsificazione dei segni ideologici e all’uso di strumenti che attraverso la produzione di falsificazioni nelle reti della comunicazione quotidiana fanno guerra semiotica all’identità del movimento antagonista, perchè questi segni e queste falsificazioni, mentre simulano eventi sociali reali ne propongono una modellizzazione menzognera. Questa catena si può spezzare solo ponendo le proprie pratiche sociali in rapporto antagonistico con l’intera società borghese patriarcale. Il rifiuto e la contrapposizione non sono una scelta sono una necessità.

Se provassimo a domandare a dei compagni o a delle compagne “Ti piace il capitalismo?” oppure “ Che giudizio dai sulla società capitalista?” risponderebbero tutti/e senza ombra di dubbio e senza nessuna esitazione che la società del capitale è una società terribile, fondata su uno sfruttamento inusitato, sulla distruzione del pianeta e degli esseri umani e che prima se ne esce e meglio è per tutti. Ma se fosse vero questo, i comportamenti, le lotte, le iniziative dovrebbero essere di tutt’altro tenore e di tutt’altro tipo.

E allora pongo una domanda provocatoria. Ma è proprio vero che non ci piace il capitalismo? O non vorremmo piuttosto un miglioramento un po’ qua e un po’ là? Non è che non vorremmo vedere che la gente dorme sotto i ponti o è costretta a chiedere l’elemosina, che non vorremmo vedere le migranti e i migranti affogare in mare, non è che vorremmo che il pianeta fosse meno inquinato, che non ci fosse violenza sulle donne e magari che nel piccolo del nostro ambito lavorativo ci fossero più riconoscimenti, qualche aumento di stipendio, una sanità che funziona di più ?

Rosa Luxemburg diceva che il mondo si comincia a cambiare chiamando le cose con il loro nome. Il percorso rivoluzionario è prima di tutto un esercizio di verità. Cominciamo da qua.

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