La Parentesi di Elisabetta del 06/02/2013

“Plebaglia”

Elisabetta Teghil

 “E’ importante affermare che non tolleriamo più le infrazioni minori. Il principio di base sta qui nel dire: sì, è giusto essere intolleranti verso i senza tetto nelle strade.”
(Tony Blair – The Guardian 10 aprile 1997)
 
 
“Denunciata senza capirlo, processata senza saperlo, condannata senza mai difendersi, ricercata senza mai nascondersi”, così comincia un articolo di un quotidiano a tiratura nazionale raccontando la vicenda di Anna, una donna rumena di 29 anni che è stata arrestata e condotta in carcere perché condannata a sei mesi di reclusione dal Tribunale di Milano per “accattonaggio con minore”. 
Lei ha tre figlie e, finalmente, dopo tanti stenti, una casa in affitto e un lavoro quasi vero, ma nel 2006 era stata notata alla stazione della metro di San Babila a Milano mentre “presumibilmente” chiedeva la carità con una bambina e le erano stati chiesti i documenti.
La così detta “giustizia” ha fatto il suo iter e l’ha scovata.
E’ mai possibile che possa essere previsto il carcere perché una persona chiede l’elemosina con la figlia?
E ora che è stata portata in carcere che fine faranno le sue figlie? Se ne occuperà la nostra società “tanto buona” attraverso le assistenti sociali e le case-famiglia? Ormai tanti Tribunali per i minori in tante città tolgono i figli alle madri  per i motivi più disparati, ma quasi tutti riconducibili all’indigenza, tanto che possiamo dire di trovarci di fronte ad una pratica consolidata.
Tutta una miriade di comportamenti, alcuni ascrivibili come reati minimi, altri soltanto come scelte fuori dalla norma quali l’ubriachezza, i rumori molesti, depositare rifiuti fuori posto o magari rovistarci, la mendicità, l’offesa al pudore, il vaneggiare, l’urinare per strada, le scritte sui muri e per terra, la prostituzione, l’abbigliamento succinto, non avere casa e vivere all’aperto….. sono considerati buoni motivi per essere fermate/i e/o arrestate/i.
Il tutto fa parte di una cultura giuridico-politica che nasce dal principio che la povertà è una colpa. 
I  traghettatori intellettuali hanno formato le nuove categorie, hanno stravolto i luoghi comuni semantici e ci hanno raccontato che la sicurezza non è più quella del posto di lavoro o di una serena vecchiaia, ma quella di un cittadino/a intimorito/a dalla “violenza diffusa”, attualizzazione della paura della “plebaglia” di vittoriana memoria, per cui gli oppressi  sono fatti percepire come un indistinto senza connotati di classe, ma con forti tratti di pericolosità sociale.
Si fa passare per nuova, scientifica e neutrale, la vecchia e sempre
utilizzata politica di pulizia/polizia classista che stabilisce l’equivalenza fra l’agire fuori dalla norma e l’essere fuori legge e prende di mira quartieri, soggetti, strati sociali che considera ed etichetta per principio. La povertà e l’emarginazione hanno una gestione poliziesca. E’ una società che rinuncia a costruire posti di lavoro, ma crea sempre nuovi commissariati, aumenta gli istituti penitenziari e fa crescere in maniera esponenziale i costi per le polizie.
Adesso che Anna è finita sui giornali, forse vedrà risolto il suo problema, perché Anna si è integrata, è riuscita a trovare casa e lavoro e questo la assolve, almeno in parte, agli occhi dei/delle benpensanti. E saremo contente per lei.
Ma non è questa la strada che permetterà ai tanti/e, troppi/e, che sono costrette/i a chiedere l’elemosina di avere un destino meno tragico. La società di solito si autoassolve  attraverso saltuarie azioni umanitarie che le permettono di lavarsi la faccia e di lasciare tutto il resto come sta,anzi come vuole che stia.
Cerchiamo di innescare meccanismi di uscita da questa società.
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