Libera repubblica del Giambellino!

<Al centro del quartiere, dove sorge il cantiere della M4, campeggiava la gigantesca scritta “LIBERA REPUBBLICA DEL GIAMBELLINO”…> Scrive una compagna arrestata nell’inchiesta che ha colpito il Giambellino a dicembre del 2018.

Di questo libro ho innanzitutto un ricordo che risale pressappoco a tre anni fa, quando uno degli autori mi inviò la bozza di una delle prime interviste che, ora, compongono il testo completo.

Tre anni fa, il Giambellino, il comitato del Giambellino, era nel pieno delle sue attività e, come all’inizio di tutte le estati, tra un “dove vai in vacanza” e l’altro, una ristrutturazione, un riordino dei locali e l’altro, ci si interrogava sul settembre che verrà immaginando insieme i passaggi che si sarebbero dovuti fare per allargare e consolidare le attività svolte.

Dall’alto della mia ignoranza rimasi sconcertata, leggendo le prime bozze delle interviste: “prendiamoci la città”… incredibile, che storia! Credo che, senza nemmeno sapere cosa citavamo, qualche striscione srotolato durante gli sgomberi dell’autunno recitasse proprio così. Ma pensa, non siamo i primi ad aver pensato tutto questo, mi dissi: allora si può fare per davvero, qualcuno l’ha già fatto!

Mi rendo conto, al di là dell’entusiasmo iniziale, di quanto le vicende siano lontane sia per contesto che per tensione. Imparagonabili, è chiaro. Eppure, con parole ben più nitide e chiare di quelle che avrei potuto formulare io, vidi dispiegata quella che era la “nostra follia” in Giambellino: partire dalla vita quotidiana, dalle esigenze di ciascuno per ottenere insieme quello che non ci veniva dato.

Parlo di “follia” nel senso più nobile del termine: quella tensione, convinzione, ebbrezza, di costruire qualcosa di diverso, di vivere in una parentesi nella realtà quotidiana e di modificare la vita propria e quella delle persone che procedono con te. Di cambiare delle condizioni materiali, di creare delle comunità che, almeno nell’intenzione, sono diverse da quella che è la “norma”. Una bellissima follia in cui molti di noi hanno vissuto: quelle parentesi che si aprono con la lotta, diciamo spesso. Quelle parentesi che, una volta vissute, non ti permettono di tornare indietro, perché la vita quotidiana, altrimenti, diventerebbe insopportabile.

E tutto questo non in un campeggio in Val di Susa, ma nella asettica, luccicante e scicchissima Milano.

Al centro del quartiere, dove sorge il cantiere della nuova M4, la metropolitana che collegherà Milano da est a ovest e che con sé porta la riqualificazione del quartiere, con annesse tutte le turpitudini che una riqualificazione si porta dietro, campeggiava la gigantesca scritta “LIBERA REPUBBLICA DEL GIAMBELLINO”.

Io credo che questa scritta, più di tante altre, esprima a pieno le intenzioni, le energie e “la follia”, appunto, delle persone che animavano il Comitato Abitanti. Un gruppo di compagni e abitanti, amici del quartiere: italiani, sudamericani, rumeni, eritrei… tante erano le provenienze che nelle domeniche di assemblea, nei pranzi solidali, apparecchiavano le nostre tavole. Si mangiava arroz chaufa e zighini. La pasta non piaceva a nessuno.

Un gruppo strano e eterogeneo che aveva come fine e finalità quella di “vivere bene”, di darsi una mano all’interno di un quartiere che, per chi non è di Milano, possiamo descrivere come un buco nero, una ferita, un margine, a pochi passi dal centro.

Non so se siete mai stati in Giambellino ma è facile descriverlo: fa schifo. Sarebbe ipocrita trarne qualche afflato poetico da quartiere popolare: violento nelle contraddizioni, sfrangiato socialmente, decrepito nelle sue architetture. Gruppetti etnici si affannano tra le vie colme di carcasse di mobili e rifiuti e si scaricano le colpe di un disagio di vita l’uno con l’altro. Le case cadono a pezzi, indipendentemente se si tratti di una casa di proprietà, acquistata all’ultima svendita delle case popolari, o una casa occupata. I palazzi, dall’epoca fascista di costruzione, non hanno avuto MAI una ristrutturazione. Immaginatevi voi.

Una parentesi, una ferita nella metropoli, abbandonata dal comune non per dimenticanza, certamente, ma con quella precisa logica per la quale, ad una fase di degrado succede la santa riqualificazione, che tutto accomoda, lucida e sistema ricucendo la ferita al tessuto cittadino, allontanandone gli abitanti “ininteressanti”.

In questo contesto, in un Giambellino in cui si preparavano ad intervenire con la santa riqualificazione denominata senza troppa fantasia “Masterplan”, stava la “libera repubblica del Giambellino”.

In quelle quattro vie lasciate abbandonate ci eravamo presi lo spazio di costruire qualcosa di diverso, di intessere ed intrecciare relazioni solidali anziché scaricare le colpe delle nostre miserie verso il basso, di prenderci quello che ci serviva.

E così c’era la Base, un trilocale nel quale ci si riuniva e dove si teneva il doposcuola per i bambini, la mensa popolare, per mangiare tutti insieme e spendere poco, uno “sportello” dove chi aveva problemi di sfratto, di bollette da pagare, poteva passare e ricevere le indicazioni necessarie e dove, frequentemente, gli anziani annoiati venivano a scambiare quattro chiacchiere monopolizzando la situazione. Ma in un quartiere sfrangiato serviva anche questo: uno spazio dove ci si sentisse meno soli, dove ti accorgevi che i problemi tuoi erano quelli del tuo vicino e che insieme, soprattutto, si sarebbe potuto cambiare almeno qualcosa. E così, anche per le case: il Giambellino ne è pieno, sono tantissime quelle abbandonate, senza porta, mai assegnate. Va da sé che gli spazi vuoti si riempiano in maniera del tutto naturale. Si riempiono, vengono puliti, si ristrutturano con l’aiuto di tutti: ciascuno mette ciò che sa fare. E, quando arrivano a sgomberare, in tanti si accorreva a difenderli. Così come si accorreva al momento in cui, durante gli sgomberi, chi non aveva documenti, veniva portato in questura, sotto minaccia di espulsione. Oppure si accorreva quando l’A2A veniva a effettuare i distacchi di luce e gas, per i morosi.

In quella parentesi di quattro vie, per qualche anno, si riuscì, non senza fatica, a vivere una piccola rete di relazioni che ci permetteva di pensare di poter “prendere la città”, la Milano luccicante che pian piano espelle chi non può permettersela. Noi eravamo lì.

Sul Giambellino poi, come in tutte le parentesi, come già anticipato, c’era il progetto di riqualificazione. Il famoso “Masterplan” che coinvolge comune, regione, fondi statali ed europei.

Un grosso investimento che la giunta Sala ha avviato e che comporterà la ricucitura del quartiere al tessuto metropolitano. Investimenti che porteranno alla ristrutturazione delle case, al loro abbattimento, prima, e ricostruzione poi. Con l’abbattimento, va da sé, gli abitanti, occupanti e non, verranno allontanati, nella ricostruzione i piani del comune, senza vergogna alcuna, parlano di “rigenerazione sociale”. Cosa vuol dire? Vuol dire che il Giambellino verrà ricostruito, a partire dai suoi abitanti. Ricostruito e ripulito da tutte le scorie che negli anni di abbandono si sono accumulate là dentro.

La riqualificazione del Masterplan, in Giambellino, è iniziata un anno fa: hanno svuotato il primo palazzo. Svuotato ma non ancora abbattuto: e sapete perché? Perché, siccome vuoto da tempo, e siccome la gente senza casa è tanta… si è riempito di nuovo. Di occupanti.

Nel frattempo, a dicembre, piovono i nostri arresti, 9 in tutto: associazione a delinquere con finalità occupazione e resistenza, ci viene imputato. A me piace dire: “relazioni di resistenza”, piuttosto.

Arresti a cui succedono le visite, casa per casa, dei carabinieri a intimidire, spingere a dichiarazioni le persone che frequentavano il Comitato. Insieme ai nostri arresti avviene il primo sgombero della Base, che verrà rioccupata ad un mese di distanza e ri-sgomberata. Qualche mese più tardi arriveranno altre 72 notifiche di chiusura di indagine per le attività legate al comitato.

Un epilogo? Io non credo. Credo piuttosto che, quando si vive una follia, quando si assapora la possibilità, insieme ad altri, di cambiare la propria ed altrui esistenza, non si possa tornare indietro. Credo, al tempo stesso, che oggi come ieri si possa sempre meno girarsi dall’altra parte e occorra farsi coraggio partendo da progetti che coinvolgano la vita – che sempre più viene perimetrata secondo condizioni di classe, razza, genere – segnando uno spazio d’azione possibile anche laddove ogni esito sembra già scritto. Un “margine” che indichi il confine oltre il quale non si è disposti a retrocedere, abitato da relazioni differenti: relazioni di resistenza, appunto.

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