Spunti sparsi sulla lotta antimilitarista e non solo

Un interessante contributo delle compagne e dei compagni sardi. “Nessuna pace per chi vive di guerra”, coniato come messaggio antimilitarista, diventa messaggio a tutto campo che noi condividiamo pienamente contro la guerra che il neoliberismo sta conducendo contro tutte/i  le/gli oppresse/i sul fronte esterno e sul fronte interno.

Spunti sparsi sulla lotta antimilitarista e non solo.

“La ricerca della classe./Costruire un legame fra le fasce sociali intrappolate e soggiogate dalle contraddizioni del sistema capitalista è indispensabile.”

https://nobordersard.files.wordpress.com/2017/04/contributo.pdf

“Ogni sistema fondato sulle classi e sulle caste contiene in sé il germe della propria dissoluzione.”Jack London – Il tallone di ferro.

Questo contributo teorico nasce dopo anni di impegno costante contro la militarizzazione in Sardegna, e non solo, fatti di cortei, blocchi e azioni dirette; ma vuole andare oltre, più in profondità, nelle contraddizioni che il sistema capitalista crea nella quotidianità dell’esistenza. Se per noi le parole chiave “blocchiamo delle esercitazioni” e “tagliamo le reti” sono state fondamentali nella costruzione di un percorso finora molto interessante, crediamo che vadano affiancate da altre, perché forse ora, da sole, potrebbero non essere più sufficienti.

Lo Stato sta asservendo sempre più le componenti sociali, in termini sia di gruppi che di individui (il disoccupato, lo studente universitario o il pensionato), incanalandole rispetto alle sue esigenze strutturali e, nel caso specifico, alla dottrina imperialista propagandata, sia come entità Nazionale ed Europea sia come entità Nato, tramite la vulgata quotidiana delle impellenti necessità economiche, della sicurezza e del controllo della “Nazione”. In una vieppiù capillare impostazione patriottica del vivere, il militare è visto quasi con orgoglio o comunque non estraneo alle esigenze della nuova esistenza fatta di perenni allarmi ed emergenze che possono in ogni momento intaccare le nostre tranquille abitudini.

La dottrina quotidiana imposta agli individui è articolata e ben ramificata nella loro esistenza. Dalle scuole alla cinematografia, dalla stampa alle tv, le miriadi di messaggi propinatati sugli eroici uomini in divisa e sul nemico insidioso alle porte si incuneano a piccole dosi nelle menti, ormai sgombre già da tempo da una pur minima autonomia di pensiero, che come spugne assorbono tutto ciò che per il sistema è indispensabile: l’onestà, intesa come servile accettazione di imposizioni legiferate da un potere per definizione senza scrupoli, dove la corruzione è imperante e strutturale; il diverso, sia di pelle, orientamento sessuale o semplicemente perché fuori dall’omologazione imposta del vivere, visto come anomalia o al massimo da tollerare con riserva, utile al sistema per deviare le sue storture tramite il populismo razzista e xenofobo; l’occupazione salariale che rasenta ormai lo sfruttamento – padrone/servo – visto come il massimo traguardo o meglio il miraggio da raggiungere a tutti i costi, senza una pur minima pretesa sindacale e ancor meno orgoglio di classe; il diritto alla salute o allo studio dei propri figli, visto come qualcosa non da pretendere ma da auspicare come una vincita di un gioco a premi o da chiedere tramite una fortuita amicizia nel posto giusto; la Legge considerata come un’entità inviolabile, da rispettare indiscutibilmente, anche se spudoratamente antisociale, nata spesse volte dalle viscere del fascismo, visto, quest’ultimo, solo come un libro polveroso accantonato sugli scaffali della storia e non come un nemico attuale incuneatosi, in doppio petto, nelle spoglie sempre più sgualcite della loro democrazia.

Partendo da ciò, e andando per argomenti, ci sembra che i nodi più importanti da affrontare siano quelli legati al lavoro e al peso della guerra e della militarizzazione all’interno della ristrutturazione del capitalismo, quindi dal ricatto creato da miseri – seppur certi – stipendi a tinte mimetiche, all’industria privata di guerra presente in Sardegna con i suoi rinnovamenti e ampliamenti, fino alle dinamiche interne alle comunità che la miseria imposta dallo Stato ha creato, riuscendo a rompere storici caratteri di solidarietà e spirito di resistenza e conflitto; al riconoscere lo Stato come nemico e smettere quindi di affidarsi in qualsiasi forma ad esso, siano i partiti, i finti processi o commissioni d’inchiesta in cui lo Stato prima si autoaccusa e poi si autoassolve, in un teatrino democratico da vomito;

all’allargamento del fronte della lotta, che non vuol dire abbandonare l’ambito della lotta specifica antimilitarista ma saper creare e colpire le connessioni più strette e vicine al militarismo, che perlomeno in questo territorio gli hanno reso vita facile per mezzo secolo; e infine, in una prospettiva più lunga, ridelineare quel concetto di classe che pare veramente svanito in mezzo al Mediterraneo, ma che riteniamo necessario per sognare e proporre un cambiamento radicale di questo esistente; perché uno sfruttatore, anche se vagamente antimilitarista, non deve mai stare dalla stessa parte della barricata con gli sfruttati. L’interclassismo delle lotte specifiche (in cui l’opposizione ad una grande opera è prevalsa sul concetto di classe) è stato la falce che ha tagliato le gambe a percorsi che per qualche attimo, giorno o mese sembravano poter avere una vera potenzialità di rottura con lo Stato e il capitalismo.

Premessa necessaria è che, ricominciando per l’ennesima volta come compagni e compagne ad occuparci di questo problema, partiamo con un ritardo di sessant’anni rispetto ai nostri nemici: è importante quindi non farsi prendere dallo sconforto, riconoscere la necessità di prospettive e tempi lunghi ed essere pronti a superare notevoli difficoltà.

Il ricatto del lavoro, la distruzione del locale, l’annientamento dei legami comunitari.

L’occupazione militare avvenuta in Sardegna nel secondo dopoguerra è sicuramente uno degli strumenti più efficaci di cui lo Stato Italiano si è dotato per distruggere la parte più conflittuale e non istituzionalizzata della cultura dei sardi. I poligoni, distribuiti a croce sull’intera isola, una massiccia presenza di installazioni minori, migliaia di soldati (di cui molti sardi) costantemente presenti nelle basi, un capillare controllo del territorio fatto di centinaia di caserme di Carabinieri e Polizia hanno fatto della Sardegna la regione più militarizzata d’Europa. I picchi toccati in momenti come l’operazione Forza Paris o l’esercitazione Trident Juncture ne sono un’evidenza preoccupante.

Per affrontare questo punto si può prendere come esempio il Sulcis. Con il crollo dell’attività mineraria il Sulcis è diventato in cinquant’anni la regione più povera d’Italia: paesi spopolati, emigrazione altissima, lavoro poco o nulla, tassi di inquinamento pesantissimi. La grande alternativa offerta dallo Stato alle popolazioni sulcitane è stata quella dell’industria chimica: la creazione del polo petrolchimico di Portovesme, con una centrale Enel e tutta una serie di industrie private hanno ammortizzato a livello occupazionale il tracollo dei giacimenti minerari.

Per fortuna anche quell’esperienza è in declino, nonostante i vergognosi tentativi dei lavoratori di chiedere l’ennesimo salvagente per poter continuare ad inquinare i territori in cui vivono. Ci si ritrova così con una ex provincia di circa 130.000 abitanti, devastata dall’inquinamento delle miniere prima, delle industrie poi e dell’attività militare ora. Nel basso Sulcis c’è infatti il poligono di Teulada, esteso su 72 kmq, tanti quanti la città di Cagliari, un quadratone di terra soffiata alla popolazione che produce inquinamento di ogni tipo con conseguenti morti e malati.

In questo disegno di desolazione, le popolazioni hanno perso parte della loro cultura, convinte che la globalizzazione li avrebbe prima salvati e poi elevati a cittadini europei. Molti non sanno più parlare il sardo, non conoscono il loro territorio e desiderano ardentemente un lavoro che non c’è: il Posto Fisso. Ed ecco che lo Stato arriva e offre loro la miseria: il contratto da carabinieri, poliziotti, soldati, guardie carcerarie che centinaia di ragazzi e ragazze sognano.

In vent’anni a Iglesias si è passati dal prendere le “burbette” della Caserma Trieste a calci nel culo a sognare di essere come loro…

Lo stato e il capitalismo in questo momento hanno vinto, sono riusciti ad ottenere quasi l’inimmaginabile. L’Alcoa per anni ha sversato in mare rifiuti e liquami tossici, distruggendo vite di ogni tipo e lasciando questa terribile eredità per i prossimi mille anni. Chi credete che siano stati gli operai che aprivano i manicotti? Degli alieni? Erano sardi, magari persone che abitano a 5 o 10 km da Portovesme e che poi si sono pure ammalate. Come disse la famosa madre di un ragazzo dei paesi intorno al PISQ: “Meglio mio figlio ammalato e soldato che disoccupato”. Se siamo arrivati a questo punto siamo proprio messi male.

Un caso veramente emblematico è quello della RWM di Domusnovas, interessante anche da un punto di vista economico. Fino a quando l’attività mineraria era a pieno regime lo stabilimento produceva esplosivo da cava ad uso civile, successivamente, con il crollo del settore, l’industria è andata in crisi e sono iniziati i licenziamenti. Quindici anni fa sono arrivati i tedeschi della Rehinmetall (multinazionale della guerra), hanno fatto un’offerta e si sono comprati la fabbrica, l’hanno riconvertita a uso bellico e hanno così potuto riprendere ad assumere. Assunzioni mirate, fatte su un territorio, come già detto il più povero d’Italia, dove un contratto a tempo indeterminato è oro, invidia, significa potersi comprare la Golf… Così la gente va a lavorare in una fabbrica di bombe, bombe vere che uccidono uomini, donne e bambini. Le voci che escono fuori dal coro di entusiasmo sono poche, e vengono zittite, poi addirittura convinte. In un anno e mezzo di iniziative contro la RWM non è stato conosciuto un solo abitante di Domusnovas che sia contrario alla presenza della fabbrica. Domusnovas ha 6.000 abitanti.

Per tutelare questa condizione di produzione perfetta, la RWM si compra il silenzio con buoni stipendi e il ricatto di una fila interminabile di persone che non aspettano altro che un operaio venga licenziato. Non vogliamo con questo dire che tutte le persone che vivono a Domusnovas e dintorni siano pro-fabbrica o guerrafondai, vogliamo però sottolineare come si è arrivati a questo punto.

Prima lo Stato ha dato (tra l’altro con un costo a tre zeri in termini di vite di minatori), poi ha tolto, ora raccoglie. Raccoglie i frutti di una disperazione indotta, di un’autosufficienza e un’autorganizzazione volutamente frantumate in modo da rendere gli individui docili agnellini incapaci di cavarsela da soli.

Nessuno, o quasi, nel Sulcis si sente di criticare pubblicamente chi prende la via della divisa, in troppi ritengono che il fine giustifichi i mezzi. Riuscire a fare leva in questa situazione e squarciarla per farne emergere le insite contraddizioni è impresa ardua, difficilissima. Bisogna però provarci, per non essere silenziosi e quindi, come quasi tutti, complici.

Il necessario distacco dagli ambienti istituzionali, la fine della fiducia nello Stato.

La disabitudine a lottare, diffusasi durante l’ultimo ventennio nel vecchio continente, ha portato ad alcune gravi conseguenze: l’arretramento delle pratiche, la disillusione collettiva, il conflitto fra legale quindi giusto VS illegale quindi sbagliato, poca intraprendenza e capacità di rendersi autonomi dalle istituzioni.

A queste si possono aggiungere una certa malinconia di chi ha vissuto altre stagioni di lotta e non riesce a distaccarsi da alcuni riferimenti, o chi si aspetta che le masse prendano coscienza spedendo Tweet o navigando su Facebook e nel frattempo sta affacciato ad aspettare.

Il risultato è tragico.

Le mobilitazioni sono in buona parte autorizzate dallo Stato, con la conseguente riproposizione del teatrino democratico nel quale ci fanno vivere. Le destre avanzano pericolosamente, i fascisti in vent’anni hanno ripreso ampie zone delle città e i loro simboli (nuovi e vecchi) sono di nuovo quasi completamente sdoganati. La reazione in generale, mentre il movimento reale stava dormendo, è avanzata parecchio: in dieci anni ci ritroviamo le città piene di telecamere, ambienti dove un sano ribellismo veniva coltivato distrutti (vedi il mondo ultras), decine e decine di case e posti occupati sgomberati o messi in regola, movimenti di lotta martoriati da sbirri e giudici o, peggio ancora, condivisi con partiti, sindacati e amministrazioni.

Lo Stato ha fatto la sua parte, lasciando rari momenti di sfogo pubblico e riuscendo a ricondurre tutto sui binari dell’accordo e della concertazione. Se delle responsabilità di partiti e sindacati in quest’ambito ci sembra quasi superfluo parlare (CGIL e CISL sono apertamente schierati con le fabbriche di armi e con soldati, sbirri e secondini; PD, FI, M5S ecc. sono partiti che appoggiano la guerra), pensiamo sia invece importante prendere in considerazione le responsabilità di chi ci sta più vicino, dei “movimenti”.

L’appiattimento generale in cui viviamo trova molte responsabilità anche all’interno dei nostri ambienti, dove si è persa con troppa facilità una certa etica e coerenza nell’azione. La fobia di essere in pochi o di non raggiungere un obiettivo minimo induce sempre di più i/le militanti delle varie aree a intessere relazioni con componenti che sono della controparte. Gli esempi non mancano, l’entusiasmo di una parte del movimento NOTAV per le posizioni dei grillini e per la vittoria della sindaca Appendino alle comunali di Torino, la condivisione delle piazze in giornate storiche come il primo maggio con i sindacati più padronali degli ultimi cent’anni, alternate con momenti in cui si contesta il PD, con il quale però poi si sta in piazza pacificamente durante lotto marzo. Difficile chiedere coerenza se non la si sa offrire.

Ma si va anche peggio.

La diffusione negli ultimi anni in tutto lo stivale delle lotte per la casa, che in troppi casi, stringi stringi, pur di tenersi buoni gli sfrattati-sfruttati coinvolti, chiedono e aiutano lo Stato a funzionare meglio, invocando un assurdo diritto alla casa (assurdo per chi vorrebbe uno stravolgimento dell’esistente). Questa deriva ha portato le amministrazioni di alcune città a considerare i gruppi di Lotta per la casa come una componente politica cittadina, da invitare ai tavoli tecnici per risolvere le questioni abitative, ottenendo così un rafforzamento del ruolo dello Stato Democratico e delle istituzioni dentro la città.

Il risultato di queste “confusioni” è un consolidamento delle lotte che passano per la via istituzionale (che sembra così diventare l’unica possibile), la progressiva criminalizzazione di quelle più autonome e l’incapacità di teorizzare dei percorsi che siano realmente conflittuali, che tentino di estromettere lo Stato e le sue propaggini da ogni ambito della nostra vita.

E’ evidente come certe aree movimentiste pur di cercare uno spazio di agibilità politica abbiano scelto la via semi-istituzionale come metodo, basti pensare alla campagna fatta da alcune di queste per il voto all’ultimo referendum. Qui viviamo molti di questi problemi. E’ visibile il distacco e il disinteresse di buona parte dei sardi e delle sarde dalle questioni eticosociali-politiche. Le manifestazioni sono poco numerose, le assemblee e i momenti pubblici ancora meno.

I gruppi annaspano tra retoriche che non fanno più presa, quartieri gentrificati dove non vive più nessuno, controllo asfissiante degli sbirri, che in questo contesto così ibernato si sentono anche più tranquilli nel reprimere i primi segnali di conflitto.

L’esperienza della lotta contro le basi militari è in questo senso una piccola luce in mezzo al buio ed è necessario fare più che mai attenzione affinché non venga inglobata dall’offuscamento delle moderne esperienze di lotta (indignados, occupy ecc).

Tenersi lontano dalle istituzioni, riconoscendole come componenti integrate della nostra controparte; mantenere un livello conflittuale che ci distingua da chi propone come soluzioni referendum, liste elettorali o chissà quale altra scartoffia; coltivare la solidarietà e l’organizzazione orizzontale affinché nella pratica nasca l’esperienza; guardarsi intorno, perché i/le complici sono ovunque, dobbiamo solo organizzarci…

Allargamento del fronte della lotta

L’invito è quindi a guardarsi intorno, a cercare le connessioni tra i vari ambiti di vita e quindi di lotta. L’organizzazione capitalista è arrivata negli ultimi decenni a un livello di parcellizzazione e divisione del mondo del lavoro mai vista. Dipendenti di stesse aziende non si incontrano mai per anni, il ricatto del posto di lavoro è arrivato a livelli impensabili. Moltissimi dipendenti hanno paura di aderire ad uno sciopero perché poi magari il padrone si incazza…

La solidarietà che non si trova nelle strade non si incontra più nemmeno nei luoghi di lavoro, una docente che alza la voce contro la presenza dei militari a scuola, o che si rifiuta di portare gli alunni a una parata del 4 novembre rimane sola, e così viene ammonita, col rischio di perdere il posto. Una lotta come quella contro la militarizzazione della Sardegna, nata come lotta specifica, deve col tempo allargarsi, intessere relazioni di solidarietà, appoggio e partecipazione con altri ambiti di lotta, almeno in due direzioni.

La prima è una direzione internazionalista: la guerra che si prepara qui ha ripercussioni in tutto il mondo, qui vengono eserciti e aziende di tutto il pianeta per esercitarsi e testare i loro prodotti. Navi turche attraccano a Cagliari, aerei israeliani decollavano da Decimo, la Folgore e la Brigata Sassari si esercitano a Teulada prima delle missioni di guerra. Se siamo solidali con il popolo kurdo e palestinese, così come se siamo antimilitaristi e contro la guerra, non possiamo permettere che la nostra lotta si configuri secondo un atteggiamento nimby, dobbiamo creare connessioni, cercare le persone e i momenti conflittuali con cui unirci.

Anche per quanto riguarda la produzione di armi, i discorsi non saranno molto diversi. Far chiudere la RWM non può che essere un obiettivo intermedio, poco cambia per noi se chiusa la sede di Domusnovas poi se ne apre un’altra a Bisceglie, ci interessa che le persone non vogliano più produrre morte, che nessuno scelga più di partecipare a quel tipo di produzione. Non è detto che i risultati si raggiungano simultaneamente, si può anche pensare che un intervento di “pochi” porti alla chiusura della fabbrica e successivamente le popolazioni vicine capiscano che si può vivere anche senza.

La seconda direzione è legata al locale. In un’ottica di cambiamento dell’esistente, non ha alcun senso lottare come dei forsennati per chiudere un nocività senza interessarsi alle altre. Se alla RWM producono morte sotto forma di bombe, all’Alcoa ammazzano le persone con l’inquinamento, e allo stesso modo alla SARAS, all’Eurallumina, eccetera. Gli operai che senza etica distruggono il territorio dove vivono, sempre in nome di 1000 € di merda, sono così diversi da un militare che inquina Teulada?

Il petrolio raffinato alla Saras, estratto chissà dove, che costi ha in termini di vite? Lo sappiamo? Ce lo siamo mai chiesti? O forse sono domande un po’ imbarazzanti perché vanno a toccare nel profondo le nostre incoerenze?

Oltre a questo, considerabile un insieme al negativo di alcuni elementi che ci circondano, si può passare anche al positivo. Cercando di unire i vari ambiti in cui uomini e donne lottano, esprimendo e costruendo solidarietà, creando quelle connessioni che la superano rendendoci veramente compagn* gli uni con le altre.

La ricerca della classe.

Costruire un legame fra le fasce sociali intrappolate e soggiogate dalle contraddizioni del sistema capitalista è indispensabile. Ricomporre la classe dei subalterni è doveroso per un progetto di lungo termine che dovrà partire dalle marginalità di questo presente. Uscire dalla specificità dell’antimilitarismo è indispensabile, per ingrossare le fila e intrecciare un tessuto di resistenza che porti inevitabilmente ad un fronte unico di lotta, più ampio, lasciando ovviamente il contesto basi e guerra come fulcro centrale nella lotta di liberazione dal Capitale e dall’imperialismo.

Sarà indispensabile trovare un contatto con il comparto dell’agricoltura e della pastorizia, che rappresenta un contesto consistente della realtà sarda, soprattutto quella fascia fuori dalla protezione degli incentivi aziendali, marginalizzati dal mercato e dalle stesse corporazioni sindacali e con i disoccupati che qui in Sardegna sono, ormai, una massa. Lavorare ad una sorta di contatto, per una prassi organizzativa, essendo questo un punto di riferimento indispensabile per entrare nelle porte, finora chiuse, delle famiglie povere e in miseria, che ormai sono centinaia di migliaia. Avviare una riflessione sui migranti non in un’ottica di mera solidarietà da elemosina, inutile e inconcludente, ma di comunione, di rabbia e di resistenza che nelle file di questi miserabili sarà sempre in crescita e inevitabilmente determinante nella ricomposizione di classe e di rottura verso questo sistema. Con gli ex operai, con quelli in “esubero” che non hanno né un presente lavorativo né un futuro pensionistico, quelli delusi che non credono più in niente, che con il loro odio verso tutti aspettano una sorta di impulso per rimettersi in gioco, per dar sfogo alla loro rabbia, per troppo tempo assopita dalle illusioni sindacali.

Incunearsi nei nuovi posti dello sfruttamento giovanile, nella grande distribuzione, il cuore pulsante delle grandi corporazioni delle merci, che da un lato stanno distruggendo le piccole realtà economiche e territoriali e dall’altro sono l’emblema dello sfruttamento salariale tout court. Mettere in discussione il mito dell’azienda turismo, smascherarne le mille contraddizioni, dallo sfruttamento e saccheggio ambientale, alla logica coloniale degli investimenti internazionali, che hanno fatto dei territori sardi le nuove conquiste per predatori senza scrupoli, trasformando intere zone, anche esteticamente, in vetrine per l’immagine supponente di una classe dominante sempre più senza freni, rendendo così culture e storie millenarie in prodotti vendibili e merce da bancone…

Insomma è indispensabile mettersi in gioco, ognuno nel proprio territorio, creando un contatto di individualità, formando gruppi di studio, di analisi e di lotta, rendendo le contraddizioni del sistema sempre più evidenti e sempre più alla portata di una trasformazione reale, di liberazione e di riscatto sociale.

Compagne e compagni,

primavera 2017

 

 

 

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