La Parentesi di Elisabetta del 8/05/2013

“Lunga vita al femminismo”

La memoria del femminismo degli anni ’70 è basata molto spesso sul sentito dire e sull’informazione indiretta, ma porta con sé molto più di una semplice curiosità storiografica.

Nessuna può scrivere compiutamente questa epopea i cui capitoli prendono nome dai luoghi o dalle date delle manifestazioni, dagli episodi ,dalle esperienze di vita collettiva particolarmente felici.

Un romanzo  che non è quello ordinato ,omogeneizzato e vuoto dettato dalla storiografia vincente e socialdemocratica, ma risponde solo all’intensità della tempestosità solare del movimento.

Oggi, la rimozione e la regressione del movimento , tra mistificazioni e promozioni individuali, manifesta la distanza da quella stagione.

Tuttavia, ovunque ci sia un collettivo, un gruppo di femministe decise a sfidare il presente mortifero ,il linguaggio di quelle lotte e la pratica di vita di quel periodo si ricostruiscono intorno alle parole ,al desiderio di autonomia e liberazione.

Autonomia e liberazione sono il legame che si instaura tra il presente e il passato. Questo ci fa pensare che la trasformazione dell’emancipazione da strumento a fine, abbia prodotto l’arresto del movimento che lo ha caratterizzato negli ultimi anni.

Non stupisce allora che le giovani abbiano una impalpabile sensazione di estraneità al femminismo che impedisce loro di esplorare le potenzialità  che lo stesso offre.

Gli atti della memoria sono un cercare di leggere tra le righe del nostro passato la verità del tempo che viviamo. Ogni eredità riguarda inevitabilmente un presente.

Il sogno femminista ricompare prepotentemente  nel nostro immaginario e nei nostri desideri. Il femminismo oggi comincia da questa capacità di costituirsi autonomamente, che abolisce lo stato di cose presenti, comincia dall’ esistere come afflato nella facoltà comune di produrre, curarsi, coltivare….nella condivisione dei saperi, della poesia, della musica, delle immagini….nella forza di resistere alla normalizzazione, nell’intelligenza dell’illegalità e del sabotaggio, nella comunicazione tra avanguardia e movimenti.

Perché il patriarcato non è altro che l’espropriazione di queste capacità, è il trionfo del possesso, del denaro , della merce ,della meritocrazia…. è l’illusionismo dei diritti, è la censura e la manipolazione della nostra storia .

Per questo, oggi, siamo più che mai vicine alle lotte degli anni ’70, oggi come ieri , nell’impegno di sottrarci alla società patriarcale e capitalista, nel desiderio della possibilità di una felicità collettiva.

Nel presente è ancora più evidente di trent’anni fa che la nostra liberazione non ha davanti a sé il patriarcato, inteso come soggetto, ma la totalità organizzata di un sociale  cioè l’insieme di relazioni sociali che riproducono una società sessista e classista che secerne i peggiori effetti/affetti, una velenosa materialità che mortifica gli oppressi tutti e in particolare le donne.

Non si tratta tanto di sconfiggere dei soggetti, quanto l’ambiente costituito dai dispositivi semantici, discorsivi, di controllo che rendono possibile il perpetuarsi del patriarcato e del capitalismo. Da qui l’inconsistenza dell’appello alla società civile, alla convivenza, alle quote rosa…. tutte tese a rimuovere la rivolta contro lo stato delle cose .

Rompere tutto ciò significa rifiutare le forme di relazione sociale ed economica che riproducono incessantemente  la società in cui viene imprigionata la nostra esistenza.

La socialdemocrazia è stata ed è il principale ostacolo alla rottura di quel rapporto e di quelle relazioni .

Ancora oggi è necessario riaffermare con forza l’alterità di ogni movimento femminista a qualsiasi ipotesi di gestione di questa società. Una gestione che si risolve nel rendere la società stessa, a tutti i suoi livelli, più devastante ed alienata.

A questo dobbiamo opporre l’autonoma produzione di soggettività del femminismo. Dobbiamo smascherare la socialdemocrazia che separa continuamente il pensiero dall’azione e la forma dalla vita, sciogliendo tutto nell’impotenza che fa rientrare così, a pieno titolo, la legittimazione dello stato presente delle cose.

Il femminismo non viene dopo, né prima, bensì consiste in un processo che si svolge dentro la nostra attualità. Circola a seconda delle situazioni in cui è in grado di vivere.

Mai più separare l’oggetto dal suo uso, la parola dal suo potere, il pensiero dall’azione. Femminismo significa la diffusione ovunque di pratiche che lo sperimentino, in una condivisione che rompa i necrofori dispositivi che si oppongono alla sua realizzazione. Non vi è nessun bene comune separato dall’uso comune  dei mondi  che abitano i corpi.

Finché  saremo subalterne alle logiche della legalità, della norma, del politicamente corretto, del realistico… non si riuscirà ad intravvedere la fine della civiltà patriarcale. Ogniqualvolta, invece, saremo in grado di deporre questi assunti quella fine sarà più prossima.

Per questo riappropriarci dell’esperienza del femminismo liberatorio degli anni ’70 non è affatto una questione storico- testamentaria, ma una messa in comunicazione delle sperimentazioni di quegli anni, riconoscersi in un’esperienza rivoluzionaria.

Lunga vita al femminismo!

 

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1 risposta a La Parentesi di Elisabetta del 8/05/2013

  1. adriana dacci scrive:

    …si,lunga vita al femminismo!Auguro alle giovani donne di oggi e del futuro di vivere l’esperienza esaltante della propria liberazione,il ri-nascere alla coscienza di sè,di guardare al mondo con occhi nostri,di procedere con coerenza sulla strada dell’incontro con l’altra,nonostante l’oscurantismo in cui tutte e tutti siamo immersi!Vi amo compagne.

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