BUSINESS SCHOOLS di Elisabetta teghil

“Il profitto è una forma mutata del plusvalore, una forma in cui viene dissimulata e cancellata l’origine del plusvalore ed il segreto della sua esistenza. In realtà il profitto è la forma fenomenica del plusvalore.”
(K.Marx-Il Capitale- III)

Come qualsiasi risorsa materiale e immateriale, la “risorsa umana” viene considerata una merce economica.
E’ una visione in cui tutto e tutte/i devono misurare la propria esistenza secondo l’unico valore importante a cui sottomettersi, il valore commerciale.
E’ la nascita e la diffusione della nozione di “capitale umano” che, declinato, significa la forza lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori letta come l’insieme delle facoltà fisiche, intellettuali, relazionali che queste/i possono mettere in vendita sul mercato del lavoro.
Secondo questa vulgata, in tutti i momenti o aspetti della propria esistenza, ognuna/o dovrebbe considerarsi e agire come un potenziale centro di accumulazione di ricchezza alla stregua di un’impresa capitalista.

In quest’ambito, anche la scuola è entrata , a pieno titolo nel mercato.
Perché è catena di trasmissione dei valori dominanti.
Il compito principale che ora le viene assegnato è quello di formare le ”risorse umane” al servizio dell’impresa. La scuola è trattata come un mercato, il mercato dell’istruzione.
La scuola, a cui, in passato, sia pure a livello più teorico che pratico, veniva chiesto di essere occasione e momento della promozione sociale, oggi, non è altro che un mezzo di legittimazione di una divisione sociale che favorisce le ineguaglianze.
In questo modo la sfera educativa si è trasformata in un luogo dove si insegna una cultura classista, razzista e di guerra.
Come sempre e come al solito, tutto comincia negli Stati Uniti, si irradia in Europa attraverso l’Inghilterra ed è stato, in Italia, diffuso attraverso una serie di “riforme” cominciate da Luigi Berlinguer, continuate con Letizia Moratti, con Giovanni Fioroni , Mariastella Gelmini e con l’attuale ministro dell’Istruzione Francesco Profumo.
Da quando è entrata in vigore la riforma dell’università, chiamata comunemente Gelmini, dalla ministra proponente, quello che balza agli occhi è che la riforma stessa è entrata subito in funzione con la partecipazione attiva di docenti e ricercatori.
Giovanni Giolitti, che è stato il presidente del consiglio di più lunga durata, diceva che la vera difficoltà non era tanto promulgare le leggi, quanto farle attuare. E lo diceva uno che se ne intendeva perché proveniva dalle file della burocrazia.
Se la riforma Gelmini fosse stata veramente estranea al corpo universitario, sarebbe stato sufficiente disattenderla.
Invece non è andata così.
A conferma che le lotte degli studenti sono state strumentalizzate, vedi l’Onda, che questi non hanno messo al centro i loro interessi, che i ricercatori erano impegnati solo nella soluzione dei loro problemi, possibilmente con i concorsi sanatoria, e che i professori erano interessati solo alla conservazione dei loro privilegi.
Eppure, la ristrutturazione dell’università piega la formazione del sapere alle esigenze e alle richieste del mercato, trasformando gli studenti in merce-lavoro prima ancora che siano inseriti nel mercato occupazionale.
Il personale docente viene derubricato a livello dei formatori dei corsi di aggiornamento che, come tali, devono costruire personale che aderisca ai valori della società/azienda in cui andrà inserito.
Il tratto più saliente che definisce l’ attuale insegnamento, in particolare nell’ambito universitario, è quello che caratterizza l’università anglosassone: la spoliticizzazione che colpisce in maniera particolarmente forte, e non poteva essere altrimenti, le facoltà umanistiche.
Al di là delle parole moderniste usate e dei soggetti che le propongono, questa riforma dell’istruzione e dell’università è profondamente reazionaria, con punte clericali e fasciste e ha reintrodotto il metodo pedagogico dei gesuiti.
Ignazio di Loyola teorizzava nella IV parte delle Costituzioni che della cultura, specialmente se nuova, alternativa, dialettica devono passare solo gli aspetti più estrinseci e formali. Tutto quello che si presenta come stimolo al dubbio o come motivo di turbamento morale o politico deve essere accuratamente trasformato o espunto.
Si deve tendere a predeterminare, nei tempi e nei modi, il ritmo della vita didattica. La porzione di tempo da dedicare al momento burocratico-amministrativo si deve dilatare e , oggi, prepara il cittadino-utente-consumatore del futuro.
Sul piano didattico si deve esaltare lo spirito emulativo, la meritocrazia, come atteggiamento servile nei confronti del docente di cui si deve accettare tutto con partecipato concorso, dal pensiero alle battute fino alla delazione, recuperata come valore.
Frustrare la competenza, la creatività, le capacità relazionali di studenti e ricercatori significa offrire loro precarietà, povertà e dequalificazione e, questo, spesso, si coniuga con pulsioni antipolitiche, predisposizioni autoritarie, attitudini razziste e trasforma i ceti medi in bacino di utenza della destra, così come è successo per gli operai piegati al qualunquismo e al corporativismo e per i giovani delle periferie consegnati al fascismo.

Con l’attuale governo caratterizzato dalla discesa in campo dei funzionari del neoliberismo, il ruolo principale dell’istruzione sarebbe, secondo loro, quello di dare alle nuove generazioni la capacità di capire i cambiamenti in corso e gli strumenti per adattarvisi.
In questa ottica, l’impresa è vista come soggetto e luogo principale della promozione, organizzazione, produzione e diffusione della conoscenza che conta.
Il sistema educativo si è trasformato da occasione di crescita insieme alle altre e agli altri e, magari, nell’interesse generale, in una palestra per riuscire meglio delle altre e degli altri e al posto loro.
Questo approccio favorisce nuove forme di selezione e contribuisce a rafforzare le ineguaglianze, anziché essere un rinnovamento pedagogico.
Orientando verso tipi di studi valorizzati in modo diseguale, il sistema nasconde la ghettizzazione e predetermina gli sconfitti di domani.
Questa retorica sottintende un disprezzo sociale.
L’invito rivolto ai Licei e alle Università, di farsi concorrenza, fa riferimento all’ideologia neoliberista della società e annulla il proposito, sia pure troppe volte sulla carta, di promuovere l’uguaglianza delle possibilità, che una scuola dovrebbe avere.
Questa logica della concorrenza promuove la ghettizzazione , accentua il declassamento sociale della scuola pubblica e codifica così la collocazione post-scolastica dello studente.
Per fare ciò, si colpevolizzano gli insegnanti e, attraverso questo meccanismo, si etichettano come conservatori e corporativisti quelli/e che sono dissidenti, dissimulando così le scelte di fondo cioè togliere i finanziamenti alle scuole pubbliche e introdurre prima e aumentare poi, quelli alle scuole private in una visione neoliberista.

La scuola pianifica, così, forme di valutazione proprie dell’azienda, legittimate da una fittizia riforma e razionalizzazione, dai connotati pseudo-scientifici, mentre l’obiettivo è la subalternità della scuola all’impresa.
In questo modo, la scuola anticipa il principio della “carriera” e legittima la gerarchia, predisponendo all’accettazione delle gerarchie sociali.
E prepara l’adattabilità del futuro cittadino/a alle ingiustizie della società.
Riducendo la questione scolastica ad un problema pedagogico ed amministrativo, si veicolano le logiche sociali che hanno portato al fallimento della scuola in tutti i gradi, riversandone la colpa, così come in tutti gli altri settori, sulla scuola stessa e sui suoi operatori.

E’ la scuola del capitalismo totale , una scuola che “forma” alla perdita del senso critico, che deve produrre cittadini/e suggestionati/e e suggestionabili alle pressioni consumistiche , che assimilino come vere tutte le versioni e le letture dei media, una scuola che deve preparare lavoratori ubbidienti e, magari, pronti alla delazione.
In pratica, l’insegnamento dell’ignoranza.
Nel frattempo, però, per strade parallele che , quindi, non comunicano fra loro, si forma e si riproduce l’élite nelle scuole e nelle università private.
A pochi, e quasi sempre per estrazione sociale, è riservata la moltiplicazione delle competenze, mentre la stragrande maggioranza delle persone viene tenuta nell’ignoranza, sia scolastica che di vita.
Questo doppio binario, privato-pubblico, spinge chi ha i mezzi economici a ricorrere alle scuole private che vedono il valore dei loro titoli di studio aumentare tanto quanto sono declassati quelli delle scuole statali.
Lo studio, il titolo universitario diventeranno talmente costosi per le famiglie, non solo per quelle popolari, che le stesse dovranno contrarre mutui importanti nella speranza che i figli laureati subentrino ai genitori nell’estinzione del debito. Situazione che, se avviene, comporta lo strangolamento economico del laureato per molti anni.
Tutto questo è stato messo in atto per la prima volta in Cile, dopo il colpo di Stato di Pinochet, perché gli esperimenti si fanno sempre in vili corpore. Così è stato sempre percepito e considerato il Sudamerica dagli Stati Uniti.
Il Cile è stato il luogo di sperimentazione dell’ideologia neoliberista che gli Usa hanno esportato ed impiantato laggiù.
Le conseguenze sono state disastrose e i governi che si sono succeduti dopo la caduta di Pinochet, non hanno minimamente pensato di modificare nulla.
Ma tutto ciò non è casuale.

Ora noi siamo sulla “buona strada”. Queste sono le scelte che si stanno mettendo in atto qui da noi.

La scuola è stata ridotta, nell’ambito di queste “riforme”, a un semplice mercato lucroso per il grande capitale, alla stregua, nella gestione e nel ritorno economico, dei Trasporti, delle Poste , della Sanità….. ma ha un connotato che la rende unica : quella privata è lo strumento di formazione dell’iper-borghesia transnazionale, quella pubblica di individui –gregge.
Allo stesso tempo, alla minoranza che arriva al diploma universitario nella scuola pubblica è riservato il ruolo di servizio dell’iper-borghesia e di piazzista dei valori e dell’ideologia neoliberista.

E’ necessario recuperare la lotta contro l’autoritarismo e la gerarchia, smascherare il ruolo e la funzione normalizzatrice dei così detti docenti “di sinistra”, riaffermare la centralità della curiosità intellettuale, del piacere di scoprire e di sapere, dell’università come occasione di crescita e di arricchimento culturale e di socializzazione delle conoscenze, nella consapevolezza, per certi versi, di essere dei privilegiati/e, ma mai nella presunzione di essere una casta, rifiutando di essere mezzi di produzione o funzionari del capitale.

“Ma la doxa neoliberista ha riempito tutto lo spazio che si era così creato e il pensiero critico si è rifugiato nel “piccolo mondo” accademico dove si autoammira, senza riuscire a preoccupare nessuno su niente.” (Pierre Bourdieu)
Dietro la riforma scolastica di tutti i gradi si nasconde il progetto di creare studenti/cittadini capaci di adattarsi all’ingiustizia e alla crescente disuguaglianza sociale.
La virata verso le scuole e le università private prepara gli alunni, che ne hanno e ne avranno accesso, a vivere in ambienti elitari inculcando loro un certo modo di vedere, di parlare, di agire.
Il tutto nascosto da una parvenza neutrale e scientifica che maschera la selezione essenzialmente sociale, a partire dai criteri di ammissione che favoriscono i detentori di un capitale culturale che, in gran parte, è un bene ereditato.
Di fatto la scuola, questa scuola, in una società, questa società, che non garantisce nulla a nessuno, si traduce nella preoccupazione di garantire privilegi e vantaggi ai figli del proprio gruppo sociale.
Le scuole private e le università private sono ambienti chiusi e sterilizzati per proteggere un gruppo ristretto di privilegiati e generano un microcosmo di classe in una società che proclama di esserne esente.
E’ la creazione di un’iper-borghesia dai tratti aristocratici con cui le borghesie nazionali, formate nelle università statali, possono porsi solo in una funzione di servizio.
Il modello americano dell’istruzione assolve anche il compito di esportare una ridefinizione dell’agire politico prodotto dalla stessa storia degli Stati Uniti e a rafforzare, quindi, le sue pretese universalistiche. Questa imposizione di una griglia di lettura di tipo anglosassone nella scuola ha, come prezzo e risultato, una forte spoliticizzazione della stessa. E, siccome la scuola, non è trattata diversamente da altri settori della vita sociale, su di essa si è impostata e diffusa una vera e propria azione di marketing mediatico.
Pertanto, il momento più importante nella scuola è l’insegnamento di “management”. E’ la trasformazione della scuola in impresa, degli studenti in clienti e degli insegnanti in consulenti.
Dalla scuola delle conoscenze alla scuola della conoscenza.
Da qui l’abolizione dell’interdisciplinarietà, l’eccesso di specializzazione, il bisogno di apparire “scientifici” anche a scapito della leggibilità.
L’insegnamento, specialmente quello universitario, è molto rigoroso, ma risponde a domande inutili che sezionano meticolosamente dei fatti insignificanti.
Tutto ciò si risolve, anche nell’ambiente scolastico, in una stratificazione sociale accentuata, in una scuola che genera costi proibitivi e in una concentrazione delle risorse al vertice della piramide.
Tutto ciò si è trasformato in una guerra contro le aspirazioni e le esigenze della borghesia colta: Il sistema fiscale e le privatizzazioni sono il braccio armato.
Le scuole inferiori statali devono produrre operai del sapere al servizio dell’impresa. Quelle private sono propedeutiche alle università elitarie. In queste ultime si forma l’aristocrazia borghese, in quelle statali la borghesia di servizio.
La scuola, in tutti i suoi ordini e gradi, è la proiezione delle disuguaglianze crescenti del sistema sociale.
Il momento chiave di questa trasformazione è nel Processo di Bologna del giugno del 1999, dove 29 ministri dell’istruzione si sono incontrati per realizzare una riforma internazionale dei sistemi di istruzione superiore. Per l’Italia il ministro era Luigi Berlinguer del primo governo D’Alema.

La così detta riforma della scuola e le misure che la accompagnano sono complementari all’attacco contro il servizio pubblico tutto. Riforma e obbligatorietà dell’insegnamento dell’inno di Mameli sono un tutt’uno L’insegnamento obbligatorio dell’inno di Mameli è la “riforma”.
Ma la rovina del servizio pubblico, mentre getta nella disperazione la gran massa dei cittadini, non tocca le classi sociali più abbienti perché, per rimanere nell’ambito dell’insegnamento, le stesse fanno e faranno sempre più ricorso alla scuola privata e aggireranno la svalutazione del valore dei titoli di studio, rifugiandosi nelle filiere più redditizie.
La vittoria per merito coincide sempre con l’estrazione sociale. Parlare di meritocrazia è parlare di collocazione di classe.

Il sistema neoliberista legittima la propria politica di riduzione della spesa scaricando, sulla scuola e sugli operatori della stessa, ogni responsabilità, occultando le logiche sociali che conducono al fallimento scolastico, con un’operazione che attua, di volta in volta, nei confronti di ceti sociali demonizzati e gettati in pasto all’opinione pubblica.
E, come in altri settori, ogni voce dissidente viene assimilata al conservatorismo e all’immobilismo, nascondendo che la restrizione dei finanziamenti per la scuola pubblica viene imposta dalla costruzione dell’Italia neoliberista.
E, come in tutti i campi, emerge dal niente il nuovo glossario, a conferma che la parola è il primo segno ideologico: competenze, progetto, obiettivi, contratto, merito….tutte nozioni mutuate dall’impresa.
L’attacco del capitale è verticale, la risposta non può che essere la capacità di sintesi di una lettura diversa e altra, in relazione alla nuova composizione del capitale nella stagione neoliberista che è forma ideologica.
Non è sufficiente la somma orizzontale delle lotte, ma è necessario andare all’essenza e alla natura del capitale che trasforma tutto in merce, anche l’istruzione.
Mai come in questa stagione, forse per la prima volta, è necessaria una saldatura fra operai, disoccupati, sottoccupati, precari…..la cui linea di demarcazione è sempre più labile, e altri segmenti della società la cui posizione di rendita e di collocazione sociale è stata fortemente intaccata e verrà meno del tutto in futuro.

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