Paradigma Vittimario

Lotta armata. Storia, memoria e paradigma vittimario

SILVIA DE BERNARDINIS

Un testo che mette insieme parti di un intervento di un convegno sugli anni 70 tenuto a Parigi nel 2017 – organizzato da Elisa Santalena e Christophe Mileschi – e alcune note scritte circa un anno fa, in occasione del quarantennale dell’uccisione di Moro e della scorta, quando andò in onda lo show promosso, animato e monopolizzato dal baraccone mediatico vittimario-dietrologico che si mette in moto ogni qualvolta vengono nominati gli anni 70 e la lotta armata, e quando qualcuno dei protagonisti della lotta armata si permette di parlare. Un anno fa bastò che Barbara Balzerani dicesse che quello della vittima è diventato un mestiere censorio che pretende il monopolio della parola e della ricostruzione storica per scatenare la gogna mediatica ed alcune denunce. L’avevano detto altri, studiosi, italiani e stranieri, nei libri che coloro che grugniscono come provetti specialisti del tema, dai social e dalla tv, non leggono né leggeranno mai. Lo disse, nel 2008, anche un insospettabile Fasanella – figlioccio di Flamigni, uno dei padri fondatori della dietrologia, maestro della fake-news – che alcune vittime avevano fatto della loro condizione un mestiere. In questi giorni l’ideologia vittimaria ha trovato nuova linfa con la vicenda Battisti, con la caccia al latitante e con il “marcisca in galera il terrorista”, nella nuova fraseologia introdotta dal governo del cambiamento – quello con addosso le divise di guardie e secondini – per nascondere decrepiti contenuti che si agitano da trent’anni. Si tengono insieme perfettamente i metodi di ieri e di oggi, al di là della falsa querelle promossa da Ferrara contro Salvini per rivendicare la primogenitura del suo partito di quegli anni nel ruolo di cacciatore di terroristi attraverso la delazione, di quella cultura della delazione che è entrata nella pelle del paese e di cui Salvini e co. devono ringraziare il Pci per il lavoro di lunga lena svolto allora. Ieri e oggi tutti compatti, partiti, media, a continuare una guerra, che si gioca sul piano della memoria, dove non ci sono nemici che si sono fronteggiati, ma bene e male assoluti, come detta l’ideologia vittimaria. Mostrificare, attraverso una propaganda mediatica sciatta che non ha bisogno di dimostrare e provare nulla di ciò che afferma, per impedire la comprensione, per nascondere e omettere le responsabilità politiche di un’intera classe dirigente, che ipocritamente si domanda, senza rispondersi, “come è stato possibile”. Come ha detto Alvaro Lojacono in un’intervista di qualche giorno fa a Ticino online, la politica della fermezza di 40 anni fa si pratica oggi attraverso la politica della vendetta in nome delle vittime del terrorismo, piombando qualsiasi possibilità di ragionamento su quegli anni.

Lotta armata. Storia, memoria e paradigma vittimario

Il mio intervento verte sul paradigma vittimario, che lega e confonde memoria dominante – presentata come memoria condivisa – e storia, nell’approccio allo studio della lotta armata in Italia negli anni 70 e 80. Come giustamente scrivono gli organizzatori del convegno, è difficile parlare degli anni Settanta in Italia senza rischiare di sollevare anatemi e provocare tensioni.

269 formazioni armate, 7866 attentati a cose e 4290 a persone, 36 mila cittadini inquisiti e oltre 6000 condannati a decenni di carcere[1], centinaia di ergastoli, ricorso alla tortura (in modo sistematico nel corso del 1982) e leggi di eccezione in 18 anni di storia. Per dare dimensione dell’ampiezza del fenomeno, è interessante notare come, in tempi di dittatura fascista, tra il 1926 (anno di costituzione del Tribunale Speciale) e il 1943, furono deferiti al Tribunale speciale 15.806 antifascisti; ne furono processati 5.620, in base alle denunce dell’Ovra, e condannati 4.596[2]. Questi sono alcuni dei dati che ci restituisce la Storia, ma sembra non bastino – così come sembra non bastino i 40 anni che ci separano dalla fine di quel ciclo di lotte sociali delle quali la lotta armata è stata una delle manifestazioni – a liberare il terreno, alimentato dalla politica e dai media ma assecondato anche da buona parte della storiografia, da una serie di luoghi comuni che ne restituiscono un’immagine e un senso deformati. La lotta armata in Italia ha avuto origine in un preciso contesto storico, durato circa venti anni, dal 1969 alla seconda metà degli anni 80. Un periodo cruciale della storia italiana e internazionale, che prende per intero il periodo di transizione dal fordismo al post-fordismo, una fase cioè di cambiamenti epocali che hanno trasformato e ridisegnato il mondo, i suoi scenari economici, politici e sociali. Un sommovimento provocato dalle stesse dinamiche del capitale in trasformazione. Figlia di un periodo in cui processi rivoluzionari e di insubordinazione all’esistente si manifestavano in tutte le aree del pianeta allora diviso in due, quelle sotto il controllo atlantico e quelle sotto il controllo socialista. Figlia di un periodo che ha fatto emergere soggettività fino ad allora invisibili o marginali trasformandole in protagoniste di processi di emancipazione politica. La lotta armata appartiene storicamente a questo contesto, nasce nella fabbrica fordista, dove il rifiuto del lavoro aveva generato un movimento classista che per alcuni anni, in Italia, nessuno riuscì a governare, dai sindacati ai partiti, alle forze dell’ordine; ad un processo di rottura irreversibile tra sinistra istituzionale e sinistra rivoluzionaria: “Non c’è vittoria, non c’è conquista senza il grande partito comunista” gridava e rilanciava nelle manifestazioni di piazza il PCI. Uno slogan che voleva significare direzione e controllo sulle lotte in fabbrica e nella società, ma anche monopolio del dissenso secondo cui non erano previste né ammesse altre forme di espressione di dissenso e di lotta a sinistra del PCI, né soggetti che lo potessero interpretare. Gli anni del 68 ne sono stati la concreta smentita, anche se questo non ha significato incapacità del partito di capitalizzare e appropriarsi, successivamente, di quelle lotte che guardava con sospetto, che non avrebbe voluto e che ha contribuito a smorzare, un intralcio sul cammino della costruzione di una “rispettabilità e affidabilità democratica” che lo avrebbero irreversibilmente sfigurato.

La distanza temporale è uno degli elementi che permette la storicizzazione, ma non il solo. Si storicizza un periodo concluso e proprio la mancanza di una chiusura politica sembra costituirne l’impedimento principale, lasciandolo sospeso, in una sorta di terra franca dove va in scena una guerra di significati che passa oggi attraverso il campo della memoria. Come scrisse Agamben 20 anni or sono motivando la necessità di un’amnistia per i reati politici di quel periodo, «ciò che dovrebbe essere oggetto di indagine storica viene trattato come un problema politico di oggi[3].» E a 22 anni di distanza dalle parole di Agamben, la situazione è addirittura peggiorata, con la caccia ai “pericolosi assassini” oggi ultrasessantenni che hanno vissuto gli ultimi 40 anni in un esilio molto meno dorato di quanto, senza la minima prova, venga spacciato dai media. Può essere letta in questa prospettiva, in parte, la scarsità del corpus storiografico prodotto sino ad oggi, e cioè, come schiacciamento sul presente, su una dimensione cronachistica che per molti anni ha fatto sì che non si percepisse come oggetto di indagine storica. Allo stesso modo non è difficile identificare il peso del presente sul passato se si osservano i termini usati per delimitare l’oggetto «lotta armata», il cosa e il come, le sue interpretazioni.

È significativo, per esempio, che attorno alla lotta armata esista un atteggiamento di condanna morale che, se non ne ha precluso lo studio, lo ha condizionato e continua a condizionarlo, impedendo un atteggiamento laico da parte degli studiosi, tanto da far sì che alcuni si sentano in dovere di dichiarare la loro riprovazione morale verso l’oggetto di studio, o di darne una connotazione negativa in termini morali nei loro testi[4], rimanendo entro il solco tracciato dalla politica per cui la lotta armata è fenomeno criminale ed ingiustificabile, incomprensibile nel quadro di un sistema democratico. Una questione, dunque, che investe la coscienza piuttosto che la conoscenza. Ed è altrettanto significativo il fatto che la storiografia abbia assunto acriticamente il vocabolario politico-mediatico costruito attorno agli anni Settanta, ed in particolare alla lotta armata, senza interrogarsi della validità, in termini storiografici, di categorie interpretative che, piuttosto che produrre conoscenza e comprensione storica, finiscono per riprodurre senso comune. A cominciare dai termini centrali usati, come terrorismo, o violenza, il più usato, una specie di spauracchio agitato all’occorrenza. Non viviamo di certo in un mondo meno violento oggi, ma la violenza degli anni 70 viene narrata come la più feroce. La mostrificazione creata ad hoc sui protagonisti dell’ultimo scontro di classe del XX secolo – dai folli omicidi isolati dalla società, agli infiltrati, agli sciocchi eterodiretti – serve a coprire il vero nervo scoperto di quel periodo storico, e cioè, la messa in discussione, pratica e teorica, del monopolio della violenza dello Stato da parte delle classi subalterne. La violenza degli anni 70 è indicibile perché fu violenza dei dominati verso i dominanti.

Chi studia la storia delle formazioni armate, e delle Brigate Rosse in particolare, sa che deve restituirne prima di tutto l’autenticità, stretta, nel corso degli ultimi 30 anni, tra due paradigmi dominanti: quello dietrologico volto ad inficiare l’autenticità di un percorso politico, e quello vittimario, volto ad assegnare il monopolio della parola e della storia alle vittime della lotta armata. Proprio questi due paradigmi rappresentano i due maggiori ostacoli, non tanto nel fare storia di quel periodo, cosa che negli ultimi anni di fatto sta avvenendo ma, soprattutto, nel farla emergere rispetto ad una narrazione ufficiale che ha poco a che fare con la Storia e che è invece il risultato dell’affermazione di una memoria dominante, a sua volta indicativa degli attuali rapporti di forza.

2.

Che tipo di memoria si è consolidata sulla lotta armata? Da quando e in che contesto l’ideologia vittimaria si è imposta?

Nel quadro di ridefinizione di un nuovo patto simbolico fondativo della II Repubblica che aveva portato all’istituzione di diverse giornate della memoria, nel 2006 vengono presentati diversi disegni di legge per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime del terrorismo. La discussione è centrata sulla data più appropriata da scegliere. E l’attenzione si concentra sul 12 dicembre, data della strage di piazza Fontana a Milano del 1969, riconosciuta come inizio della «strategia della tensione», sulla quale ad oggi non esiste una verità giudiziaria, e sul 9 maggio, data dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle BR, per il quale sono stati celebrati cinque processi ed emesse le rispettive sentenze. La proposta che passerà sarà la seconda, presentata da Sabina Rossa, senatrice del PD, figlia di Guido, dirigente sindacale CGIL ucciso a Genova dalle BR nel 1979. La discussione sulle due date evidenziava, in sede di dibattito parlamentare, la riproposizione delle letture e le interpretazioni consolidate negli anni precedenti sui fatti che attraversarono la fine degli anni 60 e arrivarono ai primi anni 80. Dalla tesi dello scontro tra opposti estremismi, alla follia omicida, alla teoria del doppio stato, alla tesi della «degenerazione» del 1968, un 1968 salvabile e separabile da ciò che è avvenuto dopo, un fenomeno di costume e generazionale con eccessi estremistici dettati da esuberanza giovanile poi diligentemente rientrati. O, dalla prospettiva opposta, del 1968 come origine del male e della violenza. Vi trovò spazio anche uno dei teoremi più volte proposti da esponenti del movimento dell’epoca, e cioè quella del “terrorismo” di sinistra come causa della crisi dei movimenti, che si ritrovarono stretti tra la violenza delle organizzazioni armate e la repressione dello Stato[5]. Non si parlò del carattere politico del fenomeno, né di responsabilità delle forze politiche in quel conflitto. Benché non esistesse unanimità riguardo alla data, molti degli intervenuti nel dibattito, pur individuando nel 12 dicembre la data più corretta – perché data periodizzante della storia italiana – nell’ottica di favorire la costruzione di una «memoria condivisa», optarono per il 9 maggio, data indicata nella proposta di legge come simbolo dell’unione di tutti i partiti politici e della società contro il terrorismo, che passò con il voto favorevole di tutti i partiti, l’astensione di Rifondazione Comunista e Partito dei comunisti italiani ed un voto contrario.

Le parole di Olga D’Antona, moglie di Massimo D’Antona, ucciso a Roma dalle Nuove brigate rosse nel 1999, sintetizzavano la posizione espressa dalla maggioranza:

«L’auspicio è che la giornata della memoria possa costituire l’opportunità per dare voce finalmente a coloro che sono stati vittime di quegli atti di terrore. È tempo di dare voce a coloro le cui vite sono state devastate per sempre e che, nella maggior parte dei casi, sono stati condannati all’oblio e al silenzio. È tempo che la nostra storia di terrorismo sia raccontata non solo dai terroristi e che finalmente ci si accorga di che cosa sia successo dall’altra parte, dalla parte di quei cittadini innocenti e indifesi che ne sono stati vittime[6]

La frase di Olga D’Antona, e cioè di assegnare centralità alle vittime, dar loro voce e occuparsene concretamente è stata tra le più pronunciate dalla chiusura di quel periodo ed è andata via via acquisendo peso fino a divenire, per ragioni che hanno in realtà poco a che fare con il rispetto delle vittime, prisma di lettura dominante sulla storia degli anni 70.

Inizialmente e durante gli anni 90 i familiari dei caduti negli scontri con le organizzazioni armate chiedevano allo Stato, attraverso il riconoscimento del loro status, un risarcimento economico[7]. Per contestualizzare e capirne l’origine, bisogna ritornare alla metà degli anni 80, alla fase di «uscita dall’emergenza del terrorismo». Le organizzazioni armate sono state smantellate, il progetto ed il soggetto politico che le aveva generate nelle grandi fabbriche del Nord alla fine degli anni 60, è stato sconfitto politicamente – l’ordine e la ristrutturazione produttiva sono passati nelle fabbriche –, grande parte dei militanti arrestati e processati o con processi in corso. Lo Stato italiano doveva far fronte a migliaia di condanne per reati politici. Era, come evidenzia Sommier[8], un caso unico in Europa e nelle democrazie occidentali, con un altissimo numero di prigionieri politici e la necessità di chiudere e normalizzare un lungo periodo di conflitto sociale. Le leggi di eccezione e la sola offensiva militare non erano state sufficienti a scardinare il tessuto sociale dal quale traevano forza le organizzazioni armate, a dimostrazione di quanto esso fosse radicato e diffuso. Da ciò, la necessità di intervenire non solo sul piano repressivo, ma di trovare una sorta di soluzione politica per mettere fine al conflitto sociale e armato di quegli anni. La decisione della politica fu di depoliticizzarlo, delegandolo alla magistratura ed in seguito all’apparato penitenziario. Nasce così l’istituto della dissociazione e la figura del «dissociato», favorito dal mutato contesto sociale, politico e economico. In questa situazione, gli appartenenti alle organizzazioni armate in carcere, prendendo le distanze dalla lotta armata di cui erano stati protagonisti, proponevano una collaborazione con le istituzioni, l’abiura della loro storia in cambio di una riduzione della pena. Lo fa prima di tutti Toni Negri nel 1982 rivolgendosi direttamente a Domenico Sica al quale propone di combattere insieme i «terroristi», e sarà seguito poco dopo da Prima Linea, che assumerà la dissociazione come posizione unitaria dell’organizzazione, e dalla maggioranza dei membri della Colonna Walter Alasia. Gli effetti di questa posizione furono devastanti per le organizzazioni armate e si rivelarono come uno dei più potenti meccanismi della loro dissoluzione, attaccandone la solidarietà interna e rimuovendone la storia.

Occuparsi più dei terroristi che delle vittime significò quindi dare priorità, attraverso la dissociazione e il pentitismo, alla risoluzione di un conflitto politico-sociale, «normalizzarlo», un problema che per lo Stato era più urgente e pressante rispetto alle richieste di risarcimento che contemporaneamente venivano dai familiari delle vittime e che di fatto per diversi anni rimasero inascoltate. L’AIVITER (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo e dell’Eversione contro l’ordinamento costituzionale dello Stato) si costituisce nel 1985 proprio con lo scopo di sollecitare interventi legislativi di tipo risarcitorio a favore dei caduti nello scontro con le organizzazioni armate. E proprio sulla dissociazione, che diverrà legge nel 1987, ma che iniziò ad essere praticata già da prima, si innescò la prima polemica dell’associazione delle vittime del terrorismo. Maurizio Puddu, consigliere provinciale della DC, una delle vittime delle BR, e presidente dell’Associazione, dichiarava che bisognava rispettare la legge, ma che

«il diritto non va stravolto in questo modo. Negli articoli del provvedimento non si richiede neanche il pentimento, ma soltanto la dissociazione. Si poteva almeno includere una postilla con la quale ai terroristi si imponeva di chiedere perdono alle vittime[9]

In realtà, contrariamente all’interpretazione di Puddu, la dissociazione era il vero atto di pentimento: diversamente dal «pentito» (la tradizionale figura del delatore), l’ex «terrorista dissociato» prendeva atto dei suoi errori, abiurava il suo passato e si impegnava per il futuro a non usare più la violenza come metodo di lotta politica. Collaborava attivamente a smontare i fondamenti della sua organizzazione e a mettere in crisi anche le altre, prestando allo Stato un lavoro molto più efficiente del delatore e per il quale riceveva l’indulgenza dello Stato, cioè una riduzione della pena. Una pratica molto simile ai processi condotti secoli addietro dalla Chiesa contro gli eretici e lontana dal diritto che in questo senso, sì, ne usciva stravolto, e non solo per le riduzioni di pena concesse in base al «ravvedimento». In seguito, alla fine degli anni 90, la richiesta di Puddu – la postilla che imponesse al detenuto di chiedere esplicitamente perdono alle vittime – venne accolta. Infatti, benché non fosse contemplato in alcuna legge, i giudici di sorveglianza, a loro discrezione, imposero come ulteriore requisito per l’ottenimento della libertà condizionale, il contatto scritto tra detenuti e vittime o familiari delle vittime, facendo di nuovo carta straccia del diritto[10], di qualche secolo di storia del diritto. L’intera lotta al terrorismo fu condotta, del resto, diversamente da quanto affermavano allora i partiti e le istituzioni, e da quanto reiterano oggi, con strumenti non contemplati dallo “stato democratico e di diritto”.

La polemica da parte delle vittime crebbe quando, tra il 1987 e il 1988, si iniziò ad ipotizzare la possibilità di un indulto per i non dissociati e non pentiti, in seguito alla proposta di soluzione politica avanzata dai principali dirigenti delle BR: prendendo atto dell’esaurimento di un ciclo di lotte e dell’irripetibilità delle esperienze che lo avevano caratterizzato, ponevano la necessità di un «oltrepassamento», senza abiure e pentimenti rispetto alla propria storia, e la necessità di un’amnistia per i prigionieri politici e per gli esuli. Non un atto di pacificazione, ma un provvedimento politico che considerando chiusa un’epoca permettesse una riflessione storico-politica e non giudiziaria, con un confronto esteso a tutte le parti coinvolte. La proposta suscitò un dibattito all’interno dei maggiori partiti, in primo luogo DC, PCI e PSI, trovando al loro interno, seppur tra i distinguo, disponibilità all’apertura di un dialogo. Minore disponibilità, sin dall’inizio, fu espressa da parte delle vittime e di grande parte della stampa. Fu Maria Cristina Tarantelli, sorella di Ezio, ucciso dalle BR, a rispondere dalle pagine de La Repubblica – il quotidiano più impegnato sul fronte del no alla soluzione politica – attaccando lo Stato, immobile davanti alle richieste di sostegno economico per le vittime, scettica verso i pentimenti e le dissociazioni.[11] Fino a questo momento, da parte dei familiari e delle associazioni delle vittime, la questione continuava a ruotare essenzialmente attorno alla richiesta di risarcimento. Fu il fronte contrario, presente trasversalmente all’interno dei partiti, di fronte alle aperture, ad agitare strumentalmente proprio la questione del rispetto delle vittime per bloccare la discussione[12], che fu comunque avviata. Ci furono una serie di incontri in carcere tra rappresentanti di tutti i partiti e alcune cariche istituzionali e militanti BR che avevano aderito alla proposta della soluzione politica. Il confronto si interruppe quando, nel 1988, militanti BR ancora attivi, contrari alla prospettiva di superamento della lotta armata, in un’azione, uccisero Ruffilli. Per i prigionieri politici non pentiti e non dissociati, il cui numero era alto e costituiva per lo Stato un problema, il mondo politico scelse una “via d’uscita individuale”, delegando, questa volta all’apparato penitenziario, la ricerca di una soluzione, dando la possibilità ai prigionieri politici che non avevano aderito alla dissociazione, la possibilità di accedere ai benefici previsti per i detenuti comuni nella legge Gozzini. Non rispondendo ad una legge e ad un programma generale, tutto dipendeva dagli orientamenti dei direttori di carcere, dei giudici di sorveglianza, i quali decidevano, caso per caso, la concessione di permessi, l’accesso al lavoro esterno e l’iter seguente per l’ottenimento della libertà condizionale. I tentativi di trovare una soluzione continuarono a più riprese, non più come confronto tra prigionieri politici e rappresentanze istituzionali, ma come iniziative di partiti o singoli parlamentari. Nel 1989 fu presentata una proposta di legge il cui intento, chiaro dal tenore degli articoli che la componevano, proponeva una soluzione giudiziaria, ponendo la questione del riequilibrio delle pene, che per i prigionieri politici erano state maggiori rispetto a quelle dei detenuti comuni perché aggravate dalle leggi speciali. Benché non si trattasse dunque di «perdono», il dibattito, soprattutto sulla stampa, assunse quei contorni. Il giorno seguente alla presentazione della proposta di legge, il quotidiano La Repubblica – in piena campagna contro l’amnistia/indulto – dava spazio di nuovo a Maria Cristina Tarantelli, ospitando una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica dai toni molto duri, con i quali si reiterava la disparità di attenzione esistente tra vittime, ancora in attesa di una legge che le risarcisse, e «carnefici», verso i quali lo Stato si muoveva in fretta per il loro reinserimento sociale[13]. Per circa due anni si alternarono interventi attraverso dibattiti pubblici, tra chi riteneva maturo chiudere definitivamente un capitolo della storia italiana e chi, al contrario, riteneva che qualsiasi provvedimento fosse da considerarsi come un tardivo riconoscimento politico accordato alle formazioni armate, alle BR in primo luogo.

In questo contesto la figura della vittima comincia ad assumere una dimensione pubblica, diviene il nuovo veicolo attraverso cui la politica, dopo aver depoliticizzato lo scontro sociale degli anni 70 delegando la gestione dell’emergenza alla magistratura e di fatto politicizzando le funzioni di quest’ultima, cercherà di depoliticizzarlo sul piano della memoria e della storia.

Il tipo di discussione, centrato inizialmente su questioni specifiche di carattere politico che avrebbero dovuto portare alla chiusura politica di quel conflitto storicamente esauritosi, formalizzandola sul piano legislativo, assunse una connotazione che atteneva del tutto alla sfera morale e che giocava strumentalmente sulla questione del rispetto delle vittime. Il piano privato, il dolore e il rancore, come anche la disposizione al perdono di chi fu personalmente colpito dallo scontro di quegli anni, va via via monopolizzando la sfera pubblica, della politica, con poche voci critiche rimaste a contrastare. Franco Fortini, in particolare, aveva colto con lucidità il terreno su cui si stava scivolando e che avrebbe poi costituito il fondamento dell’ideologia vittimaria quando, nel 1988, scriveva:

«Che cosa sia poi quell’uomo, quell’essere umano di cui parlate, quando a quello sia tolta la dimensione dell’azione comune per la solidarietà, la giustizia, la libertà e l’eguaglianza, io non riesco davvero a immaginarmelo. Che cos’è un uomo ridotto alla mera dimensione dell’interiorità morale? Ho dalla mia, per non nominare i massimi cristiani, Marx, Nietzsche, Freud e Sartre. Essi mi rassicurano: deve trattarsi di una canaglia. O di una vittima. E che cosa vogliono infatti da noi i custodi della eticità di stato, se non fare di noi delle canaglie o delle vittime?»[14]

Gli anni 90 saranno scanditi dallo stesso tipo di polemica, in occasione della proposta di Cossiga di concessione della grazia a Renato Curcio[15], dei primi permessi concessi ai nomi più noti della lotta armata, in tutte le occasioni di esposizione pubblica dei «terroristi». Sullo sfondo, da un mondo politico distratto e alle prese nel frattempo con le altre strutturali “emergenze”, dalla mafia a Tangentopoli, di tanto in tanto riemergeva la questione dell’indulto, la cui discussione fu di nuovo dibattuta nella Commissione Giustizia della Camera nel 1997 per concludersi in un nulla di fatto e sul quale le associazioni dei familiari delle vittime si espressero di nuovo in modo contrario. Nel frattempo continuava con lentezza anche l’iter legislativo a favore delle vittime del terrorismo, proceduto dal 1980 al 2000 attraverso una serie di normative, e che solo nel 2004 diventerà legge[16].

Proprio in quest’ottica dove predomina la sfera morale, si andava consolidando nel dibattito mediatico l’indignazione verso gli “irriducibili, i “terroristi non pentiti né dissociati” che iniziavano ad accedere ai primi benefici della legge Gozzini. Al di là della carica religioso-morale che i termini evocano, si “dimenticava” che si trattava esclusivamente di categorie giuridiche. E la categoria di “irriducibile” raccoglieva, al di là delle diverse posizioni assunte poi dai singoli rispetto alla propria storia, tutti quelli che non rientravano, secondo la legislazione d’eccezione, nelle categorie di pentito o dissociato. Essere non pentito e non dissociato equivale dunque ad aver scontato pene più lunghe rispetto a chi ha usufruito dei benefici previsti dalle leggi dello Stato.

A contrastare la chiusura politica fu poi sempre presente, è importante sottolinearlo, un altro fattore: si chiedeva ai brigatisti di raccontare «tutta la verità» sul caso Moro, che nel frattempo si alimentava con inchieste sensazionalistiche prive di rispondenze fattuali, che davano vita ad un inesauribile filone di letteratura dietrologica, i «misteri del caso Moro», in una sorta di riproposizione della politica della fermezza che passava ora sul piano storico-politico, per allontanare ogni discussione sulle responsabilità dei suoi principali fautori, DC e PCI in primo luogo. Acquistava forza in questo senso la lettura del PCI, che riteneva non esaustive le sentenze dei tribunali dei vari processi Moro, e leggeva la storia italiana del Secondo dopoguerra come una lunga trama eversiva ai danni della democrazia – e del partito – dalla strage di Portella della Ginestra, allo stragismo degli anni 70 e 80, alla lotta armata comunista. Avocando a sé un monopolio del dissenso che non prevedeva né ne ammetteva altre forme di espressione alla sua sinistra, tanto meno soggetti “autentici” che lo potessero interpretare, il PCI ha fatto ricorso, nel corso dei decenni, alle teorie del complotto, dei provocatori e delle infiltrazioni ai danni del partito, un argomento che, a livello di propaganda, soprattutto nella sinistra, trovava terreno fertile anche per la forza dell’anticomunismo all’interno della società italiana.

3.

È nei primi anni 2000 che accanto al paradigma cospirativo, si configura compiutamente quello vittimario. Del mondo che aveva generato la lotta armata non era rimasto più nulla se non i militanti delle formazioni armate, scomparse da ormai circa venti anni, che ancora continuavano in carcere. I partiti avevano cambiato i loro nomi, altri ne erano nati e governavano. I “ragazzi di Salò” erano celebrati in parlamento da Luciano Violante, magistrato e dirigente PCI-PDS-DS impegnato in prima linea contro i “terroristi”. Il Novecento esaurito e le sue rivoluzioni, imperfette ma che avevano comunque emancipato milioni di esseri umani fino a prima invisibili, sconfitte, e con esse anche il concetto di conflittualità come forza motrice della storia, che veniva ricacciato dall’orizzonte politico contemporaneo e dalla Storia. Il neoliberismo trionfante e la sua ideologia, che avanzava parlando di “fine della storia”, se ne sbarazzava in fretta: il Novecento diventa il secolo degli orrori, dei genocidi, dei totalitarismi. La storia viene egemonizzata dalla memoria e confusa con essa, come se ne fosse sinonimo. La memoria narrante che racconta il Novecento è memoria di dolore, è il testimone degli orrori dei totalitarismi del secolo breve, della Shoah su tutto. Ed emerge come protagonista centrale la vittima. La vittima è posta come modello ideale cui ispirarsi: è la passivizzazione dell’esistente, il subire che si impone sull’agire, il non fare, il non sporcarsi le mani come valore supremo della società pacificata nell’unanime consenso liberale[17].

Il racconto personale, la dimensione intimista e familiare, e cioè la dimensione privata, occupa lo spazio pubblico. La Storia con i suoi processi non lineari, contraddittori, con le sue conflittualità scompare. Le rinnovate classi dirigenti italiane esprimono con un linguaggio solo in parte nuovo, perché già presente ma non ancora pienamente strutturato, la narrazione degli “sciagurati anni di piombo”. Questa volta il vuoto della politica istituzionale viene riempito con il dolore privato delle vittime, ed in particolare delle vittime della lotta armata, dei nemici dello Stato democratico. Non potrebbero esserlo le vittime delle stragi, prive di verità giudiziaria oltre che storica, in una zona rimasta opaca. Lo dice chiaramente Giorgio Napolitano nel suo discorso nella celebrazione della prima Giornata della memoria delle vittime del terrorismo quando dichiara la predominanza, nella storia italiana degli anni 70, delle «trame eversive» della «sinistra estremista e rivoluzionaria», ed in particolare del «dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse» su quelle della «destra neofascista […] con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato». Non c’è opacità sul fatto che le Brigate Rosse combatterono contro lo Stato. Riguardo alle connivenze e alle responsabilità di apparati dello Stato negli attentati che hanno provocato stragi, al contrario, le tante zone di opacità non sono state dissipate. C’è poi da precisare, secondo i dati che ci restituisce la storia, che non fu la lotta armata a fare il numero più alto di vittime[18]. Ma il paradigma vittimario non ha bisogno della Storia per la sua narrazione, si nutre di una sola memoria dominante che si vorrebbe divenisse «memoria condivisa».

Il segno dei nuovi tempi era stato anticipato in modo esemplare dal cinema qualche anno prima, con il film di Mimmo Calopresti La seconda volta (1995), un artificiale tentativo di confronto tra un’ex terrorista e la sua vittima che si rivela impossibile, perché non è previsto, nel film e nella realtà, che al “carnefice” sia data la parola se non per esprimere e confermare le verità dei vincitori. Domina il sovrastante monologo della vittima che non ha da ascoltare, convinto dell’assoluta estraneità e casualità di ciò che gli è accaduto, ignaro e immemore di un contesto sociale e politico del quale ha fatto parte e nel quale anche con le armi si faceva politica.[19] Il cambiamento di paradigma è visibile anche e soprattutto nel giornalismo televisivo, che inaugura, usando la definizione di De Luna, la «Tv del dolore». Nel 1989 Enzo Biagi, rispondendo alla vedova del magistrato Terranova ucciso dalla mafia, che esprimeva critiche e rincrescimento verso la scelta del giornalista di intervistare Luciano Liggio, diceva: «Condivido la pena della signora Terranova e del figlio del maresciallo Mancuso. Ma non tocca ai famigliari delle vittime stabilire quello che è giusto o non giusto fare in televisione[20]». 18 anni dopo, nel 2007, Corrado Augias accoglieva l’appello dei familiari dei caduti in Via Fani e di Giorgio Napolitano, «inorriditi[21]» per un’intervista trasmessa in tv all’ex brigatista dissociato Alberto Franceschini girata in Via Fani. Una televisione in cui neanche Sergio Zavoli, autore de La notte della Repubblica, troverebbe più spazio.

Sempre nella prima celebrazione della giornata dedicata alle vittime del terrorismo, l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che attraversò per intero e fu protagonista di primo piano della politica degli anni 70, dichiarava la necessità di «dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita[22]». Se stiamo al periodo indicato da Napolitano, e cioè dal 1969 alla metà degli anni 80, i dati della memoria condivisa e quelli della Storia divergono. Per la Storia, difficilmente si potrà affermare che le formazioni armate abbiano scatenato la violenza terroristica, tanto più se si tace sul contesto politico e sociale che è all’origine della loro nascita. L’evento che accelera la formazione dei gruppi armati, stando alle dichiarazioni di chi vi militò e ad una consolidata storiografia, è la strage del 12 dicembre 1969 che, va ricordato, cadde alla fine di un anno che registrò il più alto numero di ore di sciopero (250 milioni in totale, considerando tutte le categorie) ed un livello di conflittualità operaia che né sindacati, né partiti della sinistra riuscivano a contenere. La prima vittima per mano di un gruppo armato avviene a Genova nel 1971, nel corso di una rapina ad opera della Banda XXII Ottobre. Il primo omicidio politico è quello del commissario di polizia Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, defenestrato dal commissariato mentre era interrogato come sospetto autore della strage di Piazza Fontana. L’uccisione di Calabresi, che non è mai stata rivendicata, sarà molti anni dopo attribuita da un tribunale a Lotta Continua. Il primo omicidio pianificato e rivendicato dalle Brigate Rosse è del 1976.

Ma Napolitano dice anche dell’altro: «Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali[23]». Per il paradigma vittimario, il «carnefice» non torna, una volta scontata la sua pena, nelle modalità regolate dalle leggi dello Stato democratico, ad essere un libero cittadino, sussistendo per lui un permanente obbligo al silenzio, per responsabilità morali inestinguibili, e che dunque indicano uno svuotamento delle regole del diritto. Lo afferma la giustizia riparativa, usando forme apparentemente più aperte e conciliatrici rispetto a quelle giustizialiste espresse soprattutto dalle associazioni delle vittime e amplificate dal sistema mediatico che vorrebbero una sorta di ergastolo politico per i «carnefici» della lotta armata, ma in realtà più insidiose per i risvolti che presenta. La giustizia riparativa afferma, ponendo le basi per lo svuotamento e il superamento della terzietà del diritto, che l’espiazione di una condanna penale è risposta insufficiente al lutto delle vittime, non ne esaudisce la domanda di giustizia, non permette l’integrazione nel seno della comunità e la rieducazione che l’articolo 27 della Costituzione attribuisce alla pena come finalità. Per questo è necessario l’incontro e il dialogo tra «vittime» e «carnefici», dove è riconosciuto e legittimato a parlare chi si è pentito ed ha scontato la sua pena, dove la vittima domina nella sua innocenza assoluta, «nella solenne celebrazione della forza della democrazia[24]», come scrive Luigi Manconi. In questo spazio è concessa la parola, è permessa la riabilitazione, riprendendo un’espressione usata da Giancarlo Caselli, a coloro che hanno ­­«preso coscienza della loro insensatezza». Possono parlare usando parole autorizzate in uno spazio autorizzato, o per meglio dire, in un nuovo spazio incarcerato, all’interno di una narrazione diretta a riaffermare quella lettura secondo la quale parte di una generazione guidata da follia omicida e da un’ideologia sanguinaria, ha messo in rischio, per un momento, la tenuta dello “stato democratico”. Sia nel primo che nel secondo caso, oltre allo svuotamento del diritto, siamo di fronte ad un percorso clerico-penitente e a un’operazione di costruzione di memoria condivisa, il cui obiettivo è quello di negare ed espungere il piano politico conflittuale iscritto nella storia. Un approfondimento ulteriore rispetto ai risvolti insiti nella dissociazione, dove lo scambio tra revisione della pena e revisione ideologica è adesione attiva alla memoria condivisa, con l’effetto di condizionare e falsare la lettura della storia.

Si costruiva tassello dopo tassello, tra il 2006 e il 2009, il monopolio della parola, e della storia, delle vittime della lotta armata, negando legittimità di esistenza alle memorie della lotta armata, e non solo di quelle non conformi alla memoria condivisa. Non avevano diritto a scrivere, e soprattutto ad essere pubblicati e discutere in spazi pubblici, i principali protagonisti della lotta armata, tuonava l’intellighentzia italiana dalle pagine dei principali quotidiani[25]. Gli si contrapponevano, in una grande campagna mediatico/pubblicitaria, e soprattutto ideologica, dalle pagine dei maggiori quotidiani, le pubblicazioni dei figli “famosi” delle vittime, da Tobagi a Calabresi, a Rossa, i cui libri diventavano il nuovo parametro per poter parlare degli anni 70. Nomi che occupano posizioni di rilievo nel mondo politico e giornalistico, che dispongono di associazioni, che sono stati trasformati nei consegnatari autorizzati della narrazione degli “anni di piombo”, proprio in virtù della loro identità di familiari di vittime del “terrorismo”. Quando alla vittima viene attribuito il potere di censura ed il monopolio della parola, dismette la sua identità di vittima. La vittima diviene esercizio di un mestiere censorio, protetto dall’involucro di una presunta morale superiore.

Vittima e familiare della vittima, sacralizzati nel rito ufficiale della giornata della memoria, istituzionalizzati dal discorso pubblico, spettacolarizzati mediaticamente, sono infatti arrivati ad incarnare una superiore moralità. La loro parola, indipendentemente dal fatto di essere corretta rispetto ai fatti o alle persone di cui si parla, e la loro posizione che esprime sofferenza assoluta pubblicamente esibita, diventa inattaccabile, la critica diventa ingiuria. Basta molto meno della critica, basta oggi il solo porre un discorso altro che si sottragga alla retorica del dolore e della condanna del male, perché scatti la censura e la riprovazione pubblica mediaticamente indotta, e addirittura l’apertura di fascicoli – anche senza ipotesi di reato! – da parte delle procure, le denunce ai tribunali da parte delle associazioni delle vittime del terrorismo[26]. Anche la partecipazione al funerale di un brigatista si configura come potenziale reato e costa l’accusa di istigazione a delinquere. È un’irritazione stizzita quella espressa da Benedetta Tobagi, in occasione della morte di Prospero Gallinari, nel 2013 – al cui funerale parteciparono non solo i suoi compagni, ma alcune centinaia di persone, molti giovani – per la “consacrazione a protagonista della Storia”, per le “enclave che resistono ad un terreno di valori condivisi”[27]. È comprensibile, umano soprattutto, da parte di chi abbia subito lutti o sofferenze personali, una reazione di indignazione e di protesta di fronte al responsabile della morte di un suo familiare. L’espressione di odio, vendetta, rancore si comprendono ed hanno la loro ragion d’essere in quanto manifestazioni, personali e private, del dolore di ciascuno. Appartengono appunto alla sfera privata. Ed è altrettanto evidente che si trasformino in una deformazione grottesca di esercizio di potere nel momento della loro trasposizione e istituzionalizzazione nella sfera pubblica che nulla ha a che fare con il “rispetto per le vittime” e per la memoria delle vittime, ma molto con una sorta di moderno tribunale politico-mediatico dove i “valori condivisi” sono i valori dominanti, senza possibilità di espressione di critica e dissenso. Lo aveva espresso con chiarezza Franco Fortini:

Qualsiasi forza intellettuale e politica si organizzi come avversa ai modi già costituiti di espressione degli interessi e delle volontà viene immediatamente denunciata come complice o apologeta o imitatrice del terrorismo. Qualsiasi riflessione storica o teorica sul ruolo e sul significato della violenza nella storia umana che non si concluda con la celebrazione e l’esaltazione del regime di democrazia parlamentare quale supremo vertice della umana convivenza (e con la condanna della ricerca di ogni altra via) è riprovata come opera di corruzione.[28]

È evidente che è dai rapporti di forza politici, dai ruoli sociali, da chi ha vinto e da chi ha perso, che si accede allo status di vittima, perché le vittime non sono tutte uguali. Dai rapporti di forza politici dipende la differenziazione tra vittime deboli e vittime forti, vittime subalterne e vittime dominanti, e di conseguenza tra memorie subalterne e memorie dominanti. Fin troppo banale – ed in fondo è proprio sulla semplificazione, sull’infantilizzazione della lettura e della comprensione storica che si basa l’ideologia vittimaria – affermare che dalla prospettiva che si assume avranno un peso diverso i tanti eccidi proletari che costellano la storia repubblicana, le fucilate delle forze dell’ordine sui manifestanti nelle piazze, le stragi – quando ancora le BR erano lungi dall’esistere – e i caduti in divisa dello Stato per mano delle BR. Una logica che finisce per inghiottire al suo interno anche quanti criticano il meccanismo vittimario, nel momento in cui pongono e contrappongono vittime a vittime, dandogli alimento e riconoscimento come categoria interpretativa e valoriale che porta all’identico risultato di congelare il senso e la comprensione storica e politica. Ci sono vittime e assassini laddove non si riconosce un conflitto. E che per venti anni ci sia stato un conflitto sociale entro il quale ha trovato spazio anche la lotta armata sta scritto nella Storia, lo dicono le cifre, i morti su fronti contrapposti, le leggi speciali, il carcere speciale, la tortura, gli esili. Dimenticare che lo Stato ha fatto pagare ai familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana le spese processuali senza fornirgli nemmeno una verità giudiziaria certo non si può. E se la verità giudiziaria oggi non ha più molto senso, è importante al contrario una verità storica. Che non può essere praticata se la Storia si legge come scontro tra bene e male – dove il bene e le vittime coincidono con i valori che si impongono come dominanti, e che lo sono proprio perché risultato di rapporti di forza politici e sociali determinati dall’esito di conflitti –; se la Storia è usata per l’istituzionalizzazione del rancore, come vendetta sociale e politica dei vincitori. Non è una specificità italiana, è la base ideologica del neoliberismo ed ha come finalità proprio quella di ricacciare la conflittualità che sta nella storia e nella politica, depoliticizzandola. Ma l’Italia ha precorso i tempi in questo caso, negando più volte la politicità di un conflitto, durante il suo svolgimento, con la politica della fermezza; a conclusione, con la dissociazione e con la soluzione dell’”uscita individuale” per liberarsi del problema dei prigionieri politici senza assumere un provvedimento politico a chiusura di un’epoca – che avrebbe significato assunzione di responsabilità politica da parte di chi si è dichiarato vincitore – e che si trascina in sospeso fino ad oggi; ed infine, in questi ultimi anni, cercando di cancellare la memoria di quel conflitto con la narrazione vittimaria e di togliergliene autenticità con quella grande “fake narration” che è la dietrologia. Togliere la parola, e la storia, a chi fu protagonista di un conflitto sociale, di cui la lotta armata è stata parte integrante è un’operazione squisitamente ideologica, perfetta per nascondere ciò che non può essere taciuto sul piano della storia e che riemerge ogni volta che ci si avvicini alle fonti della storia. La memoria – la testimonianza diretta di chi incarnò quel conflitto – è una delle fonti per la ricostruzione della storia, e la ricerca storiografica può prescindere dalla memoria dei figli e dei nipoti delle vittime, ma non può fare a meno delle memorie dei «carnefici». Per la Storia, l’esistenza di una pluralità di memorie, testimoni dei fatti, in conflitto tra loro, sono indispensabili per ricostruire, comprendere e dare conto della complessità sociale e dei fenomeni che essa ha prodotto, dei rapporti di forza presenti in determinate circostanze ed epoche, indispensabili per la conoscenza storica. E quanto più si amplia e si approfondisce lo studio del contesto sociale del periodo, delle storie, dei percorsi politici dei militanti delle organizzazioni armate, in altri termini, quanto più si sottrae un periodo storico alla “normalizzazione” sotto cui è stato compresso, tanto più cadono i luoghi comuni entro cui tutta quella stagione di lotte – e di conquiste che oggi sono state quasi per completo cancellate – è stata stretta.

Per lo scontro tra bene e male, tra vittima e carnefice, per il paradigma vittimario, tutto questo non serve, la Storia non serve, anzi è un problema.

 

 

[1] Cfr. La mappa perduta, Sensibili alle foglie, Roma, 1994 e STECCANELLA Davide, Gli anni della lotta armata, Milano, Bietti, 2018

[2] DE LUNA Giovanni, Tribunale speciale per la difesa dello Stato, in Dizionario del fascismo, DE GRAZIA Victoria- LUZZATTO Sergio (dir.), Torino, Einaudi, 2003, v. 2, p. 739

[3] AGAMBEN Giorgio, «Cattive memorie», in Il Manifesto, 23 dicembre 1997, Roma.

[4] Gli esempi sono numerosi, ne riporto uno recente ed emblematico di Anna Maria Vinci che, riferendosi all’importanza dello studio delle fonti, così conclude: «Non pratica dunque alcuna forma di “soggettivismo brigatista” chi accede alla contorta e oscura prosa di quei movimenti eversivi: è un passaggio necessario che richiede, tra l’altro, uno sforzo critico (e di pazienza) di rilievo. Le elucubrazioni illeggibili di molte delle fonti accennate meritano, appunto, una valutazione non distratta relativa al lessico di una generazione, nella commistione e/o nel conflitto tra privato e pubblico, tra “lessico familiare” e discorso politico», BATTELLI Giuseppe, VINCI Anna Maria, Parole e violenza politica. Gli anni Settanta nel Novecento italiano, Roma, Carocci Editore, 2013, p. 21

[5]Discussione della proposta di legge: S. 1003 – Senatori Rossa ed altri: Istituzione del «Giorno della memoria» dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice (Approvata dalla I Commissione permanente del Senato) (A.C. 2489); e delle abbinate proposte di legge Ascierto; Angela Napoli; Zanella ed altri; Zanotti ed altri (A.C. 1071136119952007), Seduta n. 150, 2 maggio 2007, in http://documenti.camera.it/apps/nir/getRiferimentiNormativi.aspx?base=1&blnDea=0&strURL=http://documenti.camera.it/leg15/resoconti/assemblea/html/sed0150/stenografico.htm

[6] D’ANTONA Olga, Ibid.

[7] Secondo i dati presenti in La mappa perduta, le vittime delle organizzazioni armate di sinistra furono 128, delle quali oltre la metà è costituita da Polizia di Stato (38), Carabinieri (21), polizia privata (10), polizia penitenziaria (8), Forze armate (2), magistratura (8), politici (6).

[8] SOMMIER Isabelle, «Pentimento e dissociazione. Fine degli anni di piombo in Italia?» in http:

//www.bellaciao.org/it/spip.php?article3213

[9] PATRUNO Roberto, «Primo sconto per i dissociati BR», in La Repubblica, 12 marzo 1987, Roma.

[10] Il primo caso in cui un tribunale di sorveglianza si rivolse all’Associazione delle vittime fu quello di Vincenzo Acella, dissociato BR, nel 1999.

[11] TARANTELLI Maria Cristina, «Vittime e carnefici», in La Repubblica, 21/01/1988, Roma.

Affermava il responsabile Giustizia del PCI, Cesare Salvi: “I familiari delle vittime non possono costituire merce di scambio. E’ vergognoso che lo Stato non abbia ancora adempiuto ai suoi doveri nei loro confronti, ma questo non ha niente a che vedere con le iniziative di cui si discute. Si deve ascoltare la loro voce, ma non si può scaricare sulle loro spalle ciò che spetta allo Stato”, cfr. M.S., Il PCI chiede chiarezza, in La Repubblica, 28 gennaio 1988.

[13] TARANTELLI Maria Cristina, «Così lo Stato tutela i terroristi ma non si occupa delle vittime», in La Repubblica, 21 luglio 1989, Roma.

[14] FORTINI Franco, Non è solo a voi che sto parlando, in Disobbedienze II, ll Manifesto Libri, Roma, 1996

[15] In polemica con l’allora presidente della DC, Ciriaco De Mita, e con il Ministro di Grazia e Giustizia, Martelli, Francesco Cossiga affermava “solo chi ha combattuto la guerra può chiedere la pace”, in RIZZO Renato, «Caro Martelli, non siamo ragazzini», La Stampa, 18 agosto 1991

[16] Legge 3 agosto 2004, n. 206, Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice

[17] Cfr. GIGLIOLI Daniele, Critica della vittima, Ed. Nottetempo, 2014.

[18] Il numero delle vittime, per il periodo che va dal 1969 al 1982, è di 351, secondo i dati riportati da DELLA PORTA Donatella, ROSSI Maurizio, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani, Bologna, Materiali di ricerca dell’Istituto Cattaneo, 1984. Più nello specifico della lotta armata, secondo i dati raccolti da Progetto Memoria, le vittime provocate dalle formazioni armate della sinistra sono state 128; di queste, 72 sono state provocate dalle azioni delle BR considerando il periodo che va dal 1970 al 1988. Se si considera il periodo 1970-1981 – dalla fondazione dell’organizzazione alla prima scissione della colonna Walter Alasia – le vittime sono 48. Nel periodo successivo, 6 morti sono stati provocati da azioni della W. Alasia (tra il 1981 e il 1983), 12 dalle BR-PG (tra l’aprile 1981 e l’ottobre 1982), 6 dalle BR-PCC (dal 1981 al 1988), cfr. Progetto Memoria, La mappa perduta, Roma, Sensibili alle foglie, 1994.

[19] Cfr. BALZERANI Barbara, Compagna luna, DeriveApprodi, 1998, Roma, p.125-133

[20] BOLZONI ATTILIO, «Quell’infame discorso di Liggio», in La Repubblica, 23/03/1989, Roma.

[21] AUGIAS Corrado, «Ascoltare in tv gli assassini dei nostri cari», in La Repubblica, 09/03/2007.

[22] NAPOLITANO Giorgio, Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008 in http://presidenti.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=1246

[23] NAPOLITANO Giorgio, Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008 in http://presidenti.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=1246

[24] MANCONI Luigi, GRAZIANI Federica, «Il giusto congedo dal peso di quegli anni», in Il Manifesto, 24/01/2017.

[25] Precursore in questo senso fu, nel 1998, Antonio Tabucchi con un intervento censorio, dalle pagine del Corriere della Sera, contro il libro di Barbara Balzerani, Compagna Luna, pubblicato da Feltrinelli, la sua stessa casa editrice, alla quale lanciò un aut-aut: “O io, o lei”

[26] Quanto accaduto a Barbara Balzerani per aver detto che quello della vittima è un mestiere censorio in occasione della presentazione di un suo libro al CPA di Firenze il 16 marzo 2018. In quell’occasione tutto l’evento fu filmato senza autorizzazione, con telecamere nascoste e poi trasmesso in un programma tv sensazionalistico.

[27] TOBAGI Benedetta, Se il carceriere di Moro diventa eroe sul web, La Repubblica, 15 gennaio 2013, Irriducibili. Perché gli ultimi terroristi fanno ancora discutere, La Repubblica, 24 gennaio 2013

[28] FORTINI Franco, Non è solo a voi che sto parlando, cit. p. 37-38

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