La Parentesi di Elisabetta dell’11/7/2018

“Fiches”

 “Con quanta maggior potenza il capitale, grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati non-capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali […] Il capitalismo è la prima forma economica dotata di una forza di propagazione; una forma che reca in sé la tendenza immanente ad espandersi in tutto il mondo e ad espellere tutte le altre forme economiche; una forma che non ne tollera altre accanto a sé[…]      Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale

L’argomento del giorno è l’immigrazione. Non c’è ambito politico, economico, giudiziario, legislativo, sociale, sociologico e culturale che non debba fare i conti con questo.

Il fenomeno dell’emigrazione appartiene a tanti periodi storici. Senza andare troppo lontano nel tempo e nello spazio ricordiamoci le migrazioni italiane negli Stati Uniti, in Canada, in Sudamerica e in Australia. Si tratta di cifre notevoli. Dal 1876 agli anni ’70 del novecento circa 24 milioni di emigranti hanno lasciato l’Italia, con punte di 870.000 partenze nel solo 1913. Migrazioni in cui una parte della popolazione povera andava, anzi veniva spinta altrove in cerca di fortuna per sopperire ad una grave situazione di povertà e di indigenza nel paese di origine.

Nel 1973 l’Italia ha per la prima volta un saldo migratorio positivo. Questo fenomeno da allora in poi diviene costante anche se prende una certa consistenza solo verso la fine degli anni settanta. E’ un’immigrazione che è avanguardia della trasformazione del mercato del lavoro italiano e della segmentazione tra lavoro qualificato e lavoro rifiutato. Sono lavoratrici e lavoratori domestici provenienti dal sud est asiatico o dal Sudamerica ma anche da Somalia, Eritrea, Etiopia e sono anche lavoratori stagionali, come ad esempio i Tunisini che approdano in Sicilia per lavorare nella pesca e nell’agricoltura.

Un cambiamento fondamentale nel tipo e nelle modalità dell’immigrazione verso il nostro paese avviene dopo la caduta del muro di Berlino e la guerra di aggressione alla Jugoslavia. Il flusso di immigrazione dai così detti paesi dell’Est, Romania, Albania, Polonia, Ucraina, ex Jugoslavia…è di proporzioni tali da essere chiaramente visibile a tutti.

Con gli anni novanta cambia anche il tipo di immigrato che viene in Italia, in riferimento al lavoro non è più catalogabile come colui/colei che fa un “lavoro rifiutato” dagli italiani. Sono manovali a giornata, badanti in nero, e poi lavavetri, venditori ambulanti, persone che non hanno una collocazione lavorativa precisa ma fanno quello che trovano e quello che possono. Aumenta a dismisura la così detta irregolarità e clandestinità. E tutto questo si accompagna all’aumento della disoccupazione italiana all’interno della trasformazione neoliberista del mondo del lavoro.

Le migrazioni che avvengono ora sono ancora diverse, hanno la caratteristica di un esodo biblico e i flussi provengono soprattutto dai paesi africani.

Il neocolonialismo ha distrutto le economie di sussistenza, le guerre “umanitarie” hanno destabilizzato e fatto terra bruciata di immensi territori, la predazione delle multinazionali ha inquinato il suolo, l’acqua, l’aria.

Tutto questo ha provocato da una parte il fenomeno dell’inurbamento in immense megalopoli in cui si ammassano persone che hanno abbandonato la terra in cui non riescono più a portare avanti neppure la mera sussistenza e sono ora costrette a vivere di stenti nelle bidonvilles, dall’altra una migrazione senza precedenti, un vero e proprio esodo verso l’occidente, per disperazione e perché l’occidente presenta se stesso con una propaganda mediatica e un immaginario non corrispondente alla realtà.

L’aggressione e la distruzione della Libia hanno aggravato questa tendenza in maniera esponenziale. La devastazione dell’economia di quel paese è avvenuta ad opera di Francia e Stati Uniti con la collaborazione fattiva dell’Italia che ha affossato il rapporto economico privilegiato derivante dal passato coloniale per piegarsi alle politiche neoliberiste. E’ stata così eliminata in Libia un’economia rentier che fungeva da cuscinetto rispetto alle migrazioni sub-sahariane. Guerra voluta e sponsorizzata dal PD e da Giorgio Napolitano.

L’esodo che si sta dispiegando è impossibile da arginare, frenare, mutare.

Il neocolonialismo, inoltre, ha caratteristiche diverse dal colonialismo ottocentesco. Durante il periodo coloniale le popolazioni occidentali traevano dei vantaggi dalla predazione dei paesi colonizzati, chiaramente a seconda del livello sociale e della collocazione di classe. Anche la piccola borghesia si poteva permettere il trumoncino in salotto e il servizio da tè di alpacca argentata. Ora alle popolazioni occidentali non torna indietro più nulla. Il neocolonialismo ha aspetti completamente diversi e si basa su una diversa impostazione ideologica. L’aggressione neocoloniale che si esplica sul fronte esterno, si esplica anche sul fronte interno. Le popolazioni europee son impoverite e precarizzate. Il fronte interno è militarizzato, interri territori sono ridotti a colonie interne. La vita degli esseri umani non ha più valore come non ha mai avuto valore la vita delle popolazioni del terzo mondo. La povertà è una colpa.

La borghesia imperialista ha rotto unilateralmente tutti i patti, da quelli con le popolazioni del terzo mondo rispetto ad un loro possibile miglioramento di vita, al patto sociale interno nei riguardi delle popolazioni occidentali: il mostro è nudo, la voracità si esprime per quello che è.

Rispetto ad una situazione di questo tipo qui da noi in occidente si dispiegano tutta una serie di posizioni: quella della destra che vuole difendere i confini e l’identità nazionale e costruisce muri e chiude frontiere, quella ipocrita socialdemocratica che sotto la veste del politicamente corretto ha organizzato le guerre “umanitarie”, ha costruito i Cie/Cpr, ha spinto alla guerra fra poveri, ha creato le strutture organizzative per trasformare anche le migrazioni in business, quella di una parte della sinistra che si definisce di classe che si pone in un’ottica di aiuto, di sostegno altruista, tra l’altro colpevolizzandosi, con una visione del migrante come di un povero cristo. Infine ci sono i marxisti dogmatici che riducono il tutto, tra citazioni colte e riferimenti dotti e puntuali, ad un problema di forza-lavoro considerando i migranti come un bacino di manovalanza di riserva che serve a ricattare i lavoratori nostrani, ad abbassare i salari, ad alzare i livelli di sfruttamento, dimenticando che il lavoro non c’è e non ci sarà più.

Tutto questo ventaglio di posizionamenti fa capo una varietà di letture e di conseguenza alla messa in atto di strumenti che fanno riferimento ad una società e ad un mondo che  sono venuti meno. I principi stessi della borghesia così come l’abbiamo conosciuta sono stati destituiti. L’aristocrazia borghese o borghesia imperialista ha riplasmato il mondo a seconda dei suoi interessi.

Lo Stato-nazione viene sistematicamente attaccato dall’iper borghesia transnazionale, il destino delle borghesie nazionali è segnato. Si andranno configurando tuttalpiù aree territoriali a difesa di interessi specifici.

La così detta sinistra che si è giocata in questi anni tutta la credibilità e ha spinto la popolazione nelle braccia della destra, butta sul tavolo le sue ultime fiches, quelle dell’antirazzismo e dell’umanitarismo, nel tentativo di trovare un collante, tra l’altro interclassista e spoliticizzato, che permetta un suo rilancio. Tentativo che contribuirà ad affossarla ancora di più.

La scommessa è altra. E’ di considerare potenzialmente rivoluzionario qualsiasi strato sociale sia in grado di portare a sintesi le istanze che accomunano tutti gli strati sociali colpiti dal neoliberismo. La scommessa è considerare potenzialmente rivoluzionarie soggettività che non rientrano nelle categorie classiche della sinistra rivoluzionaria.

L’esperienza di Lotta Continua, quando ha avuto la lungimiranza di considerare i sottoproletari, i giovani delle nascenti periferie urbane soggetti rivoluzionari quanto quelli classici della tradizione marxista, è sempre valida perché nessuno fermerà la migrazione biblica che è in atto. La scommessa è la sua trasformazione in elemento rivoluzionario. Questo non significa affatto che i militanti occidentali dovranno avere la presunzione di un ruolo guida o di essere maestri/e di politicizzazione, significa solamente che i/le militanti occidentali, femminismo compreso, dovranno assolvere il loro compito che è quello di tentare di scardinare i nodi fondanti di questa società nel ventre della bestia dove sono collocati e di trovare il filo che unisce qui da noi tutti gli strati sociali colpiti dalla voracità e dall’aggressione neoliberista.

E’ necessario recuperare segni e segnali della lotta di classe e muoversi di conseguenza: scardinare il concetto di legalità e di Stato, di pacificazione borghese e di “sicurezza”, battersi contro Equitalia e tutte le tasse, gabelle e sanzioni, smascherare le “guerre umanitarie”, battersi contro la Nato, contro l’occupazione militare qui a casa nostra, abbandonare il moralismo che l’egemonia culturale neoliberista ha costruito anche all’interno della sinistra di classe.

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