Ed è quasi festa

Di ScateniamoTempeste

Lavoro. E torno. C’è la bolletta da pagare.
Allora rimedio ancora qualche ora di lavoro. Poi torno.
E la benzina per lavorare.
Allora lavoro ancora un po’.
Meno male che ce l’ho questo lavoro.
E il gas. Che l’altro giorno uno voleva fregarmi facendomi cambiare il piano tariffario, “si faccia un regalo, che è quasi natale”. Per rotta di collo non ho abboccato che poi ho visto su internet era una truffa, perché i lavoratori oggi li mandano a truffare altre lavoratrici e altri lavoratori. Tutti col fiato sul collo. Io non so se riuscirei a truffare un’altra donna col sorriso, o un uomo. Non so.

E poi, siccome abbiamo deciso di conformarci un po’, c’è la cena coi colleghi e due miseri regali piantati lì da fare. Lavoro un po’ per quelli, anche.
Mi mette tristezza entrare nei centri commerciali coi babbi natali e le slitte finte.
Solo in caso di estrema necessità.
Preferisco il signore della fiera di Senigallia che vende orecchini ha che montato lui con le monete indiane di un suo vecchio viaggio. Peccato che di fronte alla fiera ci sia la polizia di stato che pattuglia i venditori di biciclette rubate. Penso che non mi piacerebbe che mi rubassero la bicicletta; direi “bastardi”. Ma poi penso che non mi piace nemmeno la polizia di stato che pattuglia i ladri di biciclette. Penso che anche i ladri e gli sbirri lavorano e mi ritrovo a canticchiare che la disoccupazione ci ha dato un bel mestiere…
Che anche a portare dentro i ladri di biciclette non credo che ce la farei.
Lavoro ancora un po’, di questo lavoro che è dovuto, che non desta più emozioni, come se fosse di contabilità. Anche se è di materia umana. E non di numeri. E la materia umana dovrebbe essere polvere di stelle.

Lavoro. E ti vorrei baciare, mentre sono a lavoro. Che il tempo nostro è sempre troppo piccolo e sacrificato. E dopo che ho fatto tutto quello che mi tocca fare, ci resta solo un ritaglio, che non vogliamo sprecare. E siamo fortunati. Perché ci vogliamo bene. E perché lavoriamo. E viviamo d i g n i t o s a m e n t e.  Che se ci guardiamo attorno noi lo sappiamo che siamo fortunati. Perché non è scontato. Ed essere i più felici dei tristi, ci riempie di lacrime agli occhi e ci lascia un sapore strano sul palato. E vorremmo urlare al cielo ma non si sa cosa vorremmo dire.

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